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venerdì 3 marzo 2023

SABATO SANTO






 

Paolo Cugini

 

Che notte triste devono aver trascorso i tuoi discepoli, Signore Saperti morto. Pensarti nel sepolcro. Com’è possibile accettare un simile vuoto? Com’è possibile resistere all’angoscia di questo nulla? Senza di Te il mondo vive nelle tenebre.

 

È strano pensare che alla sepoltura ci abbia pensato Giuseppe d’Arimatea. In tutti e quattro i vangeli è l’unico personaggio costante tra quelli menzionati in questa circostanza. Giuseppe d’Arimatea salta fuori dalla narrazione evangelica come dal nulla, come se il suo compito dell’eternità fosse stato quello di seppellire il corpo di Gesù. Così come l’altro Giuseppe, il falegname menzionato all’inizio del Vangelo per costituire le piccole famiglie di Betlemme.

 

E così nel mistero dell’incarnazione c’è un Giuseppe all’inizio e un Giuseppe alla fine. C’è un Giuseppe, un’umile figura, che non fa rumore “persona buona e giusta”, “membro del sinedrio” “che era diventato discepolo di Gesù”.

 

Giuseppe d’Arimatea, quel buon uomo che ha deposto con cura Gesù nel sepolcro.

Giuseppe d’Arimatea rimane, per me un mistero incomprensibile.

 

Gesù nasce povero e muore in una tomba da ricchi.

Gesù nasce in una mangiatoia e muore in una tomba da re.

Era o non era il re dei Giudei?

Era o non era re? Di un regno che non era di questo mondo, ma pur sempre un Regno!

 

Giuseppe d’Arimatea depone il corpo del Signore in una tomba (la sua?) nuova scavata nella roccia. Un sepolcro nuovo in mezzo ad un giardino. Un sepolcro nuovo dove nessuno vi era mai stato.

 

Gesù nasce povero, muore come un brigante e assassino e viene deposto in una tomba nuova in mezzo al Giardino da un uomo del Sinedrio persona buona e giusta, che era diventato discepolo di Gesù.

 

Chi può deporre nella tomba il corpo del Giusto, dell’unico vero Giusto, se non una persona buona e giusta? Giuseppe il buono – giusto che depone il Giusto. Giuseppe il buono – giusto depone il Giusto punito proprio per la sua bontà.

 

Giuseppe d’Arimatea predestinato dall’eternità a non lasciare che il corpo del Santo rimanesse appeso alla croce per essere poi gettato insieme agli altri.

 

Giuseppe d’Arimatea, persona buona e giusta stacca dal legno della croce le mani e i piedi del Giusto. È Giuseppe che libera le mani di Gesù dai chiodi. Chissà quali domande hanno riempito la mente del buon Giuseppe d’Arimatea quando ha accolto tra le sue mani il corpo nudo di Gesù morto.

Gesù perché hai affidato il tuo corpo morto ad uno sconosciuto? Sì, è vero che era una persona giusta e buona, ma era pur sempre uno sconosciuto. Perché non hai voluto che fosse Andrea o Simone Giacomo di Zebedeo o suo fratello Giovanni, Filippo o Bartolomeo, Tommaso o Matteo, Giacomo di Alfeo o Taddeo, o Simone il Cananeo? Questi li avevi scelti perché stessere con te e imparassero le parole che il Padre ti aveva detto di dire loro.

 Perché non hai concesso a loro di vederti nell’alto estremo della tua umanità? Forse temevi che vedendoti inerme e senza vita sarebbero rimasti talmente turbati da non credere più nemmeno alla Tua Resurrezione? Pietro ormai ti aveva rinnegato per ben tre volte; Giuda l’iscariota ti aveva tradito per pochi denari. Gli altri erano tutti fuggiti Tranne Giovanni il discepolo che Tu amavi. Forse lui avrebbe potuto togliere i chiodi dal legno della tua croce. Forse Lui avrebbe potuto abbracciare il tuo corpo senza vita. Però, dopo la tua morte, accompagnò a casa tua Madre che divenne da quel momento la sua.

E tu eri lì, solo, morto sulla croce. Che silenzio sul Calvario. Che tenebre dentro e fuori Gerusalemme! Ore interminabili. Minuti pesanti come il piombo. Chi poteva sopportare il peso della Tua assenza? Il mondo per Tre giorni è vissuto nella tua assenza. Quale mistero il Dio che è spirato, che ha reso lo spirito. Grande desolazione per l’umanità rimasta orfana del suo Dio!

 Per alcune ore qualcuno può aver pensato che le tenebre sarebbero scese per sempre; che per sempre il nulla avrebbe aleggiato sul mondo.

Poiché lo spirito era stato spirato, reso al Padre, a colui che glielo aveva dato. Qualcuno ha potuto pensare che quell’istante poteva durare per sempre. Che per sempre lo spirito era spirato e non sarebbe mai più tornato. Pensieri cupi. Pieni di angoscia. Abbandono totale. Smarrimento.

Qualcuno ha potuto domandarsi che cosa avrebbe dovuto fare se le tenebre sarebbero rimaste sulla terra. Per sempre. E qualcuno ha pensato che non era bene, non stava bene che colui che era la Via, la Verità, la Vita rimanesse là, in cima al monte, appeso alla Croce, nudo.

Qualcuno, questo buono e giusto Giuseppe ha pensato bene di togliere davanti agli occhi di tutti lo scandalo, la vergona inquietante, il Dio Crocifisso! E lo ha preso fra le sue mani dopo avergli tolto con cura i chiodi, lo ha profumato con gli aromi e lo ha avvolto in un lenzuolo. Poi lo ha sistemato in un sepolcro nuovo e lo ha avvolto in un lenzuolo. Poi lo ha sistemato in un sepolcro nuovo scavato nella roccia, mai usato prima. Lo ha preso tra le mani. Quel corpo morto. Il cadavere di Gesù. Il corpo senza vita del Figlio di Dio. Forse lo ha guardato negli occhi. Ha cercato il suo sguardo. Ma non lo ha trovato. Aveva le palpebre chiuse. Come un morto. Come tutti i morti. Perché Gesù era morto. E uno sconosciuto lo stava deponendo dalla croce. Uno sconosciuto stava deponendo dalla Croce il re della Vita. Uno sconosciuto, di cui nessuno aveva mai sentito parlare, prese Gesù morto fra le sue braccia. E lo fissò, lo toccò, quel corpo inerte, senza vita. Ma perché uno sconosciuto ha potuto fare ciò?

Perché è toccato proprio a lui, Giuseppe d’Arimatea, vedere e toccare il corpo morto del Vivente? Uno sconosciuto è il testimone del mistero dell’umanità.

Perché colui che era venuto per portare la vita eterna è morto sulla croce. E lui lo ha visto. E lo ha persino toccato.

Perché colui che aveva guarito i ciechi e sanato i lebbrosi è morto. E lui ne è testimone.

Perché ha sfilato i chiodi dalle sue mani fredde. Dalla morte.

 Perché colui che ha risuscitato Lazzaro è stato colpito al costato da una lancia. E lui è lì a rendere testimonianza. E non può dire altro che tutto ciò è vero. SI Gesù è morto. Lui lo può dire. Ha cercato il suo sguardo ma non lo ha trovato. Ha sentito la sua pelle fredda. Come quella di un morto.

 Perché Lui, il Vivente, era morto.

Che pena dev’essere stato per i dodici (gli undici) rammaricarsi per non essere stati presenti alla morte del loro maestro. Si è vero, Giovanni lo aveva visto morire sulla croce, ma non era stato lui a sfilare i chiodi dalle mani del Signore. Anche lui come gli altri aveva lasciato ad uno sconosciuto che toccasse il corpo morto di Gesù.

(18 Aprile 1992, Sabato Santo)

 

VENERDI SANTO

 



 

Paolo Cugini

 

           

            “Perché le genti congiurano perché invano cospirano i popoli?

            Insorgono i re della terra e i principi congiurano insieme

            contro il Signore contro il suo Messia” (Salmo 2).

 

La Chiesa apre la liturgia del Venerdì santo con la domanda angosciante del Salmo 2 “Perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli?” Gesù è solo davanti alla cospirazione dei re e dei principi della terra. I re e i principi cospirano contro il suo Messia: non è assurdo questo? La Chiesa come primo salmo dell’ufficio di lettura c’immette nel grande mistero della morte del Messia. Ci sono i potenti della terra che hanno fretta di far fuori il Signore (Pilato ed Erode in quel giorno divennero amici; cfr Luca). È capitato ancora che qualche potente della terra si allei per distruggere un nemico.

 

Ma perché allearsi per distruggere un innocente?

 Perché allearsi per annientare colui che ha annunciato la pace?

 Perché allearsi per sconfiggere colui che aveva dichiarato di amare i nemici?

Perché tanta fretta per mettere fuori gioco un innocente, uno che non avrebbe alzato un dito per difendersi?

Perché adirarsi contro colui che rendeva gli eserciti degli indifesi dei poveri, dei dei deboli, dei sofferenti, dei miseri?

 Chi avrebbe fatto paura quest’uomo con la sua gente?

 A chi?

E allora perché le genti congiurano, perché invano cospirano i popoli?

 

È assurdo! È totalmente assurdo che viene da pensare che, tutto il trambusto operato per mettere in croce il Messia, sia opera di ciò che di più satanico c’è nell’uomo. Gesù ha portato all’umanità la salvezza, ha indicato la strada per arrivare ad accogliere la grazia del Padre. Gesù ha svegliato l’uomo dal suo letargo, appisolato sulle proprie comodità, che alla distanza risultano essere niente altro che meschinità. Gesù ha messo il dito nella piaga di un’umanità infiacchita e arroccata sui propri egoismi. L’uomo che non si riconosce come creatura non può che arrivare a disprezzare il creatore. L’uomo che non rimane in ascolto della parola di colui che l’ha creato, non può che diventare sordo all’appello di spogliazione e di conversione che il Padre amorosamente gli rivolge. Gesù ha mostrato all’uomo, anche all’uomo religioso (soprattutto all’uomo religioso al fariseo aggrappato alla propria religione come salvagente soggettivo di salvezza [Gesù ha bucato il loro salvagente ed essi si sono arrabbiati]), la pochezza di una vita vissuta sulle cose, che poi diventano proprietà incatenando così il cuore alla terra. Gesù è nato per sciogliere queste catene e liberare il cuore gretto e appesantito dell’uomo che non sa più guardare al cielo. Chi è disposto a lasciare il proprio orticello, la propria casetta, il proprio conto in banca? Chi è disposto a spogliarsi totalmente per seguire Cristo? Nessuno. Il […] costruito è troppo comodo e […]: in questo modo però l’umanità rischia di giocarsi la salvezza. Allora è chiaro vedere come fa il salmista “insorgere: re della terra, contro il Signore, contro il suo Messia”.

Chi è infatti che vuole un distributore, un sobillatore, uno che mette a repentaglio la sicurezza di tutti? È meglio costruirsi la propria religione con dei propri orrori, dei propri riti, per potere fare i nostri lavori, il nostro sport, le nostre ferie, la nostra carità… Gesù è venuto a portare al mondo la sua salvezza e noi abbiamo preso le sue parole e le abbiamo trasformate. Le abbiamo messe in modo tale da poter continuare a fare le nostre cose, come prima con in più la benedizione del Signore. Questo è l’uomo! Questo sono io tutte le volte che prendo la parola di Dio e la uso per sentirmi bene, al sicuro, protetto.

 

Gesù di fronte al mondo che lo accusava di essersi fatto come Dio, si è lasciato spogliare.

 

Non posso pretendere di fare la carità ai poveri senza iniziare un cammino di conversione che mi conduca ad essere sempre più povero, bisognoso. È nella povertà che uno impara a chiedere perché è nel bisogno. Anche Gesù ha chiesto aiuto: al Padre nel Getsemani; sulla croce ha chiesto da bere.

 

Putride e fetide sono le mie piaghe a causa della mia stoltezza. Sono curvo e accasciato, triste mi aggiro tutto il giorno” (Salmo 37) 3° Ps Uff. Letture.

 

Ma io sono verme, non uomo, infamia degli uomini, rifiuto del mio popolo” (Salmo 21) 2° B. Uff. Letture.

 

“Pietà di me o Dio, secondo la tua misericordia nel tuo grande amore cancella il mio peccato” Pt 50 (1° Lodi)

 

Sei uscito a salvare il tuo popolo per salvare il tuo consacrato” (Ab 3) 2° Lodi

 

“Così non ha fatto con nessun altro popolo non ha manifesto ad altri i suoi precetti” (Ps 147) 3° Lodi

 

Gesù muore sulla croce perché l’umanità non lo ha accolto. Gesù o lo uccido o lo accolgo e mi lascio amare da Lui. Gesù o lo odio o lo amo, non ci sono alternative, perché anche le vie intermedie, il cristiano pieno di compromessi, è un modo per odiare Gesù. Anzi, forse è il peggiore dei modi perché lo si considera alla pari delle altre cose, dei nostri affari. Gesù è un “affare” che va considerato alla domenica o in qualche altra occasione o incontro serale da appuntare sull’agenda altrimenti ci si può anche dimenticare. È la forma peggiore di stare con Gesù perché non lo si considera per ciò che lui è realmente vale a dire l’unico Signore, l’unico.

 

Aprire il cuore per accogliere lo Spirito, vale a dire ciò che Gesù ci ha lasciato in eredità nell’ultima cena! Riesco a vedere Gesù se credo in Lui e alla sua parola che si riassume nel comandamento dell’amore. Amare chi noi sta, intorno chiunque esso sia, povero o ricco, intelligente o stupido sano o malato. Dalla croce Gesù ha offerto i suoi frutti di comunione: battesimo ed Eucarestia, Battesimo come biglietto d’ingresso in quella comunità che è la Chiesa che è comunità d’amore in Cristo; l’Eucarestia che è il modo di fare di […] in noi il Signore.

Il Signore ci vuole uniti a Lui e alla sua parola. Potremmo vederlo solamente se obbediremo ai suoi comandi.

 

Se qualcuno osserva le mie parole e non le osserva, io non lo condanno; perché non sono venuto per condannare il mondo, ma per salvare il mondo” (Gv 12, 47)

 

Il Signore è venuto per salvarci. Ci salviamo solo se rimaniamo uniti a Lui. Rimaniamo uniti a Lui se accogliamo e obbediamo alle sue parole e osserviamo i suoi comandamenti.

 

Chi accoglie i miei comandamenti e li osserva, questi mi ama. Chi mi ama sarà amato dal Padre mio e anch’io lo amerò e mi manifesterò a lui” (Gv 14,1)

 

Accogliere i comandamenti del Signore è vivere nel suo amore. Solo nell’unione con lui Riusciamo a vederlo. Solo in questo modo riuscirà a manifestarsi. Solo se siamo uniti a Lui nel suo amore riusciremo a riconoscere il consolatore.

 

La Chiesa vive nella e della presenza del Signore. Nella Chiesa è presente il Signore con il suo Spirito consolatore.

 

Molte cose ho ancora da dirvi, ma per il momento non siete capaci di portarne il peso. Quando poi verrà lo Spirito di Verità egli vi guiderà nella verità tutta intera” (Gv 16, 12 12-13)

 

La Chiesa vive nell’accoglienza e nell’ascolto dello Spirito. È lo Spirito che guida la sua Chiesa alla salvezza.

 

L’attività dell’uomo che non riconosce che cosa ha fatto mettendo in croce il Signore. Ottusità che consiste nel permanere nelle tenebre. Nel mondo è venuta la luce, quella vera, quella che mostra la via della salvezza, la vita eterna. È venuto il Verbo portatore della vita divina che per l’uomo significava luce, ma questa luce è stata spenta. Ma essa continua a brillare. La vita eterna non muore. La luce rivelata continua a far luce nel cuore di chi l’accoglie. La luce vera è venuta nel mondo e mostra la realtà. È venuto il creatore e la creatura non l’ha riconosciuto. Il Figlio è venuto a rivelare il Padre ma il mondo non lo ha ascoltato. Il mondo è sazio delle proprie rivelazioni e delle proprie luci che non illuminano e non conducono alla vera vite. Ma per accettare la vera vita bisogna metter in discussione la propria vita, bisogna rinnegarla. Per accogliere la vera luce bisogna riconoscere che ciò che si è seguito non è la vera luce. Per accogliere il Verbo, occorre deporre ai suoi piedi tutte le proprie sicurezze, i propri progetti, le proprie realizzazioni, il proprio io. È il Verbo che ha creato il mondo e le creature per comprendersi, per capire la propria realtà devono richieder al Verbo la parola della verità, la luce che illumini la vita. Solo il Verbo può riempire la vita della vera luce. Allora chi vuole la vita deve mettere davanti al Signore, davanti al Verbo tutte le proprie fortezze e lasciare che Lui decida di farle saltare e lasciare che sia lui poi a ricostruirci. Davanti al Verbo bisogna andarci spogli e in silenzio.

(17 aprile 1992, Venerdì santo)

venerdì 17 marzo 2017

SUSANNA TAMARO ALL'INCONTRO DEI GIOVANI CON IL VESCOVO MASSIMO

INCONTRO DEI GIOVANI CON IL VESCOVO





VENERDÌ 17 MARZO 2017

DIALOGO CON SUSANNA TAMARO

Sintesi: Paolo Cugini


Vescovo: La vita è la cosa più trasgressiva che ci sia, perché è sempre nuova ogni giorno.

Susanna: Non ho mai pensato di fare lo scrittore. La mia vocazione era capire le forme della natura. Viviamo un universo che esplode di complessità e volevo capire questo. Il mio scrivere è stata una conseguenza di quello che vedevo. Come si può pensare che ci sia evento di casualità in una conchiglia?

Vescovo: come mai l’uomo si dimentica del suo rapporto con le cose e diventa brutto?

Susanna: la natura è bella e noi siamo belli. Il mondo contemporaneo c’impone di essere brutti. C’è un desiderio di essere belli in noi, che è positivo.

Vescovo: senza guardare a qualcuno di grande diventiamo piccoli. Hai avuto qualche maestro di riferimento?

Susanna: non ho mai incontrato maestri. Ho avuto pessimi maestri e professori. Sono molto autodidatta. Invecchiando uno deve avere il dovere di essere maestro, per condividere le proprie esperienze. Questo viene ridicolizzato. La società contemporanea non ci permette d’invecchiare.

Vescovo: un libro nasce da un’esperienza che ci ha fatto crescere

Susanna: i miei libri nascono da una risposta che cerco su problemi che mi pongo. Nella narrazione cerco di rispondere alle domande che mi pongo. I miei libri sono molto materiali.

Vescovo: oggi si legge sempre meno. Che cosa può spingere un ragazzo a leggere?

Susanna: io odiavo leggere quando ero piccola. Ho cominciato a leggere quando ho scoperto che c’erano storie che m’interessavano. Leggendo mi annoiavo meno. Quando uno legge un libro, le immagini se le fa nella testa. È importante anche leggere la poesia, perché t’illumina, da un’immagine che apre una porta nella mente. Leggere non è un dovere, ma un piacere. Quando leggi hai arricchito il tuo mondo. E poi quando leggi stai con te stesso.

Vescovo: Come sei arrivata a vivere l’esperienza della compagnia fatta di parole?

Susanna: è stata la poesia. Ho scoperto che attraverso la poesia ero meno sola. Ho scoperto che nella parola c’era qualcosa di molto potente. Verso i 22/23 anni ho avuto una folgorazione.

Vescovo: leggendo i tuoi libri sembra che ci siano due registi in te. Uno è quella del dramma. E poi c’è la Susanna che ha imparato ad attraversare i drammi. Come si riesce ad attraversare i drammi? Come ripartire?

Susanna: ho avuto un’infanzia, adolescenza e giovinezza catastrofiche. Nonostante tutto ho deciso che il passato non deve condizionare il futuro. È una decisione. La vita è troppo bella per farsela rovinare da un evento negativo. Non farsi soffocare dal passato.

Vescovo: Dio è presente nei tuoi libri nella forma di una lotta; Dio è una presenza nei tuoi libri ed emerge come giustizia. Susanna è un crocevia di religioni. È vissuta a Trieste, città con presenza di varie religioni. Che cosa diresti ai giovani che cercano Dio? C’è un oltre?

Susanna: vengo da una famiglia ebrea. Nella famiglia c’erano ebrei e ortodossi. Non ho avuto una educazione cattolica. L’impostazione ebraica mi ha segnato. La sete di giustizia viene da lì. La grande scoperta che ho fatto è che ho capito che siamo immersi nell’eterno. Se non c’è una giustizia nella vita niente rimane in piedi. Le nostre AZIONI HANNO UN SENSO PER QUANTO CI AVVICINIAMO AL BENE E CI ALLONTANIAMO AL MALE. Peccato: mancare il bersaglio. Tutto quello che va verso la vita è bene. Dobbiamo ricominciare ad ascoltare il nostro cuore. Capacità di entrare in noi stessi.

Vescovo: ciascuno di noi a 20 anni cerca i segni del proprio futuro. Come capire il proprio posto nel mondo?

Susanna: è difficile perché i tempi stanno cambiando. C’è una cosa fondamentale: è quello di avere dentro una passione. Se non hai passioni non hai un’ancora. La passione può diventare anche un’attività lavorativa. È importante seguire le proprie passioni.

Vescovo: Che cos’è la preghiera?

Susanna: per me è uno stato di costante attenzione sulla realtà, capire che cosa sta succedendo introno a me e riuscire ad intervenire. Presenza reale.

Vescovo: come ha cambiato la tua vita l’essere conosciuta?

Susanna: il successo è veleno potente, perché ad un certo punto sei innalzato. Ho sempre avuto paura del successo, perché sono anche timida. Io volevo continuare ad essere una persona e non un personaggio. Poi c’è la tentazione dei soldi. Ho sempre avuto problemi di soldi. Liberarsi dai soldi è difficilissimo. Alla fine ho fatto una fondazione che si occupa di progetti per le donne nel 2000. Quando avevo i soldi dovevo sempre pensare ai soldi.

Vescovo: legge un brano di La tigre e l’acrobata

Susanna: La tigre e l’acrobata è il mio testamento spirituale. La morte è un’altra forma di nascita e in questa nascita vivremo un’altra dimensione di vita, con un’altra intensità. Se qui avremo costruito cose belle avremo cose belle.