lunedì 22 ottobre 2018

IL CRISTIANESIMO E I DETRITI PAGANI DEL SACRO





Paolo Cugini

Il dato immediato per cui diviene identificabile la religione come struttura culturale è, senza dubbio, il sacro. C’è tutto un materiale culturale che viene declinato come rito e simbolo, che si è venuto strutturando nel tempo per descrivere la relazione dell’uomo con l’ignoto, al quale si è trasferita la causa degli eventi razionalmente indescrivibili. Come ci ha sapientemente illustrato Mircea Eliade nei sui studi di fenomenologia della religione, nella maggior parte dei gruppi sociali da lui studiati, che vanno dall’India all’America Latina, è possibile riscontare sempre persone specifiche che nel gruppo assumono la competenza per mediare con il sacro. Esiste tutta una sfera di fenomeni che richiedono competenze e conoscenze specifiche e, senza di queste, è possibile provocare reazioni nocive non solo per l’individuo, ma anche per l’intera comunità. Il sacro, dunque, non è mai solamente un fenomeno che chiama in causa il singolo soggetto, ma soprattutto il gruppo, la comunità. C’è qualcuno in mezzo alla comunità che, o per dinastia, o per selezione, viene collocato per mediare tra il fenomeno sacrale e il gruppo sociale. C’è tutta un’arte che viene tramandata oralmente o, raramente, in forma scritta, tra coloro che avranno il compito di svolgere questo delicato compito di relazionarsi con il sacro. Non tutti, nella comunità, possono avvicinarsi al sacro e, soprattutto, possono comprendere le sue manifestazioni. Occorre sempre far riferimento a colui che nel gruppo è stato indicato e che possiede le conoscenze tramandate nel tempo per compiere questo delicato e fondamentale compito. Questo fenomeno sacrale fatto di sacerdoti, di riti e di simboli che è passato sotto il nome di religione, rivela un’intuizione arcaica di come l’uomo e la donna si percepiscono nel cammino della storia: non siamo soli. Ci sono forze ignote che interagiscono con gli uomini e le donne e che vanno gestite, per certi aspetti controllate, incanalate. Gesù, con la sua venuta, ha distrutto questo principio di differenziazione. Attraverso di Lui, d’ora innanzi, tutti possono accedere al sacro, perché il suo Spirito ci ha resi sacerdoti, profeti, re.

Le strutture culturali si formano nel tempo e passano attraverso i secoli. Germinano dall'istinto di sopravvivenza e, di conseguenza, rispondono non a logiche razionali, ma istintuali. L’istinto di sopravvivenza è il legame più forte con la vita. Qualsiasi forma culturale si struttura su basi istintuali. Ce lo insegna l’antropologia culturale che i meccanismi messi in atto a tutte le latitudini della terra e in tutte le epoche della storia, funzionano in questo modo. Levis Strauss, il grande antropologo francese, in uno dei suoi famosi studi, dimostrava come la proibizione dell’incesto, sorto per salvare la comunità dall’estinzione, promovendo un meccanismo di uscita dalla comunità per riprodurre la specie, si trova in tutti i popoli, nonostante non ci sia stato contatto tra essi. Ci sono strutture culturali che contraddistinguono la specie umana, perché riflettono il bisogno di sopravvivere e di difendersi dagli attacchi, qualsiasi essi siano, della morte. La religione è una di queste strutture culturali sorte dall’istinto di sopravvivenza, costruitasi attorno alla paura dell’ignoto. Essendo una struttura si definisce nel tempo. Ciò significa che le sue caratteristiche, che la specificano e che la rendono identificabile rispetto ad altre, dipendono dall’elaborazione che avviene nel tempo e dal conseguente processo di adattamento. Sono questi i motivi che rendono una struttura così solida e difficilmente deperibile nel breve periodo. Al massimo, una struttura culturale può modificare elementi costitutivi del suo sistema in un determinato periodo storico di crisi, rimanendo, in ogni modo, identificabile nelle sue peculiarità. È questo, credo, il grande insegnamento di Thomas Khun quando, analizzando le rivoluzioni culturali, in modo particolare, la rivoluzione copernicana, ha dimostrato come il cambiamento di una struttura formatasi e consolidatasi nel tempo, avviene solamente quando sono disponibili al cambiamento una serie di elementi che costituiscono la medesima struttura.

In qualsiasi religione e, dunque, anche nel cristianesimo, permangono come detriti, le forme pagane del sacro, vale a dire quelle forme culturali sorte dalla rielaborazione dell’istinto di sopravvivenza nei confronti dell’ignoto, attraverso gli strumenti culturali a disposizione nel momento dell’elaborazione.  Il processo d’inculturazione che il cristianesimo ha vissuto nei primi secoli della sua era, ha prodotto l’assimilazione di alcuni elementi presenti nelle religioni misteriche attive a quell’epoca. Certamente si è trattato di un processo di assimilazione non passiva, ma creativa, un processo di elaborazione degli elementi assimilati che ne ha caratterizzato la specificità. Questo fenomeno di assimilazione e trasformazione, come sappiamo, non ha solo riguardato alcuni elementi delle religioni misteriche, ma anche della cultura filosofica. I concetti di essere, essenza, persona – solo per citarne alcuni – sono concetti della filosofia greca, assimilati nelle argomentazioni teologiche. Questo processo di assimilazione di concetti della filosofia greca è ben visibile, ad esempio, nel Credo niceno-costantinopolitano. Assimilazione e trasformazione sono momenti del cammino d’inculturazione del cristianesimo che, da un lato ha saputo valorizzare i contenuti della cultura del tempo, mostrando un’attenzione e una capacità di penetrazione significativa; dall’altra ha mostrato la novità e, allo stesso tempo la forza, del proprio apparato concettuale nei confronti della cultura pagana. La capacità d’inculturarsi, vale a dire di valorizzare in modo creativo ciò che si trova su di un territorio culturale, lo ha insegnato lo stesso Gesù. Le parabole sono l’espressione più limpida della capacità di Gesù di osservare con attenzione le situazioni esistenziali che caratterizzavano il mondo circostante in cui si trovava a vivere, per assorbirne i significati profondi trasformandoli nei significati che voleva offrire alle persone che lo seguivano. Assimilazione e trasformazione creativa sono, dunque, momenti fondamentali di qualsiasi processo d’inculturazione, che permettono ad una struttura di mantenersi in vita sulle basi di ciò che incontra, offrendo la novità dei propri contenuti.

Il problema, a questo punto del discorso, non è constatare le forme dei detriti del sacro, ma come nel cristianesimo si sia fatto di tutto per mantenerle in vita, nonostante sia in una relazione di idiosincrasia con il centro del suo messaggio che è il Vangelo. Come mai? Credo che la risposta immediata sia data dal fatto che è più facile controllare il potere temporale con le forme arcaiche del sacro, che con la spoliazione evangelica proposta da Gesù. Seguire il maestro significa decidere ricercare solo ed esclusivamente la gloria del Padre. Non è un caso che il fenomeno più eclatante e significativo dei primi secoli della Chiesa, sia stato l’eremitaggio nel deserto e il monachesimo, fenomeni che possono essere racchiusi nella spiritualità della fuga del mondo. In questi ambienti di altissima spiritualità evangelica, ciò che davvero conta è seguire le orme del maestro e, di conseguenza, non c’è il minimo spazio per l’apparenza, la gloria, la ricerca del potere. Non a caso, in queste esperienze religiose troviamo pochissime tracce dei detriti del sacro inteso in senso pagano, ma un costante sforzo di elaborazione di rappresentazioni del nuovo volto del sacro manifestato in Gesù Cristo. Un sacro che, nel cammino presentato da Gesù, diviene umano, esageratamente umano, per dirla con Nietzsche. È questo che confonde gli adoratori del sacro, gli avidi di potere che in ogni epoca e in ogni società hanno fatto di tutto per andare a braccetto con i sacerdoti degli idoli umani. Idolo diventa anche il cristianesimo tutte le volte che si presta ai giochi di potere, dimenticandosi di essere nel cammino di Colui che è venuto per servire e non per essere servito.

2 commenti:

  1. Buongiorno,
    grazie per le riflessioni molto vere e vive.
    Su questo tema del sacro sto riflettendo in questo periodo.
    Mi pare che anche le nostre liturgie, preghiere, spesso siano forme di rifugio, che ci fanno sentire al sicuro e a posto senza metterci in discussione. A volte solo una ripetizione.
    Forse bisognerebbe avere il coraggio di fare senza, di fare un digiuno serio da tutte le forme attuali e di riavvicinarci a Gesù, alla sua umanità, al suo modo umano di rapportarsi col Padre e con le persone e incontrare semplicemente le persone, ascoltarle per pensare parole nuove da dire, forme nuove.
    A volte penso che è un cammino anche rischioso perchè vuol dire camminare al buio, senza sicurezze.
    "Assimilazione e trasformazione creativa sono, dunque, momenti fondamentali di qualsiasi processo d’inculturazione, che permettono ad una struttura di mantenersi in vita sulle basi di ciò che incontra, offrendo la novità dei propri contenuti..."
    Le chiedo se e come riesce a vivere queste cose nella sua esperienza pastorale, se ha fatto dei tentativi e se mi può fare qualche esempio.
    Grazie
    Elisabetta

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