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mercoledì 27 aprile 2022

CARDINALE MATTEO ZUPPI: PROMUOVIAMO LA PACE CON LA RICONCILIAZIONE

 



“Esiste il diritto alla legittima difesa, ma ancora di più c'è il diritto alla pace. La spada non la vinci con la spada. Anzi, una nuova spada produce altre spade. Certo non possiamo considerare mai allo stesso modo la vittima e il carnefice. Occorre promuovere la pacificazione attraverso la riconciliazione, in modo da fermare l'aggressore e salvare la gente. Ogni minuto quanti sono uccisi, feriti, sfollati? La prima mossa deve essere - oltre alla preghiera e al nostro, personale, disarmo interiore - umanitaria: proteggere i più deboli, le vittime. E poi cercare attivamente il modo di interrompere la catena malefica dell'occhio per occhio. Per questo il simbolo del pensiero cristiano sono Irina, infermiera ucraina, e la sua amica Albina, studentessa russa, che insieme hanno portato la croce con il Papa. Simbolo decisivo nel presente che aiuta a preparare il futuro." (Cardinale Matteo Zuppi, Arcivescovo di Bologna 24 aprile 2022).

venerdì 26 novembre 2021

QUALE CHIESA? Un libro del Cardinal Matteo Zuppi e don Paolo Cugini

QUALE CHIESA? UN LIBRO CON IL CARDINAL MATTEO ZUPPI

 


 

Parlare di Chiesa è sempre un argomento delicato, perché si entra in un ambito in cui convergono stili e pareri differenti, spesso contrastanti. Lo diventa ancora di più in un’epoca storica, come la nostra, in continuo e veloce cambiamento, che richiede una capacità di adattamento non facile da assimilare. Cambiano le situazioni storiche e cambia anche la Chiesa, il modo di pensarsi nel tempo. L’annuncio del Vangelo, compito specifico affidato da Gesù alla Chiesa, esige una costante riflessione, per comprendere e mettere in atto le modalità che sembrano più idonee per la realizzazione di questo servizio. Annunciare il Vangelo esige una comunità che si sforza di vivere ciò che desidera annunciare. È il tema della comunità cristiana, che ha visto nella parrocchia un modello ecclesiale significativo e privilegiato per molto tempo, uno degli snodi del problema.

In occidente, parlare di parrocchia ha significato parlare di parroci, della loro preparazione e formazione. Ogni parrocchia ha sempre avuto il proprio parroco di riferimento al punto che, nell’ecclesiologia tridentina, la parrocchia era la sposa del parroco che, una volta entrato in parrocchia, rimaneva per sempre. Fedeltà al ministero, in questo contesto, significava fedeltà alla comunità parrocchiale, presenza costante in essa. Proprio per questo, il Concilio di Trento prevedeva che le parrocchie non dovevano essere né troppo estese né troppo numerose per permettere al parroco il contatto personale e costante con i parrocchiani. Questo modello è durato secoli e ha avuto un valore altamente positivo. Il parroco era colui che accompagnava nella vita di fede le persone durante tuta la vita, dal battesimo sino alla morte. Il parroco, in questo modo, diveniva punto di riferimento costante nei problemi della vita quotidiana, perché era lui ad essere presente nella comunità, a condurla in un contesto in cui la dimensione religiosa s’identificava con quella ecclesiale. C’è stato un periodo lunghissimo della vita in occidente in cui era famoso l’adagio che diceva che, in un paese c’erano tre persone fondamentali: il dottore, il prete e il farmacista. Ogni comunità, anche la più piccola, aveva dunque il suo parroco, che curava la dimensione religiosa delle persone, all’interno di relazioni umane, che si consolidavano nel tempo, grazia alla permanenza del prete nella comunità.

Poi, in poco tempo, tutto questo mondo è crollato. Forse, il problema maggiore, è che il crollo è stato così veloce, che molte persone e anche molti prelati, non se ne sono accorti o, forse, non lo vogliono ammettere e accettare. Dinanzi ad un cambiamento così rapido del contesto culturale occidentale, che ha travolto anche il modello ecclesiale vigente, di struttura piramidale, che identificava l’autorità ecclesiale con la comunità, si fa fatica ancora oggi a produrre i passi necessari per un cambiamento di mentalità, soprattutto, per mettere in atto un nuovo modello ecclesiale. Accompagnare un cambiamento in atto di una realtà così complessa com’è la Chiesa, non è cosa facile, anzi. La tentazione di chiudersi in se stessi, di non accettare la realtà e riproporre il passato e i suoi fasti come se niente stesse accadendo, è sempre dietro alla porta. Il popolo di Dio, assieme ai suoi pastori, è invece chiamato ad un lento cammino di discernimento comunitario, per tentare d’interpretare alla luce della parola di Dio i segni dei tempi, ed elaborare proposte che esigono in ogni modo, una continua verifica. Un aspetto importante di questo delicatissimo momento storico, è che la comunità cristiana non è sola, ma ha diversi strumenti che possono orientarla nel cammino di discernimento comunitario.

 In primo luogo, ci sono i documenti del Concilio Vaticano II, che offrono ancora oggi notevoli spunti di riflessione per il cammino della Chiesa. In secondo luogo, la comunità locale ha a disposizione il Magistero di Papa Francesco, attento sia alle grandi intuizioni del Vaticano II, che alla realtà in cui viviamo e, per questo, capace d’interpretare il cambiamento in atto e offrire linee guida per la riflessione comunitaria. Infine, il Magistero vivo del Cardinale Matteo Zuppi, attento a traghettare la comunità locale nelle difficoltà che incontra ad incarnare il Vangelo in questa epoca di cambiamento. Strumenti, dunque, che dicono di un’attenzione provvidenziale del Signore che cammino con noi e in mezzo a noi, dove le onde e il mare in burrasca non devono spaventarci e disorientarci nel compito che abbiamo di essere testimoni del Risorto.

Le pagine che proponiamo, sono frutto di un percorso di formazione permanete degli adulti delle parrocchie di Palata Pepoli, Dodici Morelli, Galeazza e Bevilacqua dell’Archidiocesi di Bologna, che per alcuni mesi si sono confrontati sul tema: quale Chiesa? I primi due capitoli sono stati curati da don Paolo Cugini, amministratore parrocchiale delle suddette parrocchie. L’ultimo capitolo, oltre a riportare la relazione del Cardinale Matteo Maria Zuppi realizzata durante il percorso formativo, riporta anche alcuni suoi interventi sul tema specifico. 

venerdì 19 marzo 2021

LA CHIESA CHE SOGNO - INTERVENTO DEL CARDINALE DI BOLOGNA MATTEO ZUPPI

 





Parrocchie di Galeazze, Palata Pepoli, Bevilacqua e Dodici Morelli

 


Percorso di formazione sul tema: Quale Chiesa?

 (incontro realizzato in meet)

Sintesi: Paolo Cugini

 

     Stiamo vivendo un momento di grande cambiamento. Ci sono segnali di questo. Fino a vent’anni fa in ognuna delle parrocchie c’era il parroco e a volte anche il cappellano. Oggi questo cammino è faticoso per la gente e anche per i preti. La presenza del prete era ed è l’ossatura portante della vita della Chiesa. Tutto cambia, anche la chiesa. Dobbiamo fare di tutto perché cambi e diventi migliore. Stiamo cambiando, e quindi dobbiamo cambiare in meglio. Non dobbiamo rivendicare il passato. Possiamo continuare a fare la lista dei reclami, ma non serve a nulla. La coperta è corta e quindi si fa quello che si può. La chiesa deve crescere. Abbiamo bisogno dei preti: il servizio si trasformerà, ma abbiamo bisogno dei preti. Forse, però, il Signore in questo frangente della storia ci chiede qualche altra cosa.

      Il primo giorno del Concilio Vaticano II, nell’ottobre del 1962, San Giovanni XXIII fece il discorso della luna, la mattina, parlava dei profeti di sventura, rimpiangono il passato, che dimenticano che la storia non è quella del passato, esaltandolo, senza essere obiettivi, perché non è vero che proprio tutto nel passato andava bene. La chiesa incontra difficoltà quando vive con le cose del passato, e non riesce a vivere il presene. La chiesa chiaramente, non deve andare dietro al mondo. Dobbiamo stare dentro il mondo. Dicono che ieri funzionava, ma le cose sono cambiate. Molta gente, poi, pensa di conoscere la chiesa, ma non ha mai letto il Vangelo.

Che cosa ci chiede il Signore in questo tempo di cambiamento? Ci chiede qualcosa a tutti quanti noi. Ci chiede, innanzitutto, di costruire comunità dove oggi possiamo vivere la Parola di Dio, testimoniare il suo Vangelo tra gli uomini e le donne. Per questo, anche la più piccola comunità è importante.



Dobbiamo crescere nella comunione e, in questo cammino, c’è bisogno di ognuno di noi di seguire un Vangelo che non si riduce a una regola, ad obbedire delle regole. Capisco le regole se vivo con passione la vita.  Un vescovo brasiliano disse che cominciò a giocare a pallone perché alla gente piaceva. Dopo ho imparato il regolamento del gioco del calcio, ma prima si è messo a giocare perché vedeva con che passione la sua gente giocava a calcio. La chiesa non può partire dalle regole, ma dall’amore, dal Vangelo.

La Chiesa non è un club privato, una realtà elitaria. La chiesa è una casa aperta per cui chi arriva è subito coinvolto. La comunità è fatta per conoscere il Signore. Siamo fratelli e sorelle: non è un titolo di merito, ma significa averci un legame. Se noi crescessimo nel legame tra di noi, nell’amicizia, nel crescere spiritualmente, è il cammino da compiere. La chiesa non sarà mai un gruppo di autoaiuto. La chiesa è più di una partecipanza, perché ci volgiamo bene.

Credo che sia una bellissima sfida. È un cambiamento che ci coinvolge e ci aiuta a rendere ricca la comunità con il dono che siamo ognuno di noi. C’è sempre bisogno di qualcuno che armonizzi e quindi c’è bisogno di ministeri. Capiremo meglio il Vangelo aiutandoci gli uni gli altri. Prima il Vangelo e poi le regole.



Quello che abbiamo detto è che siamo chiamati a costruire la comunità, che non si attiva solo quando arriva il prete. Possiamo, ade esempio, pregare insieme in assenza di prete, come ad esempio i vespri, o le lodi. E quindi dobbiamo aiutarci. I cambiamenti che stiamo vivendo devono aiutarci a migliorare il cammino delle nostre comunità e non solo della mia comunità. Ogni comunità è importante, anche la più piccola. Non isolata. Abbiamo la possibilità di crescita della comunione tra di noi. Il mio campanile in collegamento con gli altri. La pentecoste che ho vissuto nel 2016 mi colpì tanto, anche perché c’erano tutte le comunità.

Se non so camminare ti insegnerò a volare. Farei delle nostre difficoltà un motivo per crescere. Questo è vero per tutto. Fare della Pandemia un motivo per cambiare. È vero che la situazione è gravissima. Però possiamo fare anche di questo un motivo di cambiamento. Il Signore non ci farà mancare ciò di cui abbiamo bisogno. Il seme ha bisogno di tempo per crescere. 

domenica 26 aprile 2020

I partigiani e l’omelia laica di Don Matteo Zuppi






Ricevo e volentieri pubblico.


  di Luca Bottura

Il vescovo di Bologna mi ha fatto un grande regalo. Nei giorni scorsi aveva concesso una bella intervista al giornale dell’Anpi parlando di Liberazione. Un’intervista coraggiosa, molto più coraggiosa di qualche laico che, in questo clima berciante, si lascia travolgere (per fatica, non per cattiveria) dal coro assordante dei “fuori dal coro”. Quelli per cui liberarci dai nazifascisti sarebbe stato un atto divisivo. Ieri Don Matteo Zuppi ha accettato di fare due chiacchiere durante la mia rassegna stampa dei giorni di quarantena. Ne trascrivo qualche passaggio perché sapermi amministrato da una persona del genere, anche se sono una pecorella anomala, che pascola solo nei dintorni del recinto, mi ha reso la cattività meno pesante e la prospettiva del futuro prossimo decisamente più abbordabile. Finché la chiesa che, volenti o nolenti, è la filigrana di questo Paese, poggerà su fondamenti del genere, avremo qualche ragione in più di sorridere.

«Con quell’intervista spero di aver interpretato lo spirito di questa città e del Paese».

«Il 25 aprile è lo Stato, è quello che sono le nostre istituzioni». «Ho riletto le parole di Mattarella dell’anno scorso e le condivido: la Liberazione è il fondamento dei nostri valori, dunque è di tutti».

 «È vero che il primo tradimento di quei valori furono le violenze del dopoguerra. Forse non sono state condannate appieno, ma questo non toglie nulla ai valori su cui è costruita la nostra casa comune, la nostra convivenza».

«Dobbiamo fare molta attenzione che i semi di intolleranza, di odio, di annullamento dell’avversario, non prevalgano. Non possiamo accettarle in nome proprio di quel lascito».

«Mi ha colpito che i vigili del fuoco inglesi abbiano fatto coraggio a quelli italiani cantando Bella Ciao. Noi dobbiamo superare la logica della parte. C’è una parte sola. Quella canzone è di tutti».

«Quando le istituzioni onorano il 25 aprile lo fanno perché il 25 aprile è il 2 giugno. È la Repubblica, è la Costituzione. Qualcuno dice: le cose non sono andate secondo quegli ideali. Qualcuno può dire: ho dato la vita per la giustizia, la democrazia, e adesso guarda. Questo è il momento di provare ad applicarli, quei valori. Perché come diceva Papa Francesco, siamo tutti sulla stessa barca».

Grazie Don Matteo, buon 25 aprile. In fondo, la Resistenza al nazifascismo compie gli anni in un giorno del mese che anche a dicembre, di solito, regala speranza all’umanità.