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mercoledì 5 gennaio 2022

POSTCRISTIANITA' E IL NUOVO CAMMINO DEL CRISTIANESIMO

 



 

Paolo Cugini

 

Dove il cristianesimo svanisce ritornano le forme pagane (Chantal Delson).

Quali sono gli elementi che ci possono indurre a pensare che l’epoca della cristianità è finita? In primo luogo, il fatto che la Chiesa non incide più nella società, non è più un tutt’uno con essa. La cristianità ha modellato per secoli la società al punto che anche i riti religiosi erano parte del tessuto sociale, che identificava un popolo. Oggi, chiaramente e, possiamo tranquillamente dire, fortunatamente, non è più così, al punto che molti si dichiarano atei. Anche coloro che si dichiarano credenti, hanno una scarsa partecipazione alla vita religiosa. La cristianità è stata l’involucro che ha ricoperto dall’esterno la cultura occidentale, ne ha plasmato anche alcuni valori, ne ha dato un’identità, nel bene e nel male.

Com’è potuto avvenire questo crollo epocale, questa fine di uno stile sociale così significativo? Sono tanti i fattori che contribuiscono ad offrire elementi per questa risposta. Si tratta, senza dubbio, di un cambio epocale, di un cambiamento di paradigma che, per avvenire, necessita della convergenza di quei fattori che l’avevano caratterizzata. La fine della cristianità porta via con sé un tipo di cristianesimo, un modo di pensare e di vivere il rapporto con Dio. Dopo il IV secolo d.C. la distanza dalle fonti della prima comunità cristiana segna il passo dell’avvento della cristianità, che s’identifica progressivamente con una forma politica e sociale: il Sacro romano Impero. Del cristianesimo primitivo, cioè quello delle origini, rimangono i contorni esterni, assieme ad alcuni contenuti, che acquisiscono significato per il servizio che offrono al mantenimento di una specifica impostazione culturale.

I temi del peccato, della salvezza, assieme a quelli del pentimento, della conversione e della penitenza, temi evangelici ma svuotati del loro significato profondo e, soprattutto, sganciati dal messaggio di misericordia di Gesù, sono serviti per secoli a mantenere il popolo ignorante sottomesso al potere della Chiesa. La cristianità è stata dunque una religione asservita al potere politico, che ha creato un sistema di riti, una liturgia, una morale e una teologia in grado di mantenere il popolo sottomesso, in perenne senso di colpa, necessitato del perdono, che solo i funzionari della chiesa potevano elargire. Peccato, colpa, penitenza, salvezza: sono i temi che hanno modellato la cristianità, la sua struttura politico- sociale. Non è un caso che, una volta crollata l’impalcatura esterna della cristianità, gli stessi contenuti da lei elaborati e propugnati, si sono svuotati di significato e la gente si è allontanata da quella struttura, che la teneva sottomessa.

Se la cristianità come struttura sociale è svanita in poco tempo e nessuno ne sente più la mancanza, ben diversa è la situazione sul piano prettamente religioso. Secoli di riti, predicazioni, liturgie segnate dal tema del peccato e della paura dell’inferno, hanno lasciato un segno profondo nella coscienza del popolo religioso, hanno plasmato una mentalità. Non è bastato il Concilio Vaticano II a scalfire il disastro spirituale perpetrato nel periodo della cristianità. Non sono bastati i contributi delle più avanzate ricerche teologiche, esegetiche e storiche, per dimostrare come tutto quello che era stato spacciato di cristiano, in realtà non era altro che un grande inganno, una grande impostura, la grande invenzione di una religione a servizio del potere. Secoli di inchini, di turiboli, di culti dal linguaggio incomprensibile per la maggior parte, hanno fatto credere in modo definitivo che la religione proposta dal Vangelo aveva quella specifica forma. E così, mentre le cattedrali vengono chiuse e molte chiese vendute perché i fedeli le hanno abbandonate, permane la religione che la cristianità ha plasmato.

Basteranno ancora pochi decenni per spazzare via i detriti di questa religiosità per fare posto al Vangelo? La risposta non è facile. Di certo, quello che si vede oggi, è la resistenza di coloro che non vogliono perdere la loro identità plasmata dall’epoca della cristianità. Questo è il problema centrale. Chi identifica la proposta di Gesù con quella specifica forma religiosa, non accetta il cambiamento. E così, assistiamo al ritorno delle talari, delle liturgie pontificali, dei prelati che con discorsi duri, dimostrano che vogliono ancora contare. In realtà, questo stile religioso, non dice più nulla alla società, serve solo ai pochi adepti, chiuso in loro stessi, per paura di quello che accade fuori. Ciò che invece si sta delineando, è lo spazio per un nuovo modo di vivere il Vangelo ed è proprio su questa nuova possibilità che va posta l’attenzione.

 

martedì 14 dicembre 2021

FINISCE LA CRISTIANITA’ E RIAPPARE LA GIOIA DEL VANGELO

 





Paolo Cugini

       C’è una sensazione di vuoto spirituale che si percepisce nella vita delle comunità cristiane. Si fa fatica a cambiare di paradigma. Si fa fatica a vivere la fede non solo in un clima di minoranza, ma anche si fa fatica a pensarsi in modo diverso. Veniamo da secoli e secoli in cui tutti erano cristiani e il cristianesimo era la forma della società. Le messe, i sacramenti, i rituali, le feste liturgiche hanno plasmato la struttura sociale dell’occidente. Ora che tutto questo mondo è crollato, nessuno si sente più obbligato ai rituali cristiani.

Nell’epoca della cristianità non partecipare alla vita religiosa significava la dannazione eterna, l’inferno nel futuro. Ora che l’involucro sacrale non c’è più, son svanite tutte le paure. Che cosa ci rimane? La fine della cristianità coincide con la fine della religione come forma sacrale, che plasma la società. La cristianità ha veicolato un messaggio che faceva coincidere l’apparenza sociale con l’appartenenza alla religione, alla chiesa. Il problema adesso è vivere la fede promossa dal Vangelo senza la pretesa che alla società interessi. È questa una fase delicata perché, nonostante l’epoca della cristianità sia terminata, rimangono ancora presenti nella società tutta una serie di rituali e di elementi sacrali, che hanno identificato per secoli l’appartenenza alla vita sociale e che sono rimasti all’interno del tessuto sociale, nonostante non se ne conosca e non si comprenda il significato. Molti genitori, nonostante non credano nel Vangelo e non frequentano una chiesa, si rivolgono alla chiesa per battezza i loro figli o per chiedere di partecipare al cammino per i sacramenti, provocando perdite di tempo, tensioni a non finire. Ci si rivolge alla chiesa come se fosse un negozio qualsiasi, in cui chiunque ha il diritto di comprare quello che vuole. È senza dubbio una fase di passaggio che, come tale, sarà destinata a sparire. Fase di passaggio che è portatrice di tensioni tra coloro che gestiscono la vita religiosa e che non sempre hanno la coscienza del passaggio che stiamo vivendo, e le persone che vivono la religione solamente come appartenenza sociale.

Poi verrà il tempo in cui potremo vivere la proposta di Gesù in piccoli gruppi, tra coloro che hanno accolto il messaggio del Vangelo e hanno fatto delle scelte a riguardo, senza dover rendere conto ad una società che, ormai, ignorerà ciò che è divenuto minoranza e non ha più la pretesa d’incidere sulla società, per lo meno dal di fuori. Saremo come il fermento nella massa – finalmente! -, liberi dalla tirannia dell’apparenza e della prestazione a tutti i costi. Ci troveremo nelle case, anche perché, nel frattempo, le chiese e le cattedrali saranno già state riconvertite in strutture di uso sociale e collettivo. Ed è nella dimensione familiare della casa che potremo riassaporare il gusto di una diversità di vita, di scelte, che solo il Vangelo sa offrire, liberi dall’affanno di dover dimostrare qualcosa. In quel tempo, ci saremo liberati delle cattedrali, delle pesanti strutture ecclesiali, delle processioni, delle statue, degli abiti liturgici, da tuti quegli orpelli frutto della rincorsa sfrenata che la chiesa ha fatto per secoli al potere, pagando un prezzo altissimo. Non vedremo più per le strade qui personaggi vestiti di nero, simbolo di una morte prematura, quando invece avrebbero dovuto indossare gli abiti colorati della gioia. Ci sarà pace nei nostri cuori credenti nel Vangelo, in Gesù Cristo e ci saremo finalmente liberati da quelle dottrine costruite apposta per contare qualcosa nel mondo.

 

domenica 19 maggio 2019

EUROPA O CRISTIANITÀ- Intervento di Massimo Cacciari all’università di Pavia





26 febbraio 2019

Sintesi di Paolo Cugini

Il cristianesimo in Europa è un fattore di contraddizione, inquieta questa civiltà, è un fattore di crisi, di contraddizione all’interno della civiltà. Presenza paradossale del cristianesimo nella civiltà europea.
Le due città di Agostino. In questa città vi è una città che è in rapporto con l’altra, ma pure in conflitto; un rapporto critico. Si devono continuamente confrontare. Non è possibile la pace tra le due città che sono in terra ambedue, che sono in dovere di confrontarsi.

Evangelizzare: sottoporre in continua critica l’altro, amando.  La missione della Chiesa non può svolgersi in modo pacifico. Così come il filosofo che inquieta continuamente il suo interlocutore. La città di Dio nei confronti della città dell’uomo ha la missione di lasciarla inquieta.

C’è la ragione e la fede, tra le due dimensioni c’è una distinzione. L’uomo di fede ritiene che quelle verità siano superiori alle parole umane, ma non le mette una contro l’altra.

La fede è grazia. È evidente che l’intelletto cerca la verità della fede. Si cerca di capire ciò che la rivelazione dice. È inevitabile nel cristianesimo mettere a tacere l’intelletto. Accade che cerco di vedere quale rapporto ci può essere tra la verità di ragione e la verità di fede. Ci dev’essere un discorso riguardante Dio come base comune. S’incontrano in un dominatore comune, una teologia naturale. La verità rivelata mi dice chi è, però sono insieme a colui che ragiona su questa base. Vi è un’analogia tra le due verità, almeno fino al punto dell’estasi mistica. Gli stolti sono esclusi da questo percorso. La cristianità essenzialmente si è fondata su questa idea.

Altro paradigma è quello dell’aut-aut. La verità di fede non ha nulla a che fare con la razionalità scientifica. Gli scolastici hanno fatto un trucco. C’è un’assoluta divisione tra le due verità, non ci può essere nessuna comunanza. Il Dio che io so, non ha nulla a che vedere con il Dio in cui tu credi. L’uomo di fede non possiede alcuna verità, che sono solo le proposizioni filosofiche e scientifiche. Le credenze non sono verità, ma superstizioni. Anche questo è Europa. È la tradizione del razionalismo, che diventa travolgente nell’illuminismo radicale. Il discorso razionalista stabilisce una gerarchia di valore. Spinoza è un esempio di questo discorso. LA verità di fede non ha nulla a che fare con lo statuto della verità. Questa posizione nasce già nel ‘600 dalla catastrofe delle guerre di religione.

A questa posizione risponde la filosofia idealistica: Fichte, Schelling, ecc. Non si può imporre come unica dea la verità scientifica. Questa posizione è un errore per l’idealismo perché il contenuto essenziale della religione cristiana è il medesimo: il Logos. È questo il tema fondamentale, il Logos che si immanentizza. In Dio vi è l’umano: è questa la grande filosofia. Dio è relazione: Agostino. La religione rappresenta con immagini ciò che è il concetto. L’idea giusta dell’Assoluto è il Dio che si fa immanenza. La religione crede la rappresentazione sensibile di ciò che la filosofia pensa scientificamente. Il cristianesimo è Europa perché è la religione razionale (Hegel).

Reazione all’Hegelismo. La storia di Abramo non può essere razionale. L’uomo di fede non ha nulla a che vedere con l’uomo etico. Quella sintesi degli idealisti in cui la tradizione cristiana era sussunta nel logos filosofico. La religione cristiana è mistero. Rivelazione: rimettere il velo. Non vedremo più senza velo solo nel giorno del Signore.

Kierkegaard e Barth: la battaglia contro la conciliazione dialettica dell’idealismo. Singolarità della chiamata e della risposta.

Diventa essenziale una critica radicale del cristianesimo. 1830-1848: è periodo molto critico. Hegel ha spiegato che tutti i concetti religiosi vanno interpretati in chiave d’immanenza. È rimasto nel tentativo di conciliare filosofia, cristianesimo e scienza. Dall’altro una critica all’idealismo, perché occorre ribellarsi da ogni autorità religiosa. Il confronto con il cristianesimo è fondamentale. La critica del cristianesimo è il fondamento di una prassi rivoluzionari. Augusto del Noce: non si può trovare una conciliazione tra le varie tendenze.

Tutto questo è Europa, radici europee. Tutti i paradigmi che nascono dal testo epocale che è la città di Dio di sant’Agostino, dicono di una complessità, che obbliga ad assumere parte nel confronto. Mi fa paura che si tenga ad annullare la potenzialità di questo confronto, cercando compromessi rappacificanti. L’unità si trova continuando il confronto. La forza dell’Europa è nata da queste contraddizioni, conflitti, dalla febbre del concetto e dall’inquietudine della fede che vuole capire ciò in cui crede. Le radici sono lotte, parti che si confrontano.
Oggi l’Europa è entrata in una fase di reazione. Il mondo è stato fatto dallo spirito europeo. Questa Europa ha fatto un mondo. È necessario il confronto. Se l’Europa si chiude e si difende, l’Europa è finita.
Negli anni ’30 vi erano grandi voci che parlavano dell’Europa come conflitto e prendevano posizione. Guardini: era netto. L’Europa risorgerà solo sulla base della cristianità. Non ci potrà essere una casa comune senza i valori sorti dalla cristianità. Guardini: o cristianità o non Europa.
Husserl: Crisi delle scienze europee. O tutto il sistema politico è teso alla promozione dell’interesse scientifico, o l’Europa non sarà. Posizione netta.

Tra le due posizioni è necessario il confronto.

Posizione liberale. Non è fondato sul principio della fratellanza. Tutto è contratto e patto, però la proprietà obbliga, perché si colloca nell’ambito di una rete di relazioni sociali e evo tener conto degli effetti che ha la mia ricchezza.

Nessuna delle tre posizioni è uguale all’altra. È necessario il confronto, per capire la propria identità sempre meglio. Se cerchiamo di ridurre ad uno la radice, per difendersi e basta, l’Europa è perduta. Un’Europa che si difende cercando un minimo denominatore, contraddice la sua essenza. Un’Europa che si chiude è una contraddizione. Ritengo che sia utopistico pensare ad una cristianità senza Europa. Se l’Europa pensa di risanarsi eliminando la sua inquietudine, temo che travolgerà la stessa cristianità nella sua caduta. Un’Europa che non abbia quella cristianità che porta la spada, che esige il confronto e magari anche il confronto duro e aspro come voleva Guardini, come farà a continuare ad esistere? Se viene meno l’Urbs che fine farà l’Orbis? L’Europeo non può fare a meno della cristianità.