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giovedì 10 dicembre 2020

La dignità umana e il problema del fondamento dei diritti umani. Alcune prospettive del dibattito attuale

 



 

Paolo Cugini

 Il concetto di dignità umana è divenuto particolarmente significativo a partire dalla fine della seconda guerra mondiale, come frutto della riflessione sui tragici eventi che l’hanno caratterizzata. Da quel momento, il termine dignità umana appare non solo nei documenti internazionali come la dichiarazione universale dei diritti umani adottato dall'Assemblea generale delle Nazioni Unite nella sua terza sessione, il 10 dicembre 1948 a Parigi, ma anche in molte costituzioni nazionali, come quella italiana, e regionali. Certamente, sia in campo filosofico che giuridico il tema era già presente e dibattuto prima di questi tragici eventi, ma si è particolarmente acceso proprio a partire dalla necessità di chiarire i limiti e, allo stesso tempo i valori fondamentali, che potevano essere indicati come vincolanti l’agire umano. Tale riflessione, è divenuta ancora più urgente negli ultimi decenni su alcuni temi di bioetica come l’eutanasia, il fine-vita, l’aborto, tra gli altri. Il problema che viene sollevato è il seguente: quando parliamo di dignità dell’uomo, che cosa intendiamo? Nelle ricerche analizzate emergono, in linea generale, due correnti di pensiero: la teoria ontologica o della dotazione e la teoria utilitaristica o della prestazione.

La teoria ontologica fonda la dignità dell’uomo su Dio, per cui essendo l’uomo ad immagine di Dio, ogni aspetto della vita umana è sacro. La positività di questa teoria consiste nel proporsi come baluardo per ogni momento della vita umana, anche e soprattutto, in quei momenti in cui la persona è più debole come la nascita, la malattia e la prossimità della morte. Questa teoria si è sviluppata in occidente soprattutto grazie al cristianesimo, che trova nella Sacra Scrittura i fondamenti delle proprie posizioni. L’uomo ha una dignità che le è stata conferita da Dio, poiché lo ha creato a sua immagine e somiglianza (Gen 1,26). La riflessione Patristica dei primi secoli della Chiesa e, soprattutto, la teologia Scolastica di Tommaso, hanno fornito una struttura metafisica a tale posizione. L’uomo ha una dignità che non solo gli è conferita da Dio, ma che è inscritta nella natura umana è, quindi, un “possesso originario”, ereditato dalla nascita e, di conseguenza, un dato oggettivo indiscutibile. Questa impostazione ontologica apre il cammino ai così detti valori non negoziabili, nel senso che non sono oggetto di discussione, perché protetti dalla sacralità della vita che viene da Dio e che trova un fondamento metafisico nella legge naturale. Il discorso sui diritti dell’uomo, in questa prospettiva ontologica, ha una valenza universale, perché non dipendono dall’agire umano, o da valori soggettivi e, proprio per questo, devono essere difesi universalmente. Questo modo di fondare il discorso della dignità umana, nel contesto secolarizzato in cui viviamo, incontra molti detrattori che, pur riconoscendone alcuni elementi fondamentali, come il valore della vita, non accettano una argomentazione di tipo religioso o metafisico, perché esclude un dibattito razionale che possa attualizzare e contestualizzare il discorso. In ogni modo, la prospettiva ontologica offre non pochi vantaggi sul piano della vita quotidiana. Infatti, come osserva Francesco Viola:

“vantaggio pratico della via ontologica, e della teoria della dotazione che è ad essa collegata, è quello della totale non discriminazione fra gli esseri appartenenti alla specie umana. La via ontologica non tollera alcuna discriminazione derivante dalla razza, dal genere, dallo stato di salute, dal grado di capacità in atto possedute, dallo sviluppo intellettuale e morale. Tutti coloro che appartengono alla specie umana hanno ipso facto quello status normativo particolare che viene solitamente designato come dignità”.



Al polo opposto, si pone la prospettiva utilitaristica che fa dipendere la dignità umana dal risultato dell’agire umano, “una conquista della soggettività umana che si costruisce una propria identità”. Merito, potere, virtù o censo possono essere elementi che determinano un grado di qualità di una persona rispetto alle altre. Nella teoria utilitaristica la tutela della dignità dell’uomo “è essenzialmente imperniata sul rispetto della sua volontà e, pertanto, può essere posa in essere solo quando l’individuo gode di piena autonomia”. In tale concezione, diventa fondamentale il principio di autodeterminazione, per il quale è necessario assicurare al soggetto il massimo grado di libertà e decisionalità sulle questioni che lo riguardano. C’è un’assolutizzazione della libertà di scelta soggettiva, che apre questioni delicate sul piano morale, lasciando scoperte di protezione proprio quelle situazioni umane più necessitanti di sicurezza da parte dello Stato o di organi competenti. Se, infatti, è degna la persona che per una serie di circostanze riesce a “meritarsi” una qualità della vita degna, che dire di tutto coloro che, per condizioni sociali o fisiche, partono svantaggiati non potendo, quindi, provvedere alla crescita qualitativa della propria esistenza? L’impostazione utilitaristica è alla base della cultura che considera le persone non tutte degne degli stessi diritti; è alla base della società divisa in classi che dichiara qualcuno più degno dell’altro, a partire non da qualità innate, ma da una posizione accidentale dovuta dal fatto di essere nato in una casa piuttosto che in un’altra. Sfogliando le pagine della storia occidentale e anche le pagine dei libri sacri, troviamo le impronte di queste civiltà che hanno giustificato la schiavitù, la superiorità di rango, la giustificazione di privilegi e di punizioni. Secondo Carminiani: “corollari di questa tesi sono: è più degno chi vive meglio, chi è in condizioni di poter perseguire il massimo grado di soddisfazione personale; in definitiva chi nella vita gode di più”. La giustificazione sul porre fine alla vita quando questa si trova in condizioni considerate indegne, trova il suo appoggio teorico nella prospettiva utilitaristica.



La domanda che, a questo punto del discorso, viene spontanea è la seguente: quando nei documenti del diritto internazionale o nazionale incontriamo l’affermazione della dignità umana, a che cosa si riferisce e che cosa s’intende? Quando c’imbattiamo in queste affermazioni generali entrano in gioco le nostre precomprensioni teoriche più o meno esplicitate, ma non sappiamo quali sono le intenzioni del redattore dei testi. Senza dubbio, c’è alla base il desiderio e la volontà di offrire strumenti giuridici in grado di garantire la massima protezione possibile alla vita umana in tutte le sue fasi e a tutte le latitudini. Nella conclusione proverò ad abbozzare una mia riflessione sul tipo di fondazione che oggi il diritto internazionale cerca per avvalorare le proprie posizioni.

Ripercorrere, se pur velocemente e con notevoli dimenticanze e lacune, alcune delle riflessioni che hanno segnato il pensiero occidentale sul tema della dignità della persona umana, permette di comprendere la profondità e la ricchezza culturale che ha segnato la nostra civiltà. C’è stato un lungo cammino in cui la filosofia e la teologia hanno dialogato, offrendo contenuti che per molti secoli si sono intrecciati per poi, ad un certo punto, intraprendere ognuno il proprio cammino. Questa separazione, seppur necessaria, ha lasciato a mio avviso qualche traccia negativa all’interno della cultura occidentale, perché, segnando negativamente la religione e la sua istituzione, spesso e volentieri non ha permesso l’obiettività di riconoscere i contenuti positivi e, per certi aspetti universali, di cui ancora oggi l’umanità necessita.

Il rifiuto di ogni fondazione metafisica da una parte e l’ambiguità dell’approccio utilitaristico dall’altra, obbligano a cercare quella che possiamo definire una terza via, per formulare criteri il più possibile condivisi, che aiutino le persone a prendere decisioni che sappiano salvaguardare la dignità della persona umana in tutti i momenti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, è possibile attivare il principio di responsabilità, così come indicato da Hans Jonas, solamente all’interno di un processo che sappia ascoltare e valutare le opinioni provenienti dalle diverse matrici culturali di un luogo. È la proposta elaborata da Jurgen Habermas nella sua teoria dell’agire comunicativosecondo il quale, per raggiungere il massimo possibile di obiettività, occorre che il linguaggio dei partecipanti del dibattito sia intellegibile per tutti. Per questo motivo, non è possibile argomentare facendo riferimento a codici religiosi o filosofici o di altra natura, conosciuti solamente da colui che prende la parola. Inoltre, la discussione non dev’essere viziata dal tentativo subdolo di voler a tutti i costi convincere e persuadere l’interlocutore su quello che si vuole affermare e, per questo, il dibattito deve avvenire sul piano della chiarezza e dell’autenticità. Questi criteri, secondo Habermas, sono il minimo che si possa richiedere in qualsiasi dibattito che ricerchi la verità su qualche aspetto della vita sociale, che cerchi risposte a problemi concreti della vita. In questa prospettiva, a mio avviso, viene superata la questione della formulazione di diritti universali della persona umana, perché ciò che importa è la ricerca di una decisione che interessa la comunità locale.





Una simile impostazione, anche se partendo da un punto di riferimento diverso, è quella di Gianni Vattimo. Venendo meno le narrazioni metafisiche per quel processo di dissoluzione dell’essere che la storia della metafisica porta con sé, non rimane altro che interpretare gli eventi per come appaiono sul piano della storia. L’ermeneutica diviene, allora, lo stile di coloro che, abbandonando la presupposta presunzione di chi crede di trovare verità assiomatiche in un percorso storico dominato dalla contingenza, diviene capace di accompagnare il manifestarsi della realtà per offrirne un’interpretazione. Chi è in grado, a detta di Vattimo, d’interpretare un evento dichiarando buono per il bene comune, è la comunità che lo valuta a partire da alcuni criteri condivisi come la vita e l’amore.

Habermas e Vattimo sono solamente alcune delle proposte emerse in questi ultimi decenni di crisi della metafisica classica e affermazione di una cultura che fa fatica a pensare oltre la soglia di casa. Forse possono apparire posizioni deboli, inconcludenti. A mio avviso, però, mostrano lo sforzo di pensare cammini nuovi in grado di offrire alcuni principi, capaci soprattutto di coinvolgere le comunità, vale a dire i diretti interessati dei problemi affrontati. Forse è questo aspetto, una delle maggiori lacune del pensiero forte, così forte da elaborare teorie che spesso e volentieri nella storia hanno scartato i più deboli.

 

sabato 5 dicembre 2020

Tra libertà e dignità: da Pico della Mirandola a Emmanuel Kant

 



 

Paolo Cugini

Pico della Mirandola, filosofo umanista, ci aiuta ad approfondire il concetto di dignità. Troviamo i contenuti significativi che fondano in modo nuovo il concetto di dignità nel: Discorso sulla dignità dell’uomo scritto nel 1486. Secondo Pico, la dignità dell’uomo non gli viene data da Dio, ma è relativa alla sua natura umana. Pico lavora in una dimensione multiculturale e cerca qualcosa che è comune a tutte le culture. Cos’è comune a tutte le culture? Dire che nulla è più splendido dell’uomo.  La differenza tra intelletto e ragione è che la ragione indaga (è argomentativa) e l’intelletto è intuitivo e dà luogo a delle evidenze. 



All’uomo sarebbe riconosciuto di essere elemento di temporalità, ma anche eterno. Pico pensa che l’uomo ha in sé tante caratteristiche importanti, ma non lo rende l’essere migliore al mondo: ci sono creature di gran lunga superiori ed ammirabili. Dopo aver dubitato, dichiara di aver intuito che cosa faccia dell’uomo un miracolo, una meraviglia tra i viventi. Pico convoca Mosè e Timeo, quindi Atene e Gerusalemme. La paterna potestà (Dio) non può venir meno al suo ultimo desiderio, che dev’essere di altissimo livello. “di natura indefinita”: non disponendo di un’altra cosa, di un altro luogo, di un altro archetipo, dà all’uomo tutto ciò che aveva singolarmente assegnato agli altri. L’uomo dispone di tutto quello che hanno gli altri, ma gli dà una natura indefinita in questo modo. Tu te la determinerai, da nessuna barriera costretto, secondo il tuo arbitrio, alla cui potestà ti consegnai Una natura indefinita vuol dire che non è determinato ad essere per sempre la stessa cosa. Una natura che può farsi, che rispetta sé stessa, nel suo farsi. Definire l’uomo di natura indefinita significa ampliare le sue possibilità. La natura indefinita vuol dire, dunque, un’estrema potenzialità. In altre parole, per Pico della Mirandola ciò che identifica la dignità dell’uomo è la sua libertà, la sua possibilità di determinarsi in ogni momento come vuole. O suprema liberalità di Dio padre! o suprema e mirabile felicità dell'uomo! a cui è concesso di ottenere ciò che desidera, di essere ciò che vuole.

 


Arriviamo, così, a Kant, vale a dire in pieno illuminismo. La morale è auto-nomos (legge a se stessa), quindi deve trovare dei valori intrinseci, dei criteri che sono autonomi. In questo, Kant pone come uno dei doveri morali principali il fatto che l’uomo non deve mai essere mezzo, ma sempre fine. Sono le leggi assolute della morale autonoma, leggi che vengono dettate dalla ragione. Il criterio della morale non è più qualcosa di eteronomo, ma è la ragione che detta alcune regole, tra cui la più importante è: agisci in modo da trattare l’uomo così in te come negli altri sempre anche come fine, non mai solo come mezzo. Questa legge fa sì che in Kant la dignità, il fatto che l’uomo non sia mezzo ma fine, implica un rispetto reciproco, una reciprocità. L’aspetto significativo per il nostro discorso è il fatto che reciprocamente ci si deve rispettare e fare carico dell’altro come un fine. È soltanto nel rispetto della dignità propria e altrui, ovvero nella moralità della propria condotta, che a ciascun essere umano è dato di realizzare pienamente sé stesso e la propria libertà. Questo fatto mette in campo il termine dell’uguaglianza tra gli uomini: nessuno è superiore agli altri, nessuno può usare un uomo come mezzo per raggiungere un fine, ogni uomo è sempre un fine a sé stesso. Kant sostiene che, mentre il dovere negativo e il dovere giuridico sono vincolanti, il dovere positivo è un punto di arrivo che può essere guadagnato dall’umanità. Se in Pico la libertà era il focus, nei testi kantiani recuperiamo il fondamento dell’uguaglianza. Per Kant il termine della dignità è fondamentale per garantire il progresso: non c’è progresso se non nel rispetto della dignità dell’uomo.

 

sabato 14 novembre 2020

L’uomo e la sua dignità: dalla riflessione aristotelica a quella contemporanea

 




Paolo Cugini

La riflessione sulla dignità dell’uomo ha spinto la ricerca nella direzione di cogliere lo specifico nei confronti degli altri esserei viventi. Mentre la filosofia platonica, che ancora oggi è il punto di riferimento della cultura occidntale, presentava l’uomo in un’accezione negativa, vale a dire come copia imperfetta dell’idea perfetta di uomo, aprendo il varco in questo modo al dualismo antropologico tra corpo e anima, come realtà antitetiche a detrimento del corpo, Aristotele cambia di prospettiva. Se in Platone il cittadino e l'uomo sono ancora un tutt'uno, per il suo discepolo la distinzione si accentua sino al punto di affermare che: "l'uomo è per natura un animale politico" e che non sono politici né gli animali né gli dei: solo l'uomo lo è. La dimensione politica come caratteristica tipica dell’uomo ne pone in evidenza l’aspetto sociale, vale a dire la tendenza di formare e vivere in comunità. È importante sottolineare che per Aristotele le dimensioni politica e comunitaria non qualificano l’uomo e non costituiscono nemmeno uno specifico, perché non dicono dell’essenza. Sono condizioni necessarie ma non sufficienti, sono implicati materialmente dall’essenza della specie. Ciò che, invece, identifica l’uomo nell’essenza e ne definisce la diversità rispetto agli altri esseri viventi è il logos. Nella Politica (libro A) dopo aver ribadito che l'uomo è animale politico, distingue la voce, che è data anche agli altri animali, dal logos, che costituisce il proprio dell'uomo, che è l'unico ad avere coscienza del bene e del male. La definizione sembra ottenere completa compatibilità, e se leggiamo anche il libro E dell'Etica Nicomachea, vediamo come l'anima sia dotata di ragione: tuttavia per Aristotele anima è comunemente intesa come sinonimo di sinolo umano, dunque forse lògon èchon va anche qui inteso come l'uomo stesso, in quanto dotato della componente razionale dell'anima.

Queste definizioni ritenute “comode” nel discorso filosofico contemporaneo fanno fatica ad incontrare una breccia. Nel secolo scorso nella corrente filosofica denominata esistenzialismo, la ricerca sull’uomo non avviene più tanto analizzando la sua essenza, ma nel modo in cui l’uomo vive ed esercita la sua libertà. Famosa è l’affermazione di Jean Paul Sartre: “L’esistenza precede l’essenza” che rivela un modo di concepire l’uomo al di fuori non solo dell’orizzonte teologico, che aveva segnato il dibattitto antropologico occidentale, ma anche metafisico. L’uomo, nella prospettiva sartriana, non è altro che ciò che si fa, sorge nel mondo e si definisce dopo, è il frutto delle sue scelte e delle sue azioni e la sua originalità va cercata solamente a questo livello e non come conseguenza di un’azione creatrice o di un essere metafisico.

Il rifiuto dell’impostazione metafisica per rispondere alla domanda antropologica accompagna anche la riflessione del filosofo tedesco Helmuth Plessner, anche se lo sviluppo è differente rispetto a Sartre. Secondo Plessner, infatti, occorre rivedere l’impostazione epistemologica della domanda “chi è l’uomo?” e concepire una strumentazione concettuale adeguata a nuove esigenze. Lo sviluppo delle scienze della natura e l’affermazione di prospettive dell’indagine delle discipline sociali e storiche particolarmente attente alla realtà concreta, “rendono assai difficile il recupero di modalità filosofiche del passato, come quella metafisica” Per Plessner, per comprendere l’uomo occorre conoscere la sua struttura organica. Per comprendere la natura umana è decisivo il fenomeno della posizione eretta. Collochiamo l’uomo nell’ambiente, nella storia e nell’organico in cui viene individuata la posizione eretta, che permette uno sguardo diverso sulla realtà nonché l’uso libero della mano, del pollice, che ha un carattere oppositivo e prensile. Un’autentica riflessione antropologica non può che partire dalla vita e non da posizioni metafisiche, perché può esistere solo chi abbia vita. Ciò che preme a Plessner è ribadire una filosofia della vita, ovvero “una filosofia della natura doveva porsi a monte di una filosofia dell’uomo, perché la vita coinvolge l’uomo senza essere a lui riservata”.

Una posizione diversa come impostazione, ma che rappresenta un significativo contributo al dibattito antropologico contemporaneo è quella di Hannah Arendt. Muovendosi da una posizione di tipo fenomenologico. In Vita Activa la Arendt analizza l’uomo nel suo agire specifico che si manifesta nella politica l’uomo si relaziona, agisce e conduce la sua azione in un contesto sociale e in qualche modo la affida all’altro. Essere un vivente che nasce e muore, ha una temporalità, che ha un’apertura nel tempo ed una storicità. Queste sono, a detta dell’Arendt, le condizioni che devono accompagnare ogni esistenza umana. Ciò permette alla Arendt di riformulare, a partire da questa riflessione sulla condizione umana, la domanda metafisica “Che cosa è l’uomo?” in “Chi è l’uomo?”, sottraendo in questo modo alla prima domanda il rischio di oggettivare l’uomo. L’uomo non va mai oggettivato, l’uomo è un “chi”, non è una “cosa”. L’identità dell’uomo, dunque, dev’essere conquistata, perché il “chi è” di ogni individuo si manifesta attraverso l’azione: l’identità dell’io scaturisce dal suo agire. Secondo la Arendt agendo l’uomo manifesta la sua “unicità nella distinzione”. La radice dell’uomo si deve dunque incontrare nella sua storicità, nel suo sapersi relazionare, con il mondo, con la realtà, con la vita.

 

mercoledì 11 luglio 2018

LO CAPISCI PIAN PIANO




Paolo Cugini

Lo capisci pian piano, mentre cammini nella vita e vai avanti negli anni, rimanendo attento agli eventi, confrontandoli con il passato. E già questo non è facile, amico mio, perché le distrazioni sono tante e se non si rimane concentrati è facile imboccare un sentiero che ti porta lontano. E poi ti perdi e, quando ti perdi, carissima amica, non è facile, per nulla facile ritrovare il cammino. A volte lo ritrovi per caso e allora il cuore scoppia di gioia, com’è la vita quando l’accogli come un dono che, come tale non riesci a programmare, a mettere a posto in ogni dettaglio. Dono, sorpresa: sono le qualità degli eventi che, quando ascoltati, manifestano la novità, la bellezza del cammino che, per certi aspetti, è fatto proprio perché uno si perda. Che noia, infatti, quella vita sempre sulla strada principale, sull’autostrada del senso comune, delle idee preconfezionate. Sono i curiosi, sono i bambini distratti, sono i ragazzi e le ragazze ribelli che, ad un certo punto, buttano l’occhio a destra e a sinistra – meglio sempre a sinistra, è una questione di stile e di sentire con il mondo, soprattutto con il mondo che ama e che soffre, quel mondo che ama e desidera la giustizia e non riesce ad accettare le disuguaglianze e allora è attratto dai sentieri che vede sul ciglio sinistro dell’autostrada della vita - e ci si butta con tutte le forze. Perdersi non è un peccato, perché fa parte del cammino, anche perché, spesso e volentieri, è perdendosi che s’impara a vedere la realtà con occhi nuovi, da punti di vista nuovi e si vedono cose mai visti prima. 
Nessuno, allora, dovrebbe chiedere perdono del sentiero imboccato, perché è grazie a quella perdita, a quella momentanea distrazione, a quel fugace colpo di testa, a quella svista, a quella curiosità, che qualcuno inizia a comprendere qualcosa di nuovo della vita. Benedette ribellioni! E’ grazie a quel sentiero imboccato, che la vita acquista un sapore nuovo, autentico. E’ grazie alla curiosità per qualcosa che è ignoto che possiamo avvicinarci a Dio. E allora, una volta ritornato, anche solo per qualche istante sulla strada principale della vita, potrà aiutare gli altri, coloro che non escono mai, tutti coloro che non uscendo mai cominciano a pensare e ad inventare e a spargere ai quattro canti leggende assurde sui sentieri laterali, come se fossero luoghi maledetti, come se l’unico spazio benedetto fosse la strada centrale. Non lo sanno, e non potranno mai saperlo che non è così.  Glielo dobbiamo dire noi, i ribelli, che le cose sono diverse, che la realtà è tutt’altro che piatta, che c’è qualcosa che va scoperto, cercato. E’ la nostra missione.

Lo capisci piano piano, dicevo, mentre cammini nei sentieri della vita; capisci che non è detto che la religione ti possa servire per diventare una persona migliore. Dipende come la prendi e da che lato la guardi. Dipende anche da chi ti introduce nel mistero di Dio. Da bambino la vivi come qualcosa di bello, come qualcosa di naturale che fanno e vivono tutti. Soprattutto, ti sembra che tutti anelino all’incontro con Dio, che tutti desiderino il cammino del bene, perché credi, e lo credi fin dal profondo del cuore, che per tutti il senso della vita sia proprio questo, il bene, e non ti passa nemmeno per la testa che, mentre aspiri al bene, ci possa essere qualcuno che aspiri qualcosa d’altro. Non lo pensi e non ti passa nemmeno nell’anticamera del cervello che mentre tu aspiri al bene, mentre cerchi Dio c’è qualcuno lì vicino a te, dinanzi a te, qualcuno che tu non immagineresti mai, nemmeno nel più triste dei romanzi, che colui che sta accanto a te, vicino a te, dinanzi a te, cerca qualcosa d’altro. Nella religione. Si hai capito bene, amico caro. C’è qualcuno che utilizza la religione per raggiungere i suoi scopi venuti dal regno del male. Forse un giorno era partito bene, era partito come qualsiasi persona cercando, cioè il cammino del bene, il cammino di Dio. E poi qualcosa è successo, qualcosa dentro di lui si è spezzato forse a causa di eventi negativi, di frustrazioni umane, di qualcosa di desiderato e mai raggiunto. E così lentamente, piano piano, il cammino verso il bene ha preso la direzione opposta. Ci sono delle ragioni che non si sapranno e scopriranno mai. Questa, però, è la cosa strana, e cioè che nonostante tutto, nonostante il cammino verso il male, rimane nello spazio religioso.

Lo capisci pian piano che coloro che sono al potere, coloro che in un certo senso ti guidano, che hanno il ruolo di guidarti, di dirigere qualcosa – una fabbrica, un comune, una chiesa, una scuola, una nazione, un partito, ecc. -non è detto che siano i migliori del settore: anzi. Più sei disposto a cedere qualcosa della tua dignità, più hai la possibilità di salire nella scala sociale, nella scala del potere, di coloro che contano e dirigono le sorti di qualcosa. E così, l’umanità è quasi sempre guidata da persone senza scrupoli, dai peggiori, dalla feccia, da coloro che ad un certo punto della loro vita hanno iniziato a cedere, a calare le braghe, a perdere la loro dignità. Più sali nella scala sociale più trovi gente squallida, senza scrupoli, disposti a tutto pur di apparire, anche perché non hanno più nulla in termini di rispetto e dignità. Eppure, ed è questo l’aspetto della storia che rende triste, sono proprio loro a comandare il destino di tutto un popolo, di tutto un gruppo: è la feccia al potere. E questo, carissimo amico, prima lo capisci meglio è. Per non lasciarti travolgere, per non cadere nella loro rete, per non ritrovarti a metà del cammino della vita a scoprire l’inganno nel quale sei caduto ad un certo punto del percorso.

Lo capisci pian piano che se cerchi il bene, se cerchi un senso della vita, se capisci che la vita è un dono prezioso che vale la pena viverla con passione, devi abituarti a camminare da solo. Lo capisci lentamente che occorre camminare sui sentieri della vita mantenendo gli occhi sempre aperti e lo sguardo attento, soprattutto, guardando bene negli occhi chi si presenta dinnanzi a te. Anche perché i maestri nell’arte della vita non li trovi sulle cattedre, non li trovi di sicuro nelle banche, nemmeno seduti sulle comode poltrone della politica, dell’economia o della religione, ma nei posti più nascosti, nei luoghi trascurati da chi cerca il successo. Perché chi ama la verità, non desidera apparire, perché ha capito che la verità si nasconde, non si confonde con la superficialità, con l’apparenza, non si offre al primo arrivato. E allora bisogna cercare e, per questo lavoro di ricerca, occorre accettare le rinunce che vengono come conseguenza. E lo dovrai fare spesso e volentieri da solo, da sola, perché gli adulti, caro mio, da un pezzo hanno abbandonato i cammini nascosti nei boschi, per starsene tranquilli sulle strade asfaltate delle sicurezze. Hanno imparato, questi furbacchioni, a rimanere protetti sulla strada maestra, nella che non presenta ostacoli, perché gli hanno insegnato e loro hanno creduto, che la vita è tranquillità, che nella vita bisogna fare di tutto per mettersi a posto, sistemarsi, fare le cose in ordine come fanno tutti. E allora, carissima amica, non buttare via i tuoi vent’anni ad accontentarti di quello che trovi sui banchi del mercato, quello che i tuoi occhi vedono in modo immediato. Vai altrove, non fidarti troppo alla svelta di quello che ti dicono i sensi: fermati, rifletti.

Pensa a come Gesù ha vissuto la sua adolescenza e la sua giovinezza. Se Gesù è stato un adulto coi fiocchi, uno di quelli che se ne trovano pochi, cioè uno che sapeva quello che diceva, perché prima di aprire la bocca aveva già vissuto quello che stava per dire, è perché durante l’adolescenza e la giovinezza si è nascosto, non si è esposto, è stato in silenzio, ha vissuto in luoghi isolati. Prima di manifestare il suo carisma, ha cercato di capire il senso della sua vita, della sua presenza nella storia: ha cercato di capire chi era. Quanti giovani si bruciano perché troppo alla svelta vengono fuori allo scoperto, fidandosi solo dell’apparenza, dell’arroganza di un vigore che poi con il tempo scompare. Quello che Gesù ha fatto su di sé, vale a dire un lavoro lungo di silenzio e riflessione per capire e decidere la direzione da dare alla sua vita, lo ha proposto ai suoi discepoli e alle sue discepole. Li ha chiamati, lo hanno seguito rinunciando al resto, hanno trascorso tre anni con Lui, ascoltandolo, condividendo la vita quotidiana, osservano il suo stile di vita. Questo, a mio avviso, è stato il più grande lavoro di Gesù: ha insegnato ad un gruppo di uomini e donne come si sta al mondo e il prezzo che si deve pagare per essere una persona autentica, per vivere con dignità. Chi trova sul proprio cammino della vita un tipo alla Gesù, trova il più grande tesoro. E’ chiaro che i tipi alla Gesù non si trovano nei luoghi comuni, nelle situazioni normali dell’esistenza: va cercato.