mercoledì 25 febbraio 2015

FEDE E VITA







Riflessioni a partire dal libro di C. Theobald, Trasmettere un Vangelo di Libertá, EDB, 2010

Paolo Cugini

La dimensione politica e sociale della fede è stato il tema che mi ha accompagnato nei circa quindici anni di esperienza missionaria in Brasile. Come dice Theobald la dimensione politica della fede è stata una delle risonanze del Vangelo che ho trovato, ascoltato e accolto nella realtà che ho incontrato. La lettura del Vangelo fatto nelle piccole comunità di base(Cebs), ma soprattutto nei tanti gruppi di giovani incontrati sia nelle comunità della zona rurale che nei quartieri poveri, mi ha mostrato come davvero il Vangelo possa restituire la fiducia nella vita, in quella vita spesso spezzata e maltrattata dalle strutture sociali e politiche di morte. Quante famiglie ho incontrato ai bordi delle strade dei grandi latifondi, vivendo in piccole capanne, lavorando e lottando per anni per conquistare quel piccolo pezzetto di terra che permetterebbe una vita migliore. Quante sofferenze causate dall’arroganza dei potenti di turno che se ne infischiano della dignità delle persone, soprattutto povere, che sistematicamente umiliano, ho dovuto ascoltare, accompagnare. E allora è vero che non c’è vita umana senza fede, soprattutto quella fede che sgorga dalla fiducia nell’altro, nelle persone vicine che diventano compagno e compagne di viaggio, che aiutano a lottare e soffrire insieme per vincere la tentazione di cadere nella disperazione. Quante volte ho incontrato nei volti dei poveri sofferenti la fiducia estrema nella vita, l’aggrapparsi a denti stretti ai brandelli di vita strappati in contesti di grande difficoltà. Credo che sia per questo fatto, e cioè per una dimensione antropologica della fede che è stimolata dalle situazioni di grande precarietà nelle quali le persone incontrate si trovano a vivere, che diviene facile, direi quasi spontaneo accogliere non una qualsiasi fede, ma la fede in Cristo, nella sua proposta, “la fiducia in colui che più di ogni altro riusciva a generare vita nell’altro, a generare fiducia nella vita”.
Il legame tra la vita vissuta, quella vita fatta spesso e volentieri da umiliazioni, ma anche di conquiste e di lotte – penso soprattutto alle famiglie che riuscirono ad ottenere le terre dopo anni passati sotto tendoni o capanne di paglia – e la fede nel Signore della vita è visibile nelle liturgie. Chi partecipa ad una Messa o ad una celebrazione della Parola in una CEB non assiste a qualcosa di staccato dalla vita, ma trova in essa delle chiavi di lettura per il vissuto quotidiano. I canti, le preghiere, i commenti iniziali e conclusivi e poi i balli di ringraziamento: è la via che è celebrata e trasformata nella fede in Cristo, nel Signore della vita. E’ stato in contesti come questo che ho compreso l’importanza della liturgia per la vita, il significato profondo del celebrare per lasciarsi consegnare i contenuti necessari ad affrontare quel quotidiano spesso fatto di umiliazioni e durezze. Liturgia quindi, non come proposta alienante, come fuga dalla dura realtà, ma come chiave di lettura per comprenderla, per cogliere il segno dei tempi più vero ed autentico che abbiamo: la fede nel Signore risorto, presente nei fratelli e nelle sorelle sfigurati dal dolore, dall’umiliazione. Liturgia come forza che la comunità riceve per affrontare la vita e come luce per leggere e interpretare i segni dei tempi.  Sono questi contesti che hanno maturato in me un amore crescente per la Chiesa che, come dice Theobald, “è prima di tutto il luogo concreto, infinitamente sobrio, dell’ospitalità contagiosa”.
Leggere il Vangelo nelle piccole comunità di base e nei gruppi giovani in un contesto nel quale tutti i giorni si tocca con mano l’umiliazione che i poveri subiscono dai potenti, ma soprattutto le dinamiche di dipendenza messe in atto dai sistemi corrotti dei politici locali, mi ha spinto ad impegnarmi nei movimenti sociali, soprattutto quelli di lotta contro la corruzione. La realtà ascoltata e interpretata nelle piccole comunità di base alla luce del Vangelo ci ha condotto a fare delle scelte, a decidere di fare qualcosa per tentare di rompere le dinamiche di morte messe in atto dai sistemi politici corrotti. L’impegno nel Movimento Fede e Politica, sorto negli anni Ottanta in Brasile e diffusosi rapidamente in tutti i paesi dell’America Latina, ci ha permesso di trovare argomenti e mezzi per sostenere le nostre lotte. Ricordo la settimana di esercizi spirituali fatta con un gruppo di trenta persone meditando sui testi dei profeti, scoprendo assieme il loro coraggio e, allo stesso tempo, il desiderio i riprodurlo nel nostro contesto sociale. Cosa che poi di fatto è avvenuta quando, scoprendo le leggi contro la corruzione elettorale approvate nel 1999 dopo una campagna promossa dai settori sociali della Chiesa Cattolica, ci siamo impegnati per farla conoscere e, poi per metterla in pratica.
Theobald mette in evidenza lo scollamento in atto nel contesto di scristianizzazione dell’Occidente tra la fede in Cristo e il tessuto sociale, scollamento che si manifesta nell’incapacità dei cristiani di essere fermento nel mondo, come auspicava il Concilio. Forse i cristiani stanno pagando il prezzo di una fede nel Signore, che non ha saputo produrre cammini di profetismo, di denuncia contro i sistemi corrotti e i mercanti di morte responsabili delle continue crisi economiche e, di conseguenza, delle migliaia di poveri che aumentano anche nel mondo Occidentale. Una comunità cristiana che non denuncia, ma al contrario, che per non perdere i propri privilegi economici derivati dal Concordato, rimane in silenzio o, peggio, che appoggia più o meno velatamente dei governi pieni zeppi di politici corrotti, che spesso e volentieri sono degli autentici avanzi di galera, non può pretendere granché. La scristianizzazione denunciata da Theobald, ma che in Francia era già denunciata e analizzata dal grande poeta e filosofo Charles Péguy all’inizio del secolo scorso, è anche il frutto di un modo di essere presente nel mondo. Quando si preferisce andare a braccetto con il potere per aver una contropartita in denaro o per contare qualcosa nella società, non si può pretendere poi di essere segno profetico, stimolo per le nuove generazioni. Lo svuotamento delle chiese e l’insignificanza sempre crescente della Chiesa nel nuovo contesto culturale è, a mio avviso, il vero segno dei tempi che dev’essere interpretato per cambiare decisamente rotta. Non si può perpetuare per sempre un modello che non funziona. Se l’epoca della cristianità è finita e, grazie a Dio, non tornerà più, ciò significa che è ora più che mai di prendere un’altra strada. Forse è per questo che l’attuale Papa Francesco piace così tanto, soprattutto a coloro che sono fuori dalla Chiesa, o che se ne erano andati per i motivi sopra descritti.
 Il “metodo dell’assenza”, come lo chiama Theobald, vale a dire l’assenza di un cammino spirituale dettato dal Vangelo, può forse provocare il desiderio di qualcosa di più autentico ed evangelico. Come c’insegna il detto popolare: non tutto il male viene per nuocere. A meno che non siamo recidivi e continuiamo a farci del male.


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