Abbiamo bisogno di candidati capaci di dare l’esempio, non di alimentare il disordine. Abbiamo bisogno di persone che mostrino senso civico prima ancora di chiedere fiducia.
Paolo
Cugini
C’è qualcosa di
insopportabile, e francamente vergognoso, nel modo in cui certi candidati
stanno occupando le strade durante la campagna politica di quest’anno. Non si
tratta soltanto di propaganda rumorosa, di bandiere agitate ai semafori o di
altoparlanti sparati a volume indecente. Si tratta di una precisa idea di
politica: arrogante, invadente, maleducata. Una politica che pretende
attenzione non con la forza delle idee, ma con il disturbo organizzato; non con
il rispetto dei cittadini, ma con l’assedio dello spazio pubblico.
Durante le ore in cui
la gente torna a casa stanca dal lavoro, dopo giornate spesso pesanti, questi
candidati mandano i propri sostenitori in mezzo alle strade come se la città
fosse una loro proprietà privata. Bandiere, slogan, casse acustiche, cortei improvvisati,
traffico bloccato, clacson, caos. Tutto questo mentre lavoratori, famiglie,
anziani, studenti e persone già provate dalla routine quotidiana restano
intrappolati in code inutili, create non da un’emergenza, non da un servizio
pubblico, non da una necessità collettiva, ma dall’ego elettorale di chi vuole
farsi vedere a tutti i costi.
Questo comportamento
non è un dettaglio folcloristico della campagna elettorale. È un test morale. È
una prova anticipata di governo. Perché se un candidato, prima ancora di essere
eletto, dimostra di non saper rispettare il riposo, il tempo e la pazienza dei
cittadini, allora bisogna chiedersi con serietà che cosa farà una volta
ottenuto il potere. Se già oggi considera normale trasformare le strade in un
palcoscenico rumoroso per la propria ambizione, domani saprà davvero
amministrare la città con equilibrio, ascolto e responsabilità?
La politica dovrebbe
cominciare dal rispetto. Dovrebbe essere educazione alla convivenza, capacità
di organizzare la partecipazione senza calpestare gli altri, attenzione
concreta alla vita reale delle persone. Invece assistiamo a una triste sfilata
di prepotenza travestita da entusiasmo popolare. Si pretende di parlare di
futuro mentre si rovina il presente di chi cerca solo di arrivare a casa. Si
promettono ordine, sviluppo, sicurezza e qualità della vita mentre si produce
disordine, rumore, stress e mancanza di rispetto.
Il problema è ancora
più grave perché questi candidati non si limitano a comportarsi male: educano i
propri sostenitori a comportarsi male. Li spingono, apertamente o tacitamente,
sulla strada dell’inciviltà. Li autorizzano a occupare spazi, a disturbare, a
imporsi, a confondere la partecipazione democratica con l’invasione arrogante
della vita altrui. Ed è proprio qui che la questione diventa politica nel senso
più profondo: chi non sa orientare i propri sostenitori al senso civico, come
potrà orientare una comunità intera?
Non basta riempirsi la
bocca di parole come cittadini, bene comune, “democrazia e partecipazione. Le
parole, quando sono contraddette dai comportamenti, diventano rumore. E di
rumore, in questa campagna elettorale, ce n’è già fin troppo. Il vero candidato
credibile non è quello che urla di più, non è quello che blocca più incroci,
non è quello che trasforma ogni strada in una tribuna improvvisata. Il
candidato credibile è quello che sa dire ai propri sostenitori: fatevi sentire,
sì, ma senza disturbare; partecipate, sì, ma rispettando chi non vuole o non
può ascoltarvi; sostenete le idee, ma non calpestate la città.
Una città non è un
megafono. Una strada non è un comitato elettorale. La pazienza dei cittadini
non è materiale da consumare per guadagnare qualche voto. Chi aspira ad
amministrare una comunità deve dimostrare, fin dall’inizio, di saperla
rispettare nei dettagli più semplici: il traffico, il silenzio, gli orari, il
diritto di tornare a casa senza essere ostaggio della propaganda. Sono dettagli
solo per chi non ha idea di che cosa significhi vivere la città; per i
cittadini, invece, sono qualità della vita.
Per questo sarebbe
necessario valutare i candidati anche da qui, da questi comportamenti
apparentemente marginali ma in realtà rivelatori. L’etica pubblica non comincia
dopo le elezioni: comincia durante la campagna elettorale. Comincia nel modo in
cui si chiede il voto, nel modo in cui si occupa lo spazio comune, nel modo in
cui si tratta chi non appartiene alla propria tifoseria politica. Se per
conquistare consenso si è disposti a irritare, ostacolare e disturbare i
cittadini, allora quel consenso nasce già contaminato da una pessima concezione
del potere.
Abbiamo bisogno di
candidati capaci di dare l’esempio, non di alimentare il disordine. Abbiamo
bisogno di persone che mostrino senso civico prima ancora di chiedere fiducia.
Abbiamo bisogno di una politica che sappia parlare con fermezza, ma anche con
educazione; che sappia mobilitare, ma senza prepotenza; che sappia coinvolgere,
ma senza trasformare la città in un campo di battaglia sonora.
Chi non rispetta i
cittadini mentre chiede il loro voto, difficilmente li rispetterà dopo averlo
ottenuto. E allora è bene dirlo con chiarezza, anche con rabbia: una campagna
elettorale incivile non è solo fastidiosa, è un segnale d’allarme. È il primo manifesto
di una politica che non ascolta, non comprende e non rispetta. E una politica
così non merita applausi, non merita fiducia, non merita consenso. Merita
soltanto di essere giudicata per quello che è: una pessima lezione di
maleducazione pubblica.

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