mercoledì 10 maggio 2017

ARCOBALENO


La diversità segno dell’alleanza con Dio
Paolo Cugini

È stato Isaac Newton a scoprire che il bianco, più che essere un colore, era l’insieme dei colori dell’arcobaleno. Lo Ha scoperto quando, giovane studente, leggendo e riflettendo sulle teorie di Boyle, si rese conto che c’era ancora qualcosa da capire. Lo studioso italiano Maurizio Mamiani, leggendo i taccuini del giovane Newton, ha scoperto come procedeva nella ricerca. Mentre leggeva le pagine di Boyle si domandava se era proprio così come lui diceva, poneva nel suo taccuino delle domande che divenivano delle indicazioni di ricerca. Fu così che un giorno decise di andare al mercato per comprare un prisma. Tornato a casa fece in modo di orientare un raggio di luce che, ponendolo dinanzi al prisma scoprì, con sua grande meraviglia, che la luce bianca veniva rifratta nei colori dell’arcobaleno. Non soddisfatto del tutto dell’esperienza, tornò al mercato la settimana seguente per comprare un altro prisma, che mise dinanzi alla luce rifratta, che si ricompose nel fascio unico di luce. Fu in questo modo che Newton scoprì che il bianco, in realtà era l’insieme dei colori dell’arcobaleno. Fece questa scoperta non fidandosi delle idee di un grande scienziato come Boyle, ma volle provare nella realtà quello che i libri dicevano e scoprì che non sempre i libri ci prendono, che non sempre le idee coincidono con la realtà, anzi.

Come ci ha ricordato il filosofo tedesco Wilhelm Weischedel anche per quanto riguarda il problema di Dio occorre procedere in modo scettico, vale a dire in modo riflessivo, “guardando intorno scrutando”. Non si tratta di sfiducia nella ragione, ma di abituare l’anima a non fidarsi troppo dell’apparenza, a non aderire in modo sconsiderato a ciò che appare come ovvio, scontato. Un po' di scetticismo aiuta a prendere per mano la ricerca su ciò che viene presentato alla nostra coscienza dal pensiero comune come un dato immediato, per sviscerarlo e, soprattutto, confrontarlo con la realtà. “Ciò che nell’interrogare si raggiunge come conoscenza ultima è che la realtà, che si dimostra problematica, si presenta come mistero”.

Come Newton che procedendo in modo scettico sulle osservazioni scientifiche sulla teoria dei colori di Boyle scoprì che il bianco più che essere un colore era dato dalla somma di tutti i colori dell’iride, così anche l’uomo occidentale deve imparare a procedere in modo scettico nei confronti del pensiero unico, di tutte le forme di pensiero totalizzanti, che riducono la molteplicità del reale in un’idea fissa e statica. Del resto il filosofo francese Charles Péguy già all’inizio del secolo scorso ci ammoniva sull’abbaglio che la cultura Occidentale aveva preso da secoli nel considerare la realtà in modo uniforme. Contro una tradizione di pensiero ostinatamente attenta ad elaborazioni sintetiche ed uniformi della realtà – i sistemi filosofici – Péguy afferma l’esigenza di accogliere il reale per come esso si manifesta nella mobilità del presente, cioè nella sua pluralità. “Il reale – afferma Péguy – ci presenta non solo delle dualità, ma delle pluralità. La realtà ci appare e si presenta divisa in molte parti”.

La filosofia greca, culla dalla cultura Occidentale, nasce come lo sforzo di cercare l’unità nella diversità, il principio unificatore della realtà. I primi sistemi metafisici tentano di rispondere al problema considerato cruciale nella filosofia, vale a dire: com’è possibile che dall’Uno si dia il molteplice? Con lo sguardo di color che sono venuti dopo possiamo dire che la cultura Occidentale nasce sin dall’inizio da un’aporia, da un errore d’impostazione, che ha condizionato pesantemente lo sviluppo successivo. Sappiamo, infatti, con il senno di poi, che il problema non sta tanto nel capire come dall’Uno si dia il molteplice, ma come il molteplice possa darsi ed esprimersi come tale. Ogni cammino verso l’uno, verso una sintesi, è la negazione della realtà, una forzatura innaturale, che provoca sofferenza e, quando accade, la natura si ribella. Solo nell’Uno come manifestazione e trasparenza delle diversità, la realtà si sente rappresentata. Quando invece il cammino verso l’uno avviene con la violenza, con la soppressione del diverso per imporre un modo unico di essere, un pensiero unico, allora la natura si ribella, prima o poi.

In questa prospettiva ci viene incontro anche la Parola di Dio. Infatti, in una delle prime pagine dell’Antico Testamento, quando Dio rinnova l’alleanza con l’umanità tramite Noè, il segno di questa alleanza è l’arcobaleno. “E Dio disse: «Ecco il segno del patto che io faccio tra me e voi e tutti gli esseri viventi che sono con voi, per tutte le generazioni a venire. Io pongo il mio arco nella nuvola, e servirà di segno del patto fra me e la terra” (Genesi 9,12-13). Per ristabilire l’alleanza distrutta dall’uomo e dalla donna, Dio sceglie un simbolo che indica una direzione, un modo di stare al mondo, un segno della sua presenza nella storia. Ebbene, questo segno non è nella linea del pensiero unico che la filosofia greca alcuni secoli dopo inizierà ad elaborare, ma è nell’ottica della pluralità. In un certo modo attraverso quel simbolo è come se Dio avesse voluto dire all’umanità che, per incontrarlo dovevano percorrere il cammino della molteplicità.

Un mondo plurale rispecchia il sogno di Dio, il suo pensiero, ciò che lui ha voluto esprimere con il segno dell’alleanza: l’arcobaleno. Molteplicità di colori, perché non può essere identificata con un colore la stessa realtà che Dio ha creato che è a tanti colori. Arcobaleno dice naturalità nell’abitare la pluralità, nel pensare la diversità, nell’accogliere la molteplicità. Arcobaleno significa compresenza di elementi diversi senza la necessità che tutto sia ridotto ad uno. Arcobaleno significa libertà di espressione, libertà di coscienza, libertà di esprimere un modo di essere diverso dall’altro senza paura di essere giudicato. Se la nuova alleanza è l’arcobaleno allora il cammino che l’umanità è invitata a compiere consiste nell’apprendere a convivere con le diversità perché la diversità è la cifra della realtà.

Gesù è l’esempio di questo cammino. Non a caso è presentato nel Nuovo Testamento come colui che realizza la Nuova alleanza. In primo luogo, annuncia il Vangelo facendosi accompagnare da uomini e donne e sino alla fine convive con loro. Poi lo troviamo costantemente al fianco di coloro che soffrono, delle persone discriminate dalla società, al lato degli esattori delle tasse, dei lebbrosi, delle prostitute, di tutto ciò che la società non considera come degno di attenzione. In Gesù tutti trovano riparo, tutti si sentono accolti, ascoltati, protetti. “Venite a me voi tutti che siete affaticati e oppressi, perché io vi ristorerò”. In Gesù tutti trovano spazio, perché accostandosi a Lui tutti percepiscono che la differenza non è un problema, ma un’esigenza, un arricchimento. Gesù muore come uno di loro, crocefisso come un brigante, umiliato e malmenato come se fosse un ladro. In un mondo incapace di abitare la diversità, Gesù annunciando l’Alleanza della pluralità, della convivenza della molteplicità, è stato punito, ucciso barbaramente. La sua morte è il segno di un’umanità incapace di accogliere la diversità, modellata sul pensiero unico, sulla forza di coloro che stanno al potere e che esigono che tutti la pensino allo stesso modo.

La chiesa che nasce sotto la croce è la chiesa che sgorga dall’arcobaleno e porta il segno di un duplice significato: la continuazione dell’annuncio della Nuova Alleanza rinnovata da Gesù e la sofferenza che questo annuncio provoca nelle culture monotematiche. La chiesa maestra di umanità, discepola del Signore è quella che permette alle diversità di esprimersi, che rimane continuamente aperta a tutti, che si pone al fianco soprattutto di quelle diversità che fanno più fatica a manifestarsi. La chiesa è maestra di umanità, segno della Nuova Alleanza, testimone dell’Arcobaleno tutte le volte che fa sì che la molteplicità del reale si realizzi. Quando invece la chiesa si rinchiude per difendere una forma, un pensiero, una teologia, rischia di forzare la realtà e di ferire chi rimane fuori dal sistema proposto. Aiutare la chiesa ad essere spazio della diversità per essere fedele alla missione di Gesù è il compito di ogni cristiano.

Com’è difficile questo cammino. C’è da disintossicarsi di tutto quel fardello che si è accumulato nell’anima, fardello fatto di idee, di teologie, di catechismi, di filosofie e metafisiche, di pensieri fissi che interpretano la realtà e non la lasciano respirare. Che voglia di aria pura, di colori, di relazioni autentiche non deformate dalle convenzioni culturali, sociali, etiche. A volte mi chiedo se esiste un luogo così. Lo sognavo da giovane. L’ho desiderato abbracciando il ministero. L’ho intravisto nella preghiera. L’ho rincorso lottando contro i corrotti. Non riesco a vederlo nei volti duri di coloro che sanno già tutto e, per questo, condannano coloro che non si allineano. Quel sogno vagheggiato lo rivedo in Francesco. Speriamo il bene.




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