venerdì 30 novembre 2018
mercoledì 28 novembre 2018
DOVE VA LA MISSIONE? INCONTRO ORGANIZZATO DAL CMD DI REGGIO EMILIA
FOGLIANO – REGGIO EMILIA 27 Novembre 2018
Tavola
rotonda con: suor Paola Torelli, Pe Mario Menin,
direttore di Missione Oggi; Suor Teresina Caffi (saveriana), don Paolo Cugini,
don Pietro Adani
Sintesi:
Paolo Cugini
Domanda: nel tuo libro metti la missione quale realtà
complessa, mutevole. Ci ricordi la difficoltà della missione. Con questo libro
che messaggio vuoi dare?
Mario Menin: ho lavorato in una favela che si chiama Eliopolis.
Abbiamo fatto un cammino di Comunità Ecclesiali di Base con Mons Evaristo Arns.
Ho scritto questo libro perché ho risposto ad una domanda che mi è stata
rivolta. Quando uno dice missione che cosa intende? La missione è cambiata.
Siamo passati da una missione senza l’altro ad una missione con l’altro. Una
missione a senso unico, come operazione del mondo Occidentale cristiano, alla
riscoperta della missione come movimento di Dio verso di noi. Un viaggio di Dio
che gli è costato molto per venire in mezzo a noi. La missione è un’azione di Dio,
prima che una nostra azione. Ho scritto il libro per dire che la missione a
partire dal Concilio Vaticano II è la Chiesa. Se volgiamo riformare la Chiesa dobbiamo
ripartire dalla missione. La missione è di tutti i discepoli, è di tutti i
battezzati. Importante è che ci siano delle persone che vadano in missione,
però non possiamo dispensarci dall’essere missionari: tutti siamo chiamati ad
essere missionari. Siamo passati da una missione contro gli altri, ad una missione
con le altre religioni. La missione è con la gente, con gli altri. La missione
è una cosa semplice, ma complessa allo stesso tempo. È annuncio, testimonianza,
profezia, comunione. Pensiamo ai monaci uccisi, a Charles de Foucauld,
Domanda:
che cosa significa essere donna consacrata, missionaria oggi?
Suor Teresina:
La missione sono andata imparandola facendola. Avevo il desiderio di andare in
Africa. Ero andata in missione motivata. Quando sono arrivata in Congo e
vedendo come vivevano le mie sorelle ci sono rimasto di colpo. Un giorno sono
uscita e sono andata a trovare una anziana che vedendomi fece una festa. Ho
capito che la vita non si regge dallo sforzo di essere giusti, ma sulla
misericordia. Quando ho visto per la prima volta un uomo ucciso a causa dalla
guerra per il solo fatto che era uscito per andare a prendere la sua capra, ho
capito che la missione doveva prendere un’altra piega. Non ci dev’essere nessun
altro interesse. Dal dolore del popolo congolese ho capito che il popolo va
amato e basta. Ho sentito questo popolo congolese dentro di me. Ho capito che
dovevo interessarmi di tutto, della politica, dell’economia: tutto era
pertinente alla mia missione. Quando i problemi si fanno forti devi avere la
passione delle radici. Ho imparato la passione per le cause strutturali della
povertà, per interessarmi della giustizia.
Papa
Francesco va ringraziato per quello che dice. Il vero ateismo per cui
preoccuparsi è la fine dell’interesse per il popolo, per l’umano. Dove c’è un po'
di compassione, lì c’è Dio.
Domanda:
In che modo l’unità pastorale Può essere missione sul territorio?
Menin: Se l’UP
è creata perché mancano i preti è solo una pezza per rimediare alla scarsità
del numero dei sacerdoti. Le UP sono una risposta missionaria o sono una
semplice riorganizzazione per rendere più funzionale il lavoro pastorale? L’aspetto
buono della UP è la sinodalità perché i preti devono confrontarsi. Entrare in
un cammino di sinodalità: è questa la grande sfida delle UP. Se scommettessimo
sulla soggettività missionaria di tutti i battezzati e scommettessimo sulle
piccole comunità dove si celebra, è possibile immaginare che una parrocchia
diventi una comunione di comunità, che abitano in maniera responsabile sul
territorio? Le comunità cristiane dovrebbero essere antenne sulle povertà di un
territorio. Ci sono resistenze forti sulle UP da parte del clero. Nessuna
Chiesa è autosufficiente. L’esperienza delle UP provoca sulla ministerialità.
sabato 24 novembre 2018
DOVE VA L'AFRICA?
MILANO-24 NOVEMBRE 2018
QUADRO GEO-POLITICO E SFIDE DELLA COOPERAZIONE
Relatore:
Mario Raffaelli (presidente AMREF-African
Medical and Research Foundation)
Sintesi:
Paolo Cugini
Di Africa si parla poco e quando se ne parla se ne parla
male, in modo superficiale e schematico.
Questa
superficialità c’è anche sulla storia dell’Africa. L’Africa ha sofferto una
storia sempre interrotta. Un’interruzione significativa è stato l’incontro con
il mondo europeo. La presenza dei paesi europei ha segnato un punto d’arresto
del suo sviluppo naturale.
Il
dramma dell’Africa si riassume nel fatto che non ha mai
avuto la possibilità di sviluppare il proprio sistema economico e politico in
modo graduale.
Possiamo
parlare di afriche in termini di visione all’interno dell’Africa, frutto anche
di conflitti interni e della guerra globale al terrorismo.
Immigrazione
e integrazione. L’immigrazione è un problema
strutturale. È un Continente in cui i tassi di sviluppo demografico sono in
forte crescita. C’è stata una diminuzione drastica della mortalità infantile,
che non è stata accompagnata dalla crescita economica. C’è un grande numero di
poveri assoluti. C’è stata un’evoluzione in termini sociali. Negli ultimi anno
è cresciuta molto la scolarità. Comincia a crescere un capitale umano che prima
non c’era.
Si
è cominciato a creare un embrione di mercato interno africano. Si pone
il problema di come poter fare il grande salto. Nel 2011 c’è stato un rallentamento
rispetto alla crescita economica media che era del 5%, trainata dai paesi che
sono ricchi di materie prime. Questo sviluppo forte, ha conosciuto la crisi
all’epoca della crisi del prezzo delle materie prime. Nei prossimi anni si
prevede una crescita del 3,5%. Ci vorrebbe una dinamica di crescita più
robusta. In questo periodo, chi sta crescendo di più e meglio sono quei paesi
africani che non godono delle risorse di materie prime.
Sono
paesi che hanno dato spazio alla crescita dell’agricoltura. Conta anche il
fatto che c’è una nuova dinamica dello sviluppo tecnologico. Il telefonino in
Africa è stato un fattore di crescita estremamente significativo. Oggi con il
telefonino in Africa si fanno molti pagamenti.
Un
altro settore è quello dell’energia. Il 75% della
popolazione non è raggiunto dall’energia. Sta avendo un grande sviluppo
l’energia alternativa, in modo particolare quella solare. Il Ruanda ha
costruito la sua crescita sull’energia alternativa e sullo sviluppo
tecnologico.
Tutto
questo si riflette sui singoli paesi. Il vero salto che l’Africa potrebbe fare
sarebbe sullo sviluppo di un mercato interno. La mancanza di un mercato
Continentale e regionale è ciò che impedisce la crescita. L’Unione Africana ha
deciso d’investire sulla costruzione di un mercato interno. Solo così l’Africa
può crescere. È necessaria, in questa prospettiva, è la possibilità di partire
a livello regionale. Su questo ci sono situazione diversa. L’Africa Australe e
l‘ECOAS hanno già espresso dinamiche in questo senso più forti che in altre
aree.
C’è
un ammontare di risorse che sono necessarie per rendere credibile un processo
di questo tipo, vale a dire strade, porti, ecc. per sviluppare un mercato
dinamico.
In
Africa c’è una classe media di 300 milioni di persone, che è una forza trainante,
ma che ha bisogno di interventi significativi a livello infrastrutturale.
Chi
può aiutare? L’Europa e la Cina. Gli USA non sono
interessati. La Cina è molto presente in Africa. La Cina ogni due anni fa un
grande meeting con i presidenti africani e con i rappresentanti dell’economia
cinese. La Cina è una presenza forte sia negli accordi che nella presenza delle
persone. C’è una migrazione verso l’Africa di cinesi, che vanno ad aprire il
piccolo commercio. Ora la Cina fa interventi grandi, complessi: ad esempio la
ferrovia che collega molte città. I cinesi hanno iniziato ad essere presenti
anche dal punto di vista militare. Quale tipo di cooperazione bisogna mettere
in campo e chi?
Connessione tra sviluppo, sostenibilità e pace. È inutile
parlare di sviluppo dove non c’è pace e stabilità.
DEMOGRAFIA E SANITA’
Relatore:
Giovanni Putoto (Responsabile ricerca del CUAM. (Medici con
l'Africa Cuamm è tra le maggiori organizzazioni non governative sanitarie italiane per la promozione e la tutela della salute delle
popolazioni africane. Realizza progetti a lungo termine in un'ottica di sviluppo.
A tale scopo si impegna nella formazione in Italia e in Africa delle risorse
umane dedicate, nella ricerca e divulgazione scientifica e nell'affermazione
del diritto umano fondamentale della salute per tutti- FONTE: wikipedia)
Sintesi:
Paolo Cugini
La
crescita demografica interessa in maniera esclusiva il Continente africano. Nel
2100 l’Africa avrà il 40 % della popolazione mondiale. Dietro a questa spinta
c’è il fenomeno della transizione demografica. In una
popolazione ci sono varie fasi. Nella prima, c’è un alto tasso di natalità e
mortalità. Nella seconda fase, la mortalità diminuisce. La terza fase è il declino
della natalità.
Dal
1960 al 2018 che cosa è successo? Osserviamo che
progressivamente c’è una diminuzione del numero della fertilità. Al di sotto
dei tre figli per donna diminuiscono, eccetto a quella africana, anche se ha
iniziato un processo di convergenza con gli altri paesi. Dal 1960 aveva 7 figli
per donna ai 4,5 di oggi.
Prima variazione: i paesi che hanno
più fertilità nel mondo sono i paesi fragili.
Ci sono paesi che sono arrivati ad avere 3 figli (Kenya). C’è
una grande diversità tra coloro che vivono in città (2 figli) a quelli nelle
zone rurali (5 figli). Quanto tempo impiegherà l’Africa per diminuire la propria
natalità? Questo è il problema. C’è una condizione di caos che esiste in alcuni
paesi e non permettono un’analisi della crescita demografica.
L’Università di Padova ha indagato
la mortalità infantile nel Veneto
attraverso l’analisi dei registri parrocchiali. La mortalità infantile era di
molte superiore ad altre realtà europee. Oggi la media della mortalità
infantile dell’Africa sub sahariana è identica a quella dell’Italia degli anni
’50. Nell’arco di 20 anni la mortalità infantile veneta si è allineata alle
altre regioni. Il veneto è stata la regione con il più alto flusso migratorio. È
intervenuta un’attenzione maggiore ai bambini. È migliorata la cura verso i
bambini piccoli, neonati.
Perché
una famiglia decide di avere figli? Ci sono dei meccanismi comuni a tutte le
popolazioni. L’allattamento è un meccanismo
Secondo
motivo: esperienziale. È la ferita della donna quando perde un figlio: è
considerato un fatto innaturale. Il meccanismo è di rimpiazzare una vita
perduta.
Figli
in situazioni di grande crisi c’è una scelta razionale di avere un numero più
elevate.
Le
cose cambiano quando i genitori decidono
d’investire sul futuro dei figli: ha un ritorno.
Un’altra sfida sono i sistemi sanitari.
In Africa la gente si paga i servizi. Non c’è nessuna forma di condivisione del
rischio. L’Africa deve sviluppare un sistema di Welfare. Investire in
salute materna infantile conviene. È una questione politica di cooperazione.
C’è la sfida degli stati fragili. Sta
cambiando la geografia delle povertà. La migrazione africana interna è il vero
dato fondamentale perché assorbe l’85% del processo migratorio. C’è una
migrazione che avviene per natura economica o per motivi di studio. C’è una
migrazione importante che avviene per gli stati fragili, che sono capaci di
alterare gli equilibri positivi raggiunti.
Gli stati fragili
dell’Africa concentrano l’80% dei poveri del mondo. Sierra
Leone è uno di questi. Anche l’Etiopia e l’Uganda. Lo stato di violenza è uno
dei fattori fondamentali. C’è un uso strumentale della violenza a scopo
politico. C’è anche una fragilità climatica, oltre che politica.
Esempio positivo dell’Uganda. Come
mai gli ugandesi non ci sono? In Italia ce ne sono 500. Eppure hanno una spinta
demografica tra le più alte del mondo. C’è stato un miglioramento relativo dal
punto di vista politico ed economico in paese che era stato contrassegnato dai
problemi interni. C’è stato uno sviluppo umano con la diminuzione della
mortalità infantile. Oltre a ciò c’è da considerare la presenza dei missionari
che hanno costruito in ogni villaggio delle scuole e degli ospedali.
sabato 17 novembre 2018
AVERCELI DEI VESCOVI COSI'. ALLE ORIGINI DELLO STILE DI PAPA FRANCESCO
Paolo Cugini
La
proposta ecclesiale di Francesco non nasce da un lavoro di studio, ma dalla sua
pratica pastorale, in una costante relazione circolare tra i due momenti. La novità
di quello che Papa Francesco dice e fa, novità nel suo modo di vivere il
papato, d’interpretarlo, suscita la curiosità sulle sue fonti. Il suo stile
popolare e immediato è in continuità, così come ce lo hanno dimostrato le
biografie, le omelie e i discorsi del periodo in cui è stato arcivescovo a
Buenos Aires e le testimonianze fatte su di lui, con il gesuita prima, e poi il
vescovo e il Cardinale Jorge Mario Bergoglio.
Dopo alcuni anni del suo
pontificato, ci si rende conto che la proposta ecclesiale di Papa Francesco non
è improvvisata, ma viene da molto lontano, si radica nel suo particolare
percorso spirituale e culturale, s’intreccia con le scelte fatte nel tempo, che
hanno plasmato un particolare modo di essere pastore, attento ai poveri, aperto
al dialogo, capace di parlare al cuore della gente. Francesco sta riproponendo
con i gesti e le parole la grande intuizione del Concilio Vaticano II della
Chiesa come popolo di Dio. Il capitolo II della Lumen Gentium, Chiesa popolo di Dio, che precede il capitolo sulla
struttura gerarchica della Chiesa, lo ha spiegato al mondo non con un trattato
di ecclesiologia, ma dichiarandosi, appena eletto papa, come vescovo di Roma e
chiedendo la benedizione del popolo fedele accorso in piazza san Pietro per
l’evento, prima di impartirla lui stesso. Lo stesso si può dire per la proposta
di una Chiesa dei poveri, vagheggiata durante il Concilio Vaticano II espressa,
in parte, nel numero 8 della Lumen
Gentium ma, soprattutto, nel patto delle Catacombe.
L’attenzione del Papa
per i poveri, visibile non solo nell’incontro personale con loro, ma anche
nelle sue scelte personali di mantenere un profilo sobrio e semplice,
rinunciando ai privilegi che la sua posizione richiederebbe, la troviamo come
stile costante sia come gesuita che come arcivescovo di Buenos Aires. Austen
Ivereigh racconta, nella sua biografia sulla vita di Jorge Mario Bergoglio, il
costume che aveva nei fine settimana di visitare i quartieri poveri di Buenos
Aires, al punto che era molto più conosciuto dalle persone povere di questi
quartieri che dalle persone dell’alta borghesia che viveva nei quartieri
ricchi. Gesti che dicono di scelte maturate nelle lunghe ore di preghiera
mattutina, di frequenza costante del Vangelo, assimilando lo stile di Gesù, il suo
pensiero il suo modo id essere[1].
Con Francesco, i gesti
sono la chiave ermeneutica dei testi: si trasmette ciò che si vive, e si vive
ciò che si è assimilato nel silenzio della preghiera, nel rapporto personale
con il Signore. Questa stessa modalità ermeneutica la troviamo in tantissime
pagine della vita di Bergoglio. Nel periodo in cui era rettore della Facoltà di
teologia e filosofia di san Miguel (1976), inizia un lavoro di riforma
integrale del programma di formazione degli studenti gesuiti, strumento
fondamentale della strategia di rifondazione della provincia di cui era
superiore (1973-1979). Oltre alla revisione del programma di studi, Bergoglio
propose un impegno pastorale specifico tra la popolazione locale. Essere a
servizio dei poveri durante i fine settimana avrebbe permesso agli studenti
gesuiti di conoscere la realtà, di entrare in contatto con il popolo di Dio.
«Nella nostra testa noi siamo re e grandi
signori – diceva Bergoglio in un discorso di quel periodo – e chiunque si
dedichi esclusivamente a coltivare la propria fantasia non riuscirà mai a
sentire l’urgenza del “qui e ora”. Il lavoro pastorale nelle nostre parrocchie,
invece, è l’opposto». Bergoglio trasmise agli studenti
gesuiti quell’importanza di frequentare i poveri che lui stesso viveva ogni
giorno. Sfogliando le pagine delle biografie, dei discorsi e delle omelie di
Bergoglio, si rimane profondamente colpiti dalla radicalità delle scelte di un
uomo immerso nel Vangelo, desideroso di seguire le orme del Signore per
assimilare il suo stesso modo di vedere il mondo. Non a caso, uno dei
ritornelli che papa Francesco ripete soprattutto quando s’incontra con dei
sacerdoti e che ripeteva ai gesuiti e ai sacerdoti di Buenos Aires è lo sforzo
di fuggire dalla mondanità Spirituale.
Bergoglio rimase profondamente colpito
dalla lettura della Meditazione sulla
Chiesa del teologo francese Henri de Lubac, il quale riteneva che la
mondanità spirituale è qualcosa d’infinitamente più disastroso di qualsiasi
mondanità di ordine puramente morale, «Una forma di antropocentrismo religioso che utilizza la Chiesa a fini
temporali – per guadagni politici o personali – trasformandola così in uno
strumento per le macchinazioni umane e oscurando il volto di Cristo, la cui
rivelazione è la stessa raison d’etre
della Chiesa». La vicinanza ai poveri significa per Bergoglio
attenzione alla realtà, che permette di smantellare dal di dentro le
costruzioni ideologiche di tipo politico, sociale e religioso.
È stata la
frequenza costante dei quartieri poveri di Buenos Aires che ha permesso a
Bergoglio di comprendere i malefici di un sistema economico che non solo
allarga sempre di più la forbice tra i pochi ricchi e una moltitudine immensa
di poveri, ma incentiva il sistema di corruzione a tutti i livelli. È toccando
la carne reale dei poveri che Bergoglio comprende la falsità del discorso
politico-economico sul mercato finanziario che si autoregola e, aumentando la
ricchezza, la distribuisce a chi non ne ha. Quello che lui incontrava e vedeva
nei quartieri poveri assieme ai giovani seminaristi gesuiti a metà degli anni
’70 prima e con un gruppo di sacerdoti negli anni ’90 come vescovo ausiliare
prima e poi come arcivescovo di Buenos Aires, era ben altro. Soprattutto dopo
la spaventosa crisi economica del 2001 che mise l’economia argentina in
ginocchio, mentre lo Stato si contraeva e si chiudeva sempre di più in sé
stesso, la Chiesa di Buenos Aires espandeva enormemente le proprie attività.
Bergoglio aumentò da otto a ventisei il numero di preti delle baraccopoli, e
lui stesso passava almeno un pomeriggio alla settimana in una di queste. Era
questo a fare la differenza. Bergoglio era un vescovo che non si limitava a
impartire degli ordini, ma quello che chiedeva veniva da un’esperienza
condivisa. Ecco perché, mentre i potenti non lo vedevano di buon occhio per
questo suo stile che gli permetteva anche critiche puntuali sul sistema
politico corrotto, era estremamente amato sia dai preti giovani che dalle
persone povere del popolo delle baraccopoli.
L’arcivescovo Bergoglio si
permetteva di richiamare lo Stato a ascoltare la gente comune, perché lui lo
stesso lo faceva per primo.
[1]
Austen Ivereigh riporta nella
sua biografia su Bergoglio, la positiva sorpresa che suscitò tra i partecipanti
della messa di domenica19 marzo, la prima come Papa. «Il Cardinal Christoph Schonborn, di Vienna, era in lacrime durante
l’omelia e sussurrò al Cardinal Timothy Dolan, di New York: “Tim, parla come
Gesù”. “Chris, credo sia proprio il suo mestiere” rispose Dolan», in: a.
Ivereigh, Tempo di misericordia. Vita di
Jorge Mario Bergoglio, cit. p. 421.
martedì 6 novembre 2018
DOVE VA LA MISSIONE?
Quando
si dice missione s’intende una realtà complessa e mutevole. Dalla Rivoluzione
francese alla Seconda guerra mondiale, le forme più correnti di missione si
fondano su un modello di conquista e di propaganda della fede. All’inizio del
Novecento si fa largo, con Charles de Foucauld, una nuova rappresentazione
della missione: presenza e testimonianza di vita tra i mussulmani, movimento in
cui entrare piuttosto che attività di fare, secondo il paradigma
dell’incarnazione di Dio. Dall’altra parte, il Concilio Vaticano II registra al
suo interno due missiologie: una più tradizionale – le missioni al plurale –
come attività ad extra; l’altra teologica – la missione al singolare – come
dimensione costitutiva della Chiesa. Papa Francesco riporta la missione nel cuore
della Chiesa, come pilastro fondamentale della sua conversione pastorale:
“sogno una scelta missionaria capace di trasformare ogni cosa”.
Quando si dice missione s’intende una
realtà dinamica, mutevole. E allora vogliamo chiederci: “dove va oggi la missione?”.
Ne parleremo in diocesi martedì 27
novembre, alle ore 21 presso la Sala Teatro della parrocchia di Fogliano
(RE), a partire dal libro Missione, Cittadella Editrice,
scritto da P. Mario Menin,
missionario saveriano e direttore di Missione
Oggi. Per l’occasione, sarà presente l’autore e suor Teresina Caffi, missionaria saveriana, in dialogo con don Paolo Cugini, fidei donum in Brasile. Vi aspettiamo!
lunedì 5 novembre 2018
INDOTTRINATI, OVVERO: DELLA DISTRUZIONE DELLE GIOVANI ANIME
Paolo
Cugini
È
proprio questo che ci è successo senza accorgercene, anzi spacciando i
contenuti appresi come verità, come la realtà. Era così chiaro da sembrare
vero. Narcotizzati sin dalla culla. Indottrinati sin dal primo batter di
ciglio. Accecati sin dai primi vagiti. E appena inizi a muoverti sei immerso in
una realtà uguale, così globale, maggioritaria, da non riuscire a mettere in
dubbio nulla, da non pensare nessun sospetto. C’era così tanta gente attorno a
noi a pensarla allo stesso modo, da identificare la maggioranza con il vero, la
quantità con la qualità, l’apparenza con il reale. Eravamo così innocenti da
non dubitare di nulla. Era proprio questa la loro forza: la nostra innocenza. E
così hanno potuto prendersi tutto il tempo necessario, tutti i vantaggi per
lasciarci nell’inganno, per avvolgerci nelle loro sottili mistificazioni, per
depredarci della nostra forza giovanile, delle nostre intuizioni, per
disinnescarne la forza esplosiva. Ci hanno riempito la testa di dottrine,
d’insegnamenti, di precetti al punto da confonderci così tanto da non saper più
distinguere la realtà dalla fantasia. Siamo stati così tanto indottrinati, da
rimanere avvolti dai fili sottili di quella dottrina al punto da fare fatica a
liberarcene. Ci hanno storditi, questi disgraziati! Perché è questo il
problema: la dottrina è entrata dentro di noi, è nella nostra mente, ha avvolto
la nostra anima, l’ha sporcata e confusa. E così ci sembra che la realtà sia esattamente
conforme a quello che ci è stato insegnato; sembra proprio che quello che la
dottrina ci spiega coincida con la realtà.
Appena
ci alziamo alla mattina quello che guardiamo, ciò che vediamo, è esattamente
conforme a ciò che ci hanno insegnato, anche perché la domanda non ce la
poniamo nemmeno: è così e basta. Le domande sulla realtà, su ciò che è davvero
reale, se ciò che ci hanno insegnato che le cose siano, corrispondono davvero
alla realtà, non si può risvegliare sino a quando non incontriamo qualcuno che
vede la stessa realtà in un modo diverso, e la racconta con sfumature diverse,
cogliendo aspetti che non avevamo mai visti, mai considerato. Questa mancanza
di prospettiva diversa, è dovuta anche al fatto che, solitamente, chi si occupa
della dottrina, dei percorsi d’indottrinamento, non si sofferma ai contenuti, ma
lavora giorno e notte per fare in modo che, chi riceve l’indottrinamento, stia
costantemente vicino a persone che ricevono o hanno ricevuto lo stesso tipo d’indottrinamento,
che hanno imparato a guardare la realtà allo stesso modo, dalla stessa finestra,
con gli stessi occhiali. Ecco perché non si pongono domande e rimangono
allibiti quando incontrano per caso qualcuno che osa mettere in discussione la
veridicità di ciò che loro vedono e il modo in cui lo vedono. Non se ci avete
fatto caso, ma i costruttori dei percorsi dottrinali fanno di tutto affinché gli
indottrinati incontrino coloro che provengono da mondi diversi, il più tardi
possibile. Lo stesso vale per tutti coloro che credono così tanto nella
dottrina elaborata o ricevuta, che fanno di tutto per mettere in piedi percorsi
formativi da somministrare a dose massicce ai poveri piccoli che, sin dalla
tenera età, saranno costretti – a loro insaputa (che cose da barbari!) – ad assimilare
un unico modo di vedere la realtà, dalla scuola materna sino al termine delle scuole
superiori, vale a dire, dai tre anni di età sino ai diciannove. Si pensa, così,
che prima si riesce a prenderli, per somministrare ad un individuo il siero
della dottrina unidirezionale, più probabilità ci saranno per addormentare l’individuo,
per sedarlo, per spegnere le su capacità creative, il suo desiderio di
conoscere cose nuove, in altre parole, il suo desiderio di essere sé stesso.
Non ho mai capito perché un genitore desideri una cosa simile per suo figlio,
per sua figlia. Forse per stare in pace, per stare tranquillo, perché, in fin
dei conti, è sempre meglio avere un figlio, una figlia tranquilla che non si
pone domande e non ne faccia, che cammini sui sentieri tracciati, piuttosto che
uno scalmanato in casa che non lascia nulla al suo posto, che contesta tutto e
tutti, che non lascia in pace nessuno.
Verrebbe
da dire che questo inganno dottrinale, questa grandissima porcata dottrinale, questa
pazzesca mistificazione del sapere, sia un processo senza ritorno, contro cui
ora è impossibile fare qualcosa. E invece no: qualcosa possiamo ancora fare,
per tornare ad essere noi stessi. A differenza, infatti, di quello che i propugnatori
delle dottrine pensano, c’è sempre qualcuno che cresce in modo diverso, che un
giorno si alza e comincia a pensare in modo autonomo, comincia a vedere le cose
non come gliele hanno insegnate. C’è sempre qualcuno che si alza una mattina e
guarda alla finestra della vita e vede le cose così come sono e non come gli
hanno insegnato a vederle e scopre che sono buone. E così, comincia a capire
che tutte quelle dottrine che minacciano castighi per coloro che vedono le cose
in un modo diverso rispetto a ciò che si è appreso, hanno qualcosa che non va,
qualcosa di strano, qualcosa di sbagliato. Arrivare a comprendere che non è la
realtà che è sbagliata, ma la sua interpretazione dottrinale, è il massimo
della conoscenza.
Porsi delle domande, porsi degli interrogativi:
è l’inizio della possibilità di una nuova vita. Ed è proprio questo il dato di fatto
importante, vale a dire la scoperta delle domande, della loro potenza devastante,
costruttiva, rivelativa: l’importanza delle domande per la salvezza della vita.
Dovrebbe essere questo il principale obiettivo di coloro che hanno una funzione
educativa: aiutare un figlio, una figlia, uno studente, un’amica a porsi delle
domande, ad interrogarsi, a porsi dei perché, senza poi voler mettere allo
stesso tempo in bocca delle risposte, perché queste devono apprendere a trovarle
da soli. Se sei un bravo padre, se sei una madre con un po' di sensibilità, se
sei un insegnata amante della vita fai di tutto affinché chi hai di fronte, si
ponga le domande importanti della vita, e poi mettiti da parte, lascia che chi
si pone delle domande faccia la fatica di trovarsi le risposte.
A
cosa serve la dottrina e a chi serve? La dottrina è un’elaborazione di
contenuti che hanno l’obiettivo di offrire idee chiare, attraverso argomenti
fruibili da tutti. Il desiderio di chi elabora una dottrina è che sia seguita
dal maggior numero di persone. C’è una dottrina economica, politica, religiosa,
filosofica e altro. Una delle caratteristiche fondamentali della dottrina è che
non può essere messa in discussione: può solo essere assimilata. La forza di
una dottrina consiste nel venire condivisa da un grande numero di persone.
Quando ciò avviene, la dottrina è identificata con la verità e, per questo, è
indiscutibile e colui o coloro che la mettono in discussione, rischiano la vita,
perché divengono pericolosi per il sistema. Chi elabora dottrine ha interessi
da proteggere e la dottrina è direttamente proporzionale agli interessi che si vogliono
a tutti i costi proteggere. La dottrina è costruita apposta per fare in modo
che la gente, non solo pensi tutta allo stesso modo, ma che non giunga a cogliere
la realtà delle cose. Questa è già un’importante indicazione di metodo: per
uscire dallo schema della dottrina e per smascherare la sua falsità: occorre
fare di tutto per mettere le persone a contatto con la realtà. Solo la realtà,
infatti, salverà il mondo, perché solo la realtà ci può consegnare i criteri
della verità. È la realtà che ci può svelare se la dottrina appresa è buona,
rispettosa del reale, attenta cioè alla vita. Solo l’aderenza alla realtà ci aiuta
a liberarci delle catene dottrinali, dai carceri nei quali siamo finiti durante
la vita, per poter finalmente vivere in modo libero, per poter essere
finalmente noi stessi.
sabato 27 ottobre 2018
ECCLESIOGENESI: LA CHIESA SOGNATA DA LEONARDO BOFF
Paolo
Cugini
La
Chiesa che nasce dal basso
In
America Latina il tema della Chiesa come popolo di Dio non solo viene
positivamente recepito, ma provoca un nuovo modo di essere Chiesa nel cammino
di un intero continente, prende vita una produzione teologica che preoccupa
sempre di più la gerarchia romana. I testi del teologo brasiliano Leonardo Boff
in materia ecclesiologica vengono considerati pericolosi[1] ed eretici al punto da
subire un processo da parte della Congregazione per la dottrina della Fede nel
1984[2]. Nei suoi testi Boff
elabora un pensiero ecclesiologico a partire dall’esperienza delle Comunità
Ecclesiali di Base (CEB), sorte in America Latina negli anni ’50 e rafforzatesi
nell’immediato dopo-concilio grazie, soprattutto, alla positiva presa di
posizione della II conferenza della Chiesa Latinoamericana, radunatasi a
Medellin nel 1968 per attualizzare nel Continente le intuizioni del Concilio.
Già questa prima osservazione è significativa perché mostra lo scarto esistente
tra il modo di fare teologia in Occidente e quello elaborato in America latina.
Leonardo Boff elabora una ecclesiologia “dal basso”, vale a dire osservando e
descrivendo ciò che concretamente sta avvenendo nella Chiesa Latinoamericana e,
in modo particolare, in Brasile nell’esperienza delle CEB. Nei testi di Boff il
punto di riferimento costante che guida la riflessione è l’attenzione
all’esperienza di Chiesa in atto, al popolo di Dio che settimanalmente si trova
nelle piccole comunità di base. Tra la Lumen Gentium e il testo conclusivo del
Sinodo straordinario di Roma del 1985 in cui viene sostituita l’ecclesiologia
del popolo di Dio con l’ecclesiologia di comunione, la produzione ecclesiologica
del teologo brasiliano Leonardo Boff è, a nostro avviso, fondamentale, per
comprendere il delicato passaggio e l’oscuramento di un’espressione importante
dell’ecclesiologia del Vaticano II.
Secondo
Boff il nascere delle comunità di base e lo stile comunitario che in esse si
sviluppa contengono un innegabile peso che mette in questione l’attuale modo di
vivere nella Chiesa. «La chiesa
comincia a nascere dalla base, dal cuore del Popolo di Dio. Questa esperienza
mette in crisi il modo comune di pensare la Chiesa e ci fa riscoprire la fonte
genuina che permanentemente fa sorgere e sviluppare la Chiesa: lo Spirito Santo».
Si tratta, dunque, di una vera e propria reinvenzione della Chiesa che mette
a nudo il limite accumulato nel corso dei secoli di un cammino di Chiesa
incentrato sul rapporto Chiesa-Cristo in una prospettiva giuridica. Questo
rapporto venne articolandosi sul modello delle relazioni che una società ha con
il suo fondatore. Gesù Cristo affidò ogni potere ai Dodici e costoro ai loro successori,
i vescovi e il papa. Furono considerati come gli unici depositari di tutte le
responsabilità avendo concentrato su di sé tutti i poteri della Chiesa, «di modo che essi si trovano in presenza di
una comunità divisa tra governanti e governati, celebranti e assistenti,
produttori e consumatori di sacramenti». In tale rapporto
schematico, la gerarchia era l’unico rappresentante della Chiesa universale e
particolare. Secondo Boff questa visione di Chiesa si è sviluppata in Occidente
sulle tracce di una cristologia, che considera Gesù Cristo solo nella sua
esistenza secondo la carne e non pensa a Cristo risorto con i mutamenti in lui
operati dalla risurrezione, come l’ubiquità cosmica e la natura pneumatica del
suo corpo. Boff conclude la sua riflessione affermando che: «La Chiesa non nacque solo dal sangue
squarciato di Cristo, ma anche dalla Spirito Santo nel giorno della Pentecoste».
Le CEB aiutano la Chiesa a credere nella
presenza viva del risorto e dello Spirito presente nella comunità, che non si
struttura per una decisione deduttiva dall’alto, ma che vive grazie all’azione
dello Spirito, che si manifesta e organizza in mezzo al popolo di Dio. In altre
parole, secondo Boff, la storia e l’esperienza delle CEB, così come sono venute
formandosi in America Latina, rivelano un volto di Chiesa suscitata dallo
Spirito Santo nel cuore degli uomini, una Chiesa che non è nata e non si è
strutturata per una volontà giuridica o gerarchica, ma autonomamente e
spontaneamente come manifestazione della fede nel risorto, che conduce un
gruppo di persone animate dallo Spirito Santo a desiderare di vivere il Vangelo
di Gesù Cristo nella loro specifica realtà. In questa prospettiva, continua
Boff: «Il fatto di riconoscere la presenza del
risorto e dello Spirito nel cuore degli uomini ci fa pensare alla Chiesa
considerata più nelle sue espressioni di base che nei vertici; ed è un
accettare la corresponsabilità di tutti nell’edificazione della Chiesa e non
appena di alcuni uomini dell’istituzione clericale».
Nello schema della Chiesa piramidale, la categoria popolo di Dio decorre come
il risultato di un’organizzazione previa, nella quale il potere si concentra
sull’asse vescovo-sacerdote. In questo stile di Chiesa il laico deve solo
ricevere e nulla produrre in termini di organizzazione: è per certi aspetti,
funzionale alla struttura. A questo punto Boff si chiede: la Chiesa nasce da
un’organizzazione oppure è il contrario? Quando è l’organizzazione che decide
la strutturazione della Chiesa, significa che ci troviamo dinnanzi ad
un’ideologia della classe dominante, che elabora una teologia affinché i propri
diritti e privilegi siano mantenuti. In questa concezione ecclesiologica,
Cristo e lo Spirito non fruiscono di un’immanenza immediata, ma solo
mediatizzata attraverso i ministeri e gli ordini. Per questo, la gerarchia sta
al centro di interessi e non già il risorto e lo Spirito con i sui carismi.
Secondo Boff questa impostazione ecclesiologica non ha come supporto la
teologia, ma il diritto: «secondo
essa il potere è divino solo per l’origine e nel suo esercizio segue
l’organizzazione di ogni potere profano con i suoi meccanismi di coercizione,
di sicurezza e di controllo».
Chiesa
comunità di base: il popolo di Dio
Nella
prospettiva della Chiesa come comunità di base, la realtà popolo di Dio emerge
come prima istanza e l’organizzazione come seconda, derivata e a servizio della
prima. La forza di Cristo non è presente solo in alcuni membri – Papa, vescovi,
presbiteri – ma in tutto il popolo di Dio, portatore della triplice funzione di
Cristo, rendendo in questo modo visibile l’intuizione conciliare della Lumen Gentium. In questo modo, il potere
di Cristo si diversifica secondo le funzioni specifiche, ma non esclude
nessuno. «Prima ancora che
appaiano in forma visibile attraverso le mediazioni umane (nella persona del
Vescovo, del sacerdote e del diacono), il Signore risorto e lo Spirito sono già
presenti nella comunità […] La gerarchia è posta per una funzione sacramentale
di organizzazione e di servizio in una realtà a cui essa non diede vita, ma che
trovò già costituita e nella quale essa venne a trovarsi inserita».
Le CEB realizzano l’idea di una Chiesa popolo di Dio, dove gli uomini e le
donne si sentono fratelli e sorelle, una Chiesa-comunità, che rende visibile il
Corpo di Cristo.
Un
nuovo modo d’intendere la gerarchia
In
questa prospettiva, Boff elabora una riflessione che presenta la gerarchia come
carisma a servizio della comunità. Gesù, infatti, non scelse i Dodici perché
fossero i fondatori di future chiese, ma li costituì come comunità, Chiesa
messianica ed escatologica, che poi diede origine ad altre comunità. E’ a
partire da questa presa di coscienza storica, che vede la comunità che Gesù ha
istituito come comunione di fratelli e sorelle con uguali dignità, che svolgo
diversi servizi, che è possibile cogliere l’importanza del carisma specifico
del governo e guida della comunità, che presiedono all’unità della stessa. Il
compito specifico di chi è chiamato a servire la comunità nel carisma della
guida:
Non sta nell’accumulare e concentrare, ma nel
partecipare e coordinare. E’ un carisma che non è posto fuori, ma dentro la
comunità, non sopra di essa, ma a vantaggio di essa […] Il servizio di unità,
sia come guida di una comunità sia come papa, non prende l’indirizzo di un
potere autocratico sulla Chiesa, ma al di dentro di essa e in funzione di essa.
Proprio come scrisse sant’Agostino: vescovo per voi, cristiano con voi. Non
viene ordinato qualcuno esclusivamente per una funzione di direzione; non c’è
un presidente senza una sua comunità; per questo motivo i Concili di Nicea
(325) e di Calcedonio (451) considerano nulle le ordinazioni svincolate dalla
base.
Il
cammino delle CEB, secondo Boff, rende visibile la proposta conciliare della
Chiesa come popolo di Dio, il principio di uguaglianza tra i membri che formano
la comunità, il significato autentico del ruolo di colui che dalla stessa
comunità è chiamato a svolgere il compito di guida, strumento di unità. Diviene
evidente che tutti i servizi nascono al di dentro della comunità e per la
comunità. Ancora una volta, sottolineiamo il dato fondamentale che Boff non sta
presentando una propria teoria ecclesiologica, ma sta formalizzando
l’ecclesiologia delle CEB, nelle quali lui stesso prestava servizio. Una
comunità nella quale vengono bloccate le vie di partecipazione in tutte le
direzioni, come accade secondo Boff nello stile di Chiesa piramidale, non può
avere la pretesa di chiamarsi comunità, perché per essere tale deve prevalere
il principio di uguaglianza di tutti i partecipanti, sostenuto anche dalla Lumen Gentium. Secondo Boff il problema
che la Chiesa ha vissuto sino ad ora e che il cammino storico delle CEB ha
posto in evidenza, consiste nel fatto che coloro che avevano la funzione di
guide della comunità, vale a dire i vescovi e i presbiteri, hanno esercitato il
loro potere al di sopra della comunità, come un corpo a sé stante,
monopolizzando tutti i servizi e poteri, e non dentro di essa, cercando di
partecipare nel rispetto dei vari carismi e in funzione dell’unità dello stesso
corpo. Se allora, ci si chiede quale modello di Chiesa rispecchia di più lo
stile di comunità voluto da Gesù, Boff non ha dubbi: quello vissuto attualmente
dalle CEB.
Anche
i laici possono celebrare l’Eucarestia
È
questo stile di Chiesa di fratelli e sorelle uguali, che percepisce il carisma
della guida all’interno della comunità e a servizio della stessa che Boff,
nella seconda parte del testo, affronta due problemi che a suo modo di vede
sono fondamentali per il camino delle CEB, vale a dire la possibilità dei laici
di celebrare la cena del Signore e la possibilità del sacerdozio della donna.
Il
tema della cena del Signore celebrata da laici si pone per il fatto che, i
fedeli laici, che partecipano della via delle CEB, alla domenica hanno la
possibilità di accedere all’eucarestia solamente saltuariamente, a causa della
scarsità del clero, che spesso deve attendere a parrocchie costituite da decine
di CEB. Se è l’Eucarestia a fare la Chiesa allora è giusto porsi il problema,
come fa Boff nel suo testo, sulla possibilità di permettere che qualcuno della
comunità celebri la cena del Signore. Uno dei cammini possibili che potrebbero
essere percorsi è quello fondato sul carattere battesimale e sul potere che il
battesimo conferisce alla Chiesa di essere un corpo sacerdotale. Boff, a questo
proposito cita lo studio del teologo F.J. Van Beeck[3], che sosteneva che i
sacramenti post battesimali «sono
la concentrazione e la specificazione del sacramento del battesimo e come tale
è un sacramentum fidei et ecclesiae»
e non solo sacramento riservato al presbitero e al Vescovo. «In questo modo il sacerdozio ministeriale
(del sacerdote e del Vescovo) dev’essere pensato in base al sacerdozio universale
dei fedeli e dentro di esso, cioè nella successione apostolica che è data a
beneficio di tutto il popolo di Dio». Come ci sono ministri
straordinari per il battesimo e per il matrimonio, Boff si chiede se non
potrebbero essere dei ministri straordinari che celebrano l’eucarestia. Anche
in questo caso, come nel precedente, propone come possibilità per elaborare una
risposta esauriente ad un problema effettivo, che non si guardi al passato
mediante la successione lineare, ma un riferimento alla presenza del risorto e
del suo Spirito nella comunità, Spirito che in essa opera perché sia
un’autentica comunità di discepoli e discepole.
Le
donne presbitere
Stesso
tipo d’impostazione del problema riguarda il tema del sacerdozio femminile. Se,
infatti, è vero che il problema dell’eucarestia domenicale s’impone nelle CEB
per il fatto che attualmente non ci sono sacerdoti in grado di accompagnare le
migliaia di CEB presenti sul territorio latinoamericano, altrettanto vero è il
fatto che queste comunità sono guidate per la maggior parte dei casi da donne.
Sempre di più le donne assumono delle funzioni direttive nelle CEB. Secondo
Boff «il tema del sacerdozio della donna fa parte
della tematica più generale della liberazione della donna […]
L’aspirazione generale è di veder riconosciuta la differenza tra i due sessi,
senza privilegiare nessuno di essi». Anche in questo accaso Boff fa appello al
principio di uguaglianza formulato da Paolo e alla presa di posizione di Gesù
nei confronti della difesa della donna contro le arbitrarietà della
legislazione giudaica nel campo del matrimonio. Per questi motivi, è possibile
sostenere secondo il teologo brasiliano, che in se stesso il cristianesimo
include il germe di una completa liberazione della donna dalle discriminazioni
della cultura patriarcale. «Fin
dove potrà arrivare la Chiesa – si chiede Boff – forse fino ad una totale
uguaglianza dei due sessi nel poter accedere ai sacri ministeri, ivi compresa
l’ammissione al sacerdozio? O vi saranno anche qui strutture definite di ordine
e di diritto divino che lo impediscono?». Dopo aver dedicato
alcune pagine per approfondire il tema di Gesù come voce di un uomo in difesa
delle donne, Boff approfondisce il discorso affermando che non vi sono
argomenti teologici determinanti contro l’ordinazione della donna, ma solo
disciplinari. In questa prospettiva cerca di confutare le principali obiezioni
al sacerdozio femminile per arrivare a sostenere che:
Dal punto di vista dell’ermeneutica e dell’esegesi non ci sono
argomenti scritturistici determinanti che escludano le donne dall’ordine
sacerdotale. La tradizione non porta nessun principio teologico
fondamentale che giustifichi la prassi attuale di conferire il sacerdozio solo
agli uomini. Si può affermare con sufficiente chiarezza che tale prassi è
dovuta ad uno sviluppo storico-sociologico […] L’esclusione della donna dal
sacerdozio rifletteva la sua condizione d’inferiorità nella società stessa. Si
tratta quindi non di una tradizione dottrinale, ma del sopravvivere di un
costume millenario, costume che può essere suscettibile di trasformazioni in
seguito alla nuova coscienza della dignità della donna e della collaborazione
che essa può dare nella Chiesa.
Secondo
Boff non è sufficiente pronunciarsi a favore dell’ordinazione della donna al
sacerdozio, ma occorre sostenere che l’eventuale sacerdozio della donna non
potrà essere il sacerdozio attuale degli uomini. Il sacerdozio attuale che
esiste nella Chiesa è, infatti, segnato profondamente dall’immagine dell’uomo
maschio e celibe. Per sostenere la sua tesi Boff riporta l’opinione della
teologa tedesca Van Der Meer, la quale sosteneva che:
Bisogna
riconoscere che la donna non si adatta ai ruoli ecclesiali derivatici da un
lungo processo storico e che ancora oggi sussistono. Solo quando queste
funzioni saranno riformulate a partire dalla comunità e in relazione a essa,
avrà senso conferirle alle donne. Con ciò risulta chiara la conclusione che il
sacerdozio particolare della donna non è ancora adeguato alla fase dello
sviluppo attuale (storico-salvifico) della Chiesa.
Ci
siamo soffermati ad analizzare l’impostazione ecclesiologica di Leonardo Boff
perché, a nostro avviso, aiuta a comprendere i possibili sviluppi
ecclesiologici della rivoluzione copernicano operata dal Concilio quando ha
definito la Chiesa popolo di Dio. L’esperienza delle CEB che, come abbiamo
visto, è ancora in atto nonostante abbia subito nel tempo alcune significative
trasformazioni, incarna in modo visibile l’idea di Chiesa come popolo di Dio e
produce delle conseguenze significative sul piano ecclesiologico, che rendono
comprensibili, con gli occhi di poi, l’intervento autoritario di Roma.
Una
Chiesa libera dal potere temporale
In
Chiesa: carisma e potere, il libro
che provocò la dura reazione di Roma, Boff non nasconde il suo entusiasmo per
il cammino delle CEB e la possibilità di una riforma radicale della Chiesa.
Dopo avere sferzato, nella prima parte del volume, la gerarchia della Chiesa
soprattutto sulla questione della violazione dei diritti umani e dell’abuso di
potere, non nasconde, nella seconda parte, il suo entusiasmo per il cammino
delle CEB e sulla possibilità, grazie a questo nuovo modo di essere Chiesa, di
creare una rivoluzione all’interno di essa. «Una parte significativa della Chiesa/istituzione – sostiene Boff – a
partire da una meditazione evangelica e da una lettura teologica dei segni dei
tempi, ha compreso le sfide che vengono che vengono lanciate alla fede
cristiana e tenta di rispondervi responsabilmente». Si sta
assistendo, grazie al cammino delle CEB, al sorgere di una nuova Chiesa,
generata nel cuore della vecchia. Si tratta di comunità di base, alla periferia
delle città, chiesa dei poveri fatti di poveri con inserimento di vescovi, preti,
religiosi negli ambienti emarginati. Il perno centrale di questo cammino,
ribadisce il teologo brasiliano, «sta nell’idea di Chiesa popolo di Dio, pellegrino, partecipe di tutti
i rischi e contento delle piccole conquiste, con un senso molto profondo della
sequela di Gesù Cristo, identificato nei poveri, i perduti e abbandonati della
terra».
Non è più una Chiesa che vive nei palazzi, ma in mezzo alla gente, nel mondo
del lavoro nel cuore del mondo secolare. E’ questo nuovo cammino, chiamato
ecclesiogenesi che permette alla Chiesa di essere segno di Cristo nel mondo.
Per questo motivo, il papato, l’episcopato e il presbiterato non perderanno la
loro funzione, semplicemente guadagneranno nuove funzioni, probabilmente più
evangeliche. Secondo Boff, il popolo si meraviglia perché la Chiesa sia
arrivata così tardi a questo cambiamento, recuperando il significato originario
proponendo nel Concilio Vaticano II l’idea di Chiesa come popolo di Dio.
Il
cambiamento è stato dalla parte dei preti. I quali non si sentivano più
staccati dalla gente, con la loro formazione di élite e i vari privilegi del
loro stato. Il prete si incarnava. Si mescolava con il popolo. Questo processo
si è realizzato sotto il segno della secolarizzazione. Il prete lasciava quasi
tutti i segni sacrali di cui era investito: talare, clausura per i religioso,
semplificazione della liturgia, canoniche aperte al popolo.
La
trasformazione della Chiesa che sta avvenendo grazia all’impulso prodotto dalle
CEB e che sta già modificando il significato dei ruoli all’interno della
comunità, provoca anche un cambiamento nella relazione della Chiesa con il
mondo. L’attenzione, infatti, non è solo più ad intra, ma anche e soprattutto
ad extra. La comunità di base prende coscienza della propria missione nel
mondo. Non ha più senso preoccuparsi dei problemi interni alla comunità, se
fuori dalla stessa campeggia la miseria, lo sfruttamento. La comunità inizia,
così, ad interessarsi non solo dei problemi sociali, ma provoca lo studio dei
meccanismi di oppressione. «Sul piano della comprensione della gente, si
fa necessaria una comprensione scientifica della realtà. Per scientifico non
s’intende l’uso di parole tecniche e di ricerche dettagliate. Scientifico
significa conoscenza di ciò che sta dietro i fenomeni».
La
ricerca delle cause della povertà nella realtà in cui vive la comunità, dice
del rapporto fede e vita che è specifico delle CEB, che cerca di dare speranza
al povero che si sente parte di un ingranaggio senza uscita, ma che nella
comunità trova un motivo di speranza. La Chiesa popolo di Dio assume, dunque,
una valenza sociale e sociologica, in quanto non solo si pone al servizio delle
persone povere, ma cerca anche di capire i meccanismi che generano la
differenza di classe, alla base della povertà dei molti e del benessere di
pochi. La ricerca delle cause non offre solamente spunti sociologici, ma offre
il materiale per delineare un vero e proprio itinerario mistico-spirituale di
resistenza al sistema oppressivo. È nella comunità che i poveri si ritrovano
per trovare forza nella Parola di Dio e indicazioni per comprendere i
meccanismi assurdi del potere oppressore e immettersi in una lotta di
liberazione.
[1] Cfr. in modo particolare: L. BOFF,
Ecclesiognesi. Le comunità ecclesiali di
base reinventano la Chiesa, Borla, Roma 1978; ID.: Chiesa: carisma e potere, Borla, Roma 1983
[2] Il processo
avverrà il 7 settembre 1984. Il testo in questione è Chiesa, carisma e potere,
accusato di essere eccessivamente inficiato di tesi marxiste. I maggiori teologi del mondo sulla rivista
internazionale "Concilium" presero posizione con una dichiarazione di
solidarietà ai teologi della liberazione accusando i gruppi integristi di voler
accentuare la divisione nella chiesa. Boff venne assistito dal cardinale
Aloisio Lorscheider anch' egli francescano, figura profetica della chiesa
latino-americana, il quale tuttavia dovette restare muto testimone durante il
processo. Gli stessi francescani in qualche modo vennero chiamati in causa. Nel
volume preso di mira dal Sant' Uffizio, Boff ipotizza una nuova divisione del
potere religioso nella chiesa e sollecita, fra l' altro, più coerenza tra la
proclamazione dei diritti umani e la sua applicazione all' interno della
chiesa.
[3] F.J. VAN BEEK, Nato dalla Vergine Maria, Ed. La Scuola,
Brescia 1999.
lunedì 22 ottobre 2018
IL CRISTIANESIMO E I DETRITI PAGANI DEL SACRO
Paolo
Cugini
Il
dato immediato per cui diviene identificabile la religione come struttura
culturale è, senza dubbio, il sacro. C’è tutto un materiale culturale che viene
declinato come rito e simbolo, che si è venuto strutturando nel tempo per
descrivere la relazione dell’uomo con l’ignoto, al quale si è trasferita la
causa degli eventi razionalmente indescrivibili. Come ci ha sapientemente
illustrato Mircea Eliade nei sui
studi di fenomenologia della religione, nella maggior parte dei gruppi sociali
da lui studiati, che vanno dall’India all’America Latina, è possibile
riscontare sempre persone specifiche che nel gruppo assumono la competenza per
mediare con il sacro. Esiste tutta una sfera di fenomeni che richiedono
competenze e conoscenze specifiche e, senza di queste, è possibile provocare
reazioni nocive non solo per l’individuo, ma anche per l’intera comunità. Il
sacro, dunque, non è mai solamente un fenomeno che chiama in causa il singolo
soggetto, ma soprattutto il gruppo, la comunità. C’è qualcuno in mezzo alla
comunità che, o per dinastia, o per selezione, viene collocato per mediare tra
il fenomeno sacrale e il gruppo sociale. C’è tutta un’arte che viene tramandata
oralmente o, raramente, in forma scritta, tra coloro che avranno il compito di
svolgere questo delicato compito di relazionarsi con il sacro. Non tutti, nella
comunità, possono avvicinarsi al sacro e, soprattutto, possono comprendere le
sue manifestazioni. Occorre sempre far riferimento a colui che nel gruppo è
stato indicato e che possiede le conoscenze tramandate nel tempo per compiere
questo delicato e fondamentale compito. Questo fenomeno sacrale fatto di
sacerdoti, di riti e di simboli che è passato sotto il nome di religione,
rivela un’intuizione arcaica di come l’uomo e la donna si percepiscono nel
cammino della storia: non siamo soli. Ci sono forze ignote che interagiscono
con gli uomini e le donne e che vanno gestite, per certi aspetti controllate,
incanalate. Gesù, con la sua venuta, ha distrutto questo principio di
differenziazione. Attraverso di Lui, d’ora innanzi, tutti possono accedere al
sacro, perché il suo Spirito ci ha resi sacerdoti, profeti, re.
Le
strutture culturali si formano nel tempo e passano attraverso i secoli.
Germinano dall'istinto di sopravvivenza e, di conseguenza, rispondono non a
logiche razionali, ma istintuali. L’istinto di sopravvivenza è il legame più
forte con la vita. Qualsiasi forma culturale si struttura su basi istintuali.
Ce lo insegna l’antropologia culturale che i meccanismi messi in atto a tutte
le latitudini della terra e in tutte le epoche della storia, funzionano in
questo modo. Levis Strauss, il grande
antropologo francese, in uno dei suoi famosi studi, dimostrava come la
proibizione dell’incesto, sorto per salvare la comunità dall’estinzione,
promovendo un meccanismo di uscita dalla comunità per riprodurre la specie, si
trova in tutti i popoli, nonostante non ci sia stato contatto tra essi. Ci sono
strutture culturali che contraddistinguono la specie umana, perché riflettono
il bisogno di sopravvivere e di difendersi dagli attacchi, qualsiasi essi
siano, della morte. La religione è una di queste strutture culturali sorte
dall’istinto di sopravvivenza, costruitasi attorno alla paura dell’ignoto.
Essendo una struttura si definisce nel tempo. Ciò significa che le sue
caratteristiche, che la specificano e che la rendono identificabile rispetto ad
altre, dipendono dall’elaborazione che avviene nel tempo e dal conseguente
processo di adattamento. Sono questi i motivi che rendono una struttura così
solida e difficilmente deperibile nel breve periodo. Al massimo, una struttura
culturale può modificare elementi costitutivi del suo sistema in un determinato
periodo storico di crisi, rimanendo, in ogni modo, identificabile nelle sue
peculiarità. È questo, credo, il grande insegnamento di Thomas Khun quando,
analizzando le rivoluzioni culturali, in modo particolare, la rivoluzione
copernicana, ha dimostrato come il cambiamento di una struttura formatasi e
consolidatasi nel tempo, avviene solamente quando sono disponibili al
cambiamento una serie di elementi che costituiscono la medesima struttura.
In
qualsiasi religione e, dunque, anche nel cristianesimo, permangono come
detriti, le forme pagane del sacro, vale a dire quelle forme culturali sorte
dalla rielaborazione dell’istinto di sopravvivenza nei confronti dell’ignoto,
attraverso gli strumenti culturali a disposizione nel momento dell’elaborazione.
Il processo d’inculturazione che il
cristianesimo ha vissuto nei primi secoli della sua era, ha prodotto
l’assimilazione di alcuni elementi presenti nelle religioni misteriche attive a
quell’epoca. Certamente si è trattato di un processo di assimilazione non
passiva, ma creativa, un processo di elaborazione degli elementi assimilati che
ne ha caratterizzato la specificità. Questo fenomeno di assimilazione e
trasformazione, come sappiamo, non ha solo riguardato alcuni elementi delle
religioni misteriche, ma anche della cultura filosofica. I concetti di essere,
essenza, persona – solo per citarne alcuni – sono concetti della filosofia
greca, assimilati nelle argomentazioni teologiche. Questo processo di
assimilazione di concetti della filosofia greca è ben visibile, ad esempio, nel
Credo niceno-costantinopolitano. Assimilazione e trasformazione sono momenti
del cammino d’inculturazione del cristianesimo che, da un lato ha saputo
valorizzare i contenuti della cultura del tempo, mostrando un’attenzione e una
capacità di penetrazione significativa; dall’altra ha mostrato la novità e,
allo stesso tempo la forza, del proprio apparato concettuale nei confronti
della cultura pagana. La capacità d’inculturarsi, vale a dire di valorizzare in
modo creativo ciò che si trova su di un territorio culturale, lo ha insegnato
lo stesso Gesù. Le parabole sono l’espressione più limpida della capacità di
Gesù di osservare con attenzione le situazioni esistenziali che
caratterizzavano il mondo circostante in cui si trovava a vivere, per
assorbirne i significati profondi trasformandoli nei significati che voleva
offrire alle persone che lo seguivano. Assimilazione e trasformazione creativa
sono, dunque, momenti fondamentali di qualsiasi processo d’inculturazione, che
permettono ad una struttura di mantenersi in vita sulle basi di ciò che
incontra, offrendo la novità dei propri contenuti.
Il
problema, a questo punto del discorso, non è constatare le forme dei detriti
del sacro, ma come nel cristianesimo si sia fatto di tutto per mantenerle in
vita, nonostante sia in una relazione di idiosincrasia con il centro del suo
messaggio che è il Vangelo. Come mai? Credo che la risposta immediata sia data
dal fatto che è più facile controllare il potere temporale con le forme
arcaiche del sacro, che con la spoliazione evangelica proposta da Gesù. Seguire
il maestro significa decidere ricercare solo ed esclusivamente la gloria del
Padre. Non è un caso che il fenomeno più eclatante e significativo dei primi
secoli della Chiesa, sia stato l’eremitaggio nel deserto e il monachesimo,
fenomeni che possono essere racchiusi nella spiritualità della fuga del mondo. In
questi ambienti di altissima spiritualità evangelica, ciò che davvero conta è
seguire le orme del maestro e, di conseguenza, non c’è il minimo spazio per
l’apparenza, la gloria, la ricerca del potere. Non a caso, in queste esperienze
religiose troviamo pochissime tracce dei detriti del sacro inteso in senso pagano,
ma un costante sforzo di elaborazione di rappresentazioni del nuovo volto del
sacro manifestato in Gesù Cristo. Un sacro che, nel cammino presentato da Gesù,
diviene umano, esageratamente umano, per dirla con Nietzsche. È questo che
confonde gli adoratori del sacro, gli avidi di potere che in ogni epoca e in
ogni società hanno fatto di tutto per andare a braccetto con i sacerdoti degli
idoli umani. Idolo diventa anche il cristianesimo tutte le volte che si presta
ai giochi di potere, dimenticandosi di essere nel cammino di Colui che è venuto
per servire e non per essere servito.
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