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sabato 10 settembre 2022

La metafisica classica all’origine del processo di scristianizzazione?

 



Paolo Cugini


Il titolo del paragrafo dice già l’orientamento della nostra analisi. Prendiamo, infatti, come punto di riferimento l’occidente, che ha visto affermare il cristianesimo come cristianità, come forza istituzionale e politica, che si è imposta dal punto di vista filosofico con la metafisica e, dal punto di vista politico, con l’impero. Le analisi che vengono solitamente proposte sul processo di scristianizzazione dell’occidente, come quella di Cuchet non vanno alla radice del problema, ma si soffermano ad analizzare i fenomeni esterni che dicono della crisi della cristianità. Tra questi vengono individuati alcuni, come la crisi del sacramento della penitenza e della partecipazione alla messa domenicale. Altri fenomeni simili sono la caduta verticale dei genitori che chiedono di battezzare i loro figli e, ancor più netto il calo impressionante delle coppie che si uniscono in matrimonio. Chi presenta questo tipo di analisi, oltre a lanciare strali su coloro che amministrano i sacramenti, vale a dire i preti, presentano proposte protese a recuperare il terreno perduto. In ogni storia andata male, ci sono sempre dei colpevoli, ma nessuna indicazione positiva rivolta al futuro. I nostalgici sembra che sappiano solo piangere.

  La crisi in atto è, invece, a mio avviso, il sintomo che nel tempo si sta manifestando in modo evidente, che l’interpretazione che la Chiesa ha offerto per secoli non corrisponde all’evento originario, vale a dire Gesù Cristo e che, di conseguenza, non vanno ripristinate le situazioni che stanno andando in crisi, ma vanno radicalmente cambiate. Sotto accusa va messa la scelta d’identificare l’interpretazione metafisica dei misteri narrati nel Vangelo, come l’unica possibile. Il problema va analizzato alla radice, vale a dire nel modo in cui si è interpretato l’evento di Gesù Cristo, sostituendolo con l’interpretazione metafisica dell’essere. Sin dall’origine, dunque, l’impostazione metafisica classica si è impossessata dell’evento sostituendolo con l’essere, producendo un’identificazione tra cosmologia e ontologia, tra antropologia e gnoseologia. Il problema, che del resto ha segnato tutta la cultura occidentale, consiste nel fatto che l’essere pensato dalla metafisica non viene colto nella sua manifestazione storica e quindi concepito come movimento, come possibilità di manifestarsi in modo diversi, ma è un essere pensato come immobile, identificando questa immobilità con la perfezione. La metafisica ha la pretesa di descrivere l’essere nella sua totalità proprio perché è pensato immobile e, di conseguenza, completamente oggettivabile.  La Chiesa[1] sin dai primi secoli ha cercato di fissare attraverso le categorie prese in prestito dalla metafisica greca, il contenuto del Credo rendendolo, in questo modo, oggettivo. La storia del dogma così come sono stati formulati nei primi secoli, è il processo di oggettivazione dei contenuti della fede utilizzando categorie prese in prestito dalla metafisica greca, trasformandola. È questo un processo che diversi studiosi hanno segnalato[2], considerato nella maggior parte dei casi come positivo e originale.  È il tipo di lettura che viene fatta dell’evento di Cristo come essere che, con il tempo, manifesta tutti i suoi limiti. Senza dubbio, rappresentanti della Chiesa hanno utilizzato gli strumenti che avevano a disposizione e questo è comprensibile. L’errore, ed è tale per come sono andate le cose, è stato considerare quegli strumenti culturali, nel caso il sistema neoplatonico, come l’unico possibile. Ratzinger è arrivato a sostenere che la lettura metafisica dei misteri del cristianesimo operata nei primi secoli dai padri della Chiesa è di natura provvidenziale, vale a dire, che è volere di Dio l’incontro tra cristianesimo delle origini e modello metafisico neoplatonico[3]. Osservando il dibattito avvenuto nella Chiesa dei primi secoli lo sforzo dei loro leaders è stato quello di fare di tutto per delineare una dottrina che salvasse il messaggio di Gesù dalle tante interpretazioni che si stavano manifestando. Del resto, una religione che si fonda sul monoteismo, non può accettare cammini diversi. Il ricorso alla metafisica, più che essere un dato provvidenziale, con buona pace di Ratzinger, ha costituito l’utilizzo di quella modalità di pensiero che più di ogni altro avrebbe permesso la formalizzazione della dottrina, in un sistema uniforme. A mio avviso, è propria questa pretesa uniformità, che sta all’origine del processo di scristianizzazione. L’idea astratta, che è pensata indipendentemente dalla realtà, non può pretendere di comprenderla. Ci troviamo, infatti, su due parametri di comprensione opposti, come il cielo e la terra. L’evento per sua natura e Gesù Cristo è un evento storico, si presta ad una pluralità d’interpretazioni che possono considerarsi tutte aderenti alla realtà. È il punto di vista che cambia e, tale cambiamento non significa riduzione del significato né tato meno cammino verso il relativismo della verità, ma possibilità di comprendere l’evento in modo diverso, una diversità che, invece di diminuire il valore dell’oggetto osservato, lo aumenta.

C’è un autore che, più di ogni altro, all’inizio del ‘900 ha proposto una riflessione sui temi che stiamo analizzando: Charles Péguy[4]. In Casse-cou[5]  troviamo un’offensiva politico-filosofica contro le incongruenze e le degenerazioni di ogni concezione metafisica (materialistica o spiritualistica che sia), di ogni visione sistematica e monistica della realtà. È in questo contesto polemico – e la polemica nell’opera di Péguy è all’ordine del giorno – che Péguy precisa la propria posizione identificando una fenomenologia dell’alterità retta dal principio d’individuazione, in base al quale la realtà è il regno della molteplicità e delle differenze. Il reale ci presenta non solo delle dualità, ma delle pluralità […]. La realtà ci appare e si presenta divisa in molte parti”[6]. Contro una tradizione di pensiero ostinatamente attenta ad elaborazioni sintetiche ed uniformi della realtà, Péguy afferma l’esigenza di accogliere il reale per come esso si manifesta nella mobilità del presente, cioè nella sua pluralità.

Secondo Péguy, il problema è grave, in quanto la fissazione in schemi rigidi di ciò che per natura è mobile, sovverte tutte le successive costruzioni intellettuali. Una generalizzata menzogna, colta da Péguy nel mondo moderno, lo costringe, in un certo senso, a spingere in profondità la critica, per rendere visibile il sovvertimento operato. È nel presente che Péguy individua il centro fondamentale a partire dal quale è possibile cogliere la realtà. Dipende, infatti, da come lo si ascolta, da come lo si percepisce o – ed è il caso del moderno – da come lo si modifica.

“Tutto proviene da ciò. Tutto deriva da questo punto del presente. Le economie, le civiche, le morali, le metafisiche sono rette dal modo in cui trattano questo punto del presente. Partendo da ciò esse sono comandate. Ed esse stesse sono determinate. Potranno prosperare più o meno, potranno più o meno fiorire ognuna nel proprio senso. Ma il loro stesso senso è determinato ed anche esse stesse sono determinate da quel punto di origine. Dimmi come consideri il presente e ti dirò che filosofo sei”[7].

Il presente è dunque il punto nel quale si manifesta la realtà. Cogliere il presente significa afferrare il nuovo, ciò che non era. Nel presente vi è la novità del reale, una novità che è donata gratuitamente[8] e che impone all’uomo, sorpreso da un tale gesto, una ricomprensione. “Il reale ci presenta non solo delle dualità, ma delle pluralità […]. La realtà ci appare e si presenta divisa in molte parti”[9]. Contro una tradizione di pensiero ostinatamente attenta ad elaborazioni sintetiche ed uniformi della realtà, Péguy afferma l’esigenza di accogliere il reale per come esso si manifesta nella mobilità del presente, cioè nella sua pluralità. Il problema del mondo moderno, che era presente già all’epoca della filosofia greca, consiste nel creare una situazione in cui non esiste turbamento, in cui l’impatto con la dinamicità destabilizzante possa essere attutito. Il passato offre questa possibilità poiché è fermo, rigido e soprattutto lo si può osservare e schedare. L’uomo moderno ha imparato a narcotizzare il presente trasformandolo (snaturandolo) in passato. Basta trasferirsi mentalmente nel futuro e da quella piattaforma artificiale di sicurezza osservare il presente come se fosse passato, e il gioco è fatto.

“Questo bisogno mostruoso di tranquillità che si manifesta nell’infecondità di tutto un popolo, nell’annientamento di tutta una razza, è soltanto un ingrossamento enorme di quel bisogno mostruosamente comune di tranquillità morale che ci fa sempre pensare al domani e sacrificare l’oggi al domani, e quel bisogno morale è esso stesso soltanto una codificazione di quel bisogno mostruoso di tranquillità che in psicologia e in metafisica ci fa sempre sacrificare il presente all’istante successivo”[10].

Se la realtà è possibile coglierla nella sua essenza solamente nella mobilità del presente, allora, irrigidendo il punto della sua manifestazione, tutto diviene artefatto, irreale. L’uomo moderno ha imparato a considerare la vita nel momento in cui è divenuta morte: eliminando dal presente la mobilità, viene meno la fecondità e, dunque, la vita stessa. Péguy accusa la Scolastica di Tommaso di aver narcotizzato la forza vitale dell’evento Gesù Cristo con le griglie concettuali di Aristotele applicate freddamente ai misteri di Cristo. In questo modo la dinamicità dell’evento Cristo e la molteplicità che portava con sé è stata bloccata per permettere al Tomismo di trasmettere le sintesi necessarie a mantenere tranquille le future generazioni borghesi. Facendo proprio il pensiero di S. Tommaso hanno accolto nel loro seno il più moderno dei filosofi antichi: Aristotele.

 Essendo forse Aristotele il solo antico che sia stato un moderno, voglio dire un moderno come ne vediamo noi, e come dovevano nascerne dopo di lui soltanto nel 19° secolo dopo Cristo. Il solo antico che sia stato privo della saggezza e soprattutto dell’intelligenza antica e che abbia rivestito, ma completamente e subito, l’intelligenza moderna. Perciò essi sono andati a cercare proprio lui[11].

Ciò che in definitiva ripugna di più del tomismo a Péguy, è il sistema aristotelico che pretende di mettere in paragrafi l’esistenza, la libertà, la vita.

Lo sosteneva già Heidegger all’inizio del ‘900 che il problema della metafisica sta nel fatto di aver sostituito l’evento con l’essere, la realtà con l’idea e, di conseguenza, la metafisica contiene già al suo interno l’annuncio della sua fine[12]. La metafisica occidentale ha preteso di inglobare l’evento nell’idea, di dirigere la realtà, luogo della manifestazione dell’evento, nella sua precomprensione ideologica e, in questo modo, ha preteso di ordinarla, indirizzarla, pretendendo di spiegarla con una sintesi. Il fatto è che la realtà è più di un’idea e, di conseguenza, anche le migliori idee, le migliori sintesi non reggono alla storia reale, alla realtà che si manifesta non in modo uniforme, che l’idea potrebbe interpretare tranquillamente, ma molteplice. La realtà, nella sua manifestazione storica, ha per così dire fatto esplodere i grandi sistemi moderni, le metanarrazioni che hanno preteso per secoli d’interpretare in modo apodittico, unilaterale e indiscutibile la realtà. La realtà, che per sua natura è molteplice, non accetta, per così dire di essere sintetizzata, perché la sintesi lascia sempre da parte elementi ritenuti marginali a partire dalla precomprensione di chi la opera. Il pensiero che ha plasmato l’Occidente nasce con questa ricerca di un principio primo che è fondamento di tutto. Interessante è scoprire che lo stesso Platone, nei testi non scritti[13] e rivelati dai suoi discepoli, testi che trasmetteva oralmente a loro e che costituivano il centro del suo insegnamento, proprio per la sfiducia che aveva dei contenuti scritti[14], sostiene l’ipotesi che all’origine di tutto non vi sia un principio prima, ma l’Uno e la Diade, che agisce sui numeri e su tutti i livelli della realtà. Il tentativo di salvare, per così dire, il fenomeno Gesù, costruendo attorno a Lui un pensiero rigido, che lo difendesse da qualsiasi idea differente da quella interpretata dal pensiero ufficiale, non solo risente di un impianto concettuale, quello metafisico, dimostratosi perdente e insufficiente con il tempo, ma nega la stessa apertura mentale del messaggio dello stesso Gesù. Quando nel Nuovo Testamento si parla di apertura ai pagani del messaggio della salvezza[15], oltre a realizzare le profezie universaliste dell’ultimo Isaia, rivela anche la grande apertura del messaggio salvifico di Gesù, ben lontano dalle restrizioni unilaterali di color che avevano il compito di dare compimento alla sua Parola e non di decurtarla. La pace proposta da Gesù è in linea con la proposta dei profeti che affermava: “Il lupo dimorerà insieme con l’agnello; il leopardo si sdraierà accanto al capretto; il vitello e il leoncello pascoleranno insieme e un piccolo fanciullo li guiderà. La mucca e l’orsa pascoleranno insieme; i loro piccoli si sdraieranno insieme. Il leone si ciberà di paglia, come il bue. Il lattante si trastullerà sulla buca della vipera; il bambino metterà la mano nel covo del serpente velenoso (Is 11, 6-8). Queste bellissime immagini profetiche rivelano il sogno di Dio, che Gesù ha manifestato con la sua comunità di discepoli e discepole, diversi tra di loro e mai uniformizzati. L’esatto contrario del pensiero metafisico che sistematizza le differenze in un unico pensiero e dell’operazione della teologia dogmatica, che formalizza i contenuti in modo tale da escludere radicalmente qualsiasi opinione differente. Verrebbe da dire: tutto il contrario del Vangelo. Come ha fatto il pensiero accogliente delle diversità come quello di Gesù, essere preso e divulgato dalla teologia dogmatica che va nella direzione opposta? Sono misteri che si comprendono solamente quando si analizza la storia.

Le periodiche e costanti crisi che stiamo vivendo nell’epoca contemporanea, hanno messo in discussione i più importanti sistemi economici. La crisi climatica che stiamo vivendo con sempre maggior evidenza, ha messo in ginocchio tutte le pretese della tecnologia di costruire un mondo a misura d’uomo, infischiandosene della natura che, ora, sta presentando un conto salatissimo. La pretesa politica di poter esportare un sistema democratico ritenuto l’unico capace di garantire equilibrio e sicurezza per i cittadini, si è dimostrato limitato e poco rispettoso delle diversità culturali che maturano nel tempo in un determinato luogo. La pretesa della cristianità d’imporsi come unica religione, sta facendo i conti con alcuni errori fondamentali d’impostazione presenti all’inizio e che ne hanno segnato la fine. Il primo consiste nell’aver utilizzato la metafisica per interpretare i principali contenuti della sua proposta religiosa. Come ha sostenuto Gianni Vattimo l’evento della croce aveva già al suo interno l’annuncio della fine della metafisica, prima ancora che la cristianità iniziasse ad utilizzarla. La morte, infatti, di Cristo-Dio, cioè dell’Essere sulla croce, annunciava la fine di ogni futuro tentativo di sistematizzare gli venti della realtà plurale[16], con la durezza monolitica dell’Essere parmenideo. Le impostazioni teologiche del cristianesimo sviluppatesi in altre parti del mondo, rifiutano da decenni l’unicità della narrazione metafisica della teologia cattolica occidentale. È il caso, solo per fare un esempio, della teologia della liberazione latinoamericana, che non accetta l’imposizione della sintesi occidentale per comprendere la manifestazione di Dio così come è avvenuta ed è stata interpretata nel cammino delle comunità ecclesiali di base (CEBs)[17]. Molto più duro e radicale è il rifiuto netto delle teologie indigene che stanno leggendo l’evento di Gesù alla luce delle proprie visioni cosmogoniche molto differenti da quella occidentale[18]. L’insistenza sulla metafisica tomista identificata ancora nel 1998 dall’enciclica Fides et Ratio di Giovanni Paolo II come il punto di riferimento della chiesa cattolica[19], con il tempo si è verificata riduttiva e fuorviante. Il processo di scristianizzazione in atto sta dimostrando di essere rapido e irreversibile. I tentativi che vengono fatti dalla gerarchia ecclesiastica d’imporre l’unicità d’interpretazione del mistero di Gesù oltre a dimostrarsi perdente, sta manifestando l’incapacità di leggere gli eventi della storia. Ormai è chiaro anche in occidente che ogni forzatura, ogni azione violenta e coercitiva per imporre un’idea, ha solo una parvenza immediata di successo, perché il tempo mostrerà il conto. Il pensiero metafisico occidentale ha in sé germe di violenza perché nasce con la pretesa di leggere in modo onnicomprensivo e unico la realtà plurale e, di conseguenza, sente l’esigenza d’imporlo[20]. Questo sentimento malvagio ha provocato nei secoli il senso di superiorità dell’occidente sulle altre culture. Lo sterminio delle popolazioni indigene attuato prima in Nord America e poi in Sud America è basato su questa pretesa superiorità culturale e religiosa[21]. Lo stesso si può dire nello stermino delle differenti dottrine operato dalla Chiesa cattolica. La storia dei Catari e dei valdesi, solo per fare qualche esempio, sono a conoscenza di tutti. Storie di violenza che non costituiscono una mera eccezione, ma una conseguenza dell’impostazione iniziale, vale a dire l’interpretazione metafisica dell’evento e la sua necessaria imposizione a tutti. L’unicità d’interpretazione ha poi richiesto una classe dirigente rigida, dura, implacabile. C’è una violenza intrinseca al pensiero metafisico occidentale che è alla base di tante guerre di religione e all’origine dello sterminio di intere popolazioni in nome del Vangelo di Gesù Cristo. Un dato chiarissimo per chi legge il Vangelo oggi in modo sereno e disinteressato è il messaggio chiaramente non-violento di Gesù, che alla violenza subita dagli uomini religiosi del tempo ha risposto con il silenzio, con atteggiamenti e scelte non violente. I danni del pensiero metafisico greco riletto in chiave cristiana sono incalcolabili ed estremante dolorosi.

 



[1] Con questo termine intendiamo la Chiesa cattolica nei suoi rappresentanti ufficiali come il papa, i vescovi, il clero. Non c’è riferimento, dunque, alle tante esperienze ecclesiali sorte nei primi secoli, ricche di carismi e di diversità.

[2] Cfr. WILKEN, R.L. Alla ricerca del volto di Dio. La nascita del pensiero cristiano. Milano: Vita e pensiero, 2006.

[3] RATZINGER, J. Fede, verità, tolleranza. Il cristianesimo e le religioni de mondo. Siena: Cantagalli, 2005.

[4] Charles Péguy (1873-1914). Fu allievo di Romain Rolland e di Henri Bergson, le cui lezioni lo segnarono molto e di cui poi divenne amico. In quegli anni sviluppò le sue convinzioni socialiste. fondò la rivista Cahiers de la Quinzaine, allo scopo di far scoprire nuovi talenti letterari e pubblicare sue opere. Nel 1907, si convertì al cattolicesimo. Da allora, produsse sia opere in prosa di argomento politico e polemico (Notre Jeunesse, L'argent), sia opere in versi mistiche e liriche. Tenente della riserva, durante la prima guerra mondiale si arruolò nella fanteria. Morì in combattimento, all'inizio della prima battaglia della Marna, il 5 settembre 1914.

[5] Casse-cou, in PÉGUY, C. Ouvres em prose, Paris: Gallimard, pp. 303-307

[6] Ivi, p. 23.

[7] PEGGUY, C. Cartesio e Bergson, Lecce: Milella, 1977, pp. 227-228.

[8] A questo proposito PRONTERA A.  afferma che: “bisogna sottolineare il ruolo che assume in queste analisi filosofiche di Péguy il senso di termini come “dono” o come “decerner”, preso nel suo senso più pieno e complesso di decidere, decretare, ma anche di accordare, donare, aggiungere, attribuire utilizzati spesso come elementi propri di un oggetto: il “reale” (la filosofia come metodo. Libertà e pluralità in Charles Péguy. Lecce: Milella, 1987, pp. 186-187).

[9] Ivi, p. 23.

[10] Ivi, p. 210.

[11] Ibidem.

[13] Cfr. REALE, G. Per una nuova interpretazione di Platone. Rilettura della metafisica dei grandi dialoghi alla luce delle «Dottrine non scritte». Milano: Vita e pensiero, 1997.

[14] Platone sostiene questa tesi nella Lettera 7 e nel Fedro. Cfr. REALE, G. Platone. Alla ricerca della sapienza greca. Milano: Vita e Pensiero, 2019.

[15] Cfr. È Pietro che dice: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a Lui accetto” At 10, 34-35.

[16] VATTIMO, G. Dopo la cristianità. Per un cristianesimo non religioso. Milano: Garzanti, 2002.

[17] Cfr. BOFF, L. Chiesa, carisma, potere. Saggio di ecclesiologia militante.  Roma: Borla, 1984.

[18] MUNIZ, A. Teologia anticolonial. Caminhos do cristisanismo indigena. San Paolo: Saber criativo, 2021; SANCHES, S-M, PURI,A., RIBEIRO DOS REIS,P. Teologia Indígena Cristã. San Paolo: Saber Criativo, 2022.

[19] GIOVANNI PAOLO II, Fides et ratio, Vaticano, 1998.

[20] Cfr, VATTIMO, G. Dopo la cristianità, cit. p. 99s.

[21] Cfr. TODOROV, T. La conquista dell’America. Il problema dell’”altro”. Torino: Einaudi, 2014. 

martedì 14 dicembre 2021

FINISCE LA CRISTIANITA’ E RIAPPARE LA GIOIA DEL VANGELO

 





Paolo Cugini

       C’è una sensazione di vuoto spirituale che si percepisce nella vita delle comunità cristiane. Si fa fatica a cambiare di paradigma. Si fa fatica a vivere la fede non solo in un clima di minoranza, ma anche si fa fatica a pensarsi in modo diverso. Veniamo da secoli e secoli in cui tutti erano cristiani e il cristianesimo era la forma della società. Le messe, i sacramenti, i rituali, le feste liturgiche hanno plasmato la struttura sociale dell’occidente. Ora che tutto questo mondo è crollato, nessuno si sente più obbligato ai rituali cristiani.

Nell’epoca della cristianità non partecipare alla vita religiosa significava la dannazione eterna, l’inferno nel futuro. Ora che l’involucro sacrale non c’è più, son svanite tutte le paure. Che cosa ci rimane? La fine della cristianità coincide con la fine della religione come forma sacrale, che plasma la società. La cristianità ha veicolato un messaggio che faceva coincidere l’apparenza sociale con l’appartenenza alla religione, alla chiesa. Il problema adesso è vivere la fede promossa dal Vangelo senza la pretesa che alla società interessi. È questa una fase delicata perché, nonostante l’epoca della cristianità sia terminata, rimangono ancora presenti nella società tutta una serie di rituali e di elementi sacrali, che hanno identificato per secoli l’appartenenza alla vita sociale e che sono rimasti all’interno del tessuto sociale, nonostante non se ne conosca e non si comprenda il significato. Molti genitori, nonostante non credano nel Vangelo e non frequentano una chiesa, si rivolgono alla chiesa per battezza i loro figli o per chiedere di partecipare al cammino per i sacramenti, provocando perdite di tempo, tensioni a non finire. Ci si rivolge alla chiesa come se fosse un negozio qualsiasi, in cui chiunque ha il diritto di comprare quello che vuole. È senza dubbio una fase di passaggio che, come tale, sarà destinata a sparire. Fase di passaggio che è portatrice di tensioni tra coloro che gestiscono la vita religiosa e che non sempre hanno la coscienza del passaggio che stiamo vivendo, e le persone che vivono la religione solamente come appartenenza sociale.

Poi verrà il tempo in cui potremo vivere la proposta di Gesù in piccoli gruppi, tra coloro che hanno accolto il messaggio del Vangelo e hanno fatto delle scelte a riguardo, senza dover rendere conto ad una società che, ormai, ignorerà ciò che è divenuto minoranza e non ha più la pretesa d’incidere sulla società, per lo meno dal di fuori. Saremo come il fermento nella massa – finalmente! -, liberi dalla tirannia dell’apparenza e della prestazione a tutti i costi. Ci troveremo nelle case, anche perché, nel frattempo, le chiese e le cattedrali saranno già state riconvertite in strutture di uso sociale e collettivo. Ed è nella dimensione familiare della casa che potremo riassaporare il gusto di una diversità di vita, di scelte, che solo il Vangelo sa offrire, liberi dall’affanno di dover dimostrare qualcosa. In quel tempo, ci saremo liberati delle cattedrali, delle pesanti strutture ecclesiali, delle processioni, delle statue, degli abiti liturgici, da tuti quegli orpelli frutto della rincorsa sfrenata che la chiesa ha fatto per secoli al potere, pagando un prezzo altissimo. Non vedremo più per le strade qui personaggi vestiti di nero, simbolo di una morte prematura, quando invece avrebbero dovuto indossare gli abiti colorati della gioia. Ci sarà pace nei nostri cuori credenti nel Vangelo, in Gesù Cristo e ci saremo finalmente liberati da quelle dottrine costruite apposta per contare qualcosa nel mondo.

 

mercoledì 16 dicembre 2020

DOMANDE SULLA SCOMPARSA DEL CRISTIANESIMO



Paolo Cugini

 

 

È sotto gli occhi di tutti il progressivo sgretolamento del cristianesimo come religione che si è affermata e identificata in Occidente. Ogni evento di cambiamento radicale non può essere spiegato solamente da un punto di riferimento. Nel nostro caso, ci sono una serie di elementi che vanno tutti nella stessa direzione, vale a dire, la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Sappiamo che cosa sta per finire, ma non abbiamo ancora molti elementi per capire verso dove stiamo andando. Di certo, c’è un diffuso consumismo che si è esteso negli ultimi decenni nel mondo occidentale, che ci può far pensare ad una cultura che si modella su elementi materiali. Sembra che, anche in questo caso, venga confermata un’intuizione sull’evoluzione storica delle idee, vale a dire che ad ogni epoca spiritualista, ne segue una di matrice più materiale. È stato così, per esempio nei primi secoli della filosofia. All’epoca, infatti, dei grandi sistemi filosofici del VI secolo a. C., caratterizzati da uno spessore teorico e contemplativo come quello platonico o aristotelico, si è passati ad un’impostazione generale segnata più dalla materia, come ad esempio l’epicureismo o lo stoicismo.

Che cosa dovrebbe fare la Chiesa, in quest’epoca di cambiamento, per non perdere il contatto con la realtà? Quali scelte dovrebbe compiere per riuscire, ancora oggi, ad annunciare in modo autentico il messaggio di Gesù? A che cosa dovrebbe rinunciare in modo definitivo, per fare spazio alla novità che germoglia dalla storia?


giovedì 2 febbraio 2017

IL DIFFICILE RAPPORTO TRA I GIOVANI E LA FEDE





ALLA RICERCA DI UN SENSO DELLA VITA

Paolo Cugini



Non c’è bisogno di ricorrere alle statistiche per capire la difficoltà che oggi la Chiesa incontra nel tentativo di evangelizzare i giovani. Sono tante le cause di questo allontanamento dei giovani dalla fede. Senza dubbio, il processo di scristianizzazione dell’Occidente ha creato quel clima sempre più secolarizzato che non permette alle giovani generazioni di identificarsi immediatamente con i valori del Vangelo. C’è uno scollamento progressivo tra la proposta cristiana e il mondo Occidentale, che sta sempre di più andando verso una deriva materialista. Il consumismo esasperato degli ultimi decenni diffusosi nel mondo Occidentale, è divenuto lentamente la vera religione, il nuovo culto con i suoi adepti e i suoi sacerdoti. Culto materialista che, facendo leva sull’immediatezza dei sensi crea, alla distanza, un vuoto di riflessione e di pensiero. È all’interno di questo vuoto che occorre spingere la nostra riflessione, per tentare di comprendere gli spazi che restano per una proposta plausibile di fede. Questo vuoto, infatti, che è allo stesso tempo culturale e spirituale, era per certi aspetti stato profetizzato da coloro che annunciavano il nichilismo. Nietzsche, già alla fine dell’’800, annunciava la morte di Do, vale a dire, la fine del mondo dei valori prodotti dal cristianesimo. Sulla stessa linea si era mosso qualche decennio dopo Martin Heidegger, quando preconizzava l’Occidente come storia della fine della metafisica. Recentemente Gianni Vattimo, prendendo spunto dai due filosofi tedeschi sopra citati, ha affermato che la croce di Cristo è il simbolo dell’annuncio del nichilismo nell’Occidente. La croce, infatti, simbolizza la morte di quell’Essere che la filosofia Occidentale, in altre parole la metafisica classica, aveva indicato come fondamento della realtà sensibile. Ebbene, proprio in quell’atto supremo che i cristiani indicano come completamento della vita terrena di Gesù, diviene nient’altro che l’annuncio definitivo della fine di ogni significato dell’esistenza, vale a dire l’annuncio del nichilismo. Secondo Vattimo, paradossalmente è stato proprio il cristianesimo, e cioè la religione che per antonomasia ha inventato il senso della vita, a divenire la fine di ogni significato dell’esistenza.
Quel grido disperato che usciva alle pagine di Nietzsche e, in modo particolare, dal famoso aforisma 625 della Gaia Scienza, oggi, nel contesto di un mondo secolarizzato, quel grido non fa più nessuno scalpore. Non esiste più una cultura cristiana nel senso stretto del termine, ovvero un mondo cristiano nel quale le persone s’identificano. È vero che ancora oggi molte persone chiedono di battezzare i loro figli e di ammetterli ai sacramenti. È altrettanto vero, però, che questa richiesta non è per nulla accompagnata da un’appartenenza ecclesiale. Si tratta, dunque, di un fatto culturale più che ecclesiale o addirittura spirituale. La poca aderenza ai valori religiosi, spesso e volentieri triturati dal materialismo consumista, che ne stravolge il senso trasformandoli in situazioni di folclore spesso di cattivo gusto, non permette alle giovani generazioni di percepire l’autenticità del messaggio evangelico. Dall’altra parte, poi, a peggiorare la situazione, c’è anche quella fetta di Chiesa tradizionalista che non riuscendo ad accompagnare l’evoluzione della storia, vive trincerata nel passato, non permettendo alcuna forma di attualizzazione. Sena dubbio, la cristianità in Occidente non è più il riferimento valoriale della cultura dominante. I giovani non nascono più in famiglie praticanti, in un contesto quasi totalmente religioso. Lentamente e progressivamente l’essere cristiani e l’appartenere ad una comunità cristiana sta divenendo sempre di più una scelta. Questo non è male, anzi. Il processo di secolarizzazione in atto, se in apparenza può sembrare deleterio per la religione, in realtà permette al cristianesimo di recuperare la propria identità. Il cristianesimo, non è infatti nato per essere la religione di un impero, ma una proposta di vita. Il Vangelo presenta delle proposte esigenti e radicali, che esigono ponderazione e, soprattutto, un lento cammino di conversione e di adeguamento al progetto proposto. In questa prospettiva, la comunità cristiana deve sempre di più abituarsi a vivere nel modo come una minoranza, il cui valore non stara più quindi nel numero, ma nella qualità della sua proposta e del suo stile di vita. Quando il battesimo dei bambini e la sacramentalizzazione smetterà di essere un fenomeno obbligatorio e di massa, sarà il segno evidente che il processo di secolarizzazione e di scristianizzazione della cultura Occidentale, è arrivato al termine.

Questa nuova situazione culturale ha prodotto una nuova visone del mondo. Più che prospettive future, valgono le situazioni che nel presente l’individuo può sfruttare. L’identità non si forma più per poter vivere per sempre i valori scelti, ma per poter usufruire il massimo del presente. Visione del mondo che attinge tutti gli aspetti della vita, dalla politica alla religione, dalla società alla vita quotidiana. Questa nuova visone del mondo non ha più al centro Dio o i valori metafisici come in quella precedente, ma la materia, le cose che consumiamo. Al centro c’è dunque, il soggetto e i suoi bisogni immediati, che dipendono dalla cultura in cui una persona vive. Se i valori erano assoluti, i bisogni, al contrario, sono relativi al luogo e alla cultura di appartenenza. C’è una grande mobilità di situazioni in cui l’individuo si trova immerso, per cui accanto alla rapidità dei cambiamenti culturali in atto, l’individuo è sollecitato alla capacità di adattamento alle nuove situazioni. Ancora una volta mi preme sottolineare che in questa nuova visione del mondo venutasi a formare negli ultimi decenni e che è ancora in formazione, i valori assoluti non sono determinanti, anzi spesso costituiscono un ostacolo per l’adattamento alle nuove situazioni che è richiesto. Un dato che può essere considerato segno specifico di questo nuovo culturale è il movimento costante di milioni di persone. Le migrazioni sono ormai un fenomeno che non avviene solamente nei paesi poveri verso i paesi ricchi, ma questo movimento avviene anche all’interno degli stessi paesi cosiddetti ricchi. Se l’antica visione del mondo era caratterizzata dalla stabilità delle persone nel loro territorio, stabilità che generava tradizioni e valori locali percepiti come assoluti e inviolabili, ben diversamente è la percezione dei valori in un simile contesto di continuo movimento. Lo sradicamento sociale, culturale e religioso è uno dei fattori che dicono della condizione umana in questo nuovo quadro culturale. Le nuove generazioni nascono e si muovono in questo contesto in continuo movimento, nel quale non ci sono valori e tradizioni che fondano la cultura, ma una pluralità, che spesso è discordante e dissonante, di elementi che divengono significativi nella misura che rispondono ai bisogni del presente.

All’interno di questa nuova visione del mondo la Chiesa fa fatica a trovare il passo giusto nel cammino della nuova evangelizzazione. Paga lo scotto di secoli di pesantezza secolare, secoli duranti i quali ha cercato più la presenza politica che lo stile evangelico. Ha assaporato così a lungo l’ebrezza di essere la maggioranza e di contare qualcosa, che non riesce a prendere le distanze da questa ubriacatura. In realtà, da diversi parti ci sono esperienze significative di comunità cristiane che tentano di vivere il Vangelo, incarnandolo nel loro vissuto quotidiano. Sono esperienze che non fanno rumore e notizia, ma che dicono della possibilità di vivere la proposta di Gesù. Segnale positivo è anche la figura di Papa Francesco: i suoi gesti e le sue parole rimettono la Chiesa nel cammino di un Concilio troppo alla svelta messo nel dimenticatoio. Il problema è come aiutare i giovani a percepire nel Vangelo una proposta reale di vita diversa da quella che offre il mondo. Come presentare un cammino che conduce a scelte definitive in un contesto culturale nel quale il per sempre e il definitivo sono percepiti come disvalori? Più che ad eventi eclatanti, anche se esperienze simili possono essere positive, quello che una comunità cristiana può fare consiste nell’aiutare i ragazzi a mantenere i piedi per terra, a rimanere a contatto con la realtà in tutte le sue forme, comprese il dolore, il sacrificio, la sofferenza. Se, infatti, la cultura postmoderna tende a proporre continui e vari modelli, spingendo le persone a decisione rapide che non richiedono una riflessone molto profonda, il Vangelo, al contrario, per essere assimilato ha bisogno di tempo e di un contatto costante con la realtà. Forse è questa la sfida maggiore, vale a dire quella di non perdere di vista la realtà, per non finire intrappolati nella rete virtuale di proposte allettanti, ma che non permettono alle persone d’incontrare se stesse e di vivere in autenticità.


lunedì 20 giugno 2016

LA PROFEZIA DEL POPOLO DI DIO





Paolo Cugini
Si vede da lontano che stiamo vivendo una fase di cambiamento culturale che sta coinvolgendo anche la chiesa. Quello che invece non è molto chiaro è la direzione, il cammino che dobbiamo intraprendere per non rimanere travolti dagli eventi. Sul territorio italiano sono in atto differenti e contradditorie esperienze con l’intento di arginare il problema della scarsità del clero. Ci sono diocesi che stanno risolvendo il problema del calo delle vocazioni sacerdotali importando preti da tutte le parti del modo. Altre diocesi invece, hanno deciso di affrontare il problema ristrutturando la geografia diocesana con la proposta delle unità pastorali. Naturalmente si tratta sempre di decisioni prese da vescovi, preti, consigli presbiterali, vale a dire dagli addetti ai lavori. Di chiedere qualcosa al popolo di Dio a nessuno viene in mente. Il popolo è così abituato a subire passivamente le decisioni che piovano dall’alto, che sembra proprio andar bene così.

 Che il problema delle comunità locali sia tutto legato alla scarsità di clero è molto discutibile, soprattutto se si comparano i dati con altre regioni del mondo. Senza dubbio, è numericamente scarso il clero diocesano per come viene intesa la sua funzione all’interno della comunità locale. Se, infatti, la comunità esiste se vi è un presbitero che vi celebra i sacramenti, allora la crisi è evidente. Forse però, il problema non è nel numero dei presbiteri, ma altrove, vale a dire da come osserviamo l’evento dell’evangelizzazione, da come valutiamo la possibilità di annunciare il Vangelo nel contesto attuale. È come se facessimo tutti gli sforzi possibili di imbrigliare la cultura postmoderna di recente formazione con l’apparato ecclesiologico in nostro possesso, che evidentemente non brilla di novità, di capacità di adattamento al nuovo. Dire che si tratta di roba vecchia, d’impostazione desueta, ormai incapace di rispondere alle esigenze del momento sembra di dire una bestemmia. I dati, però confermano la necessità di pensare qualcosa di nuovo, di tentare nuovi cammini per fare in modo che le comunità locali riacquistino il vigore delle origini, che diventino, cioè luoghi nei quali si percepisce la presenza del Signore, dove la fraternità e la condivisione sono il pane quotidiano.

C’è tutto un mondo cattolico che tutte le volte che sente la parola novità si sente male, dà segni d’insofferenza. Pensare che sia necessario cambiare impostazione a partire dal nuovo contesto è considerato un assurdo, perché metterebbe in discussione la verità che, per definizione, così pensano loro, è inalterabile, immobile. È interessante come dinanzi ad ogni problema emergano le diverse impostazioni teologiche di riferimento. Mi vengono in mente le parole di Papa pio XII che nell’Enciclica Humani Generis del 1950 si scagliava contro la nuova teologia, che in quel tempo si stava sforzando di dialogare con il mondo scientifico e con la cultura laica. Lo faceva tentando cammini nuovi grazie anche alle ricerche che un gruppo di teologici stava realizzando nel campo dell’esegesi, della patristica e della liturgia. Il nuovo fa paura a tutti coloro che identificano la verità con un’idea, con una teoria, dimenticando così che il nostro riferimento della verità è Gesù Cristo, che si è incarnato nella storia ed ha camminato con noi. È la storia il luogo nel quale è necessario pensare e cogliere la verità e gli eventi storici cambiano, come cambiano i contesti culturali.  Questo vale anche per il modello di chiesa che stiamo cercando in questo periodo di cambiamento epocale. Cambiare modello non significa dire addio alla verità, ma di coglierla nella sua attualità, nel suo modo di manifestarsi nell’oggi della storia.

Siamo come intrappolati dagli schemi ecclesiologici creati nel passato, incapaci di pensare qualcosa di differente, di guardare l’evento con occhiali diversi, da un’altra prospettiva da come l’abbiamo sempre osservato. Eppure i testi biblici sono pieni d’indicazioni che c’invitano a dimenticarci del passato e a guardare avanti, ad essere disponibili alle cose nuove che il Signore vuole creare con noi (cfr. Is 43,18-28; Fil 3,21). È certo che, se un cambiamento di rotta sarà necessario nel modo d’intendere la chiesa, la comunità locale, non lo potremo aspettare dall’Istituzione che, per definizione, si struttura per difendere la tradizione, la continuità. Anche vescovi illuminati o per così dire profetici, non riusciranno mai cambiare il modo di vedere, a porre delle scelte al passo con i temi, capaci di scardinare dall’interno modelli obsoleti. C’è bisogno di qualcosa d’altro.


 E allora, dove dovrebbero intervenire delle discontinuità nel modo d’intendere e di vivere la comunità locale? Chi ci potrà salvare dall’immobilismo ecclesiale? Chi potrà indicare la luce del nuovo cammino? Chi ci salverà dalla puzza di muffa che sembra soffocarci? Senza dubbio la base, vale a dire il popolo di Dio. È il popolo che possiede la luce della profezia.  Questo Popolo di Dio così significativo nell’impostazione del Concilio Vaticano II, ma che troppo alla svelta lo si è relegato negli studi teologici di alto livello, togliendolo dalla possibilità d’incidere nella storia, è la risorsa che abbiamo per inventare qualcosa di nuovo.  Non c’è bisogno, infatti, del consenso del vescovo per annunciare il Vangelo, per proporre delle liturgie più inculturate, per pensare a cammini nuovi per vivere la comunità in un mondo sempre più secolarizzato e scristianizzato. Forse ci potrà venire in mente di non far coincidere la comunità con il ministro consacrato, ma di ritenere che il vero cuore della comunità sia il Signore. Detta così non sembra una novità sconvolgente, ma provando a pensare la comunità locale a partire da questo semplice dato originario, si può sognare e guardare lontano.