martedì 19 gennaio 2021

SULLA RIVA DEL FIUME

 



 

Paolo Cugini

 

Il fiume l’ho frequentato da ragazzo. O meglio, l’ho frequentato per un’estate. Mi piaceva camminare sulle rive del fiume, guardare l’acqua scorrere e pensare alla vita. Il fiume, infatti, assomiglia molto alla vita.

L’ho incontrato nel periodo in cui la vita mi sembrava eterna. Guardavo il fiume e non riuscivo a vedere l’orizzonte della mia vita: mi sembrava infinita. Mi sentivo immortale.

Guardavo lo scorrere del fiume e mi sentivo trasportare. I pensieri andavano lentamente verso mondi sconosciuti, ogni giorno diversi.

Guardavo il fiume e pensavo spesso a Gesù e alle sue parole. Com’è difficile ascoltarle e coglierle nella sua autenticità. C’è tutto un linguaggio religioso che le ha deformate, deturpate, rendendole spesso incomprensibili e, di conseguenza, insignificanti.

Forse è stato sulle rive di quel fiume montano che ho iniziato a vedere e a pensare la vita e il mondo in modo diverso. E anch’io sono diventato un altro.

E così il fiume mi ha insegnato tante cose. Lo scorrere della vita, l’importanza di vivere il presente, che poi non torna più, l’attenzione per ogni singola goccia del vivere.

Ogni goccia è importante nella misura in cui contribuisce a formare il fiume. Se schizza fuori, svanisce, non è più nulla. Percepire il proprio significato rimanendo nel fiume.

Tutto è importante. Ogni singola goccia è parte del fiume e il fiume stesso non esisterebbe senza le gocce.

Il fiume sembra una cosa unica. Da vicino ci si accorge che non è così.

Solo avvicinandoci possiamo cogliere la realtà delle cose che vediamo.

 

 

giovedì 14 gennaio 2021

CHE TRIO!

 



 

Paolo Cugini

 

È stato bello rivedere martedì pomeriggio negli spazi di quell’oratorio così significativo e così problematico nel mio ministero, due carissimi amici: Clara e Ciri.

Clara l’ho conosciuta nel parco del Gelso tra l’inverno del 2013 e la primavera del 2014. In quel periodo l’oratorio di Regina Pacis era in costruzione e allora trascorrevo spesso i miei pomeriggi alla ricerca dei luoghi frequentati dai ragazzi e, il parco, era uno di questi. Avevo visto Clara in azione sul campetto del Gelso e mi aveva colpito la sua relazione spontanea e, allo stesso tempo educativa, con i ragazzini che in quel periodo frequentavano il parco. Ci eravamo risentiti nelle festività di Natale del 2013, dove avevamo condiviso i vissuti e, come si suol dire in gergo, ci siamo “nasati” subito. Ho sempre pensato che un prete che gli viene affidato un incarico di pastorale giovanile in un territorio, non può limitare il suo campo di azione ai soli bambini e giovani che frequentano la catechesi. Clara univa un suo personalissimo e ricco cammino di fede, con un istinto naturale nei confronti dei ragazzi in difficoltà, che sapeva coinvolgere nello sport e, in modo particolare, nel calcio. Queste doti erano, a mio avviso, fondamentali per i ragazzi che in quel periodo frequentavano il campetto vicino all’oratorio.

La nascita dell’oratorio, la mia nomina a parroco dell’unità pastorale e il contatto con altre realtà giovanili, fecero sorgere l’esigenza di una figura professionale, che potesse lavorare con uno stile di chiesa aperta sul territorio e non chiusa in sé stessa a curare le proprie pecorelle. Fu così he un giorno don Giordano Goccini che in quel periodo coordinava sia l’oratorio cittadino che la pastorale giovanile diocesana, visto il lavoro e lo stile che stavamo mettendo in piedi, mi propose la figura di un educatore professionale, con una significativa esperienza con bambini e ragazzi stranieri. Ciri venne così in aiuto al progetto che stavamo elaborando. Di Ciri mi ha sempre colpito la sua fede fresca e giovane e la capacità di coinvolgere i bambini con uno stile di ascolto. Dopo i primi mesi, anche se era stato destinato solo sull’oratorio di Regina Pacis, vista la sua capacità di ascolto e la sua intelligenza educativa, gli proposi d’iniziare ad articolare un progetto educativo su tutte le realtà dell’Unità Pastorale. Ciri è stato il primo nella Diocesi di Reggio Emilia a strutturare un percorso educativo che mettesse in sinergia le specificità di cinque parrocchie in un percorso comune. Per fare questo, strumenti significativi sono stati i weekend dell’educazione e il Sinodo degli oratori, che Ciri aveva preparato anche con una serie di articoli pubblicati sia sul giornale dell’UP Insieme, che sul blog degli oratori. I percorsi formativi attivati per gli adulti sul tema dell’oratorio assieme ad uno stile nuovo di fare catechesi attenti più alle relazioni che ai programmi da rispettare, che vedevano frate Antonello protagonista significativo del progetto, condussero naturalmente a pensare l’oratorio come spazio sul territorio aperto a tutti.

Significativa, in questa prospettiva, è stata la collaborazione fra Ciri e Clara. Mentre, infatti, il primo stava lavorando per mettere le basi di un progetto a lunga durata, con la formazione anche di educatori del territorio – è stato Ciri a lanciare l’dea della proposta formativa di un anno di esperienza spirituale ed educativa per i giovani universitari che poi avrebbero interagito sugli oratori dell’UP – Clara, nel frattempo, aveva messo in piedi un’associazione – P.A.C.E. – che metteva nero su bianco le linee educative di un progetto formativo diretto ai ragazzi con problematiche sociali significative. Clara, mentre produceva un’azione educativa ne pensava altre sette contemporaneamente: un vero e proprio vulcano di idee. Insieme lavoravamo su tutto il territorio con una proposta educativa che giorno dopo giorno si stava articolando e strutturando al punto che interagivamo con le agenzie educative e sociali presenti sul territorio.

A Clara e Ciri devo moltissimo. Innanzitutto, la stima reciproca, la capacità di mettere le proprie specifiche competenze a servizio di un progetto comune. Come prete appena arrivato dalla missione e sotto il magistero di papa Francesco, tutto quello che stavamo facendo sul territorio sembrava essere la trascrizione educativa dell’idea di Chiesa aperta sul mondo, come una tenda da campo che si pone a disposizione dei piccoli, soprattutto i più in difficoltà.

Carissimi Clara e Ciri, grazie per la vostra amicizia, l’esempio della vostra fede nella proposta di Gesù, della vostra dedizione, del vostro spendervi a tutte le ore. Grazie dell’esempio della vostra resistenza alle critiche, che vengono sempre quando le cose del Signore si realizzano. Vi penso spesso e vi pongo nelle mie preghiere. Un abbraccio.

giovedì 7 gennaio 2021

PENSIERI DALL'ESILIO

 



Paolo Cugini

 

Pensare positivo. Guardare avanti con i piedi fissi nel presente.

Quando parliamo di Dio di che cosa stiamo parlando? Come si fa a dare un contenuto a questa parola? Il contenuto di quella parola per un cristiano si chiama Gesù di Nazareth, che ha dato un nome, una forma, un contenuto a ciò che prima di lui si diceva di Dio.

Il modo in cui si reagisce all’ingiustizia, al torto subito, nella pena dell’innocente, rivela lo spessore della coscienza che si ha di sé stessi.

Non importa dove siamo, ma l’amore che ci mettiamo nel luogo in cui viviamo.

Dove cerchiamo la consolazione nella vita quotidiana? È la domanda che rivela il sentimento religioso, la radice profonda del rapporto con Dio. Dimmi come ti consoli e ti dirò chi è il tuo Dio.

È il contatto con la realtà che aiuta a comprendere il senso della vita.

giovedì 31 dicembre 2020

LA RELIGIONE E IL MALE (OPPURE: IL MALE DELLA RELIGIONE)

 



Paolo Cugini

 

 

Può sembrare paradossale e provocatoria questo parallelismo, ma tanto paradossale non è. Bisognerebbe prestare attenzione alla genealogia di ciò che chiamiamo religione per capire che non è proprio tutto positivo ciò che abbraccia l’ambito religioso. Prima di tutto, per comprendere il discorso, occorre definire il concetto. Con religione si indica un complesso di credenze, sentimenti, riti che legano un individuo o un gruppo umano con ciò che esso ritiene sacro, in particolare con la divinità.  E’, dunque, il complesso dei dogmi, dei precetti, dei riti che costituiscono un dato culto religioso (cfr. Treccani https://www.treccani.it/vocabolario/religione/ ). Religione indica ciò che l’uomo ha fatto di Dio, come gli uomini hanno strutturato l’esperienza di Dio. Il sacro, in questa prospettiva, è l’insieme delle strutture che gli uomini hanno installato per proteggersi dalla divinità, per mantenerla a distanza.

Questo aspetto sacrale della religione lo si comprende osservando la vita di Gesù, le sue polemiche con i rappresentanti della religione del tempio e del tempo. Gesù ha smascherato il vuoto della religione e l’ha indicata come la fonte originale del male. Gesù ha svuotato il sacro dall’interno, manifestando la presenza di Dio in mezzo agli uomini e alle donne. Se Dio è venuto ad abitare in mezzo a noi attraverso la presenza di suo Figlio Gesù, a cosa servono gli apparati sacrali?

Il problema si presenta quando nel cristianesimo troviamo dei residui della religione, delle sue forme.  C’è molta religione nel cristianesimo e questa non era volontà di Gesù. La religione è un male quando non permette all’uomo e alla donna di realizzare la loro umanità, quando li lega, li intrappola con delle leggi umane spacciate per divine, appesantendone la vita. La religione, così come emerge dal Vangelo, non è altro che una struttura umana spacciata per divina a servizio del potere politico di turno.  Chi vive la religione come qualcosa di positivo è il popolo, che ha bisogno di credere che la realtà non può identificarsi e finire con ciò che ha sotto gli occhi: sarebbe troppo crudele. La religione così come si è strutturata nel tempo sfruttando il sentimento religioso, è divenuta un potente strumento di controllo delle coscienze.



C’è anche una ritualità cultuale che risponde a criteri umani, vale a dire sacrali e religiosi, che servono per riprodurre nella liturgia un’immagine del Dio potente e distante, che incute paura agli uomini e alle donne. C’è una liturgia cattolica che, più che riprodurre i tratti del Vangelo, della misericordia di Dio manifestata nella vita di Gesù, del suo desiderio di avvicinarsi all’uomo e alla donna di ogni tempo e di ogni luogo, trasmettono freddezza, distanza, volontà di potenza. Se questo stile arrogante della liturgia del palazzo poteva funzionare nell’epoca dei palazzi, ora sta svuotando le chiese.



Paradossalmente sembra questo tempo postmoderno, indifferente alla religione, anche perché ne ha visti gli effetti nefasti sui popoli, un periodo più favorevole allo stile evangelico che quello del passato delle cattedrali e dei palazzi vescovili. Un periodo, quello che stiamo vivendo, meno propenso a lasciarsi trasportare dalle ideologie e più attento alla realtà presente. Proviamo a metterci in ascolto del presente per cogliere, forse, la presenza della trascendenza in mezzo a noi.

martedì 29 dicembre 2020

LO SGUARDO




Paolo Cugini

 


 

Ci sono sguardi e sguardi. Non tutti gli sguardi sono uguali.

Ci sono sguardi anonimi e altri che ti fanno emozionare. Sguardi che ti prendono e altri che ti lasciano. Sguardi che scivolano via come la pioggia sulle foglie, e sguardi che penetrano come la pioggia sulla terra riarsa. Ci sono sguardi che ti feriscono e altri che ti danno la vita. Ci sono sguardi che ti lasciano indifferente e altri che ti portano via.

Lo sguardo dell’altro è il balsamo nella vita. Senza lo sguardo dell’altro non so chi sono e rischio di essere avvolto dalle illusioni, dalle idee su me stesso e non dalla realtà. Senza uno sguardo sincero non divento ciò che posso essere. E se quello sguardo è carico d’amore, allora potrò divenire finalmente me stesso. Per favore, guardami.

Se nessuno mi guarda la solitudine uccide la vita. Se qualcuno mi guarda la vita torna a sgorgare nelle vene e provoca la voglia di organizzare il futuro, di fare progetti.

Il tuo volto io cerco: non lasciarmi senza il tuo sguardo.

lunedì 28 dicembre 2020

LA PREGHIERA DEI BAMBINI


 


Charles Péguy (da: Il mistero dei santi innocenti)

 


Nulla è bello come un bambino che s’addormenti nel dire la preghiera, dice Dio.
Vi dico, nulla è così bello al mondo.
E dire che ne ho viste di bellezze, nel mondo.
E me ne intendo. La mia creazione trabocca di bellezze.
La mia creazione trabocca di meraviglie.
Ce n’è tante da non sapere dove metterle.
Ho visto milioni e milioni d’astri ruotare sotto i miei piedi come le sabbie del mare.
Ho visto giornate ardenti come fiamme.
Giorni d’estate, di giugno, luglio, agosto.
Ho visto sere d’inverno distese come un mantello.
Ho visto sere d’estate calme e dolci come una pioggia di paradiso
Tutte disseminate di stelle.
Ho visto queste colline della Mosa e queste chiese che sono le mie case.
E Parigi e Reims e Rouen e cattedrali che sono i miei palazzi, i miei castelli.
Così belli che li conserverò nel cielo.
Ho visto la capitale del regno a Roma capitale della cristianità.
Ho sentito cantare la messa e i vespri trionfali.
Ho visto queste pianure e queste valli di Francia.
Che sono la cosa più bella.
Ho visto il mare profondo, e la profonda foresta, e il cuore profondo dell’uomo.
Ho visto cuori divorati d’amore
Durante l’intera vita
Estatici di carità.
Che bruciavano come fiamme:
Ho visto martiri così animati di fede
Saldi come roccia sul cavalletto
Sotto i denti di ferro.
(Come un soldato che resista da solo per tutta la vita
Per fede
Per il suo generale (apparentemente) assente.
Ho visto martiri in fiamme come torce
Prepararsi così le palme sempre verdi.
Ho visto stillare sotto gli uncini di ferro
Gocce di sangue splendenti come diamanti.
Ho visto stillare lacrime d’amore
Che dureranno più a lungo delle stelle del cielo.
E ho visto sguardi di preghiera, di tenerezza,
Estatici di carità
Che brilleranno in eterno per  notti e  notti.
Ho visto vite intere dalla nascita alla morte,
Dal battesimo al viatico,
Svolgersi come una bella matassa di lana.
Ora vi dico, dice Dio, non conosco nulla di così bello in tutto il mondo
Come un piccolo bimbo che s’addormenti nel dir la preghiera
Sotto l’ala dell’angelo custode
E che sorride da solo scivolando nel sonno.
E già mescola tutto insieme e non ci capisce più nulla
E arruffa le parole del Padre Nostro e le infila alla rinfusa tra le parole dell’Ave Maria


Mentre già un velo gli cala sulle palpebre,
Il velo della notte sul suo sguardo, sulla sua voce.
Ho visto i santi più grandi, dice Dio. Ebbene, io vi dico.
Non ho mai visto nulla di più buffo e quindi di più bello al mondo
Di questo bimbo che s’addormenta nel dir la preghiera
(Di quest’esserino che s’addormenta fiducioso)
E che mescola Padre Nostro e Ave Maria.
Nulla è più bello, e in questo perfino
La Santa Vergine è d’accordo con me.
Su quest’argomento.
E posso ben dire che sia il solo punto su cui andiamo d’accordo. Perché generalmente siamo di parere contrario.
Perché lei è per la misericordia.
E io, bisogna pure che io sia per la giustizia.


Così, dice Dio, come capisco mio figlio. Mio figlio l’ha detto e ridetto. (Perché bisogna intendere alla lettera ogni parola di mio figlio.) Sinite parvulos. Lasciate che vengano.
Sinite parvulos venire ad me. Lasciate che i piccoli vengano a me.
I piccoli bimbi.


Allora gli furono offerti dei piccini perché imponesse loro le mani e pregasse. Ora i discepoli li rimproveravano.
Ma Gesù disse loro: Lasciate i piccoli, e non impedite che vengano a me: talium est enim regnum coelorum. Infatti di costoro è il regno dei cieli. A loro, a quelli come loro appartiene il regno dei cieli.
E dopo avere imposto loro le mani, se ne andò.

 


LA CULTURA DELLA CURA COME PERCORSO DI PACE

 




MESSAGGIO DEL SANTO PADRE FRANCESCO

PER LA CELEBRAZIONE DELLA LIV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE 1° GENNAIO 2021

 

Sintesi: Paolo Cugini

La vita e il ministero di Gesù incarnano l’apice della rivelazione dell’amore del Padre per l’umanità. Nella sinagoga di Nazaret, Gesù si è manifestato come Colui che il Signore ha consacrato e «mandato a portare ai poveri il lieto annuncio, a proclamare ai prigionieri la liberazione e ai ciechi la vista; a rimettere in libertà gli oppressi» (Lc 4,18). Nella sua compassione, Cristo si avvicina ai malati nel corpo e nello spirito e li guarisce; perdona i peccatori e dona loro una vita nuova. Gesù è il Buon Pastore che si prende cura delle pecore; è il Buon Samaritano che si china sull’uomo ferito, medica le sue piaghe e si prende cura di lui (cfr Lc 10,30-37).

 

Le opere di misericordia spirituale e corporale costituiscono il nucleo del servizio di carità della Chiesa primitiva. I cristiani della prima generazione praticavano la condivisione perché nessuno tra loro fosse bisognoso (cfr At 4,34-35) e si sforzavano di rendere la comunità una casa accogliente, aperta ad ogni situazione umana, disposta a farsi carico dei più fragili. Divenne così abituale fare offerte volontarie per sfamare i poveri, seppellire i morti e nutrire gli orfani, gli anziani e le vittime di disastri, come i naufraghi.

 La diakonia delle origini, arricchita dalla riflessione dei Padri e animata, attraverso i secoli, dalla carità operosa di tanti testimoni luminosi della fede, è diventata il cuore pulsante della dottrina sociale della Chiesa, offrendosi a tutte le persone di buona volontà come un prezioso patrimonio di principi, criteri e indicazioni, da cui attingere la “grammatica” della cura: la promozione della dignità di ogni persona umana, la solidarietà con i poveri e gli indifesi, la sollecitudine per il bene comune, la salvaguardia del creato.

Ogni aspetto della vita sociale, politica ed economica trova il suo compimento quando si pone al servizio del bene comune, ossia dell’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri, di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente. La solidarietà esprime concretamente l’amore per l’altro, non come un sentimento vago, ma come determinazione ferma e perseverante di impegnarsi per il bene comune: ossia per il bene di tutti e di ciascuno perché tutti siamo veramente responsabili di tutti.

Non può essere autentico un sentimento di intima unione con gli altri esseri della natura, se nello stesso tempo nel cuore non c’è tenerezza, compassione e preoccupazione per gli esseri umani. Pace, giustizia e salvaguardia del creato sono tre questioni del tutto connesse, che non si potranno separare in modo da essere trattate singolarmente, a pena di ricadere nuovamente nel riduzionismo.

La bussola dei principi sociali, necessaria a promuovere la cultura della cura, è indicativa per le relazioni tra le Nazioni, che dovrebbero essere ispirate alla fratellanza, al rispetto reciproco, alla solidarietà e all’osservanza del diritto internazionale. A tale proposito, vanno ribadite la tutela e la promozione dei diritti umani fondamentali, che sono inalienabili, universali e indivisibili. Va richiamato anche il rispetto del diritto umanitario, soprattutto in questa fase in cui conflitti e guerre si susseguono senza interruzione.

La promozione della cultura della cura richiede un processo educativo e la bussola dei principi sociali costituisce, a tale scopo, uno strumento affidabile per vari contesti tra loro correlati. Vorrei fornire al riguardo alcuni esempi. L’educazione alla cura nasce nella famiglia, nucleo naturale e fondamentale della società, dove s’impara a vivere in relazione e nel rispetto reciproco. Sempre in collaborazione con la famiglia, altri soggetti preposti all’educazione sono la scuola e l’università, e analogamente, per certi aspetti, i soggetti della comunicazione sociale. Le religioni in generale, e i leader religiosi in particolare, possono svolgere un ruolo insostituibile nel trasmettere ai fedeli e alla società i valori della solidarietà, del rispetto delle differenze, dell’accoglienza e della cura dei fratelli più fragili.

La cultura della cura, quale impegno comune, solidale e partecipativo per proteggere e promuovere la dignità e il bene di tutti, quale disposizione ad interessarsi, a prestare attenzione, alla compassione, alla riconciliazione e alla guarigione, al rispetto mutuo e all’accoglienza reciproca, costituisce una via privilegiata per la costruzione della pace.

 


In questo tempo, nel quale la barca dell’umanità, scossa dalla tempesta della crisi, procede faticosamente in cerca di un orizzonte più calmo e sereno, il timone della dignità della persona umana e la “bussola” dei principi sociali fondamentali ci possono permettere di navigare con una rotta sicura e comune. Come cristiani, teniamo lo sguardo rivolto alla Vergine Maria, Stella del mare e Madre della speranza. Tutti insieme collaboriamo per avanzare verso un nuovo orizzonte di amore e di pace, di fraternità e di solidarietà, di sostegno vicendevole e di accoglienza reciproca. Non cediamo alla tentazione di disinteressarci degli altri, specialmente dei più deboli, non abituiamoci a voltare lo sguardo, ma impegniamoci ogni giorno concretamente per «formare una comunità composta da fratelli che si accolgono reciprocamente, prendendosi cura gli uni degli altri.

 

 

mercoledì 16 dicembre 2020

DOMANDE SULLA SCOMPARSA DEL CRISTIANESIMO



Paolo Cugini

 

 

È sotto gli occhi di tutti il progressivo sgretolamento del cristianesimo come religione che si è affermata e identificata in Occidente. Ogni evento di cambiamento radicale non può essere spiegato solamente da un punto di riferimento. Nel nostro caso, ci sono una serie di elementi che vanno tutti nella stessa direzione, vale a dire, la fine di un’epoca e l’inizio di un’altra. Sappiamo che cosa sta per finire, ma non abbiamo ancora molti elementi per capire verso dove stiamo andando. Di certo, c’è un diffuso consumismo che si è esteso negli ultimi decenni nel mondo occidentale, che ci può far pensare ad una cultura che si modella su elementi materiali. Sembra che, anche in questo caso, venga confermata un’intuizione sull’evoluzione storica delle idee, vale a dire che ad ogni epoca spiritualista, ne segue una di matrice più materiale. È stato così, per esempio nei primi secoli della filosofia. All’epoca, infatti, dei grandi sistemi filosofici del VI secolo a. C., caratterizzati da uno spessore teorico e contemplativo come quello platonico o aristotelico, si è passati ad un’impostazione generale segnata più dalla materia, come ad esempio l’epicureismo o lo stoicismo.

Che cosa dovrebbe fare la Chiesa, in quest’epoca di cambiamento, per non perdere il contatto con la realtà? Quali scelte dovrebbe compiere per riuscire, ancora oggi, ad annunciare in modo autentico il messaggio di Gesù? A che cosa dovrebbe rinunciare in modo definitivo, per fare spazio alla novità che germoglia dalla storia?