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giovedì 28 ottobre 2021

ANCORA UNA VOLTA VINCE IL PREGIUDIZIO E L’IGNORANZA

 




Riflessioni sulla votazione sul ddl Zan del 27 ottobre 2021


Don Paolo Cugini

 

Raramente firmo un articolo o una riflessione con la sigla: don. Questa volta, però, è più che necessario. Scrivo queste poche righe come membro dell’istituzione Chiesa per dire che il dibattito è aperto, che non è ancora detta l’ultima parola, che ci sono nella Chiesa molte persone che stanno camminando per costruire una società più libera, in cui la dignità di tutte e tutti sia protetta e rispettata. Questo cammino lo facciamo in nome di Gesù Cristo, che ha detto che lo riconosciamo nei poveri, nei carcerati, nei forestieri, negli esclusi e, tra questi oggi più che mai ci sono i trans, le lesbiche, gli omosessuali, in una sigla che raccoglie tutti: LGBTQ+ (cfr. Mt 25,32s). Il ddl Zan è una proposta di legge per proteggere le tante vittime di omofobia che ci sono ancora in Italia: perché non è passata?

Come prete che ha scelto di vivere in mezzo al popolo, cercando di mettermi a servizio di tutte le persone che incontro, sono a favore del ddl Zan e la notizia che non è passato al Senato, mi ha rattristato molto. Mentre leggevo i giornali, pensavo non solo alle tante persone incontrate in questi anni nei gruppi cristiani LGBT, negli incontri con gli operatori pastorali, ma anche alle lettere firmate a sostegno del ddl Zan, l’impegno della rete raccolta attorno Progetto Gionata e al gruppo Tre volte Genitori, che raccoglie il cammino dei tanti genitori con figli LGBTQ+. Tristezza nel vedere i senatori esultare in modo impressionante come se avessero vinto non so cosa. Sono gesti di esultanza che colpiscono, perché esprimono lo stato di confusione di una fetta del popolo italiano che non ha capito la posta in gioco in questa votazione.

Mi rattrista il pensiero che una fetta di Chiesa abbia esultato per il risultato di ieri. Come si fa a non capire che c’è in gioco un pezzo di Vangelo? C’è un cammino nuovo aperto dallo stile di Chiesa popolo d Dio, proposto dal Concilio Vaticano II e che Papa Francesco con coraggio sta rilanciando. Cammino di Chiesa segnato dalla misericordia del Padre manifestata dallo stile di Gesù, dal suo modo di rivolgersi con attenzione a tutte e tutti, per far sì che nella comunità nessuno si senta escluso, anzi per mettere proprio le persone più emarginate al centro, proprio come faceva Gesù (cfr. Mc 3,1-6). Perché esultare, allora?

In ogni modo, una cosa mi sembra chiara leggendo qua e là i commenti di coloro che da anni camminano con i cristiani LGBTQ+: il movimento è troppo grande per arrestarsi. C’è tanta speranza, tanta voglia di cose nuove, di un’umanità nuova, che non si fermerà dinanzi ad una votazione negativa, passeggera. Si va avanti. 

venerdì 1 marzo 2019

VOGLIO MISERICORDIA E NON SACRIFICI: QUALE LITURGIA STIAMO VIVENDO?







Paolo Cugini


Ci sono delle situazioni che si ripetono nel tempo, con modalità diverse, ma si ripetono, anche perché la struttura umana, o se volgiamo antropologica, è sostanzialmente la stessa. Cambiano le situazioni culturali, i contesti socio-politici, ma l’uomo, la donna, permangono strutturalmente identici nel tempo. Siamo mossi dagli istinti e sono proprio loro a stimolare il nostro pensiero e le nostre scelte. La forza della spiritualità autentica è capace di modificare questa forza istintuale e dirigerla verso significati nuovi, antitetici all’istinto. Amare il nemico è uno di questi significati antitetici all’istinto si sopravvivenza, che solo una grandissima forza spirituale può inserire nella struttura antropologica. Quando parliamo di conversione intendiamo proprio questo cambiamento radicale e, allo stesso tempo, strutturale, al punto che i contenuti dello spirito sono più forti dell’istinto. Un esempio di questa forza di cambiamento la troviamo in Gesù. Al momento della morte sulla croce, in una situazione di grande sofferenza, invece di chiudersi in sé stesso, la sua umanità si dirige non solo verso gli altri, ma trova parole di perdono per coloro che lo stanno uccidendo. La forza spirituale che viene da Gesù produce un cammino di cambiamento capace di trasformare la struttura antropologica della persona e, in questo modo cambiare la storia.





Quello che è visibile in Gesù era già stato annunciato dai profeti. Isaia, ad esempio, si scaglia duramente contro un tipo di liturgia che non produce un cambiamento nelle persone, una liturgia sterile e formale che, più che avvicinare a Dio, serve per garantire sé stessi. “Smettete di presentare offerte inutili; l'incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità” (Is 1, 13). È un Dio che implora il popolo di smettere di celebrare liturgie che non traducono nella vita quello che celebrano nei riti, un Dio che non può sopportare delle persone che celebrano solennemente con incenso la gloria di Dio e poi si macchiano di delitti. Interessante questo aspetto che lega insieme la liturgia con la vita, perché rivela che la liturgia non può essere considerata come un corpo a sé stante, che funziona per conto proprio e regole proprie. Da questo passaggio del profeta Isaia comprendiamo che se la liturgia non si traduce nella vita in ciò che esprime con la bocca, è vana. “Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova" (Isaia, 1,22-23). 

È vero che c’è tutta una letteratura nell’Antico Testamento che determina le regole della validità dei riti liturgici. È il pensiero profetico, comunque, che rivela il senso autentico della liturgia, sia nella sua dimensione comunitaria, che di relazione con ciò che è sacro. Se è vero, infatti, che nella liturgia attraverso riti specifici entriamo in contatto con il Sacro, è altrettanto vero che questo incontro dev’essere preceduto da uno stile di vita conforme a ciò he si desidera incontrare.
Il pensiero profetico c’insegna un altro aspetto importante della liturgia che spesso perdiamo di vista.




Le liturgie celebrate in occidente sembrano caratterizzate da un’esigenza formale, come se la liturgia derivasse la sua forza e autenticità dall’esecuzione di norme scritte. Ancora una volta, si ha l’impressione che ci sia un tipo d’insegnamento che identifichi la liturgia con aspetti esteriori, identificandoli con l’efficacia del rito. I profeti, invece, c’insegnano che è vero esattamente il contrario. “Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58, 4-6). Non è nel modo in cui mettiamo le mani o nel numero di volte che ci inginocchiamo che si decide il nostro rapporto con Dio: se fosse così sarebbe un gioco da ragazzi! Si tratta invece, di ben altro, di qualcosa di così profondo che arriva al nostro cuore e si manifesta in atteggiamenti significativi. Se, allora, la caratteristica dell’uomo e della donna che si contrappongono a Dio è l’egoismo, il pensare a sé stessi, coloro invece che aprono il cuore al Signore accogliendo la sua misericordia e la sua giustizia, sentono il desiderio di comunicarlo alle persone che incontrano, soprattutto i più poveri. Perché è questo che il Signore desidera: “sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58,6). La liturgia, dunque, non è alla mercé dell’uomo, nel senso che non è lui che la comanda – come vorrebbero gli amanti delle rubriche, che la cercano di controllare con le loro regole – ma è dono di Dio affinché le persone che lo amano si avvicinino a Lui con cuore sincero.



Altro grande rischio in cui ci si può imbattere nella liturgia è l’identificazione delle parole con il suo effetto, nel senso che non basta ripetere delle formule per ottenere quello che desideriamo. Ci sono esempi interessanti che troviamo nei profeti di questa tentazione. Il primo esempio lo troviamo nel profeta Osea. Al capitolo 6 Osea deride una celebrazione penitenziale del popolo d’Israele che esternamente esegue una celebrazione impeccabile, ma che non funziona, perché non produce gli effetti sperati. Nei primi tre versetti sono indicati implicitamente i motivi di un fallimento liturgico annunciato. Il popolo, infatti, non entra nella liturgia penitenziale con un cuore penitente: non si mette in discussione, ma pensa già al perdono che sarà ottenuto attraverso la celebrazione. E’, dunque, una celebrazione penitenziale senza contrizione del cuore, senza pentimento e, quindi, senza la disponibilità alla conversione, al cambiamento. «Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza. Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra» (Os 6, 1-3). È un popolo che sa già come andrà a finire e, di conseguenza, annulla l’intervento misericordioso di Dio. C’è quindi, la possibilità di realizzare celebrazione liturgiche che non funzionano perché, più che celebrare Dio, viene celebrato l’uomo, la donna, la sua autosufficienza, il fatto che sa già tutto.



Per questo, per mezzo del profeta Osea, l’intervento di Dio sarà piuttosto duro: Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce. Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,4-6). Siamo dinanzi ad un semitismo e quindi, più che negare l’olocausto, vale a dire la liturgia penitenziale citata, Dio esprime il desiderio di un olocausto, un sacrificio che produca la misericordia, la conoscenza del Signore. Le parole della liturgia non sono delle formule magiche, ma devono poter incontrare il cuore dell’uomo e della donna che si riuniscono come popolo per esprimere il desiderio che sgorga dal loro cuore di una vita conforme alla Parola del Signore. Ancora una volta viene manifestato il senso e l’importanza della liturgia come possibilità del popolo d’incontrare Dio, possibilità che viene da un cammino che nasce dal desiderio di una vita differente, attratti dall’amore misericordioso del Padre manifestato nella vita di Gesù. Partecipiamo alla liturgia non per mettere il cuore in pace recitando alla perfezione riti e formule magiche, ma per continuare il nostro cammino con Lui, autore e perfezionatore della nostra fede, il cui incontro ci aiuta ad essere persone diverse, meno egoiste e più misericordiose.


giovedì 10 maggio 2018

LA CHIESA DELLA MISERICORDIA




Paolo Cugini
C’è una qualità che a detta di Papa Francesco deve caratterizzare la Chiesa: la misericordia. Significativo il fatto che all’inizio del suo pontificato abbia voluto indire un anno dedicato proprio alla misericordia. Diversi sono i documenti[1] oltre che ad un libro intervista[2] dedicati dal papa a questo tema così importante del suo pontificato. Proprio nella conversazione con Andrea Toninelli, Francesco spiega come etimologicamente, misericordia significa aprire il cuore al misero. “E subito andiamo al Signore: misericordia è l’atteggiamento divino che abbraccia, è il donarsi di Dio che accoglie, che si piega a perdonare […] Per questo si può dire che la misericordia è la carta d’identità del nostro Dio. Dio di misericordia, Dio misericordioso”[3]. Francesco spiega il motivo dell’importanza della parola Misericordia nella vita della Chiesa, nei paragrafi iniziali della Bolla d’indizione del Giubileo straordinario della misericordia:
Misericordia: è la parola che rivela il mistero della SS. Trinità. Misericordia: è l’atto ultimo e supremo con il quale Dio ci viene incontro. Misericordia: è la legge fondamentale che abita nel cuore di ogni persona quando guarda con occhi sinceri il fratello che incontra nel cammino della vita. Misericordia: è la via che unisce Dio e l’uomo, perché apre il cuore alla speranza di essere amati per sempre nonostante il limite del nostro peccato (MV2).
Si tratta dunque di una triplice motivazione: cristologica, antropologica ed ecclesiologica.

In primo luogo, nella prospettiva cristologica, la misericordia rivela il modo di Dio d’incontrare l’uomo. Rivela, dunque, il mistero stesso della Trinità ma, soprattutto, dice la realtà del Figlio. Nella seconda omelia tenuta in Santa Marta, Francesco arriva a sostenere che: “Il messaggio di Gesù è la misericordia. Per me, lo dico umilmente, è il messaggio più forte del Signore”[4]. Il volto misericordioso di Gesù rivela l’amore della Santissima Trinità. Relazione intrinseca, dunque, tra Santissima Trinità e Gesù Cristo, al punto che ciò che il Figlio mostra all’umanità della Trinità è proprio la misericordia. Ecco perché Francesco dedica tanta attenzione allo sviluppo del tema della misericordia così come si è venuto a delineare nell’attività pubblica di Gesù.
La sua persona non è altro che amore, un amore che si dona gratuitamente. Le sue relazioni con le persone che lo accostano manifestano qualcosa di unico e di irripetibile. I segni che compie, soprattutto nei confronti dei peccatori, delle persone povere, escluse, malate e sofferenti, sono all’insegna della misericordia. Tutto in Lui parla di misericordia. Nulla in Lui è privo di compassione (MV 8).
Nelle circostanze in cui Gesù si viene a trovare nella sua vita è costantemente mosso dalla misericordia. Lo troviamo, allora, a guarire i malati, a sfamare le folle, a liberare le persone indemoniate. Secondo papa Francesco, anche la vocazione di Matteo è da inserire nell’orizzonte della misericordia, perché solo lo sguardo misericordioso di colui che passava perdonando i peccati, poteva vedere nel cuore di quell’uomo un discepolo. Miserando atque eligendo: è il motto del pontificato di Papa Francesco preso dal commento di San Beda il Venerabile al brano della vocazione di Matteo. E’ la misericordia che elegge Matteo a discepolo di Gesù. Le tre parabole della misericordia, che s’incontrano nel capitolo 15 del Vangelo di Luca, presentano la misericordia come la forza che tutto vince, la forza di un Padre che non si dà mai pe vinto, nemmeno dinanzi alla durezza del peccato. E’ la misericordia che è capace di sciogliere qualsiasi tipo di durezza e resistenza e, in questo modo, apre nuove cammini. Commentando la parabola del servo spietato (Mt 18, 22-35) Papa Francesco riflette sul fatto che ogni cristiano è invitato ad essere misericordioso nei confronti dei fratelli e delle sorelle che incontra perché prima di tutto è stato lui ad aver ricevuto misericordia. Perdoniamo, allora, perché siamo stati perdonati.

Siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia. Il perdono delle offese diventa l’espressione più evidente dell’amore misericordioso e per noi cristiani è un imperativo da cui non possiamo prescindere. Come sembra difficile tante volte perdonare! Eppure, il perdono è lo strumento posto nelle nostre fragili mani per raggiungere la serenità del cuore (MV 9).
Gesù ha posto la misericordia come ideale di vita e come criterio di credibilità della fede del cristiano. La prospettiva cristologica della misericordia appare anche nelle prime pagine della Lettera apostolica Misericordia et Misera, scritta da Papa Francesco a conclusione del giubileo straordinario della misericordia. Sin dai primi numeri, infatti, Francesco riporta l’incontro di Gesù con l’adultera narrato dal Vangelo di Giovanni (cfr. Gv 8,1-11). Nel testo viene anche riportato il commento che agostino fece su questo significativo incontro: “rimasero soltanto loro due: la misera e la misericordia”[5]. Quest’incontro è l’icona dell’anno della misericordia, perché rivela il cammino che la Chiesa deve compiere nella storia. Con i suoi gesti, infatti, Gesù rivela il senso autentico della legge, che consiste nell’amore che sa leggere nel cuore delle persone, per comprenderne il significato più nascosto e che deve avere il primato su tutto. Prima della necessità del giudizio, di applicare una legge, ci deve essere l’amore accogliente, che sa guardare nei cuori e scoprirne dei cammini. E’ questo il compito della Chiesa.
“In questo racconto evangelico, tuttavia, non si incontrano il peccato e il giudizio in astratto, ma una peccatrice e il Salvatore. Gesù ha guardato negli occhi quella donna e ha letto nel suo cuore: vi ha trovato il desiderio di essere capita, perdonata e liberata. La miseria del peccato è stata rivestita dalla misericordia dell’amore. Nessun giudizio da parte di Gesù che non fosse segnato dalla pietà e dalla compassione per la condizione della peccatrice” (MM, 1).
Il silenzio di Gesù nei confronti degli accusatori della donna, permette loro e alla stessa donna, di ascoltare la voce di Dio che parla nella coscienza di ogni persona. E’ questo silenzio che la Chiesa è chiamata a compiere nei confronti dei peccatori che incontra sul proprio cammino, per permettere loro di ascoltare la voce del Padre che parla al cuore di ogni persona.

In questa prospettiva si coglie l’aspetto antropologico della misericordia, nel senso che ogni persona ne ha bisogno per continuare a dare un senso alla propria esistenza, soprattutto in quei frangenti in cui qualcosa è intervenuto a rendere difficile il cammino della vita[6]. La misericordia è come una linfa vitale che ridà vigore e forza e che si manifesta in atteggiamenti concreti, perché l’amore non è mai teorico. Essa coinvolge i sentimenti, i comportamenti e gli atteggiamenti personali, dice della volontà di Dio di vedere ogni persona felice e non chiusa nella tristezza. Annunciando l’Anno Santo straordinario Papa Francesco esprime il desiderio che la misericordia entri nei cuori di coloro che vivono nelle più disparate periferie esistenziali, in tutte quelle situazioni di sofferenza e di precarietà del mondo d’oggi. Evangelizzare le periferie vuole dire anche questo. La misericordia di Dio espressa nella vita di Gesù dev’essere portata soprattutto in quelle situazioni esistenziali segnate dalla sofferenza e dall’esclusione. L’indifferenza, l’ipocrisia e l’egoismo possono essere vinti con l’annuncio gioioso della misericordia di Dio. Sempre in una prospettiva antropologica, il Papa ricorda l’importanza delle opere di misericordia corporale e spirituale. “Sarà un modo per risvegliare la nostra coscienza spesso assopita davanti al dramma della povertà e per entrare sempre di più nel cuore del Vangelo, dove i poveri sono i privilegiati della misericordia divina” (MV 15). Il Vangelo di Matteo ci ricorda che è su queste opere che saremo giudicati (cfr. Mt 25, 32s). Ogni cristiano allora, è invitato a portare parole di consolazione ai poveri, ad annunciare cammini di liberazione a tutti coloro che vivono nella schiavitù del vizio o di altre forme di schiavitù. La misericordia di Dio desidera incontrare l’uomo e la donna nelle loro fragilità e povertà, ma anche portare parole di speranza a tutti coloro che non riescono uscire dalle loro chiusure. Interessante, a questo punto, riportare le considerazioni che Papa Francesco faceva alla fine dell’anno giubilare dedicato alla misericordia:
 “Il perdono è il segno più visibile dell’amore del Padre, che Gesù ha voluto rivelare in tutta la sua vita. Non c’è pagina del Vangelo che possa essere sottratta a questo imperativo dell’amore che giunge fino al perdono. Perfino nel momento ultimo della sua esistenza terrena, mentre viene inchiodato sulla croce, Gesù ha parole di perdono: «Padre, perdona loro perché non sanno quello che fanno» (Lc 23,24)”[7].

E’ del perdono che l’umanità ha bisogno per poter rigenerarsi tutte le volte che per qualche motivo, si è allontanata dal cammino di dio. E’ per questo che il perdono non può mai essere rifiutato; non solo, ma non si possono porre condizioni alla misericordia richiesta e implorata, perché si tratta di un atto gratuito e voluto da Dio padre. Tutte le volte che vengono posti dei criteri o dei limiti alla ricezione della misericordia, si sta manipolando la volontà di Dio, che è amore infinito, incondizionato, per tutti in ogni momento della vita. Ecco perché Francesco ribadisce che: “Non possiamo, pertanto, correre il rischio di opporci alla piena libertà dell’amore con cui Dio entra nella vita di ogni persona” (MM 2). Qual’ è, allora, il segno visibile dell’umanità raggiunta dalla misericordia? Secondo Papa Francesco questo segno indiscutibile è la gioia. L’uomo, la donna, raggiunti dalla misericordia di Dio sperimenta la gioia, la pienezza di vita, la possibilità di ripartire. Quest’esperienza di gioia che sgorga dal perdono è narrata diverse volte nei vangeli. Ce lo dice la storia di Pietro (cfr LC 5), oppure nelle storie dell’adultera e della peccatrice[8]. Dove c’è perdono, c’è gioia. Questa gioia non può essere spazzata via dalle tristezze della vita quotidiana. Papa Francesco punta il dito sulla società dominata dalla tecnica che spesso porta gli uomini e le donne ad isolarsi, a vivere la triste esperienza della solitudine, che possono far sorgere sentimenti di malinconia, tristezza, noia, che possono condurre alla disperazione. In questo specifico contesto culturale sono necessari i testimoni della speranza, coloro cioè, che hanno sperimentato la gioia generata dalla misericordia ricevuta gratuitamente dal Padre. Sono proprio loro, a motivo della loro esperienza spirituale incarnata in un nuovo stile di vita, che possono aiutare l’umanità schiacciata nella solitudine e nella disperazione, ad uscire dai cammini illusori “per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali per scacciare le chimere che promettono una facile felicità con paradisi artificiali”[9].

 La prospettiva ecclesiale della misericordia rivela il sogno di Papa Francesco di una Chiesa che vive in se stessa e si fa allo stesso tempo portatrice di ciò che è il cuore stesso del Kerigma: la misericordia di Dio annunciata da Gesù. Significativa è la scelta della data per l’inizio dell’anno santo della Misericordia, vale a dire l’8 dicembre, a cinquant’anni dalla Chiusura del Concilio Vaticano II. L’anno della Misericordia è posta in sintonia con il Concilio Vaticano II, per segnalare a che cosa la Chiesa universale deve fare riferimento nel suo cammino nell’oggi della storia. Proprio per questo motivo, Papa Francesco richiama alla memoria sia il discorso di apertura di papa Giovanni XXIII che quello di chiusura di Paolo VI.  Mentre il primo invitava la Chiesa ad abbracciare la medicina della misericordia più che le armi del rigore, Paolo VI faceva notare come la religione del Concilio fosse stata la carità. E’ dallo stile del Concilio, segnato dal desiderio di offrire la mondo dei ponti di misericordia, più che degli anatemi, che Papa Francesco intende indicare il cammino. Stile dialogico che, per valorizzare il contributo che ognuno può arrecare al bene dell’umanità, ha bisogno della misericordia di Dio. E’ della misericordia che il mondo ha bisogno, più che di sottolineature dottrinali. E’ questo il compito della Chiesa: portare al mondo la misericordia di Dio.

“L’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia. La credibilità della Chiesa passa attraverso la strada dell’amore misericordioso e compassionevole. La Chiesa vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia” (MV 10).
In queste parole accalorate del Papa è sottesa la presa di coscienza che troppo spesso la Chiesa si è fatta prendere la mano dal bisogno di giustizia, che è necessaria, ma che quando è posta in modo duro e severo, allontana le persone, soprattutto quelle che avrebbero bisogno di essere avvicinate. La Chiesa della Misericordia esprime il desiderio di accogliere tutti, soprattutto coloro che si sentono lontani o feriti dai drammi della vita. Per questo motivo: “È giunto di nuovo per la Chiesa il tempo di farsi carico dell’annuncio gioioso del perdono. È il tempo del ritorno all’essenziale per farci carico delle debolezze e delle difficoltà dei nostri fratelli. Il perdono è una forza che risuscita a vita nuova e infonde il coraggio per guardare al futuro con speranza” (MV 11). A questo proposito Papa Francesco ricorda le parole di Papa Giovanni Paolo II che nell’enciclica Dives in misericordia affermava che, a causa dell’arroganza dell’uomo dell’era della tecnica, che si sente padrone del mondo, le stesse parole perdono e misericordia sembrano inattuali, retaggio di esperienze che non sembrano più dire nulla all’uomo e alla donna di oggi. Eppure è proprio in questo contesto che la Chiesa non può venir meno al proprio compito di professare la misericordia che, a detta di Papa Giovanni Paolo II è: “il più stupendo attributo del Creatore e del Redentore”[10]. La misericordia è il cuore del Vangelo: è questa un’altra espressione cara a Papa Francesco, che rivela quanto per lui sia centrale il tema della misericordia nell’annuncio del Kerigma. La Chiesa non può che imitare lo stile di Cristo che va incontro a tutti senza esclusione di nessuno. Misericordia, in questa prospettiva, dice dello stile della Chiesa, stile di apertura, di dialogo e di accoglienza con tutti. Per questo motivo Francesco afferma che: “La prima verità della Chiesa è l’amore di Cristo. Di questo amore, che giunge fino al perdono e al dono di sé, la Chiesa si fa serva e mediatrice presso gli uomini. Pertanto, dove la Chiesa è presente, là deve essere evidente la misericordia del Padre” (MV 12)[11]. E’ questa la missione di ogni parrocchia e di ogni movimento che intende essere segno della presenza di Cristo nel mondo. Non ci può essere questa presenza senza misericordia. Nella Lettera Apostolica Misericordia et misera, scritta a conclusione del giubileo straordinario della misericordia, Papa Francesco sosteneva che le comunità cristiane potranno rimanere vive e dinamiche nel lavoro di evangelizzazione a patto che si tenga al centro l’annuncio della misericordia[12]. E’, di fatto, l’annuncio della misericordia il segno tangibile di quella conversione pastorale tanto richiesta da Papa Francesco sin dall’inizio del suo pontificato. La centralità dell’annuncio della misericordia nella comunità cristiana è visibile nella liturgia eucaristica, in cui in diverse circostanze, ne viene invocata la presenza tra i fedeli. Non solo nell’atto penitenziale, ma anche in tante collette e orazioni, oltre che nelle preghiere eucaristiche del tempo di quaresima la misericordia risuona nella Chiesa. Papa Francesco ricorda anche che nella chiesa ci sono due sacramenti specifici che fanno riferimento alla misericordia, vale a dire il sacramento della Riconciliazione e l’unzione degli infermi. Ricordando sial la formula di assoluzione che la formula dell’unzione degli infermi, il Papa afferma che:
“Nella preghiera della Chiesa il riferimento alla misericordia, lungi dall’essere solamente parenetico, è altamente performativo, vale a dire che mentre la invochiamo con fede, ci viene concessa; mentre la confessiamo viva e reale, realmente ci trasforma. È questo un contenuto fondamentale della nostra fede, che dobbiamo conservare in tutta la sua originalità: prima di quella del peccato, abbiamo la rivelazione dell’amore con cui Dio ha creato il mondo e gli esseri umani”[13].
Dio si fa conoscere all’uomo e alla donna con il suo amore, che dona in modo gratuito e disinteressato a tutti. Compito della Chiesa è aiutare le persone a tenere il cuore aperto al dono gratuito della misericordia di Dio. Ecco perché Francesco sostiene nell’intervista con il giornalista Tornielli che, come confessore, anche quando si trovava dinanzi a situazioni che sembravano chiuse al perdono: “ho sempre cercato una fessura, uno spiraglio, per schiudere quella porta e poter donare il perdono, la misericordia”[14]. La Chiesa è lo sforzo di Dio si entrare in tutti gli spiragli che incontra sul suo cammino per immettervi misericordia: non si può permettere di arrendersi alle forme di durezza e di resistenza che incontra. La Chiesa della misericordia è la speranza del mondo.



[1] Cfr. in modo particolare: Misericordiae Vultus (MV), Bolla di indizione del Giubileo straordinario della Misericordia, 2015; Misericordia et Misera (MM), Lettera apostolica a conclusione del Giubileo straordinario della Misericordia, 2016
[2] FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, Piemme, Milano 2016
[3] Ivi, p. 24
[4] Ivi, p. 7
[5] AGOSTINO, SAN, Commento al Vangelo di Giovanni, 33,5. Cit. in FRANCESCO, Misericordia et Misera, (MM) n 1
[6] Nella conversazione con Toninelli, Francesco afferma che il nostro tempo e la nostra umanità hanno così bisogno di misericordia “Perché è un’umanità ferita, un’umanità che porta ferite profonde. Non sa come curarle o crede che non sia proprio possibile curarle […] Questa umanità ha bisogno di misericordia” FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, cit. p 30
[7] FRANCESCO, Misericordia et missra, cit n 2
[8] Ivi, n. 3
[9] Ibidem
[10] GIOVANNI PAOLO II, Dives in Misericordia, 13
[11] Cfr. anche, a questo proposito, la profonda riflessine di Papa Francesco nella conversazione già citata con il giornalista Tornielli: “Io credo che questo sia il tempo della misericordia. La Chiesa mostra il suo volto materno, il suo volto di mamma, all’umanità ferita” FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, cit. p. 22
[12] Cfr.PAPA FRANCESCO, Misericordia et misera, cit., n. 5
[13] Ibidem
[14] FRANCESCO, Il nome di Dio è misericordia. Una conversazione con Andrea Tornielli, p. 41

martedì 10 ottobre 2017

EVANGELI GAUDIUM DI PAPA FRANCESCO: UNA NUOVA TAPPA EVANGELIZZATRICE




GIULIANO ZANCHI
CUM VERONA- GIUGNO 2016
Sintesi: Paolo Cugini


Evangeli Gaudium (EG) è un testo scritto in maniera ellittica: i temi ritorno in modo a spirale. Che cosa intende papa Francesco nell’EG quando parla di Evangelizzazione?
Come ripensare i ministeri? Quali nuovi equilibri? Come ripensare la comunità?
Francesco ha ribaltato la gerarchia delle preoccupazioni ecclesiali, rimettendo a fuoco il senso della presenza cristiana nella storia, i destinatari dell’azione evangelizzatrice. C’è il dato di fatto che la base resiste. Resistenza oggettiva e inaspettata. È un’aspirazione che non si sta traducendo in un metodo pastorale. Positivo è il clima di libertà.
Francesco ha dissotterrato il filo nascosto della teologia conciliare; ha dato concretezza allo spirito riformatore del Concilio. Ricomponendo i pezzi del compito pastorale. Prima di tutto la costruzione di una comunità che possa essere ospitale dei vissuti delle persone.

Asse del tema della misericordia intesa come tema sintetico della rivelazione cristiana, della rivelazione biblica. Rivelazione come qualcosa che non sapevamo e che ci deve essere comunicata da Dio. Dio si china a restituire integrità alla condizione umana, rendendo manifesta la misericordia la natura di Dio e il dover essere dell’uomo. Questo ha trovato forma nella natura umana di Gesù. La rivelazione ha disintegrato tutte le immaginazioni dell’uomo su Dio. Il cuore del Vangelo è stato proprio su questo punto. La battaglia di Gesù fra l’uomo e il sabato, fra l’amore a Dio e l’amore al prossimo: che cosa dobbiamo scegliere? Il grande comandamento di Gesù è: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv 13,34). La morte di Gesù come la sua disponibilità a lasciarsi morire indifeso per non infrangere l’immagine di Dio rivelata dalla sua vita.
Buona notizia: Dio non è come lo pensiamo noi. Saremmo consegnati all’implacabilità della legge di Dio nelle mani degli uomini.

Il tema cristiano della misericordia rischia di essere un tema frequentato dalla retorica e molto tollerato attraverso una specie di libertà vigilata. Il tema della misericordia come sintesi del vangelo ha a che fare con il dibattito sul rapporto tra grazia e libertà.
Qual è il compito che culturalmente ci viene assegnato al tema della misericordia? È un sentimento che interviene in alternativa al dovere della giustizia. La misericordia interviene là dove si deroga al dovere della giustizia. Culturalmente misericordia significa venir meno al dovere della giustizia. Alle istituzioni politiche tocca custodire il rispetto della vita civile ostaggio dell’economia globale. I salvagenti esistenziali sono temi di un’azione legata al sentimento individuale. Questo è il paradosso.
Questa antinomia tra giustizia e misericordia domina anche le precomprensioni della cultura credente nel discernimento di molte questione anche disciplinare.
Mettere la misericordia la centro della vita cristiana.

Tre grandi parole d’ordine che hanno fondato l’ortodossia civile dell’occidente: libertà, uguaglianza, fraternità. Nel bene e nel male abbiamo assimilato questi principi, sono categorie di chiara ascendenza evangelica. Di queste tre grandi categorie due sono diventati effettivi pilastri della grammatica di base della convivenza civile: libertà (senso individuale, coscienza del singolo, arbitrio individuale) e uguaglianza (contro la schiavitù. Estensione indifferenziata dell’individuale senza coscienza. Tutti voglio tutto come tutti. Solitudine di massa). Il modello sociale che nasce fondata sull’individuo che estende i diritti su tutti significa una vita sociale competitiva. È la filosofia neo-liberista che istituzionalizza la selezione naturale. Questo modello è funzionale alla cultura del consumo.
La fraternità, che dovrebbe essere il correttivo dei primi due, non è mai diventato una categoria civile, ma è rimasta una parola religiosa, circonfusa di un alone d’ingenuità. La nostra società per come si costruita non valorizza i legami sociali, ma li ostacola. Prima l’individuo e i suoi diritti e poi la società e i suoi problemi.
Qui s’inseriscono le idee di papa Francesco: cultura dello scarto, globalizzazione dell’indifferenza.

Restituire la centralità del patto umano e dei legami sociali è il kairòs testimoniale a cui l’epoca attuale chiama la testimonianza dell’evangelizzazione. Il dovere e il compito dei cristiani oggi passa attraverso la restituzione del patto umano dei legami sociali: la misericordia. Difendere questo profilo fondamentale della convivenza umana. La misericordia non è un sentimento in aggiunta della misura utilitarista dei rapporti umani. Non è una pratica suppletiva. La misericordia è la norma della vita quando la vita conserva la sua forma propriamente umana. Non è l’eccezione, ma la norma. Misericordia diventa capace di andare contro alla selezione del caso e contro il cinismo di fortunati, di quelli che solo intelligenti, belli, e pensano che questa sia la norma dell’esistenza e pensa che sia un merito.
EG 178: intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana. Tutto il senso di ciò che dio vuole per il mondo può essere difeso e testimoniato tutte le volte che la vita umana viene assunto come scommessa. Tocca il corpo ferito dell’uomo e lo cura. È nel fare la carità che si annuncia la resurrezione dei corpi. Tema dei poveri, perché sono emblema vivente dell’umanità ferita. L’opzione per i poveri è una categoria teologica, prima che sociale, perché Dio concede loro la sua misericordia.

Essere categoria teologica della condizione del povero non rimane nell'empireo astratto. Il punto è rimuovere le condizioni dell’ingiustizia: questo è il compito dell’evangelizzazione cristiana. Per capire i problema dei poveri c’è bisogno di analisi sociologiche, economiche, ecc. La laudato sii (LS) è già dentro all’EG. Nella LS papa Francesco fa due cose semplici: prende due questioni che erano morte sorpassate: il tema della giustizia sociale (tema reso retorico ed estenuate della vittoria del modello neo liberale) e la questione ecologica (era finito nel dimenticatoio). Il papa prende queste due questioni e le mette insieme ridando vita ad entrambe. Questo è il compito dei cristiani nel mondo.


venerdì 15 settembre 2017

OMOSESSUALITÀ DONO DI DIO





Ho ricevuto da don Eugenio questa bellissima e profonda omelia del vescovo brasiliano Carlos Cruz Santos, che pubblico volentieri nel mio blog




Mons. Antonio Carlos Cruz Santos, Vescovo di Caicò (Rio Grande do Norte – Brasil), ha sostenuto, nella sua omelìa nella Messa del 30 luglio 2017, che la omosessualità è un dono di Dio.
(traduzione di don Eugenio Morlini)

In questa settimana, mercoledì giorno di Sant'Anna, nel programma di Marcos Dantas c'è stata una intervista che mi ha preoccupato. Marcos Dantas ha intervistato il professor Eldes Dos Santos Filhos sulla sua discussione di dottorato; questa era la sua tesi: “prevalenza e fattori associati all'idea suicida tra i travestiti e i transessuali.
La tesi che questo professore sosteneva era presentare il numero dei suicidi tra i travestiti e i transessuali”.
Dopo aver assistito a questo reporter ho pensato a quei tanti fratelli e sorelle con orientamento affettivo che si sentono incompresi e non amati da noi, che siamo della Chiesa, dalle loro famiglie, dalla società e pure da se stessi, proprio come capitava nel tempo della schiavitù.
Ho ricordato in questi 25 anni di ministero pastorale le tante storie di sofferenza di fratelli e sorelle con orientamento affettivo che sono venuti a confidarsi da noi, portando il loro dolore e sopratutto il dolore di non sentirsi accolti e amati.
Mi ricordo di un fatto. Una volta una mamma mi cercò perché il suo figlio giovane gli aveva rivelato il suo orientamento (la sua tendenza) omoaffettiva (omosessuale). Questa donna aveva una posizione sociale di un certo prestigio ed ella non riusciva ad accettare questa tendenza del figlio. Come mamma voleva bene, ma per il peso della cultura insita in essa, per il peso della società, non riusciva ad accettare. Ella comprendeva che la tendenza del suo figlio era una tendenza negativa nella confortevole società in cui si trovava. Ho tentato di fare con questa mamma un cammino, ma non è facile fare un cammino quando siamo davanti a queste situazioni. Mi proposi accompagnare il figlio che però non mi ha mai cercato. Poco tempo dopo questa mamma ebbe un tumore, possibilmente quel tumore era frutto della somatizzazione del dolore che aveva nel non accettare la tendenza del suo figlio, e questo tumore la condusse alla morte. Quando andai a fare le esequie il figlio stava al mio fianco ed egli mi disse, piangendo, io so che sono colpevole della morte di mia mamma. Gli dissi di venirmi a trovare, ed egli non è venuto. Pensai molto nel dolore che questo figlio porta dentro di se di questa colpa che egli non ha: la colpa non era della sua tendenza, ma era della sua mamma per non aver superato i suoi preconcetti.

Tutti voi sapete che c'è un problema che mi preme molto ed è il tema del suicidio attorno a noi, e questa intervista che ho ascoltato mi ha colpito molto.
La statistica ufficiale ci dice che il 90% della nostra popolazione si dice cattolica, quindi il 90% della gente beve questo brodo della cultura cattolica e lo conferma la vostra numerosa presenza in questa festa di Sant'Anna. Allora mi chiedo se questo non è una sfida per noi, che abbiamo dentro questa cultura cattolica, il dare una buona notizia per questi nostri fratelli e sorelle che tanto soffrono come questa mamma ha sofferto, che soffrono come questo figlio ha sofferto, che con certezza ci stanno ascoltando e sono anche qui in mezzo a noi, e molte volte attendono da noi una buona parola, una buona notizia.
Il Vangelo per eccellenza è vangelo della inclusione; il Vangelo è una porta stretta, è esigente, ma è una porta sempre aperta: Dio non chiude mai la porta per nessuno; per questo forse è il momento; così come siamo stati capaci di intendere meglio il vangelo e vincere la schiavitù; non è giunta l'ora di intendere meglio, nella prospettiva della fede, e superare i preconcetti contro i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive (omosessuali). Pensiamo sinceramente, con una prospettiva di fede, quando noi osserviamo la omosessualità, noi non possiamo dire che l'omosessualità è un opzione, una scelta. Una scelta è una cosa che tu liberamente scegli, e l'orientamento, la tendenza, nessuno la sceglie, un giorno uno si scopre con questa o con quella tendenza; la scelta riguarderà soltanto la maniera come tu vivrai nella tua tendenza, se in una forma degna, etica o in una forma promiscua, ma la promiscuità si può vivere in qualsiasi tendenza, orientamento, che uno ha (eterosessuale o omosessuale).
Considerato che non è una scelta, che l'Organizzazione Mondiale della salute non lo considera più come una malattia, nella prospettiva della fede noi abbiamo solo una risposta: se non è una scelta, se non è una malattia, nella prospettiva della fede solo può essere un dono, e un dono è dato da Dio. Non c'è verso, se non è scelta, non è malattia, è dono, è dono dato da Dio; ma forse i nostri preconcetti non permettono di comprenderlo come dono di Dio. Così come i preconcetti nei confronti dei neri, e si diceva che i neri non avevano l'anima, il nostro preconcetto non permette di percepire questo dono.
È un preconcetto, gente, ed un preconcetto avviene prima della cosa, dell'esperienza.
Come il preconcetto ha reso possibile la schiavitù, come il preconcetto di fronte ai profughi in Europa, come un preconcetto a volte rende insensibili tanti politici del nostro Paese davanti al dolore dei più poveri, come il preconcetto rende possibili leggi ingiuste per le comunità indigene… tanti e tutti preconcetti gente mia.
Papa Francesco è visto da tanta gente della Chiesa come colui che rende povera la dottrina cattolica e la svende; in verità ciò che Pappa Francesco desidera è che il punto di partenza della dottrina cattolica sia la misericordia… e la misericordia costa molto cara, Cristo ha pagato un prezzo molto caro e anche noi paghiamo questo prezzo caro per essere fedeli al Maestro Gesù.

Quando Papa Francesco per la prima volta è stato qui in Brasile nella Giornata Mondiale della Gioventù nel 2013, ritornando a Roma, nella solita intervista che concede sull'aereo, una giornalista brasiliana fece una domanda rispetto a quello scandalo omosessuale che avvenne nel Vaticano in quei giorni. Nella risposta egli ci diede una perla preziosa nel comportamento verso i nostri fratelli omosessuali: se una persona è gay e cerca il Signore ed ha buona volontà, chi sono io per giudicare? il catechismo della Chiesa Cattolica dice che non si devono marginalizzare queste persone ma devono essere integrate nella società. Nell'ultimo sabato del 2015, in una udienza privata (l'ha rivelato la persona stessa) il Papa ha ricevuto il transessuale Diego Nerìa Leharrada e la sua compagna. Come è avvenuto questo incontro? Il Papa ha ricevuto una sua lettera che parlava del dolore che soffriva e del preconcetto che soffriva nella sua comunità cattolica. Allora il Papa gli telefonò e fissò l'udienza; e dopo l'udienza questo ragazzo diede una intervista. Diceva che nella sua comunità era chiamato dal parroco e dalla gente come figlio del diavolo. Papa Francesco, sensibilizzato, volle accogliere colui che non era stato accolto dalla Chiesa.

Papa Francesco nell'Enciclica “Amoris laetitia” dedica tutto il capitolo 8° per le situazioni irregolari; ed egli propone tre passi per accompagnare questi fratelli. Mi chiedo se quei tre passi noi possiamo percorrerli con i nostri fratelli omo-affettivi (omosessuali): accompagnare, discernere, integrare. Non sarebbe questa la sapienza salomonica che dovremmo imparare da Gesù, non sarebbe questa la misericordia che abbiamo ricevuto in eredità da Dio; non siamo tutti, indipendentemente dalla nostra tendenza, immagine di Cristo? Quando Cristo ci ama, non guarda i nostri organi genitali, ma guarda il nostro cuore, e quando ci chiama, ci chiama per il cuore e noi andiamo con tutto, compresa la nostra tendenza, e siamo immagine del Signore. Non è questa la perla preziosa che Sant'Anna ci sta dando oggi, come ci ricorda il Vangelo, la perla della misericordia del suo nipote, del suo Dio e del nostro Dio, del Figlio di Maria, del Figlio di Dio, nostro fratello. Che Sant'Anna ci insegni come ha insegnato a Maria, a fissare gli occhi nel trapassato Gesù e nello sguardo misericordioso per i trapassati nella storia; ed oggi vorrei contemplare come trapassati nella storia i nostri fratelli e le nostre sorelle omo-affettive (omosessuali) che non sono accolti e né amati da noi. Che Sant'Anna ci mostri il cammino verso Gesù.

domenica 2 aprile 2017

CHIAMATI AD ESSERE STRUMENTI DELLA MISERICORDIA DI DIO



 RITIRO SPIRITUALE ADULTI UNITA’ PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI

CODEMONDO - DOMENICA 2 APRILE 2017


MISERICORDIA E DISCERNIMENTO
AMORIS LAETITIA (CAP 8)

Giornata di ritiro spirituale cercando di entrare al cuore del Vangelo. Lo abbiamo colto nel messaggio di misericordia del Signore, ripreso più volte da Papa Francesco nel suo pontificato. Messaggio che apre cammini di salvezza per tutti gli uomini e le donne. Francesco c’invita non solo a non condannare nessuno, ma a sforzarci di metterci in cammino con le persone che vivono situazioni difficili, per ascoltare, discernere e reintegrare. Chiesa chiamata ad essere segno della misericordia di Dio che si è manifestata in Gesù e che ci è stata donata. È questa la nostra missione nel mondo: non chiudere le porte del Regno a nessuno, ma aiutare l’umanità a trovare il cammino tracciato dal Signore che conduce alla vita vera.

Sintesi: Paolo Cugini
I Padri sinodali hanno affermato che, nonostante la Chiesa ritenga che ogni rottura del vincolo matrimoniale «è contro la volontà di Dio, è anche consapevole della fragilità di molti suoi figli». Illuminata dallo sguardo di Cristo, «la Chiesa si volge con amore a coloro che partecipano alla sua vita in modo incompiuto, riconoscendo che la grazia di Dio opera anche nelle loro vite dando loro il coraggio per compiere il bene, per prendersi cura con amore l’uno dell’altro ed essere a servizio della comunità nella quale vivono e lavorano». D’altra parte, questo atteggiamento risulta rafforzato nel contesto di un Anno Giubilare dedicato alla misericordia. Benché sempre proponga la perfezione e inviti a una risposta più piena a Dio, «la Chiesa deve accompagnare con attenzione e premura i suoi figli più fragili, segnati dall’amore ferito e smarrito, ridonando fiducia e speranza, come la luce del faro di un porto o di una fiaccola portata in mezzo alla gente per illuminare coloro che hanno smarrito la rotta o si trovano in mezzo alla tempesta». Non dimentichiamo che spesso il lavoro della Chiesa assomiglia a quello di un ospedale da campo.
I Padri hanno anche considerato la situazione particolare di un matrimonio solo civile o, fatte salve le differenze, persino di una semplice convivenza in cui, « quando l’unione raggiunge una notevole stabilità attraverso un vincolo pubblico, è connotata da affetto profondo, da responsabilità nei confronti della prole, da capacità di superare le prove, può essere vista come un’occasione da accompagnare nello sviluppo verso il sacramento del matrimonio ». D’altra parte è preoccupante che molti giovani oggi non abbiano fiducia nel matrimonio e convivano rinviando indefinitamente l’impegno coniugale, mentre altri pongono fine all’impegno assunto e immediatamente ne instaurano uno nuovo. Coloro « che fanno parte della Chiesa hanno bisogno di un’attenzione pastorale misericordiosa e incoraggiante ».Infatti, ai Pastori compete non solo la promozione del matrimonio cristiano, ma anche « il discernimento pastorale delle situazioni di tanti che non vivono più questa realtà », per « entrare in dialogo pastorale con tali persone al fine di evidenziare gli elementi della loro vita che possono condurre a una maggiore apertura al Vangelo del matrimonio nella sua pienezza ». Nel discernimento pastorale conviene « identificare elementi che possono favorire l’evangelizzazione e la crescita umana e spirituale ».
« La scelta del matrimonio civile o, in diversi casi, della semplice convivenza, molto spesso non è motivata da pregiudizi o resistenze nei confronti dell’unione sacramentale, ma da situazioni culturali o contingenti ». In queste situazioni potranno essere valorizzati quei segni di amore che in qualche modo riflettono l’amore di Dio. Sappiamo che « è in continua crescita il numero di coloro che, dopo aver vissuto insieme per lungo tempo, chiedono la celebrazione del matrimonio in chiesa. La semplice convivenza è spesso scelta a causa della mentalità generale contraria alle istituzioni e agli impegni definitivi, ma anche per l’attesa di una sicurezza esistenziale (lavoro e salario fisso). In altri Paesi, infine, le unioni di fatto sono molto numerose, non solo per il rigetto dei valori della famiglia e del matrimonio, ma soprattutto per il fatto che sposarsi è percepito come un lusso, per le condizioni sociali, così che la miseria materiale spinge a vivere unioni di fatto ». Comunque, « tutte queste situazioni vanno affrontate in maniera costruttiva, cercando di trasformarle in opportunità di cammino verso la pienezza del matrimonio e della famiglia alla luce del Vangelo. Si tratta di accoglierle e accompagnarle con pazienza e delicatezza ». È quello che ha fatto Gesù con la samaritana (cfr Gv 4,126): rivolse una parola al suo desiderio di amore vero, per liberarla da tutto ciò che oscurava la sua vita e guidarla alla gioia piena del Vangelo.
È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e ad assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano. Prego caldamente che ricordiamo sempre ciò che insegna san Tommaso d’Aquino e che impariamo ad assimilarlo nel discernimento pastorale: «Sebbene nelle cose generali vi sia una certa necessità, quanto più si scende alle cose particolari, tanto più si trova indeterminazione. […] In campo pratico non è uguale per tutti la verità o norma pratica rispetto al particolare, ma soltanto rispetto a ciò che è generale; e anche presso quelli che accettano nei casi particolari una stessa norma pratica, questa non è ugualmente conosciuta da tutti. […] E tanto più aumenta l’indeterminazione quanto più si scende nel particolare». È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari. Nello stesso tempo occorre dire che, proprio per questa ragione, ciò che fa parte di un discernimento pratico davanti ad una situazione particolare non può essere elevato al livello di una norma. Pertanto, un Pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni “irregolari”, come se fossero pietre che si lanciano contro la vita delle persone. È il caso dei cuori chiusi, che spesso si nascondono perfino dietro gli insegnamenti della Chiesa «per sedersi sulla cattedra di Mosè e giudicare, qualche volta con superiorità e superficialità, i casi difficili e le famiglie ferite.
A causa dei condizionamenti o dei fattori attenuanti, è possibile che, entro una situazione oggettiva di peccato – che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare, e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa Il discernimento deve aiutare a trovare le strade possibili di risposta a Dio e di crescita attraverso i limiti. Credendo che tutto sia bianco o nero, a volte chiudiamo la via della grazia e della crescita e scoraggiamo percorsi di santificazione che danno gloria a Dio. Ricordiamo che « un piccolo passo, in mezzo a grandi limiti umani, può essere più gradito a Dio della vita esteriormente corretta di chi trascorre i suoi giorni senza fronteggiare importanti difficoltà ». La pastorale concreta dei ministri e delle comunità non può mancare di fare propria questa realtà.
Non possiamo dimenticare che «la misericordia non è solo l’agire del Padre, ma diventa il criterio per capire chi sono i suoi veri figli. Insomma, siamo chiamati a vivere di misericordia, perché a noi per primi è stata usata misericordia». Non è una proposta romantica o una risposta debole davanti all’amore di Dio, che sempre vuole promuovere le persone, poiché «l’architrave che sorregge la vita della Chiesa è la misericordia. Tutto della sua azione pastorale dovrebbe essere avvolto dalla tenerezza con cui si indirizza ai credenti; nulla del suo annuncio e della sua testimonianza verso il mondo può essere privo di misericordia.
A volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio. Poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale, e questo è il modo peggiore di annacquare il Vangelo. È vero, per esempio, che la misericordia non esclude la giustizia e la verità, ma anzitutto dobbiamo dire che la misericordia è la pienezza della giustizia e la manifestazione più luminosa della verità di Dio. Pertanto, conviene sempre considerare « inadeguata qualsiasi concezione teologica che in ultima analisi metta in dubbio l’onnipotenza stessa di Dio, e in particolare la sua misericordia

TUTTI
Abbiamo iniziato la riflessione commentando la preghiera eucaristica dove per tre volte viene ripetuta la parola: tutti. “Prendete mangiatene e bevetene tutti”. Abbiamo visto come dalle parole del Signore che inaugura una comunità aperta a tutti, lentamente durante i secoli l’apertura si restringe. La prima restrizione avviene già alla fine del primo secolo quando il Vescovo Clemente inizia a chiamare con i fratelli solamente i colleghi vescovi. Altra restrizione avviene con il Concilio Lateranense del XIII secolo che decide di ammettere all’eucarestia solo chi si fosse precedentemente confessato. Abbiamo così ascoltato le parole di Papa Francesco che, d’un soffio, ci riportano al cuore del Vangelo.

Il Sinodo si è riferito a diverse situazioni di fragilità o di imperfezione. Al riguardo, desidero qui ricordare ciò che ho voluto prospettare con chiarezza a tutta la Chiesa perché non ci capiti di sbagliare strada: « due logiche percorrono tutta la storia della Chiesa: emarginare e reintegrare […]. La strada della Chiesa, dal Concilio di Gerusalemme in poi, è sempre quella di Gesù: della misericordia e dell’integrazione […]. La strada della Chiesa è quella di non condannare eternamente nessuno; di effondere la misericordia di Dio a tutte le persone che la chiedono con cuore sincero […]. Perché la carità vera è sempre immeritata, incondizionata e gratuita! ». Pertanto, « sono da evitare giudizi che non tengono conto della complessità delle diverse situazioni, ed è necessario essere attenti al modo in cui le persone vivono e soffrono a motivo della loro condizione ».
Si tratta di integrare tutti, si deve aiutare ciascuno a trovare il proprio modo di partecipare alla comunità ecclesiale, perché si senta oggetto di una misericordia “ immeritata, incondizionata e gratuita”. Nessuno può essere condannato per sempre, perché questa non è la logica del Vangelo! Non mi riferisco solo ai divorziati che vivono una nuova unione, ma a tutti, in qualunque situazione si trovino. Ovviamente, se qualcuno ostenta un peccato oggettivo come se facesse parte dell’ideale cristiano, o vuole imporre qualcosa di diverso da quello che insegna la Chiesa, non può pretendere di fare catechesi o di predicare, e in questo senso c’è qualcosa che lo separa dalla comunità (cfr Mt 18,17). Ha bisogno di ascoltare nuovamente l’annuncio del Vangelo e l’invito alla conversione. Ma perfino per questa persona può esserci qualche maniera di partecipare alla vita della comunità: in impegni sociali, in riunioni di preghiera, o secondo quello che la sua personale iniziativa, insieme al discernimento del Pastore, può suggerire. Riguardo al modo di trattare le diverse situazioni dette “irregolari”, i Padri sinodali hanno raggiunto un consenso generale, che sostengo: « In ordine ad un approccio pastorale verso le persone che hanno contratto matrimonio civile, che sono divorziati e risposati, o che semplicemente convivono, compete alla Chiesa rivelare loro la divina pedagogia della grazia nella loro vita e aiutarle a raggiungere la pienezza del piano di Dio in loro », sempre possibile con la forza dello Spirito Santo.
Accolgo le considerazioni di molti Padri sinodali, i quali hanno voluto affermare che « i battezzati che sono divorziati e risposati civilmente devono essere più integrati nelle comunità cristiane nei diversi modi possibili, evitando ogni occasione di scandalo. La logica dell’integrazione è la chiave del loro accompagnamento pastorale, perché non soltanto sappiano che appartengono al Corpo di Cristo che è la Chiesa, ma ne possano avere una gioiosa e feconda esperienza. Sono battezzati, sono fratelli e sorelle, lo Spirito Santo riversa in loro doni e carismi per il bene di tutti. La loro partecipazione può esprimersi in diversi servizi ecclesiali: occorre perciò discernere quali delle diverse forme di esclusione attualmente praticate in ambito liturgico, pastorale, educativo e istituzionale possano essere superate. Essi non solo non devono sentirsi scomunicati, ma possono vivere e maturare come membra vive della Chiesa, sentendola come una madre che li accoglie sempre, si prende cura di loro con affetto e li incoraggia nel cammino della vita e del Vangelo. Questa integrazione è necessaria pure per la cura e l’educazione cristiana dei loro figli, che debbono essere considerati i più importanti.
ricordiamo che il discernimento è dinamico e deve restare sempre aperto a nuove tappe di crescita e a nuove decisioni che permettano di realizzare l’ideale in modo più pieno.
In qualunque circostanza, davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis.
La tiepidezza, qualsiasi forma di relativismo, o un eccessivo rispetto al momento di proporlo, sarebbero una mancanza di fedeltà al Vangelo e anche una mancanza di amore della Chiesa verso i giovani stessi. Comprendere le situazioni eccezionali non implica mai nascondere la luce dell’ideale più pieno né proporre meno di quanto Gesù offre all’essere umano. Oggi, più importante di una pastorale dei fallimenti è lo sforzo pastorale per consolidare i matrimoni e così prevenire le rotture. Per evitare qualsiasi interpretazione deviata, ricordo che in nessun modo la Chiesa deve rinunciare a proporre l’ideale pieno del matrimonio, il progetto di Dio in tutta la sua grandezza. I giovani battezzati vanno incoraggiati a non esitare dinanzi alla ricchezza che ai loro progetti di amore procura il sacramento del matrimonio, forti del sostegno che ricevono dalla grazia di Cristo e dalla possibilità di partecipare pienamente alla vita della Chiesa .Tuttavia, dalla nostra consapevolezza del peso delle circostanze attenuanti – psicologiche, storiche e anche biologiche – ne segue che « senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno », lasciando spazio alla « misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile ». Comprendo coloro che preferiscono una pastorale più rigida che non dia luogo ad alcuna confusione. Ma credo sinceramente che Gesù vuole una Chiesa attenta al bene che lo Spirito sparge in mezzo alla fragilità: una Madre che, nel momento stesso in cui esprime chiaramente il suo insegnamento obiettivo, « non rinuncia al bene possibile, benché corra il rischio di sporcarsi con il fango della strada ».I Pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti. Il Vangelo stesso ci richiede di non giudicare e di non condannare (cfr Mt 7,1; Lc 6,37). Gesù « aspetta che rinunciamo a cercare quei ripari personali o comunitari che ci permettono di mantenerci a distanza dal nodo del dramma umano, affinché accettiamo veramente di entrare in contatto con l’esistenza concreta degli altri e conosciamo la forza della tenerezza. Quando lo facciamo, la vita ci si complica sempre meravigliosamente ».
Questo ci fornisce un quadro e un clima che ci impedisce di sviluppare una morale fredda da scrivania nel trattare i temi più delicati e ci colloca piuttosto nel contesto di un discernimento pastorale carico di amore misericordioso, che si dispone sempre a comprendere, a perdonare, ad accompagnare, a sperare, e soprattutto a integrare. Questa è la logica che deve prevalere nella Chiesa, per « fare l’esperienza di aprire il cuore a quanti vivono nelle più disparate periferie esistenziali ». Invito i fedeli che stanno vivendo situazioni complesse ad accostarsi con fiducia a un colloquio con i loro pastori o con laici che vivono dediti al Signore. Non sempre troveranno in essi una conferma delle proprie idee e dei propri desideri, ma sicuramente riceveranno una luce che permetterà loro di comprendere meglio quello che sta succedendo e potranno scoprire un cammino di maturazione personale. E invito i pastori ad ascoltare con affetto e serenità, con il desiderio sincero di entrare nel cuore del dramma delle persone e di comprendere il loro punto di vista, per aiutarle a vivere meglio e a riconoscere il loro posto nella Chiesa.