Come si può chiedere a una persona di reagire, di essere forte, di non mollare, quando la vita le presenta il conto appena apre gli occhi: malattie che non trovano cura, disoccupazione che svuota la tavola, famiglie povere che non sanno più come arrivare alla fine della settimana, bambini che crescono tra l’odore dell’acqua sporca e il rumore delle promesse mai mantenute?
La
sofferenza mentale non si cura dentro una fogna
Paolo
Cugini
Com’è possibile
sconfiggere la sofferenza mentale quando si è costretti a vivere dentro un
mondo che produce dolore ogni giorno, con ostinazione, con metodo, quasi con
crudeltà? Come si può chiedere a una persona di reagire, di essere forte, di non
mollare, quando la vita le presenta il conto appena apre gli occhi: malattie
che non trovano cura, disoccupazione che svuota la tavola, famiglie povere che
non sanno più come arrivare alla fine della settimana, bambini che crescono tra
l’odore dell’acqua sporca e il rumore delle promesse mai mantenute?
E poi c’è l’assurdità
più feroce: vivere in condizioni igieniche indegne, abitare case affacciate su
canali fognari, respirare ogni giorno un’aria che sembra ricordarti che per il
mondo tu vali meno degli altri. Non è solo povertà. È umiliazione organizzata.
È abbandono trasformato in paesaggio. È una violenza lenta, quotidiana, che non
fa rumore nei palazzi del potere ma scava dentro le persone, consuma la
speranza, divora la motivazione, spegne il desiderio di futuro.
È questo che mi chiedo
ogni volta che visito le famiglie del quartiere Compensa di Manaus. Cammino tra
le strade, attraverso passaggi stretti, osservo le case aggrappate a un
equilibrio precario, e sento il dolore della gente prima ancora che qualcuno parli.
Lo vedo negli sguardi stanchi, nel modo in cui le persone camminano, nei
sorrisi tenui che sembrano chiedere scusa di esistere e, allo stesso tempo,
rifiutano di arrendersi. C’è una tristezza che viene da dentro, ma c’è anche
una dignità che nessuna fogna, nessun abbandono, nessuna indifferenza riesce a
cancellare.
E qui nasce la rabbia.
Perché non si può parlare di salute mentale come se fosse solo una questione
privata, come se bastasse respirare profondamente, prendere una decisione
positiva, cercare dentro di sé una forza magica. La sofferenza mentale, in
certi contesti, non nasce nel silenzio della coscienza: nasce nella mancanza di
saneamento, nella casa umida, nel lavoro che manca, nella paura di ammalarsi,
nella vergogna imposta a chi non ha nulla se non la propria resistenza. Nasce
quando una madre deve scegliere se comprare medicine o cibo. Nasce quando un
padre torna a casa senza salario e deve inventarsi una serenità che non
possiede. Nasce quando i bambini imparano troppo presto che la vita degli
ultimi vale meno.
Eppure, nello stesso
scenario, volano gli aquiloni. I bambini corrono, ridono, inventano cieli
colorati sopra strade ferite. Nei fine settimana i bar si riempiono, le
televisioni restano fisse sulle partite di calcio, le birre compaiono sui
tavoli, la carne sfrigola sulla brace. A prima vista potrebbe sembrare
contraddizione, quasi una rimozione del dolore. Ma non lo è. È un modo di
restare vivi. È una forma di resistenza popolare. È la prova che la vita, anche
quando viene schiacciata, cerca una fessura per respirare.
Ma non accettiamo il
ricatto: non trasformiamo la capacità di resistere in una scusa per non
cambiare nulla. Il fatto che la gente della Compensa sappia sorridere non
autorizza nessuno a ignorare la sua sofferenza. Il fatto che i bambini giochino
non rende meno scandaloso il fango. Il fatto che una famiglia accenda la brace
la domenica non cancella l’ingiustizia di una casa costruita accanto a un
canale di liquami. La resilienza non può diventare l’alibi dei governi, delle
istituzioni, dei benestanti, di chi guarda da lontano e poi dice: In fondo se
la cavano. No, non se la cavano. Resistono. Ed è diverso.
La domanda, allora, non
è soltanto come faccia una persona a rimanere motivata in queste condizioni. La
domanda vera, quella che dovrebbe bruciarci addosso, è come faccia una società
intera a tollerare che qualcuno debba vivere così. Come possiamo parlare di
progresso, sviluppo, turismo, economia, religione, famiglia, futuro, mentre
interi quartieri vengono lasciati nell’abbandono? Come possiamo chiedere salute
mentale a chi non ha salute ambientale, sicurezza abitativa, lavoro, servizi
pubblici, acqua pulita, dignità?
Il quartiere Compensa
di Manaus è un mondo di contrasti, sì: dolore e festa, fogna e aquiloni,
tristezza e brace, stanchezza e desiderio. Ma questi contrasti non devono
commuoverci soltanto: devono farci arrabbiare. Perché dietro ogni sorriso tenue
c’è spesso una battaglia invisibile. Dietro ogni casa sul canale c’è una
responsabilità pubblica. Dietro ogni sguardo spento c’è una domanda che nessuno
dovrebbe più evitare: fino a quando continueremo a chiamare normalità ciò che è
semplicemente ingiustizia?
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