martedì 16 maggio 2017

COSTRUIRE COMUNITÀ ACCOGLIENTI-CONVEGNO





CENTRI MISSIONARI DELL'EMILIA ROMAGNA

IMOLA 16 MAGGIO 2017

Intervento di: Erio Castellucci, vescovo di Modena
Sintesi: Paolo Cugini

Punto di riferimento due documenti: Dalle feconde Memorie alle coraggiose prospettive; Evangeli Gaudium.
Comunità. Costruire comunità accoglienti significa cercare di capire cos’è una comunità. Quattro modelli di comunità:
a.      La mia comunità potrebbe essere, in primo luogo, l’insieme degli operatori pastorali.
b.      Comunità anticamente erano tutti coloro che si nutrivano dell’unico corpo di Cristo. I cristiani avevano una visione di chiesa radicata sull’Eucarestia. Per questo ci s’identificava con il Vescovo da cui ci si comunicava. Il primato di Roma nasce anche da questa esigenza di un punto di vista comune.
c.       Con comunità cristiana possiamo indicare anche l’insieme dei battezzati di un determinato territorio, che è molto più ampio dell’insieme dei praticanti e che fanno qualcosa in parrocchia. Occorre avere quest’orizzonte, se no la comunità diventa un gruppetto scelto. Se per esempio un parroco ha un’idea di comunità ristretto, ci sarà un tipo di comunità che lui ha in mente. Anche il significato di comunità come insieme di battezzati deriva dall’antichità, quando il battesimo era considerato la porta d’ingresso nella comunità.
d.       C’è poi la comunità civile, vale a dire l’insieme di tutti coloro che vivono in un teriritorio. Anche questo orizzonte è comunitario da tenere presente.
Quando parliamo di comunità non intendiamo un gruppo rigido, definito, ma intendiamo un’appartenenza che può vivere diversi livelli d’intensità. Con il principio di Evangeli Gaudium 225: il tempo è superiore alo spazio, papa Francesco ci dà la prospettiva che dobbiamo pensare in termini di processi. Nell’Amoris Laetitia parla di situazioni compiute e in cammino. Comunità non è una cittadella, ma un insieme di discepoli in cammino e quindi accoglienti dovrebbe essere inutile specificare che dovrebbero essere inutile. Nel concetto di comunità cristiana c’è già una possibilità di accoglienza, un’appartenenza dinamica. Quale contributo dei fidei donum?
Documento  CEI 2007, n. 9. Questa esperienza di scambio missionario porta la missione come una realtà vicino alla gente. Ha una ricaduta positiva sul presbiterio diocesano. È senza dubbio un compito. Si eredita una concezione di ministero presbiterale statica. Tutti siamo ordinati dentro una chiesa locale per la chiesa universale. Perché è la chiesa locale stessa che è soggetto della missione. Il Concilio ha superato l’idea del prete diocesano che per suo coraggio parte e fa il missionario. Questa idea è superata perché è la diocesi che è missionaria oppure tradisce la sua natura. È la chiesa che si apre a paesi che possono diventare dei fratelli per divenire scambi missionari. È la diocesi che si esprime, perché il soggetto è la diocesi. Il soggetto è il presbiterio nel caso dei presbiteri che partono. I presbiteri missionari sono stimolo per creare comunità di annuncio. Apporto attento alla centralità dell’annuncio. Abbiamo perso la semplicità dell’annuncio e delle relazioni. E’ tutto più macchinoso. I fidei donum ci richiamano il contatto con gli ultimi e i poveri e la religiosità popolare. I fidei donum ci mantengono con i piedi per terra. Vedere con i propri occhi per capire la realtà. Molte fasce di povertà non si affacciano alla vita liturgica ed eucaristica.
Conclusione:
Che cosa significa una conversione missionaria rispetto alla semplice conversione dell’esistente? Papa Francesco parla di riforma. Questa riforma ha tre livelli:
1.      La conversione del cuore. È il primo passo. La conversione è la sorgente di ogni riforma. Se il cristianesimo ha preso piede nella storia è perché non è partito proclamando rivoluzioni di strutture, ma partendo dalla conversione del cuore. Convertitevi e credete al Vangelo: è il punto d’inizio.

2.      Lo stile. La conversione del cuore deve riflettersi a livello personale e comunitario. Uno stile accogliente è lo stile di chi accompagna, discerne e integra. È di chi si mette al punto in cui l’altro è, gli si mette a fianco, lo accompagna. L’Amoris Laetitia contiene uno stile pastorale rinnovato, più che delle novità teologiche. Il tempo è superiore allo spazio. Poi discernere per capire le scelte da fare a partire dalla realtà. Lo stile significa arrivare ad una criteriologia evangelica, che non può non creare tensioni nelle comunità. Dobbiamo avere a cuore l’unità. A volte c’è da chiedersi se in alcuni momenti non sia più evangelico dare degli spintoni. A volte l’integrazione passa per la disintegrazione. Anche Gesù ha un po' disintegrato.


3.      Strutture. S’intende anche abitudini, organismi. Evangeli Gaudium dice di non adottare la frase: si è sempre fatto così. Il cambiamento è sempre difficile soprattutto per chi ha non ha fatto scendere il Vangelo in profondità.
L’esperienza ci deve aiutare a richiamare la riforma ai tre livelli.

Intervento di: Paolo Cugini
Mi sono chiesto: quali sono gli aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno orientando le nostre scelte pastorali.
1.      Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero. Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa. L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente della comunità.  Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è mai).

2.      Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti. La fatica di pensare insieme e di scegliere insieme. Esempio dell’accoglienza nel progetto Caritas: emergenza freddo. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti assembleari senza la necessità che il parroco sia presente.

3.      Ministerialità: per permettere alla comunità di vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è un primo livello della formazione che consiste nel cammino biblico. Abbiamo iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica. Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo.

4.      Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire, la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio, catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità.

5.      Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del Camerun, Togo e Congo.Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio provengono da tante nazioni (circa una ventina). Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono esperienze in atto.


lunedì 15 maggio 2017

VISITA AI NOSTRI GIOVANI CHE STUDIANO E LAVORANO LONTANO




Paolo Cugini

Nei mesi di maggio-giugno ho deciso di visitare alcuni giovani che studiano e lavorano fuori città. Lo facevo anche in Brasile. Mi ricordo la prima volta che sono andato a trovare alcuni giovani della parrocchia di Miguel Calmon che erano andati a studiare nella capitale dello Stato della Bahia: Salvador. Anche da noi sono tanti i giovani che studiano e lavorano fuori Reggio. C’è chi studia nelle città vicine di Modena, Parma, Bologna. E c’è chi studia più lontano, come Milano, San Marino e altre città e per questo è costretto a cambiare residenza. Ci sono anche diversi giovani che studiano e lavorano all’estero come Siviglia e Londra. Due settimane fa, assieme all’amico Emanuele, siamo stati a Londra ed abbiamo incontrato Federico e Cecilia, già capi scout di Reggio 4. Federico lavora da alcuni mesi come ingegnere, mentre Cecilia sono ormai tre anni che lavora come ostetrica. Li abbiamo trovati in forma e motivati. Siamo stati ospiti a casa di Federico e con lui abbiamo iniziato le giornate con le lodi e terminato con i vespri.


Oggi è stata la volta di Milano. In questa città, secondo i miei calcoli, studiano sette giovani di quelli che conosciamo. Ne ho contattati personalmente cinque e, alla fine, sono riuscito ad incontrarne tre. Gli altri proverò più avanti. Ho incontrato Matteo, Morgana e Luca. Tre giovani ben conosciuti perché, fino allo scorso anno, sono stati educatori dei ragazzi del post Cresima a Regina Pacis. Matteo e Morgana stanno finalizzando un master, mentre Luca è al primo anno della Magistrale. Tutti e tre studiano alla Cattolica. È stato bello incontrarli e li ringrazio per avermi dedicato un po' del loro tempo così prezioso. Gli ho voluti incontrare anche per manifestare la riconoscenza di tutta la parrocchia per il bellissimo lavoro svolto come educatori dei ragazzi. Mentre parlavamo durante il pranzo, ho percepito quanto sia forte nel loro cuore il ricordo dei ragazzi incontrati negli anni di servizio in parrocchia. In fin dei conti, se la fede è trasmessa agli adolescenti delle nostre parrocchie, è anche grazie all’attenzione di questi giovani, spesso nell’età degli studi universitari, che con generosità si dedicano a loro. Lasciamo, allora, lo spazio a loro e ascoltiamo quello che hanno da dirci.





Com’è la vostra vita a Milano?

Matteo: parto la mattina e torno alla sera da scuola.
Morgana: io vado a scuola al pomeriggio e alla mattina sistemo la casa.
Luca: la vita è tra le lezioni, lo studio, le chiacchere con gli amici.

Sembra una vita da vecchi. È, invece, una vita intensa, ma bella. La nostra vita è dinamica. Siamo sempre in giro. Ho imparato più quest’anno che negli altri anni a Reggio. È stato così intenso e con ritmi talmente alti che è stato impressionante. Anche a livello personale sono cresciuta/o molto. Quando vai in una grande città ti provoca, ti apre la mente. Ti accorgi di come va il mondo.

Riuscite a coltivare il vostro cammino di fede?
A livello personale è difficile coltivare il proprio cammino di fede. Ad esempio, non siamo riusciti a prendere il rito delle ceneri perché qui a Milano c’è il rito Ambrosiano. In ogni modo, abbiamo trovato la nostra chiesa di fianco a casa. Facciamo fatica a coltivare il cammino spirituale perché i ritmi sono intensi e gli impegni sono tanti. Rischi di perderti nelle cose che hai da fare. E la mancanza di contatto con la comunità di origine influisce, perché portare avanti un cammino di fede da solo non è facile.

Da lontano di che cosa avete più nostalgia degli anni della parrocchia?
I campeggi, la comunità, i campeggini, i bellissimi Grest. Le esperienze che si fanno insieme con i ragazzi. Abbiamo faticato per formare un gruppo in parrocchia anche perché ognuno di noi tre veniva da cammini differenti. Poi, una volta formato, le cose hanno cominciato a funzionare. Quando torniamo a Reggio nel weekend usciamo con gli amici conosciuti in parrocchia. Anche i momenti di ferie li pensiamo ancora con gli amici educatori e con i ragazzi.

Com’è l’Università Cattolica?
L’università Cattolica è difficile percepirla come cattolica. Dal punto di vista dei compagni e dei prof non c’è nulla di cattolico. La qualità della proposta è molto buona. È una spesa molto grande ma per ora ci viene da dire che ne è valsa la pena.

Un messaggio che volete dare:
Morgana: è un’esperienza che auguro a chiunque. Non fasciatevi la testa prima che le cose succedano.

Luca: Non abbiate l’ansia del futuro. Le cose migliori sono quelle più inaspettate. È importante godersi gli anni della scuola e poi, quando ci sarà da prendere le decisioni, si farà.

Matteo: uscite dalla vostra confort zone e mettetevi in gioco. Dovevo andare a Bologna ma erano esauriti i posti. Ho provato a Milano pensando che sarebbe stato impossibile entrare e invece eccomi qua.


Un grazie di cuore, carissimi amici. A presto.

domenica 14 maggio 2017

RIFLESSIONI DALLA VEGLIA






VEGLIA DI PREGHIERA PER LE VITTIME DELL’OMOFOBIA, TRANSFOBIA E DI OGNI FORMA DI DISCRIMINAZIONE
CHIESA DI REGINA PACIS-REGGIO EMILIA 14 MAGGIO 2017

La Chiesa si è gremita di gente. Molte persone erano già in chiesa mezz’ora prima dell’inizio per provare i canti. C’è un clima d’amicizia, di desiderio di partecipare alla costruzione di un mondo nuovo, un mondo di pace, dove tutte le persone si possano sentire finalmente accolte, finalmente a casa. C’è soprattutto la presa di coscienza che la fede nel Signore Gesù sia il dono più grande che abbiamo e che solo il Signore può condurci verso ciò che l’uomo non riesce ad immaginare. Un mondo dove tutti si sentono accolti, dove nessuno è giudicato e pregiudicato, perché “Dio non fa preferenze di persone” (Atti 10). C’è la coscienza che la misericordia di Dio è più grande dell’odio dell’uomo. C’è il desiderio di stare dalla parte di Dio, che è la parte dei piccoli, delle persone marginalizzate, disprezzate, discriminate. Dove c’è qualcuno disprezzato Dio è con lui. Chi è entrato in chiesa questa sera sa questo, lo sente. Poi la veglia comincia. I testi letti sono di grande profondità. Cantiamo con gioia, meditiamo, ascoltiamo. Poi arriva il brano scelto per la veglia: benedite e non maledite. È Paolo che sprona i membri della comunità a rispondere all’odio del mondo con l’amore. È una logica nuova che è stato il Signore ad insegnarci e poi Lui stesso ci ha dato l’esempio perdonando coloro che lo stavano uccidendo sulla croce. Maria Soave, questa donna che viene da lontano, amica di tante persone presenti in chiesa, ci aiuta a spezzare il pane della Parola. Parole dolci, calme, che scendono in profondità. Filomena, amica della comunità di Codemondo, ci accompagna nella meditazione con il dolce suono della sua chitarra. La vigilia continua con momenti classici come la preghiera dei fedeli, il Padre nostro, l’abbraccio della pace. La benedizione finale di don Giuseppe chiude questo momento che sembra magico.
 Grazie, Signore, per il dono di questa veglia. Grazie perché, attorno all’altare, ci fai sentire tutti fratelli e sorelle, amati da te, senza nessuna esclusione.

[sintesi dell’intervento di Maria Soave Buscemi non rivista dall’autore]


Riflessione di: Maria Soave Buscemi
Sintesi: Paolo Cugini

Guardavo il cero pasquale, le candele che sono sempre così perfette. Sembrano sempre così belle. Nell’anno liturgico il cero pasquale si consuma. Possiamo guardarlo questo cero e si consuma. Siamo all’inizio, siamo al tempo di Pasqua. È grande, maestoso. È la luce dell’annuncio più importante della nostra vita: Gesù è risorto. La morte non ha più potere. Gesù è risorto. Le parole che ascoltiamo ci possono ferire oppure ci possono rendere gravidi di speranza, di fede. È uno dei luoghi dove l’amore si fa carne. Paolo ci dice: Benedite e non maledite. Questa sera siamo in questa chiesa, respiro di una parrocchia per testimoniare la fede fragile e piccola che ci rende forti nella debolezza: Gesù è risorto. 
Lo facciamo da parrocchiani. Abbiamo ascoltato il profeta Isaia. La parola che accompagnava le comunità cristiane: parrocchia. Era il luogo dove venivano accolto tutte quelle persone a cui il potere romano e l’arroganza del tempio non assicuravano i pieni diritti. Tutte le persone senza diritti né civili né religiosi, erano chiamate parrocchiane. La parrocchia era il luogo che li accoglieva. Allarga lo spazio, sposta i paletti affinché ci sia sempre posto per tutti per tutte e per tutto senza nessuno escluso. Allarga lo spazio della tua tenda. Questa è Parrocchia. Gesù sulla croce ha aperto le braccia per accogliere tutti. Nessuno è escluso. Affinché tutti possano partecipare della resurrezione: questa è parrocchia. In questo tempo di cero pasquale che illumina ancora perché è tempo di Pasqua, la lettera ai romani ci dice una parola che è respiro fondamentale. San Tommaso ci diceva che è il principio. 
Papa Francesco ce lo ricorda sulla sua pratica. Tra di noi c’è un principio che è il nome di Dio: misericordia. Vuole dire amare dal basso, fin dai piccoli. Amare chinandosi, amare svuotandosi. Amare per far posto. Misericordia. Vi chiedo di guardare alla vita di ciascuno per far tornare al cuore quel giorno in cui Gesù mi ha amato. Amore che è grazia. Cercatelo nella vita: vi è successo? Perché questa grazia che ci ha toccati ci fa stare umanamente veramente al mondo. È con questi occhi che guardiamo gli altri: il giorno della misericordia. Per questo papa Francesco l’ha scelto come motto del suo papato. Per misericordia siamo figli e figli dell’amore gratuito che nulla chiede. Non amiamo per essere amati, ma siamo amati gratis. Per questo nella nostra pochezza amiamo. Mentre pregavo per questo momento di preghiera dicevo che devo raccontare una cosa. Sono missionaria laica da quasi 30 anni. In Brasile ho avuto in regalo la missione. Ho servito una diocesi per 20 anni, Un uomo Macir si è ammalato di AIDS ed era presbitero della diocesi. Si è talmente rattristato che nessun farmaco ha fatto effetto. Ci siamo trovati insieme e ci siamo chiesti: cosa facciamo? Abbiamo detto: lo curiamo noi. Tutte le comunità hanno fatto a turno giorno e notte per prendersi cura. Anche il vescovo era con noi.
 Una sera prima di morire mi ha detto: Dio ci ama tutti? Ama anche gli uomini che amano altri uomini e le donne che amano donne? A me è venuto in mente una poesia di Fernando Pessoa: tudo vale a pena porque nossa alma nao è pequena. Ogni forma di amore vale la pena perché la nostra anima non è piccola. C’è un respiro di anima che è tutto tessuto di corpo. È questa anima che siamo chiamati ad accogliere. Il nome di Dio è misericordia e per questo ogni forma di amore vale la pena e per questo benediciamo sempre perché il suo nome è misericordia. 

mercoledì 10 maggio 2017

ARCOBALENO


La diversità segno dell’alleanza con Dio
Paolo Cugini

È stato Isaac Newton a scoprire che il bianco, più che essere un colore, era l’insieme dei colori dell’arcobaleno. Lo Ha scoperto quando, giovane studente, leggendo e riflettendo sulle teorie di Boyle, si rese conto che c’era ancora qualcosa da capire. Lo studioso italiano Maurizio Mamiani, leggendo i taccuini del giovane Newton, ha scoperto come procedeva nella ricerca. Mentre leggeva le pagine di Boyle si domandava se era proprio così come lui diceva, poneva nel suo taccuino delle domande che divenivano delle indicazioni di ricerca. Fu così che un giorno decise di andare al mercato per comprare un prisma. Tornato a casa fece in modo di orientare un raggio di luce che, ponendolo dinanzi al prisma scoprì, con sua grande meraviglia, che la luce bianca veniva rifratta nei colori dell’arcobaleno. Non soddisfatto del tutto dell’esperienza, tornò al mercato la settimana seguente per comprare un altro prisma, che mise dinanzi alla luce rifratta, che si ricompose nel fascio unico di luce. Fu in questo modo che Newton scoprì che il bianco, in realtà era l’insieme dei colori dell’arcobaleno. Fece questa scoperta non fidandosi delle idee di un grande scienziato come Boyle, ma volle provare nella realtà quello che i libri dicevano e scoprì che non sempre i libri ci prendono, che non sempre le idee coincidono con la realtà, anzi.

Come ci ha ricordato il filosofo tedesco Wilhelm Weischedel anche per quanto riguarda il problema di Dio occorre procedere in modo scettico, vale a dire in modo riflessivo, “guardando intorno scrutando”. Non si tratta di sfiducia nella ragione, ma di abituare l’anima a non fidarsi troppo dell’apparenza, a non aderire in modo sconsiderato a ciò che appare come ovvio, scontato. Un po' di scetticismo aiuta a prendere per mano la ricerca su ciò che viene presentato alla nostra coscienza dal pensiero comune come un dato immediato, per sviscerarlo e, soprattutto, confrontarlo con la realtà. “Ciò che nell’interrogare si raggiunge come conoscenza ultima è che la realtà, che si dimostra problematica, si presenta come mistero”.

Come Newton che procedendo in modo scettico sulle osservazioni scientifiche sulla teoria dei colori di Boyle scoprì che il bianco più che essere un colore era dato dalla somma di tutti i colori dell’iride, così anche l’uomo occidentale deve imparare a procedere in modo scettico nei confronti del pensiero unico, di tutte le forme di pensiero totalizzanti, che riducono la molteplicità del reale in un’idea fissa e statica. Del resto il filosofo francese Charles Péguy già all’inizio del secolo scorso ci ammoniva sull’abbaglio che la cultura Occidentale aveva preso da secoli nel considerare la realtà in modo uniforme. Contro una tradizione di pensiero ostinatamente attenta ad elaborazioni sintetiche ed uniformi della realtà – i sistemi filosofici – Péguy afferma l’esigenza di accogliere il reale per come esso si manifesta nella mobilità del presente, cioè nella sua pluralità. “Il reale – afferma Péguy – ci presenta non solo delle dualità, ma delle pluralità. La realtà ci appare e si presenta divisa in molte parti”.

La filosofia greca, culla dalla cultura Occidentale, nasce come lo sforzo di cercare l’unità nella diversità, il principio unificatore della realtà. I primi sistemi metafisici tentano di rispondere al problema considerato cruciale nella filosofia, vale a dire: com’è possibile che dall’Uno si dia il molteplice? Con lo sguardo di color che sono venuti dopo possiamo dire che la cultura Occidentale nasce sin dall’inizio da un’aporia, da un errore d’impostazione, che ha condizionato pesantemente lo sviluppo successivo. Sappiamo, infatti, con il senno di poi, che il problema non sta tanto nel capire come dall’Uno si dia il molteplice, ma come il molteplice possa darsi ed esprimersi come tale. Ogni cammino verso l’uno, verso una sintesi, è la negazione della realtà, una forzatura innaturale, che provoca sofferenza e, quando accade, la natura si ribella. Solo nell’Uno come manifestazione e trasparenza delle diversità, la realtà si sente rappresentata. Quando invece il cammino verso l’uno avviene con la violenza, con la soppressione del diverso per imporre un modo unico di essere, un pensiero unico, allora la natura si ribella, prima o poi.

In questa prospettiva ci viene incontro anche la Parola di Dio. Infatti, in una delle prime pagine dell’Antico Testamento, quando Dio rinnova l’alleanza con l’umanità tramite Noè, il segno di questa alleanza è l’arcobaleno. “E Dio disse: «Ecco il segno del patto che io faccio tra me e voi e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni a venire. Io pongo il mio arco nella nuvola, e servirà di segno del patto fra me e la terra” (Genesi 9,12-13). Per ristabilire l’alleanza distrutta dall’uomo e dalla donna, Dio sceglie un simbolo che indica una direzione, un modo di stare al mondo, un segno della sua presenza nella storia. Ebbene, questo segno non è nella linea del pensiero unico che la filosofia greca alcuni secoli dopo inizierà ad elaborare, ma è nell’ottica della pluralità. In un certo modo attraverso quel simbolo è come se Dio avesse voluto dire all’umanità che, per incontrarlo dovevano percorrere il cammino della molteplicità.

Un mondo plurale rispecchia il sogno di Dio, il suo pensiero, ciò che lui ha voluto esprimere con il segno dell’alleanza: l’arcobaleno. Molteplicità di colori, perché non può essere identificata con un colore la stessa realtà che Dio ha creato che è a tanti colori. Arcobaleno dice naturalità nell’abitare la pluralità, nel pensare la diversità, nell’accogliere la molteplicità. Arcobaleno significa compresenza di elementi diversi senza la necessità che tutto sia ridotto ad uno. Arcobaleno significa libertà di espressione, libertà di coscienza, libertà di esprimere un modo di essere diverso dall’altro senza paura di essere giudicato. Se la nuova alleanza è l’arcobaleno allora il cammino che l’umanità è invitata a compiere consiste nell’apprendere a convivere con le diversità perché la diversità è la cifra della realtà.

Gesù è l’esempio di questo cammino. Non a caso è presentato nel Nuovo Testamento come colui che realizza la Nuova alleanza. In primo luogo, annuncia il Vangelo facendosi accompagnare da uomini e donne e sino alla fine convive con loro. Poi lo troviamo costantemente al fianco di coloro che soffrono, delle persone discriminate dalla società, al lato degli esattori delle tasse, dei lebbrosi, delle prostitute, di tutto ciò che la società non considera come degno di attenzione. In Gesù tutti trovano riparo, tutti si sentono accolti, ascoltati, protetti. “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, perché io vi ristorerò”. In Gesù tutti trovano spazio, perché accostandosi a Lui tutti percepiscono che la differenza non è un problema, ma un’esigenza, un arricchimento. Gesù muore come uno di loro, crocefisso come un brigante, umiliato e malmenato come se fosse un ladro. In un mondo incapace di abitare la diversità, Gesù annunciando l’Alleanza della pluralità, della convivenza della molteplicità, è stato punito, ucciso barbaramente. La sua morte è il segno di un’umanità incapace di accogliere la diversità, modellata sul pensiero unico, sulla forza di coloro che stanno al potere e che esigono che tutti la pensino allo stesso modo.

La chiesa che nasce sotto la croce è la chiesa che sgorga dall’arcobaleno e porta il segno di un duplice significato: la continuazione dell’annuncio della Nuova Alleanza rinnovata da Gesù e la sofferenza che questo annuncio provoca nelle culture monotematiche. La chiesa maestra di umanità, discepola del Signore è quella che permette alle diversità di esprimersi, che rimane continuamente aperta a tutti, che si pone al fianco soprattutto di quelle diversità che fanno più fatica a manifestarsi. La chiesa è maestra di umanità, segno della Nuova Alleanza, testimone dell’Arcobaleno tutte le volte che fa sì che la molteplicità del reale si realizzi. Quando invece la chiesa si rinchiude per difendere una forma, un pensiero, una teologia, rischia di forzare la realtà e di ferire chi rimane fuori dal sistema proposto. Aiutare la chiesa ad essere spazio della diversità per essere fedele alla missione di Gesù è il compito di ogni cristiano.

Com’è difficile questo cammino. C’è da disintossicarsi di tutto quel fardello che si è accumulato nell’anima, fardello fatto di idee, di teologie, di catechismi, di filosofie e metafisiche, di pensieri fissi che interpretano la realtà e non la lasciano respirare. Che voglia di aria pura, di colori, di relazioni autentiche non deformate dalle convenzioni culturali, sociali, etiche. A volte mi chiedo se esiste un luogo così. Lo sognavo da giovane. L’ho desiderato abbracciando il ministero. L’ho intravisto nella preghiera. L’ho rincorso lottando contro i corrotti. Non riesco a vederlo nei volti duri di coloro che sanno già tutto e, per questo, condannano coloro che non si allineano. Quel sogno vagheggiato lo rivedo in Francesco. Speriamo il bene.




domenica 7 maggio 2017

A REGGIO EMILIA UNA VEGLIA DI PREGHIERA PER LE VITTIME DELL'OMOFOBIA



Paolo Cugini

E’ da undici anni che vengono proposte in molte città del mondo veglie di preghiere per le vittime dell’omofobia, transfobia e di ogni vittima di discriminazione. La preghiera è la forma più semplice e spontanea che abbiamo per comunicare con il Padre, per chiedere aiuto quando non sappiamo più a chi chiederlo, per invocare e perdonare. È facile perdonare un amico che ci ha fatto uno sgarbo. Più difficile pregare e perdonare colui che ci offende, colui che non ci accetta per quello che siamo. Benedite coloro che vi perseguitano, benedite e non maledite” (Romani 12,14). Sarà questo versetto, scelto da un sondaggio via internet, a dettare il tema della veglia di preghiera di quest’anno. Versetto che dice del desiderio di essere differenti, d’interrompere la catena dell’odio e del male, con gesti e parole di perdono.

Il rischio di rispondere all’odio con l’odio è sempre una grande tentazione, la risposta che ci viene più naturale. C’è troppa violenza nel mondo, violenza che si manifesta non solo con le guerre o con la forza fisica, ma anche con le idee e la ragione. Quando non accettiamo che gli altri siano diversi da noi e vogliamo a tutti i costi curarli, farli a nostra immagine e somiglianza, facciamo violenza. Quando non ascoltiamo la realtà, che è plurale e molteplice, ma vogliamo imporre alla realtà le nostre idee e le nostre teologie, allora la violenza è dietro l’angolo. C’è troppa gente nel mondo che soffre a causa delle discriminazioni. Gesù ha insegnato che siamo tutti fratelli e sorelle, ci ha insegnato che siamo tutti figli e figlie di Dio. Una veglia di preghiera per le vittime dell’omofobia e della transfobia e di ogni forma di discriminazione nasce dal desiderio di voler interrompere la catena dell’odio, dal sogno che è possibile un mondo dove le persone si accettano, un mondo in cui nessuno impone all’altro il proprio stile, la propria religione, il proprio modo di pensare. Vegliamo in preghiera anche perché desideriamo una chiesa sempre più inclusiva, una chiesa della misericordia più che della condanna, una chiesa in cui chiunque può sentirsi a casa, protetto e accolto. 

Sono tante le città che si stanno organizzando per realizzare questo momento di preghiera. Per chiedere a Dio di vincere con l’amore il clima di odio di cui, tra l’altro, sono vittima le persone omosessuali e transessuali.  Unisciti a noi domenica 14 maggio alle ore 21 presso la chiesa di Regina Pacis a Reggio Emilia. Sarà Maria Soave Buscemi, scrittrice, animatrice di gruppi biblici con il metodo della Lettura Popolare della Bibbia che guiderà la riflessione domenica sera.  Ti aspettiamo.

venerdì 5 maggio 2017

SGUARDI E PROSPETTIVE SUGLI ORATORI






UNITA’ PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE
WEEKEND DELL’EDUCAZIONE


Relatore: don Giordano Goccini
Sintesi: Paolo Cugini

L’oratorio è uno strumento. Quello che conta nella vita è smettere di essere giovani. È la vita da giovani che deve prendere la forma della vita da adulto. La giovinezza è un periodo che passa.

La giovinezza ha senso se trovi una forma di vita adulta. I giovani non voglio essere adulti come noi, come i loro genitori. I giovani vedono la vita degli adulti come una vita ingabbiata. Stiamo vivendo un livello culturale in cui l’asse della vita desiderabile è la giovinezza.
È come se fosse venuta a mancare la forza di gravità. Il problema non è più quale tecnica usiamo. C’è una crisi della vita adulta del nostro tempo. Non c’è niente che dica più ai giovani oggi: dai, diventa adulto! Piuttosto diciamo: resta giovani fin che puoi. Non sei più giovane, ma sei ancora giovanile.
Occorre saper dire ai giovani che la giovinezza è un transito. Spesso i giovani non sanno dove andare.

Altro problema: la vita si è fatta molto esigente. Il nonno di Giordano ha fatto la seconda elementare. E’ tornato dalla guerra e si è comprato un pezzo di terra. Il nonno non poteva fallire come contadino. I nipoti sono laureati, ma non hanno la stessa prospettiva di vita. La loro vita diventa molto più esigente. Cosa faranno della vita è difficile sapere. Al nonno bastava essere contadino come tutti. I nipoti laureandosi, dovranno realizzare qualcosa nella vita che devono inventarsi.
La generazione dei quarantenni è la prima che ha potuto mescolare le carte, dove i contadini hanno studiato con i figli degli avvocati.

Oggi, i figli hanno infinite possibilità di meno. Oggi i giovani devono realizzare qualcosa di grande. Non mancano le opportunità: sono le esigenze che creano il problema. Ai figli laureati oggi la possibilità è friggere le patatine. Va a Londra e là frigge le patatine. Nessun genitore accetta che il figlio sia limitato dai soldi, per lo meno qui da noi. La maggior parte dei giovani oggi studia grazie ai soldi dei nonni. Non c’è scontro sociale perché la famiglia aiuta i giovani. C’è una categoria di giovani che soffre: quelli che non hanno i nonni, esempio gli immigrati. Per chi non ha la famiglia i problemi sono gravi. I nostri giovani non fanno la rivoluzione perché sono pieni di soldi. La nuova mobilità dei giovani è motivata dal riattivarsi dei sogni: là altrove, sono uno che sta seguendo i suoi sogni. Là sa di futuro. Bisogno di rinnovare la mia identità. Onorare il proprio nome diventa oggi un fardello pesante. Il sogno che abita i giovani è diventare famoso.

In un’epoca in cui non c’è più un’impresa collettiva, prendiamo due direzioni diverse:
·         la prima è l’impresa personale.
·         La seconda cosa è l’impresa scismatica (qualcuno deve avere la colpa se la cosa non funziona più). La caratteristica dell’impresa scismatica è che giustifica la violenza.
Nella chiesa c’è un altro problema: la trasmissione della fede. La percezione è che la trasmissione non è più possibile. Sta venendo a mancare la trasmissione della fede. I giovani sono più distanti dalla chiesa, ma più interessati alla fede. No alla scatola di proposte, ma aperti alla fede. Ci sono giovani che pregano a modo loro. Tutta questa RICERCA È AL DI FUORI DEL NOSTRO CIRCUITO. Non ci sono più luoghi sacri. I giovani d’oggi non ha non paura dell’inferno futuro, ma dell’inferno del tempo presente, dall’inferno di questa vita.
Da una fede etica ad una fede estetica.

L’oratorio è l’attività più interessante ( a questo punto sono andato a letto).

sabato 29 aprile 2017

IL DOLORE NELLA CULTURA OCCIDENTALE (appunti)




(Intervento nel seminario sul tema del dolore- Studio Teologico Inter diocesano- Aprile 2017)


Paolo Cugini
C’è dolore e dolore. C’è un dolore naturale, quel dolore che affrontiamo nelle vicissitudini umane, come la malattia, la sofferenza interiore o come il dolore dovuto alle cause naturale. E c’è anche un dolore causato, un dolore che potrebbe non esserci, ma che invece appare a causa di un determinato modo di pensare, di rapportarsi con le cose, d’interpretare il mondo. C’è, allora un dolore che è causato da una cultura, da un modo di pensare: è di questo tipo di dolore che vorrei parlare. C’è il dolore dei poveri, causato dall’ingiustizia sociale prodotta dal modo d’intendere l’economia.
Alcune situazioni di dolore prodotto della cultura Occidentale:

1.      Il dolore degli eretici. Il dolore di coloro che esprimono un pensiero diverso rispetto al pensiero dominante, sia esso politico, sociale che teologico. Il dolore di coloro che sono stati uccisi a causa di un’idea teologica differente (675 giustiziati per eresia, senza contare quelli torturati, imprigionati, le streghe). Il dolore di coloro che sono perseguitati a causa di un pensiero differente. I casi Leonardo Boff e John Sobrino.

2.      Il dolore delle popolazioni Indigene americane. (1500 c’erano 5 milioni di Indios e dopo 50 anni erano stati decimati a cinquecento mila. Dibattito sullo statuto antropologico degli indios. Il papa intervenne con una bolla per definire che gli indios avevano un’anima. La distruzione dei popoli e delle culture indigene da parte degli spagnoli.


3.      Il dolore dei poveri. L’economia che uccide. Il dolore di coloro che vivono in condizione disumane e che sanno sin dalla nascita che non avranno mai alcuna possibilità di avere il minimo per vivere e che quindi si abituano sin da subito ad arrangiarsi. C’è un segno su di loro che è come un marchio: la rassegnazione negativa, che deriva dall’esperienza che contro i potenti non si può nulla. Raccontare l’umiliazione dei poveri in alcune situazioni vissute in Brasile.

4.      Il dolore di coloro che la pensano diversamente dalla politica dominante. Il caso attuale della Turchia dove circa 40 mila persone dell’opposizione sono astate incarcerate. Oppure durante le dittature militari in America Latina negli anni ’60-80 del secolo scorso, in cui migliaia di persone dell’opposizione sono state barbaramente torturate, assassinate. Citare frei Betto, Diario del Faro,  (dice di un’incapacità di abitare la differenza. Problema: da dove deriva questa incapacità?).


5.      Il dolore delle donne. La cultura patriarcale e maschilista che ha modellato la cultura Occidentale, cultura sorta dall’evoluzione progressiva incentrata sull’idea della forza. Le tante violenze che ancora oggi le donne subiscono sono anche il frutto di una cultura maschilista, una cultura della forza che sfocia nella violenza. Cultura che ha influenzato anche la religione e, nel nostro caso, la chiesa cattolica. Sino a quando le donne saranno lasciate fuori dalla possibilità di esercitare un sacerdozio ministeriale come gli uomini, la chiesa non potrà dire molto al mondo sul tema dell’eguaglianza. La realtà contraddice la cultura. Esperienza delle CEBs in America Latina condotte per la grande maggioranza da donne dice di un cammino che è già avviato e che può contaminare anche la chiesa Occidentale. La mancanza di aderenza alla realtà genera l’idea impazzita.

6.      Il dolore delle persone africane in Occidente. La sofferenza di non essere accettati a causa della diversità della pelle, di essere messi ai margini della società per il semplice fatto di avere la pelle nera. Anche nelle nostre parrocchie – ce lo hanno raccontato gli studenti africani che abitano nelle nostre parrocchie – spesso durante la messa chi ha la pelle nera si trova la mano tesa per lo scambio della pace senza una risposta. Il pregiudizio è duro a morire.


7.      Il dolore delle persone LGBT. Sto accompagnando il percorso spirituale di un gruppo di persone lesbiche e gay. Quanta sofferenza per una diversità non accettata. Quanti pregiudizi che escono da quell’istituzione alla quale Gesù ha insegnato di non condannare, ma di accogliere. C’è ancora un lungo cammino da compiere, il cammino della conoscenza dell’altro, del rispetto per le differenze.

8.      Il dolore del popolo ebraico sterminato nella seconda guerra mondiale. Il diario di Etty Hillesum lo abbiamo commentato durante il percorso con gli studenti universitari. Quanta dignità che abbiamo trovato in Etty che, nonostante le situazioni disumane nelle quali si è venuta a trovare, non ha mai smesso di pregare, di ringraziare Dio, di dire a tutti che la vita era bella.

La causa
Tutte queste sofferenze, questo dolore hanno un comune denominatore, a mio avviso, vale a dire sono l’espressione di un modo particolare di pensare l’essere, un modo speciale di pensare il rapporto dell’uomo con il mondo. Si può pensare come causa dei mali dell’Occidente il processo d’irrigidimento dell’essere e, di conseguenza, i suoi sviluppi nell’irrigidimento dell’idea. La causa dei mali dell’Occidente stanno esattamente a monte della sua impostazione filosofica, ovvero, nella metafisica. È il modo di concepire l’essere come rigido, unico, immobile, perfetto, che produce violenza nei confronti di ciò che è percepito come differente, come realtà che non si adegua all’idea. Tutto ciò che non è conforme all’idea viene percepito come negativo e genera il processo di volontà di annichilamento. La distruzione dell’altro come possibilità di mantenimento dell’ordine sociale e politico. L’idea non accetta la differenza.

Per capire questa affermazione bisognerebbe ripercorrere a ritroso il percorso che la metafisica ha realizzato sin dai primordi. Bisognerebbe riprendere una storia dell’essere così come si è sviluppata nella metafisica Occidentale, a partire da Parmenide, anche se, giustamente, Giovanni Reale, nei suoi saggi sulla storia della filosofia antica, fa notare come in realtà la metafisica e, di conseguenza, la riflessione sull’essere, nasce solamente quando Platone inventa il mondo sovrasensibile. In ogni modo è importante ritornare a Parmenide perché ritroviamo nel suo pensiero quelle qualità dell’essere che Platone applicherà alle idee ed Aristotele alla sostanza. L’essere di Parmenide è Uno, immobile, eterno, ingenerato, immortale, indivisibile.

Non a caso Heidegger in Essere e Tempo parla della storia della metafisica Occidentale come un processo d’indebolimento dell’essere, perché in realtà la metafisica classica confonde l’essere con l’ente. Il problema della metafisica classica, che ha sempre presentato l’essere come qualcosa di fisso, di rigido. In questa prospettiva la verità non sarebbe nient’altro che una proiezione soggettiva che produce una fissazione del vero a partire dalla precomprensione dell’essere. Questo è a mio avviso, il problema. Ci siamo abituati a pensare il vero identificandolo con un’idea astratta, una precomprensione concettuale, che anticipa la realtà interpretandola. qualcosa di rigido. Ci siamo abituati a chiamare vero un’idea indipendentemente dalla realtà. Ci siamo fidati delle nostre intuizioni e su queste abbiamo interpretato la realtà. Il pensiero Occidentale ha sempre interpretato la realtà a partire da idee pre- costituite o, per dirla con Péguy, da idee bell’e fatte. La storia del pensiero Occidentale è la storia dell’interpretazione della realtà a partire da un’idea.

Gianni Vattimo sostiene che esiste una serie di eventi avvenuti negli ultimi decenni che comprovano la dissoluzione della metafisica classica, l’indebolimento di un essere rappresentato come fondamento unico e oggettivo della realtà. La caduta del muro di Berlino, la crisi sistematica del modello economico neoliberale, la crisi ecologica, la fine del mito del progresso: sono tutti sintomi di un indebolimento della metafisica forte, che sfocia nel nichilismo. Per la metafisica classica che Vattimo critica, la verità non è niente di più che il frutto di una proiezione soggettiva, idealista: un’idea fissa. È proprio a questo tipo di verità che il mondo postmoderno sta dicendo addio.

C’è anche una certa teologia, un certo modo di pensare Dio che è rigido, poco duttile, un po' violento, perché fa violenza alla verità stessa di Dio. È quella teologia che poi sfocia nel rubricismo e nel formalismo: vale più il contorno che l’essenza, l’osservanza delle norme che la persona.

È possibile uscire dalla durezza della metafisica Occidentale per andare verso un mondo dove gli opposti non si respingono, ma convivono? E’ possibile uscire dalla teologia della forza – pensiamo ai concetti di Onnipotenza, monoteismo, ecc. della tradizione Occidentale – verso una teologia più rispettosa di Dio? Ci sono alcune risposte che vanno in questa direzione:

1.      Jean Luc Marion sostiene che il termine essere è incompatibile con il lessico teologica e che il termine essere non è teologico. La rivelazione dice qualcosa dell’ente e non dell’essere. Per questo c’è grande differenza tra il Dio dell’ontologia e quello della rivelazione. “Un Dio che ha bisogno che la propria esistenza sia provata è un Dio ben poco divino e la prova dell’esistenza di Dio è una grande bestemmia”. Secondo Heidegger la teologia non riguarda Dio, ma la fede nel crocefisso. La teologia riguarda la fede nell’evento del crocifisso.
Problema:
·         come dire il Dio della rivelazione che non è di questo mondo?
·         La metafisica ci ha abituati a pensare Dio a partire dall’essere e invece Dio viene a noi attraverso l’evento: la rivelazione
·         Come dev’essere scritto il Dio di una teologia cristiana manifestata dalla croce di Cristo?
·         La rivelazione biblica ignora la differenza ontologica (Gen 1,24); Rom 4,17; 1 Cor 1,28; Lc 15, 12-32;
·         Dio sceglie il non ente per annullare l’ente
·         Per Dio quello che non è come se fosse
·         Per Dio quello che è può essere come se non fosse
·         Il fatto di essere un ente non garantisce nulla
·         1 Cor 1,28: la sapienza che viene da Dio provoca la confusione della sapienza degli uomini
·         Occorre pensare la possibilità di dire l’ente senza ricorrere all’essere

2. Il pensiero biblico ci può offrire qualche spunto. Ci sono, infatti nella Bibbia, alcune visoni che dicono di una possibilità della convivenza delle differenze.

1.       L’alleanza che Dio stabilisce con Noè è l’arcobaleno. E' un dato che è stato spesso dimenticato. Dio non ha scelto un colore, ma l'arcobaleno: è l'elogio della pluralità. Viviamo l'alleanza con Dio quando abitiamo la pluralità

2.      Il profetismo. Isaia 11. Convivenza dei contrari: la vacca e l’orsa pascoleranno insieme; il lupo e l’agnello dormiranno insieme.

3.      I nomi di Dio. È significativo che nella Bibbia, non esiste un solo concetto, una solo parola per definire il nome di Dio, ma diverse: YHWH, Eloim, El, Io Sono, ecc. La pluralità dei nomi dice di un’impossibilità di dire Dio con un solo concetto. Dio rimane sempre al di là della nostra capacità di accoglierlo. Dio è più grande dell’idea, la trascende.

4.      I Vangeli per narrare la vita del figlio di Dio sono 4 e non uno. Non si può pensare di cogliere la vita di Gesù, il figlio di Dio, da un unico punto di vista. Il cristiano è colui che si allena alla pluralità di vedute, alla compresenza di visioni diverse, a percorre cammini interpretativo diversi, a volte opposti. Il cristianesimo non è un cammino monotematico.

5.      La Trinità. È l’elaborazione della prima comunità che intuisce che Dio non può essere concepito e intrappolato da una prospettiva unica. La Trinità dice di un’unità che non s’identifica con uniformità e dove la pluralità è matrice di unità.

Per aiutarci a non essere causa di dolore, a non provocare dolore nel mondo con giudizi affrettati e rigidi, ingabbiati nei pregiudizi culturali è necessario mantenerci in ascolto della realtà, a contatto con la realtà, a formulare idee che procedono dalla realtà e non il contrario.
La realtà, per suo verso, è plurale, molteplice, viva, in movimento. La realtà dice della compresenza dei diversi ed è solo il contatto con la realtà che ci può salvare dalla tirannia dell’idea. È dalla realtà che procede l’idea e non viceversa.