mercoledì 16 dicembre 2015

PAROLA E STORIA




RIFLESSIONI SUL LIBRO DELL’APOCALISSE

 PAOLO CUGINI

 L’ascolto della parola

Il libro dell’Apocalisse si apre con la parola “Rivelazione”. In questo nuovo millennio che si apre sarebbe importante riscoprire la Parola di Dio come un dono, una Rivelazione. Essendo la Parola una rivelazione ciò significa due cose: la prima è che Dio desidera dire qualcosa all'uomo; la seconda è che l’uomo, per scoprire il contenuto che Dio intende rivelargli, deve stare attento, aprire l’orecchio. C’è un versetto significativo che, nel primo capitolo dell’Apocalisse, mostra il rapporto tra Dio che parla e l’uomo che ascolta: ”Rapito in Spirito nel giorno del Signore, udii dietro a me una voce possente, come di tromba” (Ap 1,10). La Parola di Dio è come una voce possente che sta dietro all'umanità e deve essere ricevuta come un dono. La Parola precede l’uomo: c’è una storia, secoli di avvenimenti, tradizioni. La Parola non è invenzione dell’uomo, per questo l’atteggiamento che la Parola intende suscitare è quello dell’ascolto attento affinché il contenuto rivelato dalla Parola possa scendere fino al cuore. ”Mi voltai per vedere chi mi parlava” (Ap 1,12). Per fare in modo che la Parola scenda in profondità è necessario voltarsi indietro, entrare nella storia di colui che Parla, conoscere le tradizioni passate. Cercare il volto del Signore nella Parola vuole dire accettare la fatica quotidiana di conoscere la provenienza di questo volto, la sua origine, il suo passato. Il tempo è un dato antropologico dell’universo personale: non si può pretendere di conoscere qualcuno se non si fa lo sforzo di conoscerne la storia. Ciò vale anche per la Parola di Dio. Ce lo ricorda l’autore della lettera agli Ebrei: ”Dio che nel tempo antico molte volte e in diversi modi aveva parlato ai padri nei profeti, in questa fine dei tempi ha parlato a noi nel Figlio” (Eb 1,1-2a).

 La Parola si è comunicata all’uomo entrando nella sua storia, influenzando le sue scelte, le sue leggi. C’è stato un lento cammino di entrata nel tempo fino all’evento cruciale che è stata l’incarnazione che ha fatto della Parola una Persona: Gesù Cristo. Il gesto, allora, di Giovanni che si volta per vedere colui che gli rivolgeva la Parola, è il gesto che la Chiesa compie ogni qual volta si mette in ascolto del “Testimone fedele, il primo nato fra i morti, il principe dei re della terra “ (Ap1,5).Compiendo lo sforzo di voltarsi indietro per conoscere l’Agnello, la Chiesa può presentare all’umanità una verità autentica. Di fatto, in questo mondo così detto post-moderno, caratterizzato dalla frammentazione dei saperi, dalle “verità deboli “, dalla crisi di punti di riferimento chiari e distinti, la presa di coscienza di una Parola vera, rivelata, che precede l’uomo è un dato di grande consolazione. Ci chiediamo allora: quando la chiesa è in grado di presentare all’umanità post-moderna la Verità di Gesù? Ogni volta che riesce a trasformare la Parola in storia, ogni volta che “segue l’Agnello ovunque vada” (Ap 14,4), ogni volta che le azioni che compie sono risposta alla “voce possente” del “Testimone fedele”, la Chiesa sta manifestando ciò che il mondo non conosce: “ Il Signore Dio, Colui che è, che era, che viene, l’Onnipotente” (Ap 1,8)

 Celebrare la vita

L’ascolto della Parola di Dio, conduce l’uomo nella storia d’amore che il Padre sta preparando sin dall’inizio della creazione. L’uomo, coinvolto in questa storia d’amore, non può che lodare Dio. La Parola di Dio apre il cammino alla celebrazione liturgica e, senza una vita immersa nella Parola, diviene difficile cogliere la pienezza della liturgia. Lo diceva il papa Giovanni Paolo II in occasione del 40° anniversario della Sacrosanctum Concilium: “La liturgia da una parte suppone l’annuncio del Vangelo, dall’altra esige la testimonianza cristiana nella storia”.

 In questa prospettiva il libro dell’Apocalisse, che abbiamo preso come punto di riferimento, aiuta a cogliere il significato profondo della liturgia. I capitoli 4 e 5 descrivono in modo suggestivo e spettacolare la liturgia celeste, come centro e meta di tutta la storia dell’umanità: Dio è seduto sul trono e l’Agnello immolato in piedi. Qui viene celebrata la vittoria di Dio sul mondo dell’egoismo, vittoria manifestata nella morte e resurrezione del Figlio, l’Agnello immolato. A questa liturgia partecipa tutta la storia della salvezza assieme a coloro che hanno testimoniato con la propria vita l’amore a Gesù Cristo. E’ questo che fa riflettere: nella liturgia celeste è celebrata la vita! Viene dato gloria a Dio, infatti, per la vita che il Figlio ha saputo realizzare nell’amore a coloro che celebrano questa liturgia sono coloro che hanno vissuto sulla propria pelle questo amore. Troviamo così tutti gli elementi di una qualsiasi liturgia come inni, canti, genuflessioni, adorazione, silenzio, in un contesto vivo, in cui non c’è nulla di formale o di obsoleto.
 “Ero morto, ma ora sono vivo” (Ap 1,18). E’ ciò che l’Agnello dice di sé a Giovanni nella visione di apertura dell’Apocalisse. Se è il vivente, vuole dire che accompagna la vita e il cammino della Chiesa. Di fatto nei capitoli 2 e 3 leggiamo che cosa il Vivente ha da dire alle 7 chiese dell’Asia che, simbolicamente, rappresentano il cammino della Chiesa nella storia. In questa prospettiva diviene chiaro che il rito liturgico non celebra appena un evento passato, quanto quell’unico evento, la morte e risurrezione di Cristo, di colui che è vivo e presente nella storia. Ciò è lo specifico del rito Cristiano in una prospettiva di fenomenologia delle religioni: noi celebriamo il Vivente, il Dio che si è fatto carne, che è venuto ad abitare in mezzo a noi, che per noi è morto e il Padre ha resuscitato ed è e sarà sempre con noi (Mt 28,20). Il libro dell’Apocalisse oltre a ricordare che la liturgia celebra la vita, aiuta a cogliere anche il significato del sacerdozio. “Fosti immolato e acquistasti per Dio con il tuo sangue uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione, ne facesti per il nostro Dio un regno di sacerdoti.” (Ap 5,9b-10). Chi partecipa alla liturgia è, dunque, un regno di sacerdoti. Lo stesso Agnello immolato è il sacerdote che, nella liturgia celeste, non ha offerto un animale come prescriveva la legge mosaica, ma se stesso, la propria vita. E’ questo il sacrificio che, dopo quello salvifico di Gesù, deve essere offerto. San Paolo, all'inizio della parte parenetica della lettera ai romani, invitava i suoi amici ad “offrire i vostri corpi come sacrificio vivente, santo e gradito a Dio, come vostro culto spirituale” (Rom 12,1). Gesù è entrato nel mondo ed ha fatto della propria vita una liturgia, nella quale ha offerto se stesso al Padre, trasformando la propria vita in amore, in perfetta obbedienza (cfr. Eb 4,14-16). E’ a questo sacerdozio che i battezzati, coloro che sono stati resi veramente Figli di Dio dall’amore del Padre (1Gv 1,3), sono chiamati a partecipare, E’ donando la vita, trasformando la vita in amore, in obbedienza alla Parola che dall'eternità chiama l’umanità ad una vita santa e immacolata (Ef 1,4), che l’uomo vive il proprio sacerdozio. 

Nella prospettiva aperta dal libro dell’Apocalisse, la liturgia non si presenta come una realtà separata dalla vita. Al contrario, è la vita quotidiana trasformata dall'amore del Padre che è riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito del Signore (Rom 4) che viene celebrata. E’ di questa liturgia che celebra la vita che il mondo post-moderno ha bisogno. Di fatto, se la fine delle grandi narrazioni(6) ha provocato sfiducia nelle possibilità umane di dare un senso all'esistenza, una liturgia di persone che celebrano la vita, la vittoria di Cristo sulla morte e la possibilità di una vita quotidiana plasmata dall'amore del Padre, non può che destare interesse assieme al desiderio di percorrere questo cammino.



martedì 15 dicembre 2015

CRISTIANESIMO E ISLAM




Conferenza tenuta all'Hotel Posta di Reggio Emilia
Marzo 2015

Sintesi di Paolo Cugini
MIkalessim:
Che cosa significa vivere da inviati di guerra?

Gli occhi della guerra sono lo sguardo triste del bambino soldato, l’ultimo sguardo di vita dei feriti. Gli occhi della guerra li conoscono anche i giornalisti che raccontano con difficoltà le guerre. Dopo l’11 settembre c’è stato una svolta. Andare dall’altra parte della barricata significa giornalismo kamikaze.
In Libia c’è il caos, le milizie contrapposte, due governi, le bandiere nere.
Uganda 1986.
Situazione in Libia.
Dall’altra pare del mediterraneo c’è l’anarchia. Dove sono finite le primavere arabe? Che cosa porta a dire: Gheddafi era un angelo? Ci siamo innamorati delle primavere arabe senza capire bene i problemi.  Dieci anni dopo l’11 settembre scoppia la voglia di cambiare. Tutti questi paesi erano governati da famiglie oligarchiche.
Non vogliono la democrazia, ma solo la legge del Corano, tornare ai tempi di Maometto. Dalla primavera araba è nato un mostro.
La situazione più assurda è quello che avviene in Siria. I cristiani sono diventati la vittima numero uno.  Come mai questo riacutizzarsi una violenza così feroce nei confronti dei cristiani? I Cristiani sono una presenza minoritaria e pacifica. Il problema è la nascita del califfato.
Gheddafi: voi europei cosa volete fare? Non vi rendete conto di cosa verrà dopo? La Liba finirà in mano a gruppi come alkaeda.
I martiri oggi sono più numerosi che nei primi secoli. La comunità internazionale non può girare le spalle dall’altra parte (Bergoglio). Siamo in mezzo ad una persecuzione dei cristiani. Deluso dalle paure, timidezze Occidentali, Europee. Facciamo fatica a dire che le nostre radici sono europee.  I cristiani chiedono due cose: un visto, oppure ci permettete di tornare nelle nostre terre in modo sicuro. Per farlo ci vorrebbe un intervento militare ingente, per farlo bisogna fare la guerra. Non vogliamo essere troppo coinvolti.
Questo conflitto epocale del califfato è una guerra interno all’Islam: Sciti (Iraq) e Sunniti (paesi el Glofo).  Yemen: altro episodio di questo conflitto dove i due gruppi islamici si ammazzano.  In questo scontro epocale all’interno dell’Islam i cristiani sono condannati all’Esodo o all’esilio.  Adesso non tutti i cristiani vogliono porgere l’altra guancia. Chiedono sicurezza.
Noi in Italia abbiamo scelto di non aiutare le formazione cristiane, ma i curdi.
Proposte:
1.      fermare le fonti di finanziamento
2.      garantire le frontiere, impedire che le truppe dello stato islamico possano penetrare

Chi c’è dietro l’ISIS?
Il Califfato si è già espanso. Occorrerebbe sigillare il confine tra Siria e Turchia.
La Turchia ha un sogno di grandezza immenso. E’ una lotta di potere regionale per il controllo di Medio Oriente. Il Califfato ha avuto all’inizio tanti soldi dall’Arabia Saudita, il Qatar.
Adesso il Califfato non ha più bisogno dei soldi degli altri, perché conquistano risorse. Campi petroliferi in Iraq. Sarà molto difficile fermare l’ISIS. Chi sono i volontari che arrivano dall’Europa? Come è possibile questo?
Sono circa 6 mila gli europei che hanno aderito al califfato. Ci sono anche delle donne, tra cui un’italiana.
Chi te lo fa fare? Io sono venuto qua a cercare di diventare martire perché noi inseguiamo la morte come voi vi siete attaccati alla vita.
Lo stato islamico dice: noi ti proponiamo di vivere in uno stato dove ti daremo un sistema con le regole che hai sempre sognato, quelle di Maometto. Questo è la grande motivazione. Non siamo stati in grado come Europa e cultura di offrire a questi giovani una vera alternativa credibile. Questi giovani passano dal vuoto delle discoteche alle sirene del califfato: rifiutano l’Occidente, addirittura i propri genitori. E’ una rivolta contro l’Occidente, contro la democrazia, contro il nostro sistema di valori.




domenica 13 dicembre 2015

SE NON SEI UNO NON PUOI ESSERE IN DUE



Marzo 2015 – Incontro per le coppie presso il centro Papa Giovanni XXIII-RE
RELATRICE: dr. Elsa Belotti
Sintesi: Paolo Cugini


Ci dev'essere l’incontro per capire chi sono io. L’altro è fondamentale, qualunque sia. Cosa significa trovare la nostra identità?

Rispondere alla domanda: chi sono io? Se non so rispondere a questa domanda non so chi è non riesco a pormi in relazione con l’altro. Noi siamo tutti delle piccole formichine per portare qualcosa al formicaio. La nostra briciolina può servire al formicaio. La depressione è una brutta malattia. Una percentuale della depressione deriva dal fatto che uno non si è individuato. Se sento di aver valore mi mantengo in salute.

Dio crea l’uomo perché ha bisogno d’incontro. Dobbiamo parlare della povertà di Dio. Dio è povero. Solo dove c’è la povertà c’è la possibilità di un incontro. Dio riconosce la sua povertà. Solo dove c'è la povertà ci può essere l’amore. Dio crea l’uomo per potersi specchiare nell'uomo. Lo specchio è molto importante. Subito dopo Dio crea la donna dall'uomo. Dio riconosce la povertà.
Dio crea la donna perché la donna faccia lo specchio dell’uomo. Quando incontriamo la persona fino in fondo, alla fine vediamo la bellezza della persona. Oggi è l’individualismo che crea la sofferenza delle persone. Individualismo: io basto a me stesso. Il contrario di amore è autosufficienza, io basto a me stesso, non ho bisogno di nessuno. Il narcisismo: la realtà coincide con quello che penso io. Finchè le nostre immagini si scontrano con la realtà e la vediamo come nemica allora non può succedere nulla di buono. L’unica salvezza che abbiamo è accettare la realtà per quella che è. Noi insegniamo fin da bambini che la realtà è brutta e che la fiaba è bella.
Cosa insegniamo ai bambini quando piove: è una brutta giornata. Abbiamo dato l’etichetta di brutto a qualcosa che è positivo. Riuscire convincere le persone a cambiare le loro immagine negative sulla realtà è il compito dell’educazione.
Il narcisismo fa morire la persona. Se la realtà deve coincidere con quello che desidero sono destinato a morire.
Oggi si dà il farmaco per curare e non per guarire. L’immagine non coincide con la realtà.  Tutti abbiamo perso l’autorevolezza. Perduto: è una cosa che non possiamo più ritrovare. L’autorevolezza è andata a finire nella mia testa: io penso così. Ognuno si fa la sua autorevolezza.

L’incontro ci rende umani, con le caratteristiche di compassione, che è la parte più alta della nostra umanità. Vediamo solo la parte negativa: perché abbiamo i nostri sogni. Guardiamo le nostre difficoltà. La cosa più importante della nostra vita è la consapevolezza. La consapevolezza è una conoscenza di noi stessi come uomini, come persone. Questa ci porta sempre alla compassione. Non ci sono scuole sulla consapevolezza. É difficile trovare l’insegnate della consapevolezza, perché di saggi ce ne sono pochi. Fa comodo a tutti avere persone non consapevoli. É importante rovesciare sempre i concetti. Occorre che il bambino veda l’amore nei nostri occhi per poter cambiare. Non c’è amore abbastanza per i bambini. È l’amore che dà l’autorevolezza. Quando una persona non è consapevole diventa dipendente. Tutte le dipendenze derivano dalla situazione affettiva con i genitori.  Con la dipendenza dalla droga dico la dipendenza dalla mamma. Quando una persona è dipendente diventa manipolabile. La consapevolezza è il senso della realtà. Dove manca la consapevolezza l’uomo perde la dignità. Quando c’è la dignità viene l’autorevolezza. Oggi i genitori vogliono essere amati dai figli. Non dobbiamo essere amati dai figli, siamo noi che dobbiamo amarli. I genitori non possono essere simpatici. Un genitore è odiato dai figli perché è normale che sia così. Ecco perché la coppia salta, perché l’amore che non abbiamo dal coniuge lo vogliamo dal figlio.

La dignità l’hanno solo le persone buone. Differenza tra il male e il dolore. Il dolore può esser la parte positiva del male, ma il dolore non è male. I cattivi scaricano il male sui buoni. I buoni accolgono il dolore. I cattivi lo rovesciano sugli altri. I cattivi non accettano il dolore. La rabbia viene dal senso d’impotenza. L’impotenza viene dal dolore. Il matrimonio è la strada privilegiata dei nostri dolori infantili. Una persona che è uno, non dà troppo importanza alle emozioni. Non ci si può fermare alle emozioni. Non basta ascoltare le emozioni: bisogna andare oltre. Corpo, psiche, spirito. I sintomi sono dei messaggi. Quando uno si ammala è perché si è rotta l’armonia. Lo spirito ci dà la gioia.

Cammino spirituale: purificare i nostri sentimenti. Il cammino spirituale significa occuparsi dei nostri sentimenti sino ad arrivare alla compassione. Accogliere con compassione l’altro. Avere la visione storica. Tutto passa. Dare il giusto valore alle cose. Nessuno ci prepara a diventare coppia. Fa comodo a tutti la separazione. Solo chi è veramente uno può essere coppia. Io non posso fare a meno di te. Solo chi è pienamente autonomo può entrare nella coppia. Sei capace di stare insieme da solo? Devo saper stare in piedi da solo. Solo quando so che faccio da specchio all’altro posso andare avanti nella coppia.

Perchè nel fidanzamento tutto è così bello? Nel fidanzamento tutti e due si staccano dai genitori. Nel momento del matrimonio rientriamo in famiglia. Ripristiniamo il rapporto che avevamo prima. Mettiamo nel rapporto di coppia il rapporto che avevamo con i genitori.  Ci scegliamo molto simili. Ci mettiamo insieme perché abbiamo lo stesso problema dell’infanzia.
Prendo uno con il mio stesso difetto così posso dire che il problema ce l’hai tu. Uno butta sull’altro la parte non bella. Mio marito è il mio sintomo. L’autostima si può avere in due modi.

Nel matrimonio non permettiamo mai al coniuge di essere migliore dei genitori. Tutte le separazioni ci sono per questo, perché non permettiamo al coniuge di essere migliori dei nostri genitori. Occorre abbandonare il padre e la madre. Siamo sempre noi: non è che cambiando persona cambiamo la realtà. Sono io che devo cambiare. Tocca a me. Dobbiamo ringraziare di quello che abbiamo. Se l’altro l’ho scelto io, l’altro mi fa la terapia.

Le donne hanno il potere, Capacità di portare salvezza.  Gli uomini sono l’elemento equilibratore. Siate la salvezza dell’umanità. 

venerdì 11 dicembre 2015

TRASMETTERE LA FEDE NEL POSTMODERNO





ARMANDO MATTEO: TRASMETTERE LA FEDE NEL POSTMODERNO
REGGIO EMILIA 10 DICEMBRE 2013

Sintesi: Paolo Cugini

Mi sono occupato della fede perché mi hanno chiamato per occuparmi dei giovani universitari della FUCI.
Mi sono accorto che qualcosa stava cambiando.
I giovani nati dopo il 1981 esprime nei confronti del cristianesimo una certa estraneità. Non riesce a capire a che cosa serve la fede nel diventare adulto.
Papa Francesco ci sta invitando ad un bagno di realtà impressionate. N. 70 dell’esortazione: non possiamo ignorare che si è interrotta la trasmissione della fede.
Che cosa sta succedendo?

Ci troviamo al fatto che gli adulti hanno abdicato al proprio ruolo di educatori. Il gesto della fede si trasmette. C’è una rottura della trasmissione della fede intergenerazionale. Rottura del patto intergenerazionale.
Mondo dei giovani: indagini. In Italia i giovani sempre meno vanno in Chiesa. Il salto generazionale aumenta. Qui c’è qualcosa di grosso. Non c’è la differenza di genere. Questo è un cambiamento enorme. Non si capisce a che cosa serve la fede.

Analfabetismo biblico forte.
Allergia per la morale del no, ossessionata dal sesso.
Poca fede nei dogmi. E’ una semi-credenza che riguarda anche Gesù di Nazareth.
Ricordo negativo della loro esperienza in parrocchia.
I giovani non riescono a cogliere la novità del Vangelo.
Come leggo i dati:
Da una parte la generazione degli adulti ha smesso di testimoniare la fede, dando minore importanza alla propria fede personale. Qui c’è la grande rottura tra catechismo e la pratica. Diamo eccessiva enfasi al catechismo parrocchiale.
Il primo annuncio sono gli occhi dei genitori. Si trasmette la fede pregando. Nessuno dei nostri giovani si ricorda dei genitori in preghiera. Gli adulti non negano il cristianesimo, però nella vita pratica non c’è fede. Negli ultimi anni gli adulti sono aumentati. Oggi ogni bambino ha più genitori. La platea degli adulti di riferimento è enorme.
Cosa è successo a questi adulti? E’ cambiato il senso dell’essere adulto. Ci sfuggono le cose che vediamo tutti i giorni. Questa generazione vuole essere giovane a tutti i costi. E’ una generazione che ama la giovinezza più dei giovani e gli adulti non s’interessano più dei loro ragazzi. E’ una ricerca impossibile della giovinezza.
L’aggettivo giovane è abusato. C’è una lotta per togliere la parola vecchiaia. Diventiamo vecchi dopo la morte.
Quello che viene venduto per la pubblicità è tutto ciò che ha a che fare con la giovinezza. Censuriamo la vecchiaia e quindi la malattia.
Non siamo più in grado di parlare di morte. Non vediamo più i bambini ai funerali. Cambia il linguaggio: nessuno parla più della morte.
Il Vangelo va da un’altra parte. Le istruzioni per credere sono state messe da parte. I giovani ci dicono che non vedono più nessun adulto credente.
Che cosa è degno del mio desiderio?
Oggi c’è il mito della giovinezza: devo restare giovane.
Le generazioni oggi vivono in mondi separati.
Il compito delle comunità è rievangelizzare gli adulti. Impegnarsi a dire che essere adulti è importante, ci vuole dignità. Abbiamo bisogno di adulti.
Chi è l’adulto? E’ colui che è capace di rispondere ai figli del mondo. La vita umana ha delle leggi. Siamo fatti di mancanza, di desideri. Mettiamo dei figli al mondo è perché sappiamo che poi ce ne andiamo. I padri stanno mangiando i figli.
Adulto è colui che vuole il bene dei propri figli. L’amore non è volere bene, ma il bene dell’altro. E’ una decisione. Volere il bene dell’altro significa resistere. Farsi odiare e restare da soli: è il rischio dell’amore.
Adulto è colui che sa dimostrare che la vita umana è degna del nostro desiderio anche dentro l’apocalisse. La vita è più forte di noi. Il mondo è fatto per gente che si dà sino in fondo.

C’è vita oltre la giovinezza.
Fare degli adulti così cosa. Una volta si moriva prima. E’ faticoso fare l’adulto. C’è bisogna di forza. Ecco cosa serve la fede: per essere adulto fino in fondo. Capacità di mettere al mondo nuovi soggetti. Noi attingiamo ciò attraverso la preghiera. Bisogna insegnare a pregare di nuovo.
Ci vuole anche una comunità più accogliente.
C. Tayor: oggi ai cristiani manca la gioia. Capacità della festa.
Esodo 5,1. Alla richiesta di una festa il faraone risponde con maggior lavoro. Il faraone non ha paura di gente che lavora, ma della festa, di gente che si mette a lodare Dio. Quando facciamo festa ci liberiamo dalle preoccupazioni.
Creare comunità.



mercoledì 9 dicembre 2015

SINTESI DELL'ESPERIENZA BRASILIANA





[testo pubblicato nel libro sui 50 anni della presenza reggiana nella diocesi di Ruy Barbosa]
Sono arrivato in Brasile il 14 gennaio del 1999 e sono tornato il 23 maggio del 2013.
Ho celebrato la mia prima messa in portoghese il giorno di pentecoste del 1999 nella chiesa Matriz di Ipirà ed ho celebrato la mia ultima messa in Brasile il giorno di pentecoste del 2013 nella stessa chiesa.

Il primo anno l’ho trascorso in Ipirà. E’ stato un anno nel quale ho messo a punto la lingua portoghese e mi sono dedicato alla conoscenza delle storia della chiesa e della cultura brasiliana. E’ stato un anno affascinante, in un certo senso una nuova nascita. Sono rinato in una nuova cultura e all’interno di una chiesa diversa da quella dalla quale provenivo. Sono dovuto morire molte volte per fare spazio alla nuova vita, al nuovo modo di vivere, di pensare, di celebrare e pregare. Sono dovuto morire alla tentazione di voler insegnare come si vive, celebra, prega. Imparare un idioma significa ritornare bambino, lasciarsi guidare, istruire.
Un giorno il vescovo don Andrè mi chiese se ero disponibile ad assumere la parrocchia di Miguel Calmon, divenuta improvvisamente vacante. Risposi immediatamente di sì. Non vedevo loro di immergermi nella nuova realtà, di conoscere persone, un modo diverso di essere chiesa per cercare d’inserirmi.
Dall’11 febbraio del 2000 al 6 febbraio del 2005 ho servito come parroco la parrocchia di Miguel Calmon, che dista circa 160 Km da Ipirà e 400 da Salvador. Sono arrivato al venerdì pomeriggio e il lunedì successivo ero già per le vie dei quartieri a visitare le famiglie, a conoscere e farmi conoscere. Annotavo in un diario tutto ciò che vedevo, che pensavo e poi lo condividevo con il consiglio pastorale e con altre persone che lentamente andavo scoprendo nella comunità.

Assieme ad un mio amico, Gianluca Guidetti, che dopo alcuni mesi mi raggiunse per condividere il cammino, decidemmo di abbandonare la casa parrocchiale, per andare a vivere in un quartiere povero: poveri in mezzo ai poveri. Ci sembrava il modo migliore per incarnare il Vangelo in un contesto di famiglie povere, per avvicinarci a loro senza far sentire nessun tipo di distanza. Pensando a quegli anni di grande entusiasmo spirituale mi viene da ringraziare il Signore per la sua grande bontà e misericordia nei nostri confronti. Mentre Gianluca si dedicava al lavoro pastorale nel quartiere, io mi occupavo delle circa 70 comunità della parrocchia. Il mio desiderio era quello di vivere vicino alla gente, di celebrare l’Eucarestia a partire da una relazione il più possibile vicina alle persone con le quali condividevo l’eucarestia. Dopo due anni, frutto del dialogo nei consigli pastorali e con il continuo dialogo con i leaders, dividemmo la parrocchia in otto regioni, in modo tale che ogni due messi riuscivo a passare in tutte le comunità. Partivo al lunedì pomeriggio e tornavo al venerdì sera. Trascorrevo la settimana in una regione dormendo e mangiando nelle case delle persone delle comunità che incontravo. Durante la settimana oltre a celebrare le messe, visitavo le famiglie, incontravo i giovani e i bambini sia nelle scuole che nelle cappelline. Con questo tipo di lavoro era venuto a conoscenza dei vari problemi delle comunità che discutevo nei consigli pastorali. Come mi piaceva questa vita! Che regalo grande mi è stato fatto dandomi l’opportunità di realizzare questa esperienza. A volte, trovandomi in bicicletta andando per le comunità era così grande la gioia e il senso di pienezza che avvertivo dentro di me, che desideravo che il tempo non passasse mai.
Oltre al lavoro pastorale nelle comunità nei primi due anni di Miguel Calmon lavorai molto con i giovani formando gruppi in tutti gli undici quartieri. Con i giovani ho lavorato in due direzioni. Da un lato cercavo di formare gruppi giovani locali per avere dei punti di riferimento sul luogo. A questo primo livello, oltre agli incontri settimanali, organizzavamo momenti aggregativi: feste, celebrazioni, gite, ecc. Oltre a ciò organizzavo periodicamente delle giornate di ritiro, di studio e delle settimane di esercizi spirituali. Negli ultimi due anni si era formato un gruppo di circa 20 giovani che partecipava alle settimane di esercizi spirituali. Tra questi, alcuni hanno abbracciato la vita religiosa e uno è attualmente in seminario a Feira di Santana. Sollecitati dai tanti giovani incontrati sin dal primo anno abbiamo iniziato ad allestire una biblioteca, che ha poi dato vita ad un’associazione culturale (ACMOR- Associazione Culturale Moringa) che aveva l’obiettivo di promuovere la cultura tra i giovani e d’intervenire nelle situazioni sociali di rischio. Molti eventi sono stati realizzati da quest’associazione, che negli anni si è estesa anche in altre città – Tapiramutà, Ruy Barbosa e Pintadas – per cercare di offrire strumenti alle nuove generazioni per uscire dalle situazioni di povertà e tentare percorsi di vita più dignitosi. Tra questi ricordo il corso in preparazione all’esame di accesso all’università, corsi di formazione politica e i tanti corsi di formazione organizzati in collaborazione con i municipi locali e con i patrocini dello Stato della Bahia.

Significativo è stato il lavoro formativo con gli adulti. Nei cinque anni di Miguel Calmon tutti i mesi incontravo alla domenica i leaders sia delle comunità rurali che della città. Ogni anno abbiamo lavorato sul tema scelto dagli stessi leaders. Preparavo il materiale e lo presentavo nel giorno dell’incontro formativo. Abbiamo approfondito gli articoli del Credo, i sacramenti, il Concilio Vaticano II, oltre chiaramente alla presentazione dei principali documenti della Conferenza Episcopale Brasiliana usciti in quel periodo. Era bello trovare il salone pieno di gente – 150/200 persone – che con molto interesse seguivano il corso di formazione dalla mattina alla sera. Un altro momento formativo molto importante rivolto agli adulti delle comunità della città è stato lo studio biblico settimanale, frequentato da circa 90 persone divise in due gruppi. Ogni anno sceglievamo il libro biblico da approfondire e ogni settimana approfondivamo un capitolo[1].
Nel giugno del 2003 mi venne fatta la proposta di insegnare filosofia nella nuova facoltà teologica di Feira di Santana, che dista circa 270 Km da Miguel Calmon. La Facoltà Teologica nasceva dalla volontà di alcune diocesi della regione di prendersi a cuore il futuro della chiesa locale e così lavorare con maggior attenzione alla formazione di un clero autoctono. Dopo aver detto di no per ben tre volte – mi piaceva troppo la vita che stavo conducendo! - accettai. Il 2004 fu un anno pesantissimo. Tutte le settimane trascorrevo due giorni insegnando alla facoltà e poi tornavo immergendomi nella vita delle comunità. Arrivai alla fine dell’anno così esausto che il vescovo ebbe pena di me e decise di spostarmi in una parrocchia più piccola e più vicina alla facoltà. Fu così che arrivai a Tapiramutà.

Dal 13 febbraio 2005 al 31 gennaio 2010 sono stato parroco di Tapiramutà. Una caratteristica di questa città è che, molto più che in altre della Bahia, le persone, soprattutto uomini e giovani, emigrano in cerca di lavoro. Oltre ad una migrazione esterna, Tapiramutà è una città di fortissima migrazione interna. Di fatto, nei mesi di maggio-agosto, camion pieni di gente, uomini e donne, si dirigono all’alba verso i grandi latifondi di caffè, che si trovano nelle campagne di Tapiramutà. Se da un lato questo può presentare aspetti positivi, come la possibilità di un lavoro e di guadagnare due soldi, dall'altro il lavoro nelle grandi fazende di caffè produce una serie infinita di problemi sociali, primo fra tutti le tanti situazioni di schiavitù. Dal punto di vista pastorale Tapiramutà è una parrocchia molto recente – 1979 – e di conseguenza poco organizzata e strutturata. Come a Miguel Calmon, anche a Tapiramutà iniziai a conoscere la realtà sia andando a vivere nel quartiere più povero, sia trascorrendo giornate nelle comunità a contatto con la gente. Mi è sempre piaciuta l’idea di una chiesa povera che vive in mezzo ai poveri, che non perde tempo ad abbellire gli edifici, ma si sporca le mani vivendo a contatto con la gente. Il lavoro pastorale maggiore di questa parrocchia è stato quello di formare comunità, rafforzare la formazione degli adulti, costituire i consigli pastorali. La novità di Tapiramutà è stata la presenza del Movimento dei Senza Terra e gli accampamenti di famiglie in cerca di ottenere un pezzo di terra. Ricordo con dolore la storia triste di un gruppo di famiglie che per dieci anni hanno vissuto sotto dei tendoni di plastica, coltivando quello che potevano, in attesa di una risposta dallo Stato sino a quando una notte, il padrone della terra mandò alcuni uomini per bruciare tutto. Storie di questo tipo mi hanno messo a contatto con la durezza di cuore dei ricchi e la sofferenza dei poveri, mostrandomi senza tanti giri di parole la verità di tanti salmi e di brani di Vangelo. Per molti aspetti anche se Tapiramutà era una parrocchia più piccola, dal punto di vista pastorale è stata molto più impegnativa di Miguel Calmon. Se, infatti, in quest’ultima trovai molti laici disponibili alle attività delle comunità, poca è stata la risposta nei primi anni a Tapiramutà. Mi ricordo la sensazione di smarrimento che provai nei primi incontri formativi che organizzai a Tapiramutà e nelle prime celebrazioni eucaristiche: percepì che negli anni trascorsi a Miguel Calmon mi ero abituato troppo bene. In ogni modo non mi feci abbattere dalla realtà e tentai di dare valore al lavoro pastorale di coloro che mi avevano preceduto e tentai anche nuovi percorsi. Tra questi segnalo il lavoro pastorale fatto con i giovani sia nei quartieri che nelle scuole e, soprattutto, il grande lavoro di formazione politica in un contesto nel quale la corruzione politica dilagava in modo impressionante. Anche a Tapiramutà abbiamo realizzato molti ritiri spirituali e settimane di esercizi. Abbiamo trasformato la casa parrocchiale, che non utilizzavo perché ero andato a vivere in una casa di un quartiere povero della città, in una casa d’incontri formativi e di ritiri. Con i tanti giovani incontrati nei ritiri spirituali, nei gruppi, nelle scuole e nei corsi attivati dall’Associazione Culturale, assieme anche a diversi adulti sensibili al problema, abbiamo costituito il Movimento Fede e Politica. Nella mia esperienza brasiliana la partecipazione a questo movimento è stata molto significativa. Sin dai tempi di Miguel Calmon, quando entrammo a conoscenza di questa organizzazione, che lavorava per aiutare le persone a prendere coscienza del loro ruolo di cittadini e di lottare contro ogni forma di corruzione politica, causa principale dell’arretramento economico e sociale delle città e della povertà diffusa, facemmo di tutto per portarlo anche nella nostra realtà. Ci sembrava infatti, che la proposta del Movimento fede e Politica era in linea con quello che andavamo cercando. Ci rendevamo sempre più conto che era impossibile aiutare le famiglie povere solamente offrendo delle risposte assistenziali, ma occorreva lavorare sulle cause, offrire, cioè degli strumenti alle persone per uscire con le loro mani dalle situazioni di emergenza. Se l’Associazione Culturale lavorava con l’intento aiutare le giovani generazioni a comprendere meglio la realtà nella quale vivevano, Il Movimento fede e Politica ci aiutava a realizzare qualcosa di concreto in questa direzione. I tanti corsi di formazione politica messi in piedi in tanti anni e in tante città avevano come scopo di aiutare le persone non solo ad aprire gli occhi e di uscire dai tanti cammini di corruzione messi in atto dal potere locale, ma di denunciare le forme di corruzione per promuovere in questo modo un mondo più giusto e solidale. CI rendevamo sempre più conto che era impossibile annunciare il Vangelo, celebrare delle messe in questo contesto senza fare nulla per contrastare la corruzione politica dilagante, che coinvolgeva tantissime persone. Se a Miguel Calmon l’adesione al Movimento Fede e Politica era stata piuttosto scarsa, ben diverso fu la risposta di Tapiramutà. Ho raccontato questa storia in un libro[2] quindi non mi dilungo. M’interessa solo sottolineare che nell’esperienza pastorale di Tapiramutà trovammo una bella sintesi tra la fede alimentata dalla Parola di Dio e nell’Eucarestia e l’impegno a favore dei poveri. Alla fine di dicembre del 2009 il vescovo don André mi comunica che si era liberata la parrocchia di Pintadas, che dista 150 km dalla sede della Facoltà nella quale insegnavo e che quindi a partire dal prossimo anno avrei cambiato nuovamente parrocchia. E’ stato bello e commovente vedere, come del resto era successo a Miguel Calmon, l’affetto dei giovani e delle tante persone incontrate nelle comunità che fecero di tutto per non perdermi, organizzando carovane per incontrare il vescovo e chiedere la mia permanenza nella parrocchia. Non era tanto per me, ma questo tenace sforzo voleva esprimere il valore che veniva dato al cammino costruito assieme. Vari preti in Italia hanno ironizzato sui miei frequenti spostamenti di parrocchia in Brasile. Ebbene, l’unica motivazione di questi è stato l’avvicinamento alla facoltà nella quale insegnavo, proposta che, come ho scritto sopra, è stata contro la mia volontà, nel senso che non l’ho cercata, ma alla quale mi sono piegato per servire meglio la chiesa.

Dal 14 febbraio 2010 al 29 aprile 203 ho servito la parrocchia di Pintadas. Sono giunto a Pintadas in condizioni fisiche e mentali penose. L’estenuante lavoro pastorale e di studio realizzato negli ultima anni aveva davvero messo a dura prova le mie forze. Prima di entrare a Pintadas trascorsi una settimana nel Monastero Carmelitano di clausura di Bonfim, dove vivevano otto suore. Da quando avevo conosciuto il Monastero nel 2001 l’avevo tenuto come punto di ristoro spirituale. Solitamente trascorrevo nel Monastero di Bonfim una settimana a gennaio e una a giugno. Andando con la mente agli anni trascorsi in Brasile il Monastero di Bonfim è stato nel mio cammino un punto di riferimento fondamentale. La realtà pastorale della parrocchia di Pintadas è molto positiva. Dietro, infatti, c’è una storia fatta di preti e suore che hanno dedicato tempo per la formazione delle comunità di base. Ci sono soprattutto laici e, in modo particolare e sorprendente, tanti uomini. La caratteristica che più mi ha colpito di questa parrocchia rispetto alle altre è la missionarietà. Pintadas è ancora oggi una parrocchia missionaria. Infatti, due domeniche al mese, da trent’anni a questa parte, un gruppo di persone adulte che varia dalle 30 alle cinquanta unità, si dirige per visitare una comunità. Si ritrovano assieme in chiesa per un momento di preghiera e poi partono chi in pulman, chi in moto per una comunità. Arrivati a destinazione si dividono in coppie per visitare tutte le famiglie, proponendo una pagina di Vangelo previamente scelta e invitando le persone incontrate alla celebrazione pomeridiana nella cappella della comunità. Lo stile missionario di questa parrocchia ha avuto come esito positivo il coinvolgimento di molti adulti nella vita delle comunità di base. Negli anni trascorsi a Pintadas ho cercato di dare continuità alla bella realtà ecclesiale incontrata dando un occhio di riguardo al percorso formativo dei giovani.

Nel periodo di Pintadas sono venuti a maturazione alcuni aspetti del mio ministero negli anni trascorsi in Brasile. Tra il 2011 e il 2012 abbiamo moltiplicato i corsi di formazione alla politica in molte città non solo della nostra diocesi di Ruy Barbosa, ma anche di altre. Questi corsi venivano organizzati soprattutto in occasione delle elezioni municipali. Ho sempre finalizzato in questi periodi elettorali il cammino della chiesa con l’impegno contro la corruzione. Veniva spontaneo coinvolgere non solo i giovani, ma anche gli adulti nell’impegno per una società più giusta, ispirarsi ai profeti per denunciare le forme di corruzione e uscire così dai cammini dell’omertà. Negli ultimi anni della mia esperienza brasiliana ho avuto anche l’opportunità di condividere la Parola con religiosi, sacerdoti e vescovi di varie diocesi attraverso la predicazione di settimane di esercizi spirituali. In questi momenti ho avuto la possibilità di venire a conoscenza anche delle problematiche ecclesiali e sociali di zone del Brasile molto distanti e differenti da quella dove operavo. Molto importante si è rivelata anche l’esperienza dell’insegnamento alla Facoltà Cattolica di Feira di Santana. Nei dieci anni d’insegnamento ho avuto modo di conoscere i seminaristi delle sette diocesi della regione, di scambiare con loro opinioni non solo sul cammino della chiesa, ma anche sui problemi sociali e politici delle città di provenienza. Molto positiva, infine, è stata anche la partecipazione ai Social Forum sia continentali che mondiali e anche ai congressi continentali di teologia della liberazione. E’ stato in questi contesti che ho compreso come sia importante per un presbitero avere un respiro più grande, ascoltando e confrontandosi con esperienze diverse, capire così la responsabilità di coinvolgere le persone delle comunità e delle parrocchie dentro il respiro del mondo, per non correre il rischio di morire asfissiati dall’aria viziata di chiuso.[3]




[1] Ho raccolto le riflessioni di questo periodo nel libro: Il futuro del Vangelo. Dal Brasile domande e proposte per la Chiesa, EMI, Bologna 2010.
[2] Cfr. P. CUGINI, Rivoluzione. Quando il Vangelo smuove le montagne. Diario di una trasformazione non violenta nel Nordest brasiliano, EMI, Bologna 2014.
[3] Ho espresso uno sforzo di sintesi del lavoro pastorale realizzato negli anni in Brasile nei seguenti articoli: Con i poveri senza demagogia, Prospettiva Persona, Teramo 61 (2007) 18-28; Fame e sete di giustizia. Un’esperienza di chiesa nel Nordest brasiliano, Testimonianze, Firenze, 461 (2008) 95-112; Risvegliare le coscienze. Il caso Bahia, Testimonianze, Firenze 488-489 (2013) 139-147; Dal punto di vista dei poveri, in Testimonianze, Firenze 498-499 (2015) 120-130.


domenica 6 dicembre 2015

LA MESSA VISTA DAI BAMBINI





CHE BELLA MESSA!
Paolo Cugini
E’ stata questa l’espressione che un bambino mi ha rivolto alla fine della celebrazione eucaristica realizzata sotto il tendone negli spazi della parrocchia. Me lo ha detto con il sorriso sulle labbra e rafforzava così il sentimento di gratitudine e di soddisfazione per aver partecipato a qualcosa di bello, di significativo, per nulla diverso dagli altri momenti che caratterizzano il Campo Estivo.  Senza dubbio questo bambino ha sentito che la messa celebrata al Campo Giochi era qualcosa di vivo, presente alla sua vita, comprensibile, che esprimeva dei significati inerenti alla sua vita di bambino. Il sorriso di questo bambino nel manifestare la sua gioia per la Messa celebrata significa che per lui la vita del Campo Giochi era ben manifestata nella celebrazione appena terminata. A questo bambino è piaciuta la Messa perché in un certo senso, l’ha colta come parte integrante di quello che stava vivendo: la celebrazione eucaristica stava esprimendo la sua vita di bambino.

Le parole del bambino del Campo Giochi mi hanno fatto molto riflettere durante le settimane seguenti. Pochissimi dei bambini presenti ho rivisto in Chiesa alla domenica. Lo stesso ho constatato per i genitori presenti numerosi alla bellissima festa di fine Campo: pochissimi alla messa alla domenica. Senza dubbio molte famiglie approfittano del fine settimana estivo per trascorrerlo in qualche posto turistico, o al mare o nei monti. E’ anche vero, però, che molti genitori non sono più abituati a considerare la domenica come il giorno del Signore: perché? La risposta che mi viene immediatamente in mente è che, probabilmente, gli adulti non trovano nella celebrazione domenicale quei contenuti dei quali si alimentano nella vita di tutti i giorni. E’ come se la messa domenicale fosse qualcosa di estremamente diverso da quello che è la vita, dai suoi problemi. Da una parte la vita con le sue esigenze e, dall’altra, il culto, la liturgia con le sue dinamiche, i suoi riti che sembrano animare un sacro che non dice più nulla, o perlomeno poco, alla vita concreta della gente. Vita e liturgia come due mondi separati e distanti che sembrano inconciliabili. Forse è questo il motivo dell’allontanamento dalla liturgia domenicale di tanti adulti (tutti battezzati)?


Mentre pensavo a questi problemi che per me come prete sono di estrema importanza, mi venivano alla mente le parole di un fascicoletto letto poco tempo fa, che riportava un fatto avvenuto nei primi secoli della Chiesa. L’imperatore Diocleziano aveva proibito di celebrare la messa domenicale e avrebbe punito gli infrattori con la morte. Alcuni centurioni, in un giro di perlustrazione nelle campagne romane, scoprirono in un casolare un piccolo gruppo di adulti celebrando la Messa. Alla domanda dei centurioni sulla conoscenza del decreto di Diocleziano che proibiva di celebrare la Messa domenicale e sui motivi della disobbedienza, il gruppetto rispose: “Senza l’Eucarestia non siamo nulla. Senza la Domenica la nostra vita è vuota”. Questo gruppo di persone, tra i quali c’era un sacerdote, un diacono e un gruppetto di sposi, rischiò la vita e la persero per poter celebrare la messa domenicale. Ciò significa che per loro la Messa diceva qualcosa alla loro vita e che quello che celebravano aveva una ricaduta immediata sul loro vissuto quotidiano. Credo che le parole del bambino del Campo Giochi e questa testimonianza della prima comunità cristiana offrano spunti per una riflessione sul nostro modo di celebrare l’Eucarestia domenicale. Dovremmo riprendere in mano il Vangelo e confrontarci per capire il significato del rito che celebriamo alla domenica. Se la messa domenicale è ridotta ad un puro precetto da rispettare probabilmente non potrà dire molto alla vita della gente in un mondo sempre più secolarizzato (grazie a Dio). Forse questo scollamento tra fede e vita, fra le liturgie che celebriamo e la vita concreta delle persone dovrebbe produrre in noi il desiderio di andare alle fonti, per capire i motivi di questo scollamento e, soprattutto, per capire se quello che stiamo celebrando è nella modalità di colui che l’ha inventata. Probabilmente sfogliando attentamente le pagine del Vangelo scopriremmo che Gesù non ha voluto inventare un rito, ma indicare uno stile di vita. Quel pane spezzato e quel vino donato ai discepoli nell’ultima cena, non sono altro infatti, ce la sintesi della vita di Gesù: una vita donata gratuitamente per gli altri. E allora quando ci avviciniamo alla Chiesa alla domenica per partecipare del culto eucaristico dovrebbe essere esattamente per questo: alimentarci dello stile di vita di Gesù, per svuotarci dallo stile che il mondo tutti i giorni ci impone. Se ci accostassimo alla mensa eucaristica con queste intenzioni, probabilmente non lo vivremmo più come un semplice precetto, ma come un bisogno vitale dell’anima. Se avessimo chiara l’idea che nella Messa non stiamo celebrando un semplice rito, ma il senso profondo della vita, allora ci preoccuperemmo di come è celebrato. Come diceva qualcuno: la prima e più autentica forma di evangelizzazione in una comunità deriva dai riti che celebra. I riti che celebriamo sono il termometro della vita di fede di una comunità.

sabato 5 dicembre 2015

REGGIO CONTRO LE MAFIE




Sala consiglio Comunale RE

Venerdì 4 dicembre 2015
Decima iniziativa


Sintesi: Paolo Cugini

 LUCA VECCHI

Che cosa le istituzioni pubbliche possono fare? Adoperarsi, un controllo adeguato. Investire in una strategia della legalità, formazione. Portare avanti azioni quotidiane che sia in grado di dare conseguenze.
Il lavoro che la comunità deve fare è sulla cultura, riconoscere il fenomeno mafioso per sconfiggerlo. La forza delle istituzioni e la credibilità sono un grande deterrente per le mafie. Idea di una società aperta che si contrappone alla società chiusa nella paura. In questa prospettiva è molto importante l’unità della comunità. La battaglia politica non può impoverire il cammino dell’unità.

Centro di documentazione contro le mafie.
Sito: reggiocontrolemafie.it

Roberto Scarpinato, Il ritorno del principe
Dobbiamo liberarci dagli stereotipi. Mafia come criminalità.
La mafia si è trasformato in un’agenzia che offre beni di massa. Stupefacenti, prostitute, gioco d’azzardo, ecc.
Droga è cresciuta molto il consumo con la nascita della nuova borghesia cinese, indiana. Nei prossimi anni il 15% della popolazione consumerà droga.
Il problema è politico perché il capitale in mano alle mafie può diventare così ingente da condizionare l’economia.
Il vero nemico sono i vizi dell’uomo normale. E’ la banalità del male il nemico.
Oggi sono gli imprenditori che cercano i mafiosi perché riescono ad abbattere i costi.
Il fenomeno del rapporto con la mafia è ormai di massa.
Gli imprenditori mafiosi sono inseriti nel tessuto sociale e distruggono la concorrenza.
La mafia che non fa rumore cambia il rapporto con l’imprenditore. La mafia nuova viene incontro alla tua domanda e interagisce sul territorio con l’economia.
Gli strumenti della giustizia che abbiamo è per una mafia violenta e non per la mafia silente, la mafia che non ha bisogno di utilizzare la violenza.
Le mafie entrano nel territorio con la corruzione. L’uomo comprato è un complice.

GIANCARLO CAPALDO
Responsabile del gruppo antiterrorismo a Roma.
Sempre di più nel mondo moderno si afferma l’esigenza della sicurezza, perché senza questa non c’è libertà. Una società debba cercare una via di mediazione frutto dell’equilibrio. Spesso in un clima di esasperazione.
Oggi c’è molta tensione. Il momento militare può creare ostacoli. I fatti gravi bisogno anticiparli.
Consapevolezza dei cittadini di poter partecipare per vedere che cosa emerge. Ora non sappiamo ancora nulla. Non ci basta la sentenza, ma tanti soggetti che hanno collaborato senza costituire condotte sanzionabili dal punto di vista giuridico.

CARLO LUCARELLI
Mi sono stupito perché ci siamo stupiti perché probabilmente si erano crogiolati nell’dea di essere diversi e queste cose non succedono da noi.
Siamo come tutti. Questo processo deve restare qui perché se viene spostato conferma il pregiudizio che siamo diversi e che queste cose non ci appartengono.
Siamo diversi nella pragmaticità.

Modalità di radicamento delle mafie
La corruzione è un’emergenza criminale superiore alla Mafia. La corruzione ci viene a costare 60 miliardi di euro all’anno, che si prendono dallo stato sociale.
Abbiamo una corruzione che sta impoverendo sempre id più il ceto medio.
Oggi la corruzione è gratis, non costa nulla.
Regime della prescrizione. C’è una forma criminale che distrugge lo stato sociale, che mette in ginocchio il paese. Oggi il nuovo criminale è il mafioso con il colletto bianco.
C’è una fetta di capitale dirigente a Roma che non vuole essere controllato.
La mafia si muove ormai sul filo della corruzione e qui siamo scoperti.













martedì 1 dicembre 2015

CONTRO LE NUOVE MAFIE







Venerdì 4 dicembre 2015 alle ore 20.45 nella Sala del Tricolore (piazza Prampolini n' 1)

 si terrà l’incontro, aperto alla cittadinanza, dal titolo:


CONTRASTARE NUOVE MAFIE E TERRORISMO



 Ingresso gratuito.

Sarà realizzato un dialogo-intervista con ospiti:

- Roberto Scarpinato, procuratore generale di Palermo, autore del libro “Il ritorno del principe”;

- Giancarlo Capaldo, procuratore aggiunto di Roma, responsabile del pool antiterrorismo, già coordinatore della Direzione Distrettuale Antimafia, autore del libro “Roma mafiosa”;

- Carlo Lucarelli, scrittore e giornalista Rai.

Conduce: Elia Minari, coordinatore di Cortocircuito, associazione culturale antimafia di Reggio Emilia.

Saluti di:
Luca Vecchi, sindaco di Reggio Emilia;
Natalia Maramotti, assessora a Sicurezza e cultura della legalità.