Anna Chiara e Davide sono insieme in giro per Ecuador. Il testo è frutto delle loro discussioni durante e dopo il Foro Social Panamazónico (FOSPA). Il testo è di Davide.
Davide Muradore
A Puyo, cittadina amazzonica alle porte della foresta ecuadoriana, si è
tenuta dal 16 al 21 agosto l'ultima edizione del Foro Social Panamazónico.
Il Fospa non è un evento, è un formato: plenarie che discutono, tavoli tematici che approfondiscono, e poi la marcia, il corpo
collettivo che porta nelle strade quello che nelle sale si è detto a parole. A
Puyo si sono ritrovate delegazioni da tutto il bacino amazzonico: Bolivia,
Brasile, Colombia, Ecuador, Guyana, Guyana Francese, Perù, Suriname, Venezuela.
Nove paesi che condividono la stessa foresta e le stesse minacce.
Resistente è una parola che in Italia porta il peso di una storia precisa,
e che qui torna in un
contesto completamente diverso. Vale la pena recuperarla non come reperto ma
come metodo: la Resistenza italiana funzionò perché tenne insieme cattolici,
comunisti, liberali, socialisti, gente che non si somigliava quasi in nulla se
non nella scelta di stare da una parte. Non fu mai una cosa sola, ma la somma
di sensibilità che normalmente avrebbero fatto fatica a parlarsi. È esattamente
il problema che il Fospa si trova davanti oggi, e per questo la parola regge
ancora, a settant'anni e diecimila chilometri di distanza.
C'è una geografia, in tutto questo, che vale la pena nominare: il Fospa nasce
e si nutre nelle
periferie della periferia della periferia. Non il centro che pensa
e poi manda istruzioni verso
i margini, ma il contrario. Sono questi luoghi ai bordi di ogni mappa a
produrre le idee più importanti, quelle che poi, se va bene, risalgono verso i
centri che si credono tali.
E anche qui, sotto l'etichetta unica del "movimento panamazzonico", si intrecciano sensibilità che non hanno nulla di scontato in comune: popoli
indigeni con cosmovisioni proprie, contadini spinti fuori dalla propria terra,
accademici, collettivi urbani, chiese di base, organizzazioni di donne, cultura
afrodiscendente. Un crocevia di complessità intrecciate. Non una linea unica, ma tanti fili che si tengono per lo stesso
nodo.
Ed è un crocevia che non si tiene insieme senza attrito. Dentro le
comunità dello Yasuní, il grande parco amazzonico dell'Ecuador, patria di una
delle più grandi biodiversità del pianeta,
c'è chi guarda al Fospa con un certo sospetto, come se fosse un foro che parla
di foresta più da fuori che da dentro. È una critica comprensibile, che però
rischia di girare a vuoto, perché al Fospa arrivano
davvero anche le voci delle comunità più profonde, non solo
delegazioni cittadine con la foresta come sfondo. La domanda giusta non
è chi è più puro, chi ha più titolo per parlare di Amazzonia. La gara al più
puro è una lotta tra poveri che indebolisce tutti; ha forse più senso rendere
la cosa più comune possibile, allargare invece che selezionare.
Chi arriva dall'Italia cresciuto con la retorica della costituzione più bella del mondo, qui trova
qualcosa che costringe a ridimensionare quell'orgoglio di casa. Nella riforma
costituzionale del 2008 l'Ecuador ha inserito
la natura come soggetto di diritto, non semplicemente oggetto da tutelare ma titolare
di diritti propri,
ancora oggi in costruzione. Insieme
al concetto di buen
vivir, sumak kawsay in lingua kichwa: diritti comunitari, ricerca della
felicità che non è solo individuale ma condivisa. Sono queste due innovazioni
ad aver aperto lo spazio giuridico in cui i Waorani, una delle nazionalità
indigene più battagliere tra quelle rappresentate al Fospa, hanno potuto
arrivare alla consulta previa: l'istituto che impone allo Stato e alle imprese
di non chiudere accordi
sullo sfruttamento del territorio tra loro soli, cercando invece l'ultima parola delle comunità
che quel territorio lo abitano. Sulla carta, un potere enorme.
Nei fatti, un diritto rimasto in larga parte inapplicato: le sentenze che
lo riconoscono si accumulano, la frustrazione pure, e le comunità continuano a
tornare in tribunale per chiedere il rispetto di quello che, sulla carta, hanno
già vinto.
Il Fospa però non si esaurisce nella denuncia. In uno degli
incontri tematici si è discusso
ad esempio di “finca amazzonica”, un modello di gestione del terreno che
valorizza la foresta invece di consumarla, una delle alternative concrete al
paradigma estrattivista. Non un'utopia
da assemblea, ma una pratica che esiste, che va studiata, replicata, resa
economicamente sostenibile. È il punto che spesso manca nel racconto esterno di
questi movimenti: dietro il "no" c'è una proposta, tutta da
approfondire, ma già in piedi.
Sono tutti nodi che risultano ostinatamente femminili. Non per una scelta
retorica: l'Amazzonia stessa, nell'immaginario di chi la abita, è donna.
Dà vita, nutre,
e per questo va difesa
come si difende chi genera. E in prima linea contro l'estrattivismo, contro le
concessioni petrolifere, contro la deforestazione, ci sono spesso proprio le
donne: leader indigene, madri, guardiane di un territorio che considerano corpo
prima ancora che terra. Lottano per sé, per le proprie comunità, spesso
nonostante la prevaricazione patriarcale maschile, ma il paradosso è che
lottando per un pezzo di foresta specifico lottano per l'equilibrio climatico
di tutti quanti, ovunque si trovino a leggere queste righe.
Il che porta a una domanda scomoda: davvero la salvezza collettiva è solo
nelle mani dei popoli indigeni? Davvero non
esiste una presa
in carico politica
e istituzionale all'altezza? Le COP sul clima sono il tentativo più strutturato in questo
senso, e restano importanti proprio per questo. Ma quanto sono diventate
controverse, tra sedi ospitate da economie fossili, delegazioni di lobbisti più numerose
di quelle di interi paesi,
impegni annunciati e poi rinviati. Il problema non è che quel processo esista, è che non arrivi mai a
pieno compimento. Finché quel vuoto resta, il peso ricade su chi ha meno
strumenti e più da perdere.
C'è poi quella sensazione che marciare in America Latina ha un sapore
diverso. Qui la marcia porta addosso la memoria di dittature, desaparecidos,
repressioni, corpi che si sono messi in strada quando dirlo a voce
alta poteva costare la vita. Come per Isabel, giovane attivista colombiana contro l'estrattivismo, che per il suo lavoro
contro i nodi di potere
del suo territorio è
costretta razionalmente a temere per la propria vita, in un contesto dove il modello estrattivista si impone sempre di
più: per alcuni vera origine, e non conseguenza, dello slittamento verso
l'ultradestra, funzionale al modello imposto dalle oligarchie.
Resta poi il tema dei mestizos, la popolazione comune e maggioritaria
dell'Ecuador. Il cittadino di Puyo che con fare distratto, dalla finestra di
casa, dal comedor dov'era
in pausa pranzo dal lavoro, o
dall'auto ferma davanti alle transenne sulla strada chiusa, posava lo sguardo
con aria incuriosita, quando non infastidita, sul corteo che proseguiva. Quel cittadino del Sud globale che rischia di guardare
queste battaglie con la stessa
distanza con cui le guarda il
cittadino medio del Nord globale. Forse per lo stesso motivo: vivere in città, avere altre urgenze quotidiane,
sentire l'Amazzonia o la propria montagna come
sfondo più che come casa
produce ovunque lo stesso effetto. Il territorio diventa cartolina prima che
luogo di vita, e la lotta di chi lo abita ancora per davvero finisce percepita
come una faccenda di altri.
Ed è anche qui che il Fospa smette di riguardare solo l'Amazzonia e
comincia a parlare a tutti. Anche a chi, in Italia, si dà da fare
in un ecovillaggio o in un collettivo senza porsi troppe domande sul dopo.
Perché il rischio, per una parte di società coscientizzata del Nord globale, è
restare dentro una folk politics: gesti giusti, coerenti, persino belli, ma
senza l'ambizione politica che li trasformi in qualcosa che incide davvero. Il
Fospa, tenendo insieme plenaria e
marcia, teoria e corpo in strada, ricorda che un'azione senza impatto politico
resta un'intenzione. Serve forse riscoprire quell'ambizione: non accontentarsi di fare
bene le cose piccole, ma chiedersi cosa, di quelle cose, è disposto a diventare
grande.
Puyo, 23/08/2026
Per approfondire
Il Fospa
●
Sito ufficiale dell'edizione 2026 di Puyo, con programma
e documenti: https://fospaecuador.com/
La natura come soggetto di diritto e il buen vivir
● Dieci anni di lotte ambientaliste in Ecuador, buona introduzione al legame tra Pachamama, buen vivir e costituzione:
https://www.lifegate.it/pachamama-costituzione-ecuador
●
Costituzione dell'Ecuador e diritti fondamentali della natura:
https://www.ilmanifestoinrete.it/2020/07/10/come-la-costituzione-dellecuador-ha-forgi ato-i-diritti-fondamentali-della-natura/
● Sul
referendum che ha bloccato le estrazioni nello Yasuní, reso possibile proprio dai diritti
della natura in costituzione:
https://lespresso.it/c/opinioni/2023/9/14/lecuador-dimostra-che-la-terra-si-puo-difende re-e-lo-ha-scritto-nella-costituzione/45819
●
Intervista ad Alberto
Acosta, presidente dell'assemblea costituente del 2008: "Le
leggi non bastano"
https://lavialibera.it/it-schede-258-alberto_acosta_diritti_natura
I Waorani e la consulta
previa
●
La vittoria storica
dei Waorani contro
il petrolio, con le voci delle donne della
comunità:
https://www.lifegate.it/indigeni-waorani-petrolio-ecuador
●
Dall'Ecuador al Brasile, successi e sconfitte dei
popoli indigeni, su come i Waorani abbiano
usato le istituzioni dello Stato contro lo Stato:
https://www.qcodemag.it/nuovosito/indice/interventi/dallecuador-al-brasile-successi-e
-sconfitte-dei-popoli-indigeni/
● Chi decide il destino
dei territori indigeni,
approfondimento sul caso e sul diritto
internazionale al consenso libero, previo e informato: https://www.scienze.com/news/2025/04/chi-decide-il-destino-dei-territori-indigeni-il-ca so-dei-waorani-in-ecuador/
Mi presento
Ho svolto il servizio civile nel 2019 a Lago Agrio, in Amazzonia
ecuadoriana, e negli anni successivi al ritorno ho accompagnato due campi
estivi nella stessa città per il Centro Missionario Diocesano di Modena, di cui
faccio parte dell'équipe organizzativa. Ho una formazione in cooperazione allo
sviluppo ed esperienze di lavoro in Ecuador
e Madagascar. Attualmente
lavoro come funzionario nel progetto Alumni dell'Università di Bologna.
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