sabato 29 agosto 2026

Fino a quando continueremo a chiamare normalità ciò che è semplicemente ingiustizia?

 Come si può chiedere a una persona di reagire, di essere forte, di non mollare, quando la vita le presenta il conto appena apre gli occhi: malattie che non trovano cura, disoccupazione che svuota la tavola, famiglie povere che non sanno più come arrivare alla fine della settimana, bambini che crescono tra l’odore dell’acqua sporca e il rumore delle promesse mai mantenute?




La sofferenza mentale non si cura dentro una fogna

Paolo Cugini

 

Com’è possibile sconfiggere la sofferenza mentale quando si è costretti a vivere dentro un mondo che produce dolore ogni giorno, con ostinazione, con metodo, quasi con crudeltà? Come si può chiedere a una persona di reagire, di essere forte, di non mollare, quando la vita le presenta il conto appena apre gli occhi: malattie che non trovano cura, disoccupazione che svuota la tavola, famiglie povere che non sanno più come arrivare alla fine della settimana, bambini che crescono tra l’odore dell’acqua sporca e il rumore delle promesse mai mantenute?

E poi c’è l’assurdità più feroce: vivere in condizioni igieniche indegne, abitare case affacciate su canali fognari, respirare ogni giorno un’aria che sembra ricordarti che per il mondo tu vali meno degli altri. Non è solo povertà. È umiliazione organizzata. È abbandono trasformato in paesaggio. È una violenza lenta, quotidiana, che non fa rumore nei palazzi del potere ma scava dentro le persone, consuma la speranza, divora la motivazione, spegne il desiderio di futuro.

È questo che mi chiedo ogni volta che visito le famiglie del quartiere Compensa di Manaus. Cammino tra le strade, attraverso passaggi stretti, osservo le case aggrappate a un equilibrio precario, e sento il dolore della gente prima ancora che qualcuno parli. Lo vedo negli sguardi stanchi, nel modo in cui le persone camminano, nei sorrisi tenui che sembrano chiedere scusa di esistere e, allo stesso tempo, rifiutano di arrendersi. C’è una tristezza che viene da dentro, ma c’è anche una dignità che nessuna fogna, nessun abbandono, nessuna indifferenza riesce a cancellare.



E qui nasce la rabbia. Perché non si può parlare di salute mentale come se fosse solo una questione privata, come se bastasse respirare profondamente, prendere una decisione positiva, cercare dentro di sé una forza magica. La sofferenza mentale, in certi contesti, non nasce nel silenzio della coscienza: nasce nella mancanza di saneamento, nella casa umida, nel lavoro che manca, nella paura di ammalarsi, nella vergogna imposta a chi non ha nulla se non la propria resistenza. Nasce quando una madre deve scegliere se comprare medicine o cibo. Nasce quando un padre torna a casa senza salario e deve inventarsi una serenità che non possiede. Nasce quando i bambini imparano troppo presto che la vita degli ultimi vale meno.

Eppure, nello stesso scenario, volano gli aquiloni. I bambini corrono, ridono, inventano cieli colorati sopra strade ferite. Nei fine settimana i bar si riempiono, le televisioni restano fisse sulle partite di calcio, le birre compaiono sui tavoli, la carne sfrigola sulla brace. A prima vista potrebbe sembrare contraddizione, quasi una rimozione del dolore. Ma non lo è. È un modo di restare vivi. È una forma di resistenza popolare. È la prova che la vita, anche quando viene schiacciata, cerca una fessura per respirare.

Ma non accettiamo il ricatto: non trasformiamo la capacità di resistere in una scusa per non cambiare nulla. Il fatto che la gente della Compensa sappia sorridere non autorizza nessuno a ignorare la sua sofferenza. Il fatto che i bambini giochino non rende meno scandaloso il fango. Il fatto che una famiglia accenda la brace la domenica non cancella l’ingiustizia di una casa costruita accanto a un canale di liquami. La resilienza non può diventare l’alibi dei governi, delle istituzioni, dei benestanti, di chi guarda da lontano e poi dice: In fondo se la cavano. No, non se la cavano. Resistono. Ed è diverso.



La domanda, allora, non è soltanto come faccia una persona a rimanere motivata in queste condizioni. La domanda vera, quella che dovrebbe bruciarci addosso, è come faccia una società intera a tollerare che qualcuno debba vivere così. Come possiamo parlare di progresso, sviluppo, turismo, economia, religione, famiglia, futuro, mentre interi quartieri vengono lasciati nell’abbandono? Come possiamo chiedere salute mentale a chi non ha salute ambientale, sicurezza abitativa, lavoro, servizi pubblici, acqua pulita, dignità?

Il quartiere Compensa di Manaus è un mondo di contrasti, sì: dolore e festa, fogna e aquiloni, tristezza e brace, stanchezza e desiderio. Ma questi contrasti non devono commuoverci soltanto: devono farci arrabbiare. Perché dietro ogni sorriso tenue c’è spesso una battaglia invisibile. Dietro ogni casa sul canale c’è una responsabilità pubblica. Dietro ogni sguardo spento c’è una domanda che nessuno dovrebbe più evitare: fino a quando continueremo a chiamare normalità ciò che è semplicemente ingiustizia?

 

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