sabato 29 agosto 2026

La campagna elettorale dell’inciviltà

 Abbiamo bisogno di candidati capaci di dare l’esempio, non di alimentare il disordine. Abbiamo bisogno di persone che mostrino senso civico prima ancora di chiedere fiducia. 





Paolo Cugini

 

 

C’è qualcosa di insopportabile, e francamente vergognoso, nel modo in cui certi candidati stanno occupando le strade durante la campagna politica di quest’anno. Non si tratta soltanto di propaganda rumorosa, di bandiere agitate ai semafori o di altoparlanti sparati a volume indecente. Si tratta di una precisa idea di politica: arrogante, invadente, maleducata. Una politica che pretende attenzione non con la forza delle idee, ma con il disturbo organizzato; non con il rispetto dei cittadini, ma con l’assedio dello spazio pubblico.

Durante le ore in cui la gente torna a casa stanca dal lavoro, dopo giornate spesso pesanti, questi candidati mandano i propri sostenitori in mezzo alle strade come se la città fosse una loro proprietà privata. Bandiere, slogan, casse acustiche, cortei improvvisati, traffico bloccato, clacson, caos. Tutto questo mentre lavoratori, famiglie, anziani, studenti e persone già provate dalla routine quotidiana restano intrappolati in code inutili, create non da un’emergenza, non da un servizio pubblico, non da una necessità collettiva, ma dall’ego elettorale di chi vuole farsi vedere a tutti i costi.

Questo comportamento non è un dettaglio folcloristico della campagna elettorale. È un test morale. È una prova anticipata di governo. Perché se un candidato, prima ancora di essere eletto, dimostra di non saper rispettare il riposo, il tempo e la pazienza dei cittadini, allora bisogna chiedersi con serietà che cosa farà una volta ottenuto il potere. Se già oggi considera normale trasformare le strade in un palcoscenico rumoroso per la propria ambizione, domani saprà davvero amministrare la città con equilibrio, ascolto e responsabilità?

La politica dovrebbe cominciare dal rispetto. Dovrebbe essere educazione alla convivenza, capacità di organizzare la partecipazione senza calpestare gli altri, attenzione concreta alla vita reale delle persone. Invece assistiamo a una triste sfilata di prepotenza travestita da entusiasmo popolare. Si pretende di parlare di futuro mentre si rovina il presente di chi cerca solo di arrivare a casa. Si promettono ordine, sviluppo, sicurezza e qualità della vita mentre si produce disordine, rumore, stress e mancanza di rispetto.

Il problema è ancora più grave perché questi candidati non si limitano a comportarsi male: educano i propri sostenitori a comportarsi male. Li spingono, apertamente o tacitamente, sulla strada dell’inciviltà. Li autorizzano a occupare spazi, a disturbare, a imporsi, a confondere la partecipazione democratica con l’invasione arrogante della vita altrui. Ed è proprio qui che la questione diventa politica nel senso più profondo: chi non sa orientare i propri sostenitori al senso civico, come potrà orientare una comunità intera?

Non basta riempirsi la bocca di parole come cittadini, bene comune, “democrazia e partecipazione. Le parole, quando sono contraddette dai comportamenti, diventano rumore. E di rumore, in questa campagna elettorale, ce n’è già fin troppo. Il vero candidato credibile non è quello che urla di più, non è quello che blocca più incroci, non è quello che trasforma ogni strada in una tribuna improvvisata. Il candidato credibile è quello che sa dire ai propri sostenitori: fatevi sentire, sì, ma senza disturbare; partecipate, sì, ma rispettando chi non vuole o non può ascoltarvi; sostenete le idee, ma non calpestate la città.

Una città non è un megafono. Una strada non è un comitato elettorale. La pazienza dei cittadini non è materiale da consumare per guadagnare qualche voto. Chi aspira ad amministrare una comunità deve dimostrare, fin dall’inizio, di saperla rispettare nei dettagli più semplici: il traffico, il silenzio, gli orari, il diritto di tornare a casa senza essere ostaggio della propaganda. Sono dettagli solo per chi non ha idea di che cosa significhi vivere la città; per i cittadini, invece, sono qualità della vita.

Per questo sarebbe necessario valutare i candidati anche da qui, da questi comportamenti apparentemente marginali ma in realtà rivelatori. L’etica pubblica non comincia dopo le elezioni: comincia durante la campagna elettorale. Comincia nel modo in cui si chiede il voto, nel modo in cui si occupa lo spazio comune, nel modo in cui si tratta chi non appartiene alla propria tifoseria politica. Se per conquistare consenso si è disposti a irritare, ostacolare e disturbare i cittadini, allora quel consenso nasce già contaminato da una pessima concezione del potere.

Abbiamo bisogno di candidati capaci di dare l’esempio, non di alimentare il disordine. Abbiamo bisogno di persone che mostrino senso civico prima ancora di chiedere fiducia. Abbiamo bisogno di una politica che sappia parlare con fermezza, ma anche con educazione; che sappia mobilitare, ma senza prepotenza; che sappia coinvolgere, ma senza trasformare la città in un campo di battaglia sonora.

Chi non rispetta i cittadini mentre chiede il loro voto, difficilmente li rispetterà dopo averlo ottenuto. E allora è bene dirlo con chiarezza, anche con rabbia: una campagna elettorale incivile non è solo fastidiosa, è un segnale d’allarme. È il primo manifesto di una politica che non ascolta, non comprende e non rispetta. E una politica così non merita applausi, non merita fiducia, non merita consenso. Merita soltanto di essere giudicata per quello che è: una pessima lezione di maleducazione pubblica.

 

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