lunedì 24 agosto 2026

Amazzonia, donna resistente. RIflessioni dal XII Foro Social Panamazónico (FOSPA)

 

Anna Chiara e Davide sono insieme in giro per Ecuador. Il testo è frutto delle loro discussioni durante e dopo il Foro Social Panamazónico (FOSPA). Il testo è di Davide.



 


Davide Muradore

 

 

 

A Puyo, cittadina amazzonica alle porte della foresta ecuadoriana, si è tenuta dal 16 al 21 agosto l'ultima edizione del Foro Social Panamazónico. Il Fospa non è un evento, è un formato: plenarie che discutono, tavoli tematici che approfondiscono, e poi la marcia, il corpo collettivo che porta nelle strade quello che nelle sale si è detto a parole. A Puyo si sono ritrovate delegazioni da tutto il bacino amazzonico: Bolivia, Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guyana Francese, Perù, Suriname, Venezuela. Nove paesi che condividono la stessa foresta e le stesse minacce.

 

Resistente è una parola che in Italia porta il peso di una storia precisa, e che qui torna in un contesto completamente diverso. Vale la pena recuperarla non come reperto ma come metodo: la Resistenza italiana funzionò perché tenne insieme cattolici, comunisti, liberali, socialisti, gente che non si somigliava quasi in nulla se non nella scelta di stare da una parte. Non fu mai una cosa sola, ma la somma di sensibilità che normalmente avrebbero fatto fatica a parlarsi. È esattamente il problema che il Fospa si trova davanti oggi, e per questo la parola regge ancora, a settant'anni e diecimila chilometri di distanza.

 

C'è una geografia, in tutto questo, che vale la pena nominare: il Fospa nasce e si nutre nelle periferie della periferia della periferia. Non il centro che pensa e poi manda istruzioni verso i margini, ma il contrario. Sono questi luoghi ai bordi di ogni mappa a produrre le idee più importanti, quelle che poi, se va bene, risalgono verso i centri che si credono tali.

E anche qui, sotto l'etichetta unica del "movimento panamazzonico", si intrecciano sensibilità che non hanno nulla di scontato in comune: popoli indigeni con cosmovisioni proprie, contadini spinti fuori dalla propria terra, accademici, collettivi urbani, chiese di base, organizzazioni di donne, cultura afrodiscendente. Un crocevia di complessità intrecciate. Non una linea unica, ma tanti fili che si tengono per lo stesso nodo.




 

Ed è un crocevia che non si tiene insieme senza attrito. Dentro le comunità dello Yasuní, il grande parco amazzonico dell'Ecuador, patria di una delle più grandi biodiversità del pianeta, c'è chi guarda al Fospa con un certo sospetto, come se fosse un foro che parla di foresta più da fuori che da dentro. È una critica comprensibile, che però rischia di girare a vuoto, perché al Fospa arrivano davvero anche le voci delle comunità più profonde, non solo delegazioni cittadine con la foresta come sfondo. La domanda giusta non è chi è più puro, chi ha più titolo per parlare di Amazzonia. La gara al più puro è una lotta tra poveri che indebolisce tutti; ha forse più senso rendere la cosa più comune possibile, allargare invece che selezionare.

 

Chi arriva dall'Italia cresciuto con la retorica della costituzione più bella del mondo, qui trova qualcosa che costringe a ridimensionare quell'orgoglio di casa. Nella riforma costituzionale del 2008 l'Ecuador ha inserito la natura come soggetto di diritto, non semplicemente oggetto da tutelare ma titolare di diritti propri, ancora oggi in costruzione. Insieme al concetto di buen vivir, sumak kawsay in lingua kichwa: diritti comunitari, ricerca della felicità che non è solo individuale ma condivisa. Sono queste due innovazioni ad aver aperto lo spazio giuridico in cui i Waorani, una delle nazionalità indigene più battagliere tra quelle rappresentate al Fospa, hanno potuto arrivare alla consulta previa: l'istituto che impone allo Stato e alle imprese di non chiudere accordi sullo sfruttamento del territorio tra loro soli, cercando invece l'ultima parola delle comunità che quel territorio lo abitano. Sulla carta, un potere enorme.




Nei fatti, un diritto rimasto in larga parte inapplicato: le sentenze che lo riconoscono si accumulano, la frustrazione pure, e le comunità continuano a tornare in tribunale per chiedere il rispetto di quello che, sulla carta, hanno già vinto.

 

Il Fospa però non si esaurisce nella denuncia. In uno degli incontri tematici si è discusso ad esempio di “finca amazzonica”, un modello di gestione del terreno che valorizza la foresta invece di consumarla, una delle alternative concrete al paradigma estrattivista. Non un'utopia da assemblea, ma una pratica che esiste, che va studiata, replicata, resa economicamente sostenibile. È il punto che spesso manca nel racconto esterno di questi movimenti: dietro il "no" c'è una proposta, tutta da approfondire, ma già in piedi.

 

Sono tutti nodi che risultano ostinatamente femminili. Non per una scelta retorica: l'Amazzonia stessa, nell'immaginario di chi la abita, è donna. vita, nutre, e per questo va difesa come si difende chi genera. E in prima linea contro l'estrattivismo, contro le concessioni petrolifere, contro la deforestazione, ci sono spesso proprio le donne: leader indigene, madri, guardiane di un territorio che considerano corpo prima ancora che terra. Lottano per sé, per le proprie comunità, spesso nonostante la prevaricazione patriarcale maschile, ma il paradosso è che lottando per un pezzo di foresta specifico lottano per l'equilibrio climatico di tutti quanti, ovunque si trovino a leggere queste righe.

 

Il che porta a una domanda scomoda: davvero la salvezza collettiva è solo nelle mani dei popoli indigeni? Davvero non esiste una presa in carico politica e istituzionale all'altezza? Le COP sul clima sono il tentativo più strutturato in questo senso, e restano importanti proprio per questo. Ma quanto sono diventate controverse, tra sedi ospitate da economie fossili, delegazioni di lobbisti più numerose di quelle di interi paesi, impegni annunciati e poi rinviati. Il problema non è che quel processo esista, è che non arrivi mai a pieno compimento. Finché quel vuoto resta, il peso ricade su chi ha meno strumenti e più da perdere.

 



C'è poi quella sensazione che marciare in America Latina ha un sapore diverso. Qui la marcia porta addosso la memoria di dittature, desaparecidos, repressioni, corpi che si sono messi in strada quando dirlo a voce alta poteva costare la vita. Come per Isabel, giovane attivista colombiana contro l'estrattivismo, che per il suo lavoro contro i nodi di potere del suo territorio è costretta razionalmente a temere per la propria vita, in un contesto dove il modello estrattivista si impone sempre di più: per alcuni vera origine, e non conseguenza, dello slittamento verso l'ultradestra, funzionale al modello imposto dalle oligarchie.

 

Resta poi il tema dei mestizos, la popolazione comune e maggioritaria dell'Ecuador. Il cittadino di Puyo che con fare distratto, dalla finestra di casa, dal comedor dov'era in pausa pranzo dal lavoro, o dall'auto ferma davanti alle transenne sulla strada chiusa, posava lo sguardo con aria incuriosita, quando non infastidita, sul corteo che proseguiva. Quel cittadino del Sud globale che rischia di guardare queste battaglie con la stessa distanza con cui le guarda il cittadino medio del Nord globale. Forse per lo stesso motivo: vivere in città, avere altre urgenze quotidiane, sentire l'Amazzonia o la propria montagna come sfondo più che come casa produce ovunque lo stesso effetto. Il territorio diventa cartolina prima che luogo di vita, e la lotta di chi lo abita ancora per davvero finisce percepita come una faccenda di altri.


Ed è anche qui che il Fospa smette di riguardare solo l'Amazzonia e comincia a parlare a tutti. Anche a chi, in Italia, si da fare in un ecovillaggio o in un collettivo senza porsi troppe domande sul dopo. Perché il rischio, per una parte di società coscientizzata del Nord globale, è restare dentro una folk politics: gesti giusti, coerenti, persino belli, ma senza l'ambizione politica che li trasformi in qualcosa che incide davvero. Il Fospa, tenendo insieme plenaria e marcia, teoria e corpo in strada, ricorda che un'azione senza impatto politico resta un'intenzione. Serve forse riscoprire quell'ambizione: non accontentarsi di fare bene le cose piccole, ma chiedersi cosa, di quelle cose, è disposto a diventare grande.

 

 

Puyo, 23/08/2026

 

 

Per approfondire

Il Fospa

 

     Sito ufficiale dell'edizione 2026 di Puyo, con programma e documenti: https://fospaecuador.com/

 

La natura come soggetto di diritto e il buen vivir

 

     Dieci anni di lotte ambientaliste in Ecuador, buona introduzione al legame tra Pachamama, buen vivir e costituzione:

https://www.lifegate.it/pachamama-costituzione-ecuador

 

     Costituzione        dell'Ecuador        e         diritti        fondamentali        della        natura: https://www.ilmanifestoinrete.it/2020/07/10/come-la-costituzione-dellecuador-ha-forgi ato-i-diritti-fondamentali-della-natura/

 

     Sul referendum che ha bloccato le estrazioni nello Yasuní, reso possibile proprio dai diritti della natura in costituzione:

https://lespresso.it/c/opinioni/2023/9/14/lecuador-dimostra-che-la-terra-si-puo-difende re-e-lo-ha-scritto-nella-costituzione/45819

 

     Intervista ad Alberto Acosta, presidente dell'assemblea costituente del 2008: "Le leggi non bastano"

https://lavialibera.it/it-schede-258-alberto_acosta_diritti_natura

 

I Waorani e la consulta previa

 

     La vittoria storica dei Waorani contro il petrolio, con le voci delle donne della comunità:

https://www.lifegate.it/indigeni-waorani-petrolio-ecuador

 

     Dall'Ecuador al Brasile, successi e sconfitte dei popoli indigeni, su come i Waorani abbiano usato le istituzioni dello Stato contro lo Stato:


https://www.qcodemag.it/nuovosito/indice/interventi/dallecuador-al-brasile-successi-e

-sconfitte-dei-popoli-indigeni/

 

     Chi decide il destino dei territori indigeni, approfondimento sul caso e sul diritto internazionale al consenso libero, previo e informato: https://www.scienze.com/news/2025/04/chi-decide-il-destino-dei-territori-indigeni-il-ca so-dei-waorani-in-ecuador/

 

 

Mi presento

Ho svolto il servizio civile nel 2019 a Lago Agrio, in Amazzonia ecuadoriana, e negli anni successivi al ritorno ho accompagnato due campi estivi nella stessa città per il Centro Missionario Diocesano di Modena, di cui faccio parte dell'équipe organizzativa. Ho una formazione in cooperazione allo sviluppo ed esperienze di lavoro in Ecuador e Madagascar. Attualmente lavoro come funzionario nel progetto Alumni dell'Università di Bologna.


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