giovedì 23 settembre 2021

UN CORSO PER OPERATORI PASTORALI CON LE PERSONE LGBT

 

 


[Articolo di Luciano Moia e pubblicata sul quotidiano Avvenire il 22 settembre 2021, p.16]

«Aiutare le comunità a camminare in una prospettiva sinodale vuol dire anche aiutare a comprendere il significato della pastorale per le persone lgbt nel cammino della Chiesa». L’ha spiegato nei giorni scorsi il cardinale Matteo Zuppi, arcivescovo di Bologna, intervenendo al Corso di formazione per operatori pastorali di persone e gruppi di cristiani omosessuali che per tre giorni ha radunato alcune decine di sacerdoti, religiosi e laici, al centro di spiritualità Villa San Giuseppe, accanto al santuario di San Luca, proprio nel capoluogo petroniano.

Zuppi ha sollecitato ad affrontare ‘serenamente’ questo cammino perché il prezzo da pagare non affrontandolo sarebbe troppo alto: la sofferenza di tante persone. «Persone che sono fatte così – ha osservato l’arcivescovo di Bologna – e che sono parte della comunità». Con l’auspicio che, anche grazie alla pastorale per e con le persone omosessuali, arrivi un po’ d’entusiasmo per il cammino sinodale e si abbia il coraggio di andare ovunque: «C’è una marea di gente che sta aspettando, che pone domande, dobbiamo rispondere in modo vero, concreto, generativo». Zuppi ha poi proposto un parallelo tra la pastorale per le persone lgbt e l’impegno per le periferie esistenziali.

«Tra gli inviti di papa Francesco – ha fatto notare – quello sull’impegno di andare verso le periferie esistenziali è insieme il più citato e il più disatteso. È un impegno certamente difficile. Spesso si tratta di andare verso le periferie del nostro cuore, quelle non chiarite perché troppo complicate, che rendono faticoso andare fino in fondo». Allo stesso modo la pastorale con le persone omosessuali che, secondo l’arcivescovo di Bologna, non può essere definita pastorale di frontiera perché «tutta la pastorale è di frontiera, è nella natura di Cristo andare oltre, superare i confini». Scomodo sì, ma occorre farlo, superando i pregiudizi, come appunto quando si affrontano questioni legate alle persone lgbt. Temi, in ogni caso, che sia dall’intervento di Zuppi, sia dalle riflessioni degli altri relatori, appaiono non più eludibili perché ritardi e indifferenza si traducono in altrettante ferite per persone già a lungo ai margini della vita delle comunità.

Concetti che si ritrovano anche nel testo inviato dal cardinale Marcello Semeraro, prefetto della Congregazione per le cause dei santi, che ricordando il suo incontro con una coppia di genitori con un figlio gay, ha condiviso la loro sofferenza nel vedere la scarsa accoglienza da parte della comunità cristiana. «Come è possibile – si chiede Semeraro – che invece di accompagnare situazioni già di per sé estremamente complesse, noi rendiamo addirittura più pesante tanta complessità?». Da qui l’invito all’accoglienza autentica con un approccio che sappia mettere al primo posto «la maternità e paternità pastorale della Chiesa, perché si tratta innanzi tutto di figlie e di figli nostri, che vanno accolti prima di tutto come tali, al di là di aggettivi e definizioni che pure descrivono la loro condizione di vita».

Ma, ha ribadito il porporato, solo dopo «una sincera accoglienza si potrà parlare di integrazione nella comunità cristiana, tenendo conto della particolare condizione di vita, come insegna il Papa in Amoris laetitia. E l’accoglienza, scrive ancora Semeraro, deve tradursi nella disponibilità ad ascoltare il loro vissuto, lenire le ferite, accettare la disponibilità ad avventurarci nelle zone di frontiera «fuori dai nostri confini culturali, sociali, e perfino ecclesiali».

Ma come tradurre queste indicazioni in prassi pastorale per le persone omosessuali? Durante il corso di formazione ne hanno parlato don Gabriele Davalli, direttore dell’Ufficio famiglia della diocesi di Bologna e responsabile per la pastorale con persone lgbt e don Gianluca Carrega, che ha lo stesso incarico per la diocesi di Torino (esperienze che riferiamo nell’articolo qui a fianco). E poi padre Victor De Luna, responsabile dell’apostolato Courage, che ha spiegato i capisaldi di una proposta che mette al primo posto castità, testimonianza, amicizia, comunione e servizio.

Un approccio quindi tutto pastorale che, come è apparso da tutti contributi – tale anche lo spirito del Corso di formazione – preferisce lasciare sullo sfondo le questioni dottrinali. Perché solo uno sguardo pastorale – hanno spiegato nelle conclusioni padre Pino Piva, gesuita esperto di pastorale di frontiera e Gianni Geraci – può favore l’integrazione delle persone omosessuali nella comunità cristiana.

«Due le prospettive considerate urgenti: quella dei ‘single’ lgbt, perché la loro condizione nella Chiesa li pone in una situazione di ‘regolarità’ nei confronti delle norme ecclesiastiche e quindi dovrebbe permettere loro di inserirsi apertamente e pienamente nella comunità cristiana anche a partire dal loro orientamento».

Più problematica la questione delle coppie omosessuali. A questo proposito Piva e Geraci hanno proposto un parallelo con le coppie divorziate in seconda unione, secondo quanto spiegato nel capitolo VIII di Amoris Laetitia che affronta la questione in modo inclusivo. «Se anche per le persone omosessuali vale l’obiettivo di accogliere, discernere e integrare, perché non estendere anche a loro gli stessi criteri pastorali dell’Esortazione postsinodale?».

Il Tema del corso

La proposta del cardinale Zuppi al Corso per operatori con persone omosessuali: sono periferia esistenziale Il cardinale Semeraro: invece di accoglierli troppo spesso rendiamo più̀ pesante questa complessità̀. Al Corso di formazione anche l’intervento di don Gianluca Carrega (Torino): «Queste persone chiedono di essere accompagnate e formate. È ora di uscire da una pastorale di nicchia»

Il Vescovo Russo: segno del volto materno della Chiesa

     Al Corso di formazione per accompagnatori spirituali e operatori pastorali per gruppi e persone omosessuali è arrivato anche il messaggio del vescovo Stefano Russo, segretario generale della Cei che, rivolgendosi a padre Pino Piva, organizzatore dell’evento, ringrazia per l’impegno profuso «segno di quel volto materno della Chiesa a tutti caro» e auspica in un prossimo incontro di «condividere quanto di prezioso state facendo». Nei mesi scorsi agli operatori pastorali impegnati con persone e gruppi omosessuali si era rivolto anche il presidente della Cei, cardinale Gualtiero Bassetti, con una lettera riservata in cui esprime grande vicinanza e condivisione per le persone impegnate in questo apostolato, assicurando gli aiuti necessari per questi itinerari di integrazione ecclesiale.

Il Corso concluso nei giorni scorsi fa parte di un progetto che ha già visto un modulo di approfondimento teologico svoltosi a febbraio con gli interventi di Damiano Migliorini, don Stefano Guarinelli, Chiara D’Urbano e padre Giovanni Salonia. Mentre a giugno il modulo proposto ha approfondito gli aspetti teologici con don Aristide Fumagalli, Cristina Simonelli, don Basilio Petrà e don Gianluca Carrega.

fonte Dal corso per operatori pastorali di Bologna: «La pastorale con le persone LGBT sia parte del cammino sinodale» - Progetto Gionata 

 

lunedì 20 settembre 2021

FEDE E POLITICA - CARDINAL MATTEO ZUPPI

 





DODICI MORELLI  20 Settembre 2021

Sintesi Paolo Cugini

 

Il tema della politica interessa alla chiesa. Oggi le scelte che faremo sono le scelte che condizioneranno i prossimi anni. Occorre capire come vogliamo uscire da questa situazione.  

Il tempo è superiore allo spazio. Il tempo vuole dire quello che oggi non c’è ma ci sarà in base alle scelte che facciamo oggi. Ad una persona che fa politica questo discorso sta stretto.

Scegliere qualcosa che guarda al futuro fa bene alla politica. Spesso la politica punta più sulla comunicazione che sui contenuti. Spesso le regole della comunicazione condizionano i contenuti.

Il problema è dover prendere decisioni in fretta, perché rende complicato il percorso. A volte le complicazioni sono difficili da gestire. Il problema è avere delle prospettive a lungo termine.  Necessità di avere un piano strategico che serve a tutti e che mette insieme le parti. A tutti i politici deve stare a cuore la vita in tutte le sue situazioni. La chiarezza d’intenti è fondamentale. Un esempio è la città di Barcellona. È questa capacità decisionale e la chiarezza d’intenti che è necessaria nell’oggi della vita politica.

Altro esempio sono le risorse e il suo uso. Non è possibile continuare a sostenere il benessere che c’è in occidente. Emergente diviene sempre più il tema dell’acqua.

L’economia non può trasformarsi in speculazione. Dovremmo sempre cercare di uscire dalla prigione dell’immediato per collocare le cose in un orizzonte sempre più ampio.

Quando è l’economia a comandare sulla politica, non è positivo. Il pericolo è che comandino le mafie, logiche perverse mafiose. Non dobbiamo mai sottovalutare la capacità del male. Perché la mafia ha investito sulla droga?

Carità politica, progredire verso un ordine sociale, la cui anima sia la carità. La politica è una delle forme più preziosa della carità. Dinanzi ai problemi il politico cerca delle strategie per porre delle soluzioni a lungo termine.

 

 

 

venerdì 17 settembre 2021

RELIGIONI E PROSTITUZIONE - LE VOCI DELLE DONNE


 

Prosegue l'impegno dell'Osservatorio Interreligioso sulla Violenza contro le Donne (OIVD) con la Federazione Donne Evangeliche Italiane (FDEI) nell’affrontare la questione prostituzione come espressione della violenza contro le donne, a cui anche le culture religiose non sono estranee. 


Il Gruppo Prostituzione OIVD ha infatti organizzato un ciclo di incontri su: 


RELIGIONI E PROSTITUZIONE - LE VOCI DELLE DONNE


Al primo appuntamento sentiremo le voci di:

Paola Cavallari,  presidente OIVD e socia Coordinamento Teologhe italiane

Lidia Maggi teologa e pastora battista



Per accedere all'incontro (non comunicare il link se non a persone fidate)

https://us02web.zoom.us/j/84573088564?pwd=S1Y4QkZPRW5IeENGS2F5QS91azJrQT09#success

 



lunedì 13 settembre 2021

Come essere presbitero oggi? Padre Timothy Radcliffe




TRE GIORNI DEL CLERO

BOLOGNA 13 SETTEMBRE 2021

Sintesi: Paolo Cugini

Tutta la predicazione inizia con l’ascolto. 

"In passato l’ignoranza non ti ha mai impedito di parlare".  

La gente sente che la chiesa non ha parole per le donne, gli omosessuali. 

Due discepoli sono in viaggio per Emmaus, erano disillusi. Tutto è sempre andato fallito. Hanno perso la fede e la speranza. Lasciano la comunità dei discepoli e tornano a casa. Come fa Gesù a raggiungerli? Gesù non dice che hanno torto, ma chiede di che cosa stanno parlando. Gesù non parla finché non abbia ascoltato.

Molte persone, anche sacerdoti, si sentono soli, dimenticate e incomprese. Forse è utile guardare i film e le canzoni che loro ascoltano. Se i giovani si trovano in un luogo è lì che dobbiamo avvicinarci.

Gesù non blocca i discepoli di Emmaus, ma cammina con loro. La chiesa è chiamata ad uscire da se stessa, ad andare nelle periferie esistenziali. Condividere il viaggio di tutti, ascoltare le convinzioni di tutti. Lo sconosciuto si unisce ai discepoli di Emmaus per ascoltare la loro conversazione. Gesù è un uomo di conversazione. La prima domanda è: con chi dovremmo parlare mentre camminiamo per strada? Chi è per noi la donna al pozzo? Gesù espone le scritture, perché sono il dialogo di Dio con l’umanità. Dio si fa conoscere attraverso il dialogo che desidera avere con noi. La conversazione è l’unico modo per annunciare Gesù. Qualsiasi altro modo rischia di cadere in ideologia. Arte della conversazione è la qualità specifica del presbitero in questo tempo. Arte d’interagire con persone che pensano in modo diverso. La società occidentale si sta uniformando, persone che pensano allo stesso modo. Gesù è sia al centro che al margine. Anche noi dobbiamo vivere in entrambi i luoghi. La Chiesa è la nostra casa, eppure siamo persone anche delle periferie. Dobbiamo a Gerusalemme e sulle strade di Emmaus.

 Appartenere a tutti. I presbiteri sono chiamati a vivere costantemente in uno spartiacque. Ciascuno deve imparare a valorizzare il carisma dell’altro. Tutti sono necessari. La nostra speranza è che le nostre vite abbiano significato. Abbracciare le sofferenze delle persone, le loro storie. Abbracciare le storie delle persone.

Dicono a Gesù: resta con noi perché è sera. Offrono a Dio un pasto e un letto per la notte. Predichiamo accettando l’ospitalità. Gesù sta alla porta e bussa. Il nostro ministero sacerdotale include l’accettazione dell’ospitalità. Imparare l’arte di essere ospite nelle case di altre persone, per condividere le speranze degli altri, di chi incontriamo, Coraggio ad accettare l’invito a riposare con i giovani, artisti, per godere della loro compagnia. Essere a casa con tutti. La notte prima di morire Gesù ha compiuto un gesto di speranza. Quando tutto sembrava buio, Gesù ha dato un segno di speranza che ripetiamo ogni giorno. Che cosa dire dinanzi alle sofferenze del mondo? Gesù prese il pane e lo benedisse dicendo: questo è il mio corpo. Questa è la speranza dei discepoli: una speranza sulla morte. Come dare speranza a coloro che la perdono?

Se andiamo nei luoghi della miseria ci chiediamo che cosa dobbiamo dare? Ma è proprio lì che ci verrà dato. Se andiamo tra i giovani o tra i malati, ci sentiremo poveri, ma poi il Signore ci darà la parola necessaria. Usciamo dalle acque in cui ci sentiamo più sicuri. In Gesù si rivela il volto di Dio. Il nostro ruolo di presbiteri: essere il volto di Cristo.

Guardare le persone negli occhi. Essere messaggeri del verbo: aiutare a crescere per poi sparire. Il cuore delle persone arde quando predichiamo. Como possiamo predicare in modo che le persone siano piene di gioia? Siamo chiamati a diventare umani come lo era Gesù. 

martedì 7 settembre 2021

A che punto siamo con gli abusi di potere, di coscienza e abusi sessuali dentro le chiese?


 

A che punto siamo con gli abusi di potere, di coscienza e abusi sessuali dentro le chiese? Continua la nostra ricerca perché nelle chiese e nelle comunità religiose le voci di donne escano dal silenzio. Il nostro obiettivo è di proseguire la campagna contro gli abusi clericali sulle religiose espressione più significativa della condizione di subordinazione delle donne nella Chiesa. Per questo abbiamo voluto dare voce alle autrici di due testi differenti che aiutano a comprendere meglio questa complessa realtà: da una parte un racconto di vita religiosa segnata drammaticamente dall’abuso sessuale e dall’altra il percorso di progressiva presa di coscienza della condizione delle donne attraverso la vita religiosa ma anche la maternità e l’esperienza nel movimento femminista. Insomma diamo voce a due donne non solo vittime ma soprattutto esempio di azione di cambiamento.

 

Doris Reisinger Wagner è teologa ,filosofa e ricercatrice in questo momento è una delle massime esperte mondiali sugli abusi clericali e la sua testimonianza rappresenta una delle più forti sfide alla gerarchia ecclesiale perché va a toccare il fulcro del potere vaticano.

Paola Lazzarini è sociologa della religione, giornalista e fondatrice dell’associazione ”Donne per la Chiesa” di cui è presidente impegnata come voce critica e libera per promuovere un movimento “dal basso” di donne cattoliche.

Condurrà l’incontro Ludovica Eugenio direttora di Adista che da tempo affronta le tematiche più controverse della condizione delle donne nella Chiesa con serietà e coraggio.

Vi invitiamo a partecipare giovedì 16 settembre h 18. Troverete il link nella locandina.

venerdì 27 agosto 2021

CRISTO IN EUROPA. UNA FECONDA ESTRANEITA’ - UN LIBRO DI CHRISTOPH SCHONBORN





Paolo Cugini

 

La domanda iniziale che provoca le argomentazioni del breve libretto di Schonborn è la seguente: Il cristianesimo è una presenza straniera oppure rappresenta il fondamento dell’Europa? Secondo l’autore si possono affermare tranquillamente entrambe le cose.

Se è vero che il cristianesimo è una delle radici della cultura europea, dall’altra tale consapevolezza sta diminuendo in maniera allarmante. Secondo Schonborn l’Europa non potrà sopravvivere senza i contenuti portati dal cristianesimo. Due prospettive ebraiche vale la pena citare per comprendere l’ampiezza del problema.

La prima è di Jonathan Saks, rabbino capo della Gran Bretagna, il quale ritiene che il responsabile del crollo dell’indice di natalità in Europa sia la cultura consumistica: “la sua popolazione è troppo egoistica per crescere figli”. Secondo Saks l’Europa è l’area più secolarizzata del mondo e, a suo dire, c’è correlazione con la diminuzione spaventosa di natalità. “Essere genitori richiede un grande sacrificio” e, nell’attuale contesto culturale europeo non trova spazio l’idea di sacrificio. Per questo, secondo Saks, il credo religioso è fondamentale per la coesione della società.

La seconda prospettiva è di Joseph Weiler, professore di diritto europeo all’Università di New York, che parla di cristianofobia europea. Anche lui vede correlazione tra questa perdita di memoria delle origini e lo sviluppo demografico in Europa.

A questo punto diviene importante fare memoria e delineare brevemente le fasi storiche più significative del cristianesimo in Europa.

L’epoca antica. Durante il periodo della così detta pax romana solo gli ebrei e i cristiani rifiutavano di diventare una religione in mezzo a tante all’interno del pantheon pagano. La conseguenza fu un’aspra critica nei loro confronti, sfociata nelle persecuzioni e nel martirio di migliaia di uomini e donne. È possibile, a partire da queste considerazioni, è possibile incontrare alcuni frutti delle radici cristiane dell’Europa piantati già all’inizio.

Il primo, è il fondamento della dignità umana nell’idea biblica che l’uomo e la donna sono creati ad immagine di Dio. Ciò ha prodotto come conseguenza nel messaggio di Gesù, l’attenzione ai poveri, agli ammalati, agli esclusi in un contesto culturale che disprezzava tutti coloro che non appartenevano al popolo greco.

Un’altra idea portata dal cristianesimo e che è alla base della cultura europea è, secondo Schonborn, l’unità della specie umana. L’umanità è un’unica famiglia. Considerare greci e barbari sullo stesso livello, come sosteneva la prima comunità cristiana, era considerato uno scandalo. Questa idea che siamo tutti fratelli e sorelle è uno dei pilastri della cultura europea di chiarissima origine cristiana.

L’ultima idea maturata nell’età antica del cristianesimo e che ha plasmato la cultura europea è la libertà. Secondo Schonborn “la più efficace invenzione della Bibbia è la libertà: la possibilità di autodeterminarsi che Dio dona all’uomo. L’amore bandisce la coercizione”.  

L’epoca medievale. Probabilmente il vero problema del cristianesimo, quello che lo rende poco credibile agli occhi del mondo occidentale è la cristianità, quella trasformazione, cioè, avvenuta dopo l’editto di Costantino e lo stabilirsi come religione dell’impero a partire dal 380 con Teodosio. Secondo Schonborn ci sono due papi che rappresentano simbolicamente lo sviluppo che rese possibile l’Occidente cristiano, ma lo fece anche cadere: Gregorio Magno e Leone III. Il primo fu molto influenzato dalla caduta di Roma e dalla paura dell’impero di oriente al punto di fare della chiesa il baluardo dell’impero romano d’occidente. Leone III chiese aiuto ai Franchi e incoronò Carlo Magno imperatore romano. L’impero bizantino percepì l’evento come un grave tradimento dell’unità del cristianesimo, creando quell’estraneità che culminò nel 1054 con la definitiva scissione. Le conseguenze furono gravissime perché aprirono il varco alle lotte tra potere politico e potere papale. Scrive Schonborn: “Dopo numerose guerre lo stato ecclesiastico medievale divenne un sacerdotium senza alcuna importanza o influenza per le potenze europee […] La battaglia sulla sovranità dell’impero e, in seguito, sullo stato della chiesa, in concorrenza con le altre potenze europee, indebolì l’importanza spirituale del papa, più che rafforzarla”. Una lezione importante la Chiesa può ricavare da questa storia, vale a dire che è un errore pensare di poter rafforzare una religione attraverso l’unione con lo stato e il potere politico. La distinzione è necessaria e utile per entrambi. Parlando di medioevo non è possibile guardarlo solamente sullo sfondo della lotta tra chiesa e impero: c’è molto di più. C’è la nascita di vari ordini religiosi che contribuirono significativamente per lo sviluppo culturale in Europa. Non si possono dimenticare nemmeno i monasteri che, dopo la riforma di Cluny del 900, diedero un grande impulso in ambito sociale, artistico, economico e spirituale.

Epoca moderna. L’Europa moderna è soprattutto figlia dell’illuminismo. Senza dubbio, la scissione religiosa del XVI secolo scosse profondamente la società europea occidentale. Uno degli esiti delle guerre di religione fu la territorializzazione delle confessioni cristiane: cuius regio eius religio. Il luogo di residenza divenne il principio per determinare l’appartenenza ad una determinata religione. Secondo Schonborn il concetto negativo di pulizia etnica emerso nei Balcani è una conseguenza di quel principio distruttivo. Le guerre di religione ebbero un secondo risultato, cioè sembrano confermare che le religioni mettono un popolo contro l’altro, mentre l’illuminismo li libera.

Nonostante ciò, secondo Schonborn la situazione del cristianesimo in Europa “è alquanto stimolante e piena di opportunità”. Si assiste, infatti, alla ricerca di cammini di fede più consapevoli. Il cristianesimo un corpo estraneo, dunque, in Europa, ma anche una radice. “L’Europa potrebbe aver bisogno della sana inquietudine della voce profetica della Parola. Sempre secondo il nostro autore – ed è la sua conclusione al breve saggio – “sappiamo che le radici che sosterranno l’Europa nel futuro sono queste: un cristianesimo credibile, fedele alle sue radici, per quanto singolare ed estraneo possa sembrare a volte ai nostri occhi un tale cristianesimo”.

 

UN MONDO SECOLARIZZATO? PARLIAMONE CON HANS JOAS

 

 

Paolo Cugini

 

Il filosofo tedesco Hans Joas si è posto la domanda sul senso e il modo in cui la secolarizzazione è da considerarsi un’innovazione storica significativa. Secondo Joas il primo ostacolo è la vaghezza del termine. All’origine il termine “secolare” significava il transito di una persona o di un bene da una giurisdizione ecclesiastica ad una mondana. Successivamente il termine secolarizzazione diventa sinonimo, da un lato del declino del trascendente a vantaggio del mondano e, dall’altro, della riconciliazione del trascendente con il mondano. In entrambi i casi rimane vago il significato del declino. Secondo Joas non c’è nulla nella realtà ci può garantire che la secolarizzazione sia un fenomeno storico ben demarcato. In ogni modo è importante tenere in considerazione il fenomeno in questione perché: “superare la tesi della secolarizzazione non significa ignorare la secolarizzazione, bensì percepirla nella su multiformità”. Da un certo punto di vista secolarizzazione potrebbe sembrare un fenomeno di liberazione, di emancipazione da una condizione di dipendenza. In ogni modo, per poter essere un’innovazione storica, la secolarizzazione deve includere anche la genesi di qualcosa di nuovo, nuovi valori. Secondo Joas, il modo più corretto per descrivere la novità apportata dalla secolarizzazione è: l’opzione secolare. Questa novità consiste nella diffusione di una pretesa di autoaffermazione umana senza precedenti nella storia. Per questo motivo, secondo il nostro autore, non esiste la “secolarizzazione” in quanto tale, ma singoli episodi di secolarizzazione, la cui intensità e qualità dipendono da diversi fattori (economici, sociali, politici, ecc.) che agiscono come campi di tensione che s’interpongono sistematicamente tra le cause”. Pr comprendere l’esito della religione all’interno del processo di secolarizzazione, non è possibile prescindere dalle condizioni socio-politico-culturali locali in cui le persone vivono concretamente. Più che indicare un concetto onnicomprensivo con portata teleologica – è questa la critica sostanziale di Joas ai sostenitori della secolarizzazione tout court – occorre verificare le “ondate” che ne specifica il dato contingente e locale. Queste ondate, non rappresentano mai l’ultima parola, ma sono seguite da: “un massiccio movimento in senso contrario, una rivitalizzazione della fede, una modernizzazione della dottrina e/o delle strutture organizzative, a volte anche un ritorno alla tradizione, che rendono in generale difficile percepirne il carattere innovativo”. La secolarizzazione, dunque, più che essere un fenomeno universale per le ragioni sopra descritte, può essere circoscritto all’occidente europeo.

Joas ad un ceto punto del discorso, per meglio comprendere la portata della secolarizzazione, apre un confronto con quella che il filosofo tedesco Karl Jaspers ha chiamato la “svolta assiale”, vale a dire l’età della scoperta della trascendenza. Con questa svolta giunge alla fine l’epoca in cui alcune figure significative come i profeti biblici, Socrate, Confucio e Budda reinterpretavano la relazione tra divino e terreno, tra i quali viene scavato un solco come tra finito e infinito. “Secondo la nuova prospettiva il punto discriminante è che in quest’epoca il divino si trasforma nel Reale, nel Vero, nel totalmente Altro, rispetto al quale ciò che è terreno non può che apparire deficitario, manchevole”. E’ proprio questa amplificazione della tensione tra l’ideale e il reale che costituisce il materiale per l’inizio del processo di desacralizzazione di tutte le potenze mondane che si autoproclamano divine. Infatti, come sostiene Joas, “con le innovazioni dell’epoca assiale si è inserito un potenziale per la desacralizzazione del potere politico che non è mai più ammutolito né sparito del tutto”. La tensione nel rapporto tra religione e politica ha il suo inizio proprio in questo periodo analizzato da Jaspers e che trova un esito significativo nella secolarizzazione. La storia delle civiltà umane dopo la rivoluzione assiale è caratterizzata dall’alternanza tra spinte alla desacralizzazione e alla risacralizzazione. Secondo Joas dopo la nascita delle religioni universali, lo sviluppo della cultura dei diritti umani rappresenta la seconda grande ondata storica di una radicale desacralizzazione del potere ed essa s’intreccia con la genesi dell’opzione secolare. La secolarità moderna non mette fuori gioco le religioni, ma comporta comunque una ristrutturazione del campo di forze ideali entro cui si dispiega la creatività dell’agire umano. Conseguenza di questa trasformazione è la crescente consapevolezza che la fede e la religione non sono universali antropologici, ma opzioni significative offerte all’iniziativa individuale e collettiva. La religione, dunque, non può rappresentare il destino dell’umanità. A questo punto diventano di grande importanza le riflessioni dei Hans Joas:

Quello che mi preoccupa non è il fatto che la secolarizzazione possa distruggere la morale in quanto tale, ma che un indebolimento del cristianesimo mini uno dei pilastri dell’universalismo morale e giuridico. Se come sostiene la tesi di Karl Jaspers relativa all’epoca assiale, questo universalismo è venuto storicamente alla luce in connessione con l’idea di trascendenza, allora non è certo che esso sopravviverà in modo duraturo alla scomparsa del suo fondamento originario. Ma una preoccupazione è qualcosa di diverso da un grido di battaglia”.

Nella conclusione di La fede come opzione, Hans Joas suggerisce di guardare fuori dall’Europa per comprendere meglio quale sarà il futuro del cristianesimo. Occorre, cioè, porsi da un punto di vista globale e non eurocentrico, spostando, quindi, il focus dell’analisi dal mondo occidentale al resto del mondo. Per cogliere meglio in profondità il significato socio-culturale del fenomeno della secolarizzazione. In questa prospettiva, vengono in nostro aiuto quelli che sono stati definiti i postcolonial studies che hanno apportato un notevole contributo allo smantellamento del teorema della secolarizzazione. Come ha sottolineato il teologo Paolo Costa, anche in questo caso, “il post di post-coloniale non denota semplicemente il superamento di una configurazione culturale di cui viene proclamato il compimento della parabola storica. Il post, infatti, allo stesso tempo afferma e contesta la centralità di ciò che viene oltrepassato. Spesso il risultato di questi studi post-coloniali consiste nel marginalizzare l’Europa a scapito dell’innalzamento di altre proposte culturali. In ogni modo, è proprio dalla marginalizzazione del modello culturale eurocentrico, che si sviluppa l’interesse per tutto ciò che questo modello ha scartato nella propria produzione culturale, tutto ciò che non è stato ritenuto degno di essere considerato storia significativa. Per certi aspetti, è la continuazione del lavoro iniziato dalla Nouvelle histoire, nella ricerca di una documentazione marginale, per una ricostruzione della storia a partire dalle periferie, da ciò che il centro politico e autoreferenziale, tralasciava. Elemento chiave nel processo di smantellamento del teorema della secolarizzazione è lo sforzo scrupoloso di ricontestualizzazione storica. Del resto, lo stesso Charles Taylor intitolava la sua opera più significativa sul tema in qeustione: A Secular Age, vale a dire un’età secolare, nel senso che di età secolari ce ne possono essere diverse, oltre a quella sviluppatasi all’interno della cristianità europea. Se le secolarità sono per l’analisi post-coloniale molteplici, diventa fondamentale contestualizzarle per coglierne la portata e i differenti significati, oltre che agli esiti. In questa prospettiva, è importante comprendere come la secolarizzazione prima di essere un processo culturale sia soprattutto un progetto storico, per cui è facile comprendere come: “il processo attraverso cui la cristianità latina è diventata secolare è lo stesso processo mediante cui essa è diventata coloniale”. Attraverso l’incontro di popoli non cristiani gli europei hanno trasformato la loro comprensione della religione, del valore dei riti e dei culti locali, del rapporto tra la storia religiosa dei popoli e il progresso umano. Questa trasformazione non è stata indolore, ma ha portato con sé un carico di violenza inaudita, anche perché il processo di secolarizzazione come progetto onnicomprensivo non accetta resistenze da quelle culture ritenute inferiori. Gli studi post-secolari muovendosi in una prospettiva internazionale sulla storia politico-religiosa degli ultimi due secoli, hanno analizzato in modo specifico il caso indiano e cinese giungendo ad alcune considerazioni significative. La prima è che la secolarizzazione è il cambiamento autoritario della grammatica di una forma di vita tradizionale “che consolida il potere di un particolare tipo di stato negando legittimità di certi modi di essere cittadino-soggetto, che sono ritenuti incompatibili con esso, poiché non condividono valori tradizionali fondamentali”. Secondo l’antropologo saudita Talal Asad sulla base di un’interpretazione essenzialistica del secolare viene negato a priori ai subalterni il diritto di esplorare varietà di secolarità che non prevedano la privatizzazione della religione e della moralità e, soprattutto, non facciano leva “sul dispositivo governamentale assicurato dallo Stato moderno e dal suo impulso ordinatore”.

La lezione storica generale che i pensatori postcoloniali ricavano dalla crisi del teorema della secolarizzazione è che non solo è erroneo, ma semplicistico, nei termini di un conflitto tra società moderne e società tradizionali.

 

 

 

giovedì 26 agosto 2021

L'ETA' SECOLARE DI CHARLES TAYLOR

 





Charles Taylor è convinto che la visione cristiana dell’amore oblativo a Dio resta anche ai nostri giorni un bene per molte persone. L’idea di agape che troviamo nei vangeli e nelle lettere di Paolo è senza alcun dubbio, l’unica fonte o risorsa morale che dà senso alle azioni filantropiche e altruiste di tante persone. Questa fiducia nella promessa teista contenuta nella proposta giudaico cristiana, ha provocato molte critiche all’autore di A Secular Age. In virtù di questa fiducia Taylor teorizza la tesi del declino inevitabile della modernità. La transizione secolare così auspicata dai teorici della secolarizzazione, non è né ovvia, né compiuta, anche perché è evidente sul piano della cultura occidentale il logoramento del paradigma scientifico, incapace di offrire strumenti ermeneutici che vadano al di là dei meri dati scientifici. Uno delle conseguenze più significative causate dalla lettura secolare del mondo consiste nell’incapacità di dare un senso compiuto al lessico che veniva utilizzato per indicare una vita i cui ideali non erano di natura biologica o matematica, ma metafisica. Il dato interessante che Taylor annota nella sua ricostruzione storica del processo di secolarizzazione è l’intreccio tra le due storie, quella religiosa e quella secolare.

Tutti gli attuali dibattiti sul secolarismo e la credenza sono influenzati da una duplice storicità, un riferimento al passato bi-stratificato. Da un lato, l’incredulità e l’umanesimo esclusivo si sono definiti in relazione a precedenti forme di credenza, sia il teismo ortodosso sia le concezioni incantate del mondo; e attualmente tale definizione è inseparabile dall’incredulità. Dall’altro lato, le forme posteriori di non credenza, come pure tutti i tentativi di ridefinire e recuperare la credenza, si definiscono in relazione a questo primo pioneristico umanesimo della libertà, della disciplina e dell’ordine.

C’è secondo Taylor, una tensione di fondo nella cristianità medievale tra esigenze di radicalità religiosa e spinte di generalizzazione delle credenze, che prepara il terreno al processo di secolarizzazione attivato nell’epoca moderna, per cui la nascita di una mentalità secolare è uno degli effetti. della critica della religione popolare. “Da un’epoca nella quale la vita religiosa era più incarnata e dove la presenza del sacro poteva essere rappresentata nei riti, o vista, percepita, toccata, persino avvicinata (nel pellegrinaggio), a un’epoca in cui la vita religiosa è più un fatto mentale e dove il rapporto con Dio passa soprattutto attraverso la nostra adesione a interpretazioni contestate”.

Il mondo occidentale assiste, dunque, in epoca moderna, all’avvento di una cornice immanente che plasma la cultura. Taylor individua nelle guerre di religione del XVII secolo, scatenatesi in Europa dopo le tensioni causate con la riforma, uno dei motivi del calo d’intensità della credenza e della pratica religiosa e, quindi, dell’indifferenza crescente verso il sacro. Elemento significativo di questo processo confluisce nel tema della laicità, non solo come atteggiamento individuale, ma anche politico. “Lo scopo della laicità dello Stato è precisamente quello di evitare di privilegiare o sfavorire non solo posizioni religiose, ma qualsiasi posizione fondamentale, siano esse religiose o meno”. Ciò significa che il fine non consiste nel rendere la religione meno rilevante per la vita, ma impedire che lo Stato privilegi una confessione rispetto ad altre. L’obiettivo dell’epoca moderna, che vede in Europa la formazione degli stati, è sganciarsi dall’identificazione con una religione, per rendere lo Stato imparziale, equidistante tra le varie entità religiose. In questo senso l’epoca moderna è un periodo di rottura con il precedente, caratterizzato dall’identificazione tra religione e potere, tra impero e cristianesimo. Questo percorso implica un secondo livello di liberazione politica, vale a dire il modello di etica politica indipendente, che consiste, secondo Taylor, nella necessità di definire un’etica slegata da ogni credenza religiosa. In questo modo, viene richiesto ai cittadini di prescindere dalle loro convinzioni religiose ogni volta che sono chiamati a deliberare su questioni d’interesse generale. È chiaro che questo atteggiamento richiesto, apre le porte per un vissuto religioso relegato nella sfera individuale o, come direbbe Taylor, “tra gli accessori opzionali che spesso disturbano il corso della vita mondana”.  

Anche se questa soluzione ha l’apparenza di creare lo spazio pubblico favorevole alla formazione di un clima di pace, togliendo sul nascere, il materiale per possibili tensioni, in realtà dai credenti viene vissuta come una vera e propria esclusione della religione. Taylor individua due modelli che si sono affermati nel mondo occidentale come esempi di stili di laicità. Da una parte c’è il modello americano, imperniato su una religione civile; dall’altro, quello francese in cui è visibile una morale indipendente. A detta del filosofo canadese, l’obiettivo più realistico in un contesto culturale significativamente pluralistico, com’è quello raggiunto dalla società occidentale, sarebbe un consenso su una serie di principi politici comuni, anche se giustificati in maniera diversa. Taylor è convinto che, nonostante gli sforzi irenici, nella società secolare il disaccordo continuerà e: “dovremo convivere con compromessi tra le varie visioni del mondo. Anziché con un espediente abnorme, scandaloso e sperabilmente temporaneo, questa condizione dovrà, cioè, essere vissuta come lo stato di cose normale per un lasso di tempo indefinito” (TAYLOR, 2014, p. 51). E’ questa variante aperta di laicità che può aspirare ad essere riproposta in contesti culturali anche molto diversi.

 

lunedì 23 agosto 2021

CONTRO LA SECOLARIZZAZIONE - DAVID MARTIN

 



Paolo Cugini

 

David Martin è un sociologo e pastore anglicano, è stato il primo a formulare una critica alla secolarizzazione in un saggio, "Towards Eliminating the Concept of Secularisation" (1965), la prima teoria empirica comparata della secolarizzazione in "Notes for a General Theory of Secularisation" (1969).  Questo primo lavoro è stato ampliato e pubblicato in forma di libro come A General Theory of Secularisation (1978), un testo storico nella storia degli studi di secolarizzazione. Ha continuato a contribuire al dibattito sulla secolarizzazione e sulla resilienza della religione al presente.

Nei suoi primi lavori sociologici, Martin specifica l’ambito della sua indagine, ritenendo che il concetto di secolarizzazione, oltre ad ostacolare il progresso della sociologia della religione, è ricolmo di ideologie, soprattutto l’esistenzialismo, il marxismo e il razionalismo. Significativo è il fatto che la posizione di Martin è contemporanea al successo delle analisi sociologiche sulla secolarizzazione. C’è una sorta di miopia nei sostenitori della secolarizzazione che, secondo Martin, non permette di cogliere le aporie del nesso tra modernizzazione e declino della vitalità religiosa. L’accusa del sociologo britannico ai teologi della secolarizzazione è quella di basare i loro studi esclusivamente sul piano teorico, mettendo in secondo piano la reale situazione della religione. Ebbene, è proprio il contatto con l’esperienza religiosa che svuota l’analisi proposta dai teorici della secolarizzazione. In primo luogo, non è possibile analizzare il variegato mondo religioso con un solo concetto, vale a dire, la secolarizzazione. Non esiste un processo unitario chiamato secolarizzazione, che nasca in relazione a un insieme di caratteristiche definite religiose”. Questo processo non esiste perché le istituzioni religiose nascono e declinano per svariati motivi non riconducibili ad un unico denominatore comune. Per questo motivo, allo stesso modo, non è possibile parlare in modo unitario di cause della secolarizzazione. Proprio per questi motivi, secondo Martin, è facile intravedere le precomprensioni ideologiche della teoria della secolarizzazione, ideologie tutte interessate a decretare la fine della religione. Tra queste, Martin ne individua tre: razionalismo, marxismo ed esistenzialismo. La prima, considera il declino della religione come inevitabile perché la concepisce come una teoria falsa. Il sociologo britannico confuta questa tesi sostenendo la necessità per il buon funzionamento della società, di strutture mitiche “che è più dell’assurdità alla quale è indissolubilmente unita, poiché è in grado di ricondurre tutti gli eventi della vita, i più importanti e i meno importanti, all’interno di una struttura di significato profondamente coerente”. Il marxismo, a sua volta, spiega il declino della religione riconducendola alla sua funzione ideologica di sostegno del dominio di classe esistente. Secondo Martin solo una visione deterministica della storia può escludere che le condizioni della fioritura della religione non si ripropongono anche all’interno di una società a socialismo realizzato. Infine, l’adesione alla tesi della secolarizzazione da parte dell’esistenzialismo, poggia sul rifiuto della dimensione sacramentale e comunitaria della religione. È dunque, necessario, conclude Martin,

che la situazione religiosa, nella sua estrema varietà, sia studiata separatamente dalla spinta a illustrare una posizione filosofica […]. La parola secolarizzazione è troppo intimamente legata alle distorsioni ideologiche per essere mantenuta. Il suo uso favorisce le generalizzazioni nebulose a discapito, per esempio, di studi rigorosi sull’influsso della mobilità geografica e sociale sulla pratica religiosa. La parola secolarizzazione dovrebbe essere cancellata dal dizionario sociologico.

Sottofondo culturale della critica di Martin alla secolarizzazione è il rifiuto categorico alle visioni lineari della storia che, per definizione, lasciano nel cammino della ricerca storica, molti aspetti considerati marginali o per niente considerati. La religione, di conseguenza, paga lo scotto di avere una visione trascendente dell’uomo, della società e della natura, che visioni materialistiche della storia che non viene presa minimamente in considerazione. Martin percepisce come necessario lo smascheramento di questi tentativi semplicistici di riletture storiche a servizio dell’ideologia di turno. “Dovevo smascherare l’illegittimo trasferimento di un télos o una direzione immanente di matrice ideologica nell’ambito delle scienze sociali. Molta sociologia, in effetti, non è altro che storia iperorganizzata.

giovedì 19 agosto 2021

PER I MARI E' ORMAI TROPPO TARDI

 



Il riscaldamento globale, che sta causando l’aumento del livello dei mari, lo scioglimento dei ghiacciai e la moltiplicazione degli eventi estremi, sta peggiorando a un ritmo e su una scala che non si vedevano da migliaia di anni, in tutte le regioni del mondo. Pubblicato il 9 agosto, il sesto rapporto del Gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico (Ipcc) delle Nazioni Unite contiene tutto quello che sappiamo oggi sulle basi fisiche del riscaldamento globale. Per quanto riguarda i mari, è già troppo tardi: le perturbazioni continueranno per secoli. L’Ipcc ha dimostrato che, nell’ultimo decennio, le attività umane, e in particolare l’uso dei combustibili fossili, sono interamente responsabili del riscaldamento del pianeta (Internazionale, 19.08.2021).