giovedì 6 luglio 2017

EVANGELIZZARE: COMPITO E COMPITI DELLA CHIESA



CUM VERONA 6 LUGLIO 2017


Relatore: don Luciano Meddi (Università Urbaniana)
Sintesi: Paolo Cugini

Alcuni nodi sono a livello d’interpretazione delle parole fondative. SI deve ritornare a discutere sulla realtà che è alla base dell’evangelizzare.
Evangelizzazione:
·         un termine in discussione
·         questione teologica
Un termine in discussione. Nella chiesa post conciliare abbiamo utilizzato diverse espressioni significa che non c’è un consenso su questo termine. Evangelizzazione:
·         predicare, evangelizzare
·         annunciare
·         proporre
·         comunicare
·         trasmettere
·         nuova evangelizzazione
Il sinodo del 2012 è per la trasmissione della fede nonostante i teologi sostengono che si tratti invece di testimonianza.
Alcune polarizzazioni:
-          Rinnovamento del messaggio: Parola di Dio
-          Rinnovo delle azioni

La nuova evangelizzazione si dice che non è nuova per il contenuto, ma per le strutture, i modi. Forse questa analisi dice della morte dell’evangelizzazione. Il grande problema è il rinnovamento del messaggio. Ci siamo dimenticati di altre due indagini importanti:
-          Chi è il soggetto dell’evangelizzazione? Non è la Chiesa, che ha un compito.
-          Il dinamismo. Come funziona l’evangelizzazione? Non in senso pratico, ma il dinamismo teologico.
Disambiguare la tradizione? C’è tutto il peso dell’interpretazione mandato missionario.
Chi sono i soggetti: Dio e l’uomo. L’evangelizzazione è il percorso che va dall’uno all’altro e quindi è un processo.
Qual è la dinamica? Illuminazione (cultura) ed esperienza salvifica. Dinamica di comprensione e illuminazione. L’evangelizzazione è una proposta culturale. Il contenuto è la storia personale e del mondo.

Il processo è ermeneutico. C’è evangelizzazione quando le persone interpretano se stessi e la storia in modo salvifico.
Il Contenuto è il Vangelo.
Riportare l’Evangelizzazione al Vangelo (EG).
Chi evangelizza è la trinità e non la Chiesa. Propone buone soluzioni. Questa attività di Dio sta dentro alla libertà della persona. È la logica del: se vuoi. La chiesa ha un ruolo di mediazione.
Il problema è capire quale idea di Trinità ho.

Come Evangelizza il Padre? Ponendo se stesso come fondamento, come termine della storia del cosmo. L’uomo se vuole ha un punto di riferimento per la sua realizzazione. Le tracce di questa evangelizzazione le trovo nel cosmo e nei processi di liberazione umana.

Come evangelizza lo Spirito? In quanto energia presente nel cosmo e nella storia. Ci sono delle tracce:
-          Le forme di coscienza in evoluzione
-          Le conversioni interiori
-          Le guarigioni interiori
-          I processi di unificazione e donazione
Come evangelizza Gesù?
Attraverso la sua testimonianza e la sua collaborazione al Padre
Tracce:
-          Nel Vangelo vissuto
-          Le sue azioni
-          Segno di liberazioni inaugurati
Gesù si è lasciato evangelizzare dallo Spirito: mosso dallo Spirito…
Evangelizzazione come azione trinitaria.

Il contenuto dell’evangelizzazione: Dio è nella storia degli uomini. La buona notizia è che Dio è presente nella storia.
Parlando dell’evangelizzare della Trinità a livello di significato si utilizza il significato al termine rivelazione. Il Vaticano II non ha dato un testo fondativo sull’evangelizzazione, in realtà il fondamento dell’evangelizzazione si trova in Dei Verbum. L’evangelizzazione nel suo mostrarsi diventa rivelazione e la rivelazione è un’evangelizzazione. Attraverso l’approfondimento della rivelazione possiamo comprendere ancora di più. Rivelazione non è un sostantivo ma un verbo: l’agire di Dio. È un dinamismo. Dei Verbum ci ha fornito alcune indicazioni: manifestazione, comunicazione di energia. L’evangelizzazione letta come rivelazione: applichiamo gli stessi criteri che applichiamo alla rivelazione. Entra nei processi umani e poi diventa contenuto, ma anzitutto è un processo.

La rivelazione è comunicazione ma soprattutto interpretazione. È la comunità che rilegge e interpreta. L’evangelizzazione è un’interpretazione: è la capacità di leggere la realtà in un determinato modo.
L’evangelizzazione è un’ermeneutica.
L’evangelizzazione diventa scrittura attraverso l’intervento di una comunità. Questo in Gesù è presente.
Paolo: ora possediamo il modo di pensare.

L’uomo uditore della Parola. Il processo di evangelizzazione come rivelazione dio senso è già scritto nel cuore dell’uomo.
-          Il soffio
-          La struttura conoscitiva
-          La struttura spirituale
-          Le religioni da millenni stanno cercando di comprendere Dio
-          La fede

L’uomo come essere bisognoso di Dio. Abbiamo bisogno del Vangelo. Il Concilio (GS, AG) riconosce che nella struttura umana c’è una serie di aspirazioni. È lo Spirito che ci mette dentro alcuni desideri. C’è rivelazione perché ne ho bisogno e me ne accorgo perché dentro di me ci sono delle inquietudini. La crescita umana si distingue da quella animale perché c’è bisogno di orientamento.

L’evangelizzazione funziona se lo metto dentro il progetto della persona. L’evangelizzazione funziona all’inizio come intuizione: vivere così mi fa bene.
Poi c’è l’abilitazione. Mi abilito a. Se capisco che i soldi possono rovinarmi mi abilito a.
Poi tutto ciò diventa scoperta come continua presenza di Dio nella vita della persona. Qui c’è la penetrazione del dibattito culturale.

Dio è fondamento, orizzonte, senso della vita. Ho intuito che lì c’è il mio bene.
Pericolo: cercare lo slogan che cattura di più.

Processo dell’evangelizzazione non è separabile dal processo d’interpretazione. Negli ultimi trent’anni è stato bloccato questo processo.
L’evangelizzazione è servizio all’auto comunicazione di Dio. È un dato precedente alla chiesa
L’evangelizzazione è realtà spirituale. È dinamica. È orientamento, è il dono di capire la realtà. È promessa e impegno. 

lunedì 3 luglio 2017

QUALE CONTRIBUTO DEI MISSIONARI RIENTRATI?




INCONTRO CON I COMBONIANI
PESARO 27 GIUGNO 2017
Paolo Cugini
Domande preliminari:
a.      Quali spazi e quale pastorale per i missionari rientrati?
b.      Che contributo possono offrire nel contesto della pastorale italiana?

Alcune indicazioni pastorali
Il primo importante contributo è l’attenzione alla singola comunità. C’è in atto in Italia un nuovo disegno della mappa pastorale. La maggior parte delle diocesi stanno ristrutturando la presenza pastorale attraverso le Unità pastorali, accorpando diverse parrocchie di un territorio. Spesso questo accorpamento porta con sé la crisi delle comunità locali. Il motivo di questa crisi è dovuto alla modalità del parroco dell’UP di gestire questa nuova configurazione pastorale. Occorrono alcuni passaggi che siano segno di un cambiamento di mentalità.

a.      Passaggio dalla centralità del prete alla centralità della comunità
b.      Dalla centralità dell’Eucarestia alla centralità del Battesimo

Mi sono chiesto: quali sono gli aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno orientando le nostre scelte pastorali.

1.      Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero. Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa. L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente della comunità.  Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è mai).

2.      Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti (della catechesi, della pastorale giovanile, famigliare, ecc.). Secoli in cui il parroco ha sempre deciso tutto da solo porta con sé la fatica di pensare insieme e di scegliere insieme. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti assembleari senza la necessità che il parroco sia presente. Aiutare i fedeli ad assumersi le loro responsabilità anche nella comunità ecclesiale così come fanno negli ambiti della vita quotidiana, è una delle grandi sfide della pastorale dei prossimi anni. Per attivare una sinodalità a tutti i livelli nella comunità è necessario un tipo di formazione che permetta ai presbiteri di decentrare sempre di più il loro potere pastorale, per vivere con maggiore serenità il loro ministero. Accompagnare questo cambiamento in atto, che prevede la trasformazione dei due attori in gioco, non sarà facile. La tentazione più immediata, che è già visibile in alcune diocesi italiane, è quella di ritornare al passato, importando preti dal sud del mondo, più come tappabuchi, che come progetto pastorale pensato e attuato. Sinodalità significa apprendere a pensare assieme alle persone, stare attenti ai processi che s’intende porre in atto e, così, uscire dai personalismi pastorali incentrati sui carismi del sacerdote, o sui suoi limiti.

3.      Ministerialità: per permettere alla comunità di vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è un primo livello della formazione che consiste nel porre un laico nella situazione di esercitare un servizio con una responsabilità effettiva. È brutto quando il laico si sente dire dal prete di turno che gli organismi ecclesiali sono solo consultivi. Il primo livello di formazione per aiutare i laici ad esercitare un ministero consiste nel metterlo nelle condizioni di assumersi delle responsabilità effettive. Altro aspetto della formazione è il cammino biblico. Abbiamo iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica. Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo. La ministerialità va di pari passo con la sinodalità. Quanto più i laici saranno responsabilizzati, tanto più entreranno negli organismi sinodali in modo attivo e costruttivo.

4.      Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire, la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio, catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità. Riuscire a contaminare positivamente tutta la pastorale sullo stile missionario. Pensare ad una pastorale in uscita come modalità normale di evangelizzazione. Difficoltà di pensare a chi è fuori dal tempio. Siamo così abituati ad evangelizzare chi entra nelle nostre strutture, che non riusciamo a pensare alle persone che non entrano. Il discorso non vale solo per gli adulti, ma anche per i giovani. Come pensare una pastorale giovanile animata dallo spirito missionario? Giovani che evangelizzano giovani. Ci stiamo pensando, ma ancora non è partito nulla di concreto.

5.      Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del Camerun, Togo e Congo. Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio provengono da tante nazioni (circa una ventina). È iniziato un progetto che si è poi trasformato in associazione nella quale opera un gruppo di persone con una proposta di sport educativo, rivolta ai bambini che frequentano il cortile degli oratori. L’Unità Pastorale ha deciso di investire su un educatore professionale indicato dalla Pastorale Giovanile Diocesana, che coordina i progetti sui cinque oratori. Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono esperienze in atto.



sabato 1 luglio 2017

PRETI SCOMODI




Paolo Cugini

Molto bella e pieno di significato ecclesiale e spirituale è stata la visita che papa Francesco ha realizzato nello stesso giorno a Bozzolo e a Barbiana, per rendere omaggio a due grandi preti: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Due preti scomodi per il loro stile di vita così aderente al Vangelo da mettere in difficoltà chi il Vangelo lo prende un po' alla leggera. In comune don Mazzolari e don Milani hanno molte cose ma, allo stesso tempo, ci sono anche differenze. La visita del Papa nello stesso giorno nei paesi di questi due preti, mentre ne sottolineava le sintonie, ha avuto anche il sapore di una riabilitazione. Purtroppo, infatti, come succede spesso nella Chiesa, quando qualcuno vive il Vangelo in modo radicale, dalla gerarchia che dovrebbe riconoscerne il valore, viene invece preso di mira. Sia don Milani che don Mazzolari sono stati trattati male dai loro rispettivi vescovi oltre ad essere finiti sotto gli artigli dal Sant’Uffizio che ha censurato alcuni dei loro libri.
Che cosa ha detto Papa Francesco a Barbiana e a Bozzolo?

In primo luogo, c’è stato un forte richiamo al valore della libertà di coscienza. Parlando del ruolo educativo di don Milani e del compito di ogni educatore, Francesco ha sottolineato che: “Quella degli educatori è una missione d’amore. La cosa essenziale da insegnare è la crescita di una coscienza libera capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore e dall’amore di compromettersi con gli altri e servire il bene comune […] Noi adulti chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico come ricerca del vero del bello e del bene pronti a pagare il prezzo che ciò comporta e questo senza compromessi”. 
La Chiesa cattolica ha educato per molti secoli i fedeli ad obbedire ciecamente al Papa, ai vescovi e ai loro sacerdoti. Accanto a questi accorati appelli per molti secoli la Chiesa nei suoi documenti ufficiali si è espressa negativamente contro la libertà di coscienza. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per verificare queste affermazioni. La Mirari Vos del 1832 e il Sillabo della fine Ottocento contenevano anatemi sia contro la libertà di coscienza che contro la libertà di stampa. Appello accorato all’obbedienza ai superiori e sfiducia nella libertà di coscienza hanno prodotto come logica conseguenza l’infantilismo nei fedeli, e l’arroganza autoritaria e prepotente dei superiori, atteggiamenti molto diversi da quelli proposti da Gesù nel cammino di discepolato. Nella Dignitatis Humanae il Concilio Vaticano II ha provato a dare una sterzata rivalutando il valore della libertà di coscienza come cammino fondamentale per maturare una coscienza critica nelle persone. Sia Don Milani che don Mazzolari sono state senza dubbio delle persone libere, che hanno aiutato i fedeli a maturare un proprio giudizio critico nei confronti della realtà. Lo ha fatto don Lorenzo nella scuola di Barbiana. Lo si comprende bene sfogliando le pagine di Lettera ad una professoressa, scritto con il metodo di scrittura collettiva. Don Lorenzo era abituato a sollecitare i suoi alunni ad analizzare insieme i contenuti di ciò che leggevano sui giornali, per giungere ad esprimere un pensiero personale capace di accettare il confronto positivo con gli altri. Si giunge a pensare insieme in modo libero e critico solamente se ci si è educati alla maturazione di una coscienza libera, capace di cogliere la presenza del trascendente nella storia e dentro di sé. Sia don Lorenzo che don Primo ci hanno insegnato che l’obbedienza è autentica quando passa al vaglio della libertà di coscienza, di una coscienza educata nella relazione d’amore con qualcuno. 
La storia ci ha purtroppo insegnato che, quando la coscienza non viene accompagnata nella formazione del riconoscimento del bene, ma viene sollecitata solo all’obbedienza passiva, diviene facile preda dei più turpi comandi.  Affidare in modo radicale la propria capacità di decidere ad un’entità esterna, significa abdicare alla propria dignità di persona. Un vero educatore, come lo sono stati don Lorenzo e don Primo, accompagna le persone a maturare un pensiero critico personale. Come ha ricordato Papa Francesco a Bozzolo, i preti non sono dei meri ripetitori di affermazioni oggettive, ma trasmettitori di contenuti che sono chiamati a vivere e interpretare con la loro vita. Queste indicazioni hanno un risvolto ecclesiale immediato. Infatti, non c’è possibilità di sinodalità senza un’educazione alla libertà di coscienza. Chi è abituato a delegare il sacrosanto diritto di formulare un proprio parere, difficilmente si sentirà coinvolto a mettere in comune un proprio pensiero nella costruzione di un percorso. Le difficoltà che incontriamo nelle comunità parrocchiali nel coinvolgimento dei laici non solo nella gestione dei servizi della comunità, ma soprattutto nello sforzo dell’elaborazione di un pensiero che sappia leggere i segni dei tempi e operare le scelte necessarie per la comunità, è dovuta anche alla carente educazione di coscienze libere. Si è insistito all’esaurimento sulla necessità di obbedire ai superiori non curanti dello scotto che si sarebbe pagato più avanti.

Un secondo punto significativo che Papa Francesco ha evidenziato nella vita di don Milani e don Mazzolari è il loro modo di essere sacerdoti. A Barbiana Francesco ha affermato che: “La dimensione sacerdotale di don Lorenzo è alla radice di tutta la sua vita. Tutto nasce dal suo essere prete, la sua fede. Una fede totalizzante che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero diventa donazione totale”. Lo stesso concetto, anche se con sfumature diverse Papa Francesco l’ha ripetuto a Bozzolo. “I parroci sono la forza della chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale danno vita ad un vero e proprio magistero dei parroci. Mazzolari è stato definito il parroco d’Italia”. 
In diverse circostanze Francesco ha messo in guardia la Chiesa dal pericolo del clericalismo. Con questo termine il Papa indica un modo sbagliato d’intendere il proprio ruolo di pastori e di guide del popolo, non come servitori, ma come persone arroganti che si sentono superiori e così si allontanano dalla gente. Al contrario, don Lorenzo e don Primo sono esempi di pastori che si sono immersi nei problemi delle persone loro affidate, divenendo parte di loro. Erano preti, come suole spesso dire Francesco, che avevano l’odore delle pecore. Come Gesù che aveva condotto i suoi discepoli in mezzo alla folla, immersi nei problemi della gente, così hanno fatto don Primo e don Lorenzo a contatto con i problemi dei loro parrocchiani. Entrambi i sacerdoti erano persone molto attente ai problemi del tempo. Conosciamo le prese di posizioni di don Primo nei confronti del fascismo. Sappiamo anche delle lotte che don Lorenzo, assieme ai suoi ragazzi di Barbiana, ha portato avanti sui temi dell’obiezione di coscienza e della scuola. Preti immersi nei problemi del loro tempo e, quindi, non distanti. Don Lorenzo e don Primo hanno insegnato che il ministro di Dio non è colui che vive il suo ministero esclusivamente nell’ambito del sacro, di quel sacro che si manifesta esclusivamente nell’ambito liturgico, come se la liturgia potesse essere qualcosa di distante della vita. Se Francesco reiteratamente allerta la Chiesa sulle forme del neo pelagianesimo di ritorno sempre in agguato, che tende a separare la vita dal sacro, inculcando nelle menti dei fedeli un Dio totalmente distante dal mondo, contraddicendo il principio dell’Incarnazione manifestato dal Figlio Gesù Cristo, è perché il pericolo è reale. Del resto, un Dio distante, totalmente distaccato dalla realtà che esige per l’appunto sacerdoti del sacro che siano il più possibile distanti dalla realtà per essere puri dinanzi al sacro, fa comodo. Più Dio è qualcosa di distante, più l’uomo e la donna sono liberi di fare e vivere come vogliono. Gesù Cristo, venendo al mondo ha rappresentato la critica più radicale a questo modo d’intendere la religione come distanza tra Dio e gli uomini, che esige un personale specializzato per entrare in contatto con Lui.  
L’incarnazione del Verbo ha rotto questo schema idolatrico, mostrando il vero volto di Dio, non pensiero astratto alieno dagli uomini e dalle donne, ma totalmente immerso nella realtà per poterla trasformare dal di dentro.  Sia don Primo che don Lorenzo hanno vissuto il loro rapporto con il Signore incarnati nel pezzetto di mondo nel quale vivevano, offrendo a Dio l’umanità che loro stessi incontravano. Questa incarnazione ha permesso loro di fuggire la tentazione del clericalismo, dell’atteggiamento di superiorità che spesso vediamo in quella porzione di clero che gioca il proprio ministero dentro a quattro pareti o nell’esclusivo ambito liturgico. “Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti”. Solamente camminando insieme, immersi nella realtà presente, a contatto con i problemi veri incontrati a contatto con la gente vera, si potrà evitare il rischio di caricare la gente di pesi assurdi. Francesco ha visto in don Primo e in don Lorenzo sacerdoti capaci di accompagnare la propria gente nelle loro ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alle problematiche attuali.

Un ultimo aspetto che possiamo evidenziare nei discorsi che Papa Francesco ha realizzato a Bozzolo e a Barbiana è la povertà. Sia per don Mazzolari che per don Milani è evidente lo stile essenziale e povero di questi due sacerdoti. Di Mazzolari Francesco ha detto che ha vissuto da prete povero e non da povero prete. Lo stesso si può dire di don Milani che ha dedicato tutto il suo ministero ad un piccolo gruppetto di bambini e ragazzi poveri. Don Lorenzo e don Primo sono quindi il segno di quella Chiesa povera e dei poveri così vagheggiata nel Concilio Vaticano II e che Papa Francesco tenta di riprende nel suo pontificato. “Possiamo diventare chiesa povera e dei poveri – ha detto Francesco a Bozzolo-. I poveri sono una presenza scomodante. […]. I poveri vanno amati come poveri, come sono, senza far calcoli”. Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Nella scuola di Barbiana don Lorenzo ha insegnato tutta la vita e tutti i giorni dell’anno ai bambini poveri della sua piccola parrocchia. È la Parola che apre la cittadinanza alla società. Il possesso della parola come strumento di libertà: è questo che sapeva fare don Primo, non solo per le sue famose doti di predicatore e di scrittore, ma anche per il modo con cui utilizzava questi strumenti per aiutare i lontani. Don Primo e don Lorenzo sono stati, a loro modo e anche nella loro esperienza di presbiteri, dei modelli di quella chiesa povera e dei poveri che sta così profondamente segnando il pontificato di Papa Francesco. Povertà come segno di una vita evangelica, che annuncia il Vangelo non solo con la Parola, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza. La povertà evangelica vissuta da don Lorenzo e da don Primo sono un tutt’uno con il loro ministero, segno di una sequela autentica al Signore che è venuto in mezzo a noi povero tra i poveri. A Bozzolo Papa Francesco ha ricordato che don Primo: “nel suo testamento scriveva: intorno al mio altare non ci fu mai denaro. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Dio con niente fa tutto. La credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della chiesa. Don Primo ricorda che la carità è questione di sguardo”. Mettere al centro i poveri per fare in modo che siano loro stessi i protagonisti della loro rinascita. Sia per don Lorenzo che per don Primo la cultura è stato uno strumento privilegiato per questo cammino che ha permesso loro anche di uscire dalla sterile palude di una carità che non serve a nulla, ma che mantiene in vita il sistema che produce povertà. Offrire ai poveri gli strumenti per un loro riscatto esistenziale e sociale è stato lo sforzo costante di questi due preti.



giovedì 22 giugno 2017

FESTA DELLA MISSIONE






ARCHIVIO MISSIONE


TAVOLA ROTONDA IN PREPARAZIONE AL IV CONVEGNO MISSIONARIO NAZIONALE
Paolo Cugini
Sabato 20 settembre 2015 al centro parrocchiale di Baragalla il Centro Missionario Diocesano ha organizzato la Festa della Missione. E bisogna proprio dire che è stata una vera e propria festa, soprattutto per la presenza di tanti missionari, sia di quelli rientrati da tempo, che di quelli ancora sul campo.  Non ci sono state danze o musiche, ma un serrato confronto sulle significative provocazioni di Papa Francesco, che ci stimola a pensare la parrocchia in un modo nuovo, a ripensare il modo di evangelizzare, non partendo esclusivamente dalle strutture del centro, ma dalle periferie. Il Papa c’invita ad abbandonare il criterio pastorale del “si è sempre fatto così”, per avere il coraggio di osare, di cercare e pensare strade nuove per riuscire a portare il vangelo dove ancora non è arrivato. In questa prospettiva la Diocesi di Reggio Emilia non ha bisogno di sfogliare i libri di missiologia per cercare qualche idea sul tema, ma gli basta ascoltare la ricca esperienza maturata in decenni di presenza missionaria in vari punti caldi del pianeta. E’ esattamente su questa linea che si è mosso il  Centro Missionario Diocesano , che ha voluto preparare il  IV convegno Missionario Nazionale, che si terrà a Roma dal 20 al 23 novembe, con un incontro che ha cercato di raccogliere le esperienze dei missionari, soprattutto in relazione al modo di evangelizzare a partire dalle periferie. Per questo, non c’è stata nessuna relazione iniziale e la parola è stata subito offerta alle tante persone presenti, che non si sono fatte pregare per prenderla. Per circa due ore, infatti, laici, laiche, suore, frati e preti, giovani, adulti e anziani si sono scambiati esperienze, attività realizzate in missione, coscienti che non si tratta di riprodurre in Italia quello che si è realizzato in missione, ma che è necessario condividere ciò che è stato fatto e che ha contribuito ad arricchire il cammino della chiesa locale.  Parrocchia come chiesa in uscita, come chiesa pensata e vissuta a partire dalle periferie, da quelle situazioni esistenziali nelle quali il Vangelo non arriva perché difficilmente la parrocchia pensa dei percorsi di evangelizzazione decentrando il proprio sforzo pastorale. D’altronde, siamo troppo abituati a fare le cose in casa, a gestire l’annuncio del Vangelo come un’attività da realizzare tra le mura costruite da noi e per noi. Una cosa è, infatti, pensare e vivere la fede a partire dalle nostre strutture, aspettando le persone. Tutt’altra storia è uscire, andare incontro, cercare quella maggior parte di persone che non frequentano i nostri territori, e non entrano nelle nostre strutture. Sappiamo bene che la sfida lanciata dal Papa s’inserisce nel cammino della chiesa italiana che da alcuni anni sta cercando di ripensare la parrocchia in una prospettiva missionaria. Una cosa, comunque è pensare, e tutt’altra cosa è provare, verificare sul terreno se le idee hanno una consistenza a contatto con la realtà. Che cosa è emerso, allora, da questo scambio di esperienze?

Sia da coloro che sono stati in Africa che in America Latina è stata evidenziata l’esperienza delle piccole comunità di base, piccole realtà a dimensione comunitaria, nelle quali l’ascolto della Parola di Dio settimanale, o anche la semplice recita del rosario, diviene momento fondante e illuminante di tutta la comunità. Le comunità rappresentano lo sforzo di una chiesa che si decentra (altra idea molto cara a Papa Francesco), che porta il Vangelo nelle case, recuperando quella dimensione familiare e più umana, che a volte perdiamo negli schemi della pastorale ordinaria. Le piccole comunità divengono anche lo strumento privilegiato per suscitare vocazioni laicali, persone che sentono il desiderio e la responsabilità di aiutare la comunità a crescere nella fede e nell’attenzione ai più poveri. Nelle piccole comunità di base è inoltre più facile curare le relazioni, l’attenzione alle singole persone e raggiungerne di nuove. In questa prospettiva, molto interessante è stata la condivisone di un’esperienza messa in atto in Madagascar, dove la parrocchia ha suscitato la presenza di responsabili che nei diversi quartieri si prendono cura dei più poveri e li segnalano alla comunità. E così, la fede che si celebra va di pari passo con la vita, e le liturgie celebrate nelle comunità si aprono ai problemi reali delle stesse. Molti degli interventi hanno sottolineato questo aspetto e cioè dell’attenzione nelle piccole comunità di base, per i più poveri. Altra esperienza significativa, tra le tante segnalate dai missionari intervenuti, è la visita alle famiglie fatte da gruppi di laici debitamente preparati. Non è quindi solo il prete che visita le famiglie, ma è la comunità che esce per annunciare il Vangelo. Questa, forse sarebbe un’iniziativa da riprendere anche nella nostra realtà e provare a trasformarla in azione pastorale permanente. Aiuterebbe anche a cogliere e vivere la missionarietà non più identificata come un’attività specifica per pochi professionisti, ma come il modo normale di vivere la fede. Una parrocchia che si organizza per uscire dalla canonica e dalle sale parrocchiali e andare ad incontrare le famiglie là dove vivono, produrrebbe senza dubbio idee nuove e stimolerebbe il Consiglio Pastorale parrocchiale a ripensare la presenza della chiesa sul territorio. Una di queste potrebbe essere, com’è stato suggerito durante l’incontro, la possibilità di celebrare la messa quotidiana non solamente ed esclusivamente nella chiesa, ma anche nei quartieri, radunando assieme le persone incontrate. La chiesa in uscita, che s’interessa di annunciare il Vangelo a tutti, entrando in contatto con le tante periferie esistenziali delle nostre parrocchie, potrebbe anche avere un riflesso sul modo in cui pensiamo e gestiamo tante altre iniziative, tra le quali le nostre sagre.


Spesso ci si chiede a che cosa serve andare in missione o a che cosa servono mandare tanti preti, suore e laici in tante parti del mondo se poi, una volta tornati, è richiesto un rapido reinserimento in un cammino pastorale molto diverso. Spesso e volentieri al missionario ritornato dopo tanti anni di missione viene ricordato - non sempre in modo delicato -che non è più là, come se andare in missione fosse stata una colpa, uno sfizio personale e non invece una scelta diocesana. In molti casi sembra quasi che l’esperienza missionaria sia stata una bella esperienza, molto personale di chi l’ha vissuta, ma che poi, una volta tornati, bisogna rapidamente mettere da parte. Bastava essere presenti sabato a Baragalla per capire che tesoro di grazia, di vita, di amore al Vangelo e alla chiesa l’esperienza missionaria ha prodotto in coloro che l’hanno vissuta e che desiderano trasmetterla nelle loro comunità. Bastava esserci a quell’incontro per vedere i volti allegri e pieni di gioia di tanti missionari contenti per aver incontrato il Signore nelle tante situazioni di vita quotidiana, fatta di condivisione con i più poveri, nelle periferie del mondo. Ed è di questa testimonianza che la nostra chiesa ha bisogno, per uscire dalle strettoie di una pastorale ordinaria, che spesso fa fatica a pensare l’annuncio del Vangelo a partire dalle nuove sfide che il mondo sta presentando sotto i nostri occhi. 

lunedì 19 giugno 2017

LA SORPRESA



APPUNTI SULL'EDUCAZIONE IN OCCIDENTE

Paolo Cugini

Nascono in famiglie ordinate e per questo devono essere ordinati, puliti, stenchi. Imparano a non lasciare spazio all’improvvisazione, per cui tutto dev’essere programmato in anticipo, affinché non ci siano sorprese, affinché la realtà non li sorprenda. Perché è questo il problema: la sorpresa. Se la tranquillità è il criterio di vita, allora la sorpresa dev’essere a tutti i costi arginata, perché destabilizza, mette in crisi. In questo contesto diventare adulti significa imparare l’arte di pianificare il reale in modo tale da non permettere il benché minimo spazio per l’imprevedibile, per qualcosa che possa mettere in discussione la vita così com’è stata pianificata. In altre parole, tutto dev’essere così pianificato per fare in modo che la vita che sgorga dalla realtà non produca il suo effetto dirompente. Difendersi dalla vita: è questo il programma, difendersi dalla realtà, è questo l’obiettivo. Come se la vita facesse male, come se la realtà fosse contro la vita, come se la realtà fosse irreale, come se ci fosse bisogno di difendersi dalla realtà. Eppure, osservando all’indietro la storia dell’educazione in Occidente, è proprio questo che insegniamo ai nostri ragazzi, alle nostre ragazze: a difendersi dalla vita. E così sono bravi quei ragazzi e quelle ragazze che sanno fare a modo il compito, che sanno riprodurre fedelmente il passato nei minimi particolari e, soprattutto che non mettano nulla di nuovo nel presente. Il nuovo destabilizza, provoca una riflessione, obbliga a modificare gli schemi, gli orizzonti. Genitori bravi nel mantenere il sistema delle cose ricevute in ordine, hanno figli bravi, ordinati, che fanno le cose così come gli sono state trasmesse. Se infatti, le cose fatte nel passato andavano bene, perché cambiarle? Se la realtà è stata sempre così bene controllata, perché ascoltarla?

Che cos’è la realtà? Come si manifesta? Reale è quello che viene al nostro incontro nel tempo presente. Reale è ciò che i nostri sensi colgono. La realtà non s’identifica, però con la materia. Ci sono, infatti, eventi che vengono al nostro incontro e che non possiamo ascrivere al mondo materiale. Pensiamo alle emozioni, alle passioni, ai sentimenti di dolore, di allegria, solo per citarne alcuni. Certamente ci sono le idee che la coscienza elabora per fare in modo che in seguito sappia riconoscere l’oggetto che le si presenta. La memoria ha questo valore importante di riconoscere un oggetto a partire dall’esperienze precedenti. Il problema, che è un problema formatiivo, vale a dire del tipo di formazione che abbiamo ricevuto, consiste nel mantenere la coscienza aperta per fare in modo di poter integrare i dati nuovi che la realtà manifesta sugli oggetti conosciuti. Proprio perché la realtà non è un dato finito, ma è in continuo movimento evolutivo, esige una coscienza capace di modificare velocemente i dati ricevuti per adattarsi ai cambiamenti. L’educazione rigida, quel tipo di educazione elaborata nel mondo Occidentale a partire da uno schema di valori precostituiti, classifica ogni aspetto della vita affinché nulla sia lasciato fuori. Educare, in questa prospettiva, significa condurre verso l’ordine prestabilito e il bambino, la bambina brava è quella ordinata, quello che ha imparato a fare le cose esattamente come gli è stato trasmesso, senza sbavature, senza cioè provare a inserire nulla di nuovo. Ordine che significa nel mondo Occidentale, una disposizione delle cose conforme ad idee e ad una visione del mondo orientata da coloro che fanno di tutto per mantenere i loro privilegi, a scapito della maggior parte della popolazione. L’ordine che insegnano è quello del sistema rigido voluto per mantenere l’ordine delle cose, l’ordine di quel mondo di privilegi che beneficia solo qualcuno. Quest’ ordine prevede anche una lettura della storia orientata dalla visione del mondo di coloro che decidono come devono andare le cose. In questa visione del mondo i poveri non c’entrano nulla, sono considerati come una piaga, uno scarto necessario nel processo di ciò che s’intende ottenere. È questo ordine, che è in realtà un grande disordine, il più grande disordine sociale e morale, che i signori della storia vogliono mantenere a tutti i costi e per questo sono estremamente esigenti a tramandarlo ai loro figli di generazione in generazione.

Ogni aspetto della realtà viene coinvolto in questo sistema rigido di conservazione del mondo dei privilegi, anche la religione. Esiste, infatti, in tutte le epoche e in ogni luogo, una religione, una classe religiosa, una gerarchia religiosa che entra a far parte del potere istituito. Ne entra a far parte, è bene ricordarlo, non in modo gratuito, ma ad un prezzo molto alto, il prezzo che riceva dall’istituzione per mantenere i propri privilegi di religione ufficiale del sistema che serve. Come c’è un’educazione che serve per mantenere inalterato il gioco delle cose, educazione che viene trasmessa in modo meticoloso alle future generazioni. che in modo mirabile apprendono rapidamente che se vogliono mantenere inalterati i privilegi ricevuti dai genitori devono rispettare l’ordine delle cose e, di conseguenza, non osare mai nulla di nuovo, c’è anche un’educazione religiosa che va nella stessa direzione. Se lo Stato borghese offre privilegi alla religione che, così diventa religione di Stato, allora la religione si organizza alla svelta per fare in modo di mantenere per sempre questi privilegi. E allora, se la presenza di Cristo nella storia ha manifestato la forza dirompente di Dio che scardina i sistemi di morte, mostrando il senso autentico della Legge mosaica incatenata dall’osservanza rigida della religione di Stato, quando il cristianesimo diviene con Costantino religione di Stato, tutta la forza creativa di Cristo viene disattivata, incanalata nella tranquillità di riti asfittici. Il prezzo salato che la religione cristiana ha pagato ai privilegi offerti dallo Stato, lo si percepisce molto bene nella trasformazione avvenuta a tutti i livelli della vita religiosa. E così quello che doveva essere il granello di senape, il fermento che avrebbe dovuto fermentare la storia, si è lentamente trasformato in un alleato del potere istituito e, in molti casi, in uno strumento di morte. Lo dicono le quasi settecento persone uccise per eresia, o le migliaia di donne uccise per stregoneria, o le tante migliaia id persone torturate sempre per eresia. Il mantenimento dei privilegi ha un costo altissimo, non solo in vite umane, ma anche sulle nuove generazioni. Eppure Gesù è entrato nella storia ed è venuto all’incontro dell’uomo e della donna nell’oggi della realtà presente. Ciò significa che il nostro rapporto con la realtà è decisivo sul tipo di persone che diventeremo. Per questo non qualsiasi educazione è positiva e non qualsiasi educazione rispetta lo stile e la modalità che Dio ha scelto di venire all’incontro di ogni uomo e di ogni donna.


Poveri rampolli delle famiglie borghesi. Abituati ad impacchettare la vita, ad un certo punto non la sanno più riconoscere, perché la considerano una minaccia. Poveri rampolli borghesi obbligati ad assistere passivamente a riti religiosi che non dicono nulla della vita che vivono, perché sono per lo più riti che puzzano di passato, di medioevo. Come fanno a sopportare quelle celebrazioni pompose, fatte di vesti sgargianti, di turiboli, di pizzi e cotte, retaggio di un passato che non tornerà più, ma che lo si vuole mantenere in piedi ad ogni costo? Se vogliono sopravvivere alla noia insopportabile della religione di stato, questi poveri ragazzi borghesi imparano presto ogni tipo di antidoto. Capiscono subito che quello che gli offre quel tipo di religione, quel tipo di ritualità passiva, quegli incontri tipicamente religiosi, non dicono nulla alla vita che intendono vivere. Il dramma più grande, che è allo stesso tempo, il più grande disastro umanitario che questa religione di Stato provoca nelle nuove generazioni, è che le rende incapaci di osare, di creare qualcosa di nuovo, di ribellarsi. A dire il vero ci provano soprattutto nell’adolescenza, ma c’è attorno a loro un apparato coercitivo così forte, così ben organizzato e strutturato, che difficilmente riescono a superare illesi l’adolescenza. Ci sono tutti quegli adulti attorno a loro, quei genitori, sacerdoti, maestri e altro pronti ad intervenire non appena si manifestano i sintomi del nuovo, della ribellione al vecchio. Povere anime intrappolate, manipolate, saccheggiate! Chi le salverà? Si stratta di scardinare dal di dentro dell’anima i meccanismi di morte inoculati dall’educazione ricevuta e impartita. Si tratta di aiutarli ad entrare nel deserto, ad ascoltare il sapore della realtà presente, sapore di libertà e di vita capace di risuscitare i morti. Certamente le masse di giovani non entreranno in questo cammino, ma se solo qualcuno ci entrasse il mondo cambierebbe. La forza, infatti, dell’amore che sperimentiamo quando incontriamo il Signore nell’oggi della nostra vita reale è così forte da essere incontenibile. 

sabato 10 giugno 2017

LA COERCIZIONE DEI MIGRANTI FORZATI ALLA LUCE DEI PRINCIPI SOVRAORDINATI






CONVEGNO NAZIONALE ESCAPES 2017 PARMA 8-9 GIUGNO 2017



IL TRATTENIMENTO DEL MIGRANTE DEL MIGRANTE DOPO IL DECRETO LEGGE n 13 del 2017 NEL PRISMA DELLA CONVENZIONE EUROPEA

Relatore: Fabio Salvatore Cassibba (Università di Parma)
Sintesi: Paolo Cugini

Necessità di dare base legale a un primo momento d’intrattenimento dei migranti regolari. Pretesa del legislatore non soddisfatta.
Considerazioni generali: secolo dei diseredati, era un’espressione di Hanna Harendt. Le cifre spaventose: 330 mila sbarchi in Italia negli ultimi anni. Più di 5 mila morti nel 2016 sulle coste italiane. Nessuna norma sovranazionale contempla un diritto del migrante a soggiornare nell’UE. L’UE ha la legittimazione all’espulsione. La legislazione protegge il soggetto particolarmente vulnerabile, il migrante. Protezione da ogni forma di aggressione. Regolamentazione della conduzione giuridica dello straniero. La normativa s’illude di dare attuazione all’articolo 10 della costituzione italiana. Varie ONG si occupano di queste tematiche, dicono il rischio di situazioni arbitrarie è molto altro. Il monitoraggio degli organismi indipendenti che permette di capire la situazione. Il migrante reclama una situazione giuridica che non è sostenuta. Due decreti legge del 2017 contrappongono la sicurezza urbana con l’arrivo dei migranti. Ci troviamo dinanzi ad una vera e propria detenzione amministrativa. Per queste ragioni occorre essere attenti.
La procedura penale è tutela dei diritti umani sul campo. La detenzione amministrativa riveste un luogo centrale nella gestione dei flussi migratori. La legislazione attuale è emblematica. L’Italia era stata condannata dalla Camera della Corte Europea. Il primo trattenimento del migrante avveniva in assenza di provvedimenti formali e legislativi. Il legislatore nel febbraio 2017 pretende di dare valore amministrativo, li riconosce ma non li regolamenta. La corte europea è sempre stata netta dicendo che una delle esigenze è la certezza del trattamento del soggetto. Il cittadino che subisce una privazione della libertà personale deve sapere le finalità del trattenimento. Tutto questo manca nel diritto italiano. Decreto Puglia 1995 individuava alcune esigenze dei punti di accoglienza senza regolamentarli. La legge attuale quando rimanda a quelle leggi il rimando è vuoto. La scelta è in linea con la natura intrinseca dello Hotspot perché è inteso non strumento giuridico, ma come metodo che può essere lasciato alle prassi. Detenzione mascherata anche nel lessico, perché non è nemmeno chiamato trattenimento. Quali sono i momenti tensioni nella disciplina. La legge italiana indica le caratteristiche delle strutture di trattenimento. Non si capisce se il luogo dev’essere aperto o chiuso. Manca un qualunque strumento di controllo indipendente rispetto alla giustificazione dell’intrattenimento. Manca per i primi giorni un provvedimento formale il trattenimento. Tutto avviene sulla base delle regole di condotta della prassi come procedure standard di accoglienza. Manca lo speculare controllo giurisdizionale.
Altro problema: durata del trattenimento. Non c’è una durata massima. Lo smistamento dovrebbe avvenire in un lasso di tempo che la legge non determina. Nemmeno si potrebbe dire che un intervento del questore successivo alla prima accoglienza possa garantire il migrante. Per la corte europea detenzione di 4 giorni è detenzione illegale. Vulnerabilità e diritto dell’informazioni del migrante che deve sapere il perché viene trattenuto. In poche ore il migrante subisce il suo destino, perché viene indirizzato o verso l’espulsione o verso il riconoscimento (pochi casi). La riforma del 2017 cerca d’implementare le strutture di supporto informativo, ma è ancora tutto molto superficiale. Tutta la disciplina normativa non garantisce alcuna esigenza del migrante tale da metterlo nelle condizioni per proteggere la sua condizione. Occorre ripensare all’approccio il tema delle migrazioni forzare pensando il rimpatrio volontario del migrante. Le condanne a molti paesi europei dovrebbero aiutare a mettere a posto la legislazione italiana in materia.

Prospettive di riforme.
Relatore: Salvatore Fachile (ASGI)
Lo Hotspot è imposto dall’Unione Europea che decide cocme l’Italia deve comportarsi. Primo atto impone all’Italia di utilizzare l’ Hotspot che non ha nessun tipo di ancora giuridica del nostro ordinamento. Viene utilizzata la forza per l’identificazione. Maggio 2015 primi passi per rivoluzionare il diritto d’asilo nell’ottica dell’UE. La priorità dell’Europa non è più quello di garantire il diritto d’asilo ma la difesa delle frontiere. Occorre diminuire il numero delle persone che arrivano. Da una parte è la politica di accordi con paesi terzi e spinge l’Italia a fare accordi di riammissione: paghiamo affinché paesi terzi possano rimpatriare. E poi ci sono accordi con i paesi perché possano bloccare le persone che vogliano venire verso l’Italia (Sudan). C’è anche un accordo con la Turchia. Rinvio in termini di richiedenti asilo. Stiamo pagando molti soldi, armi con il Sudan, per riprendersi i sudanesi. Lo abbiamo fatto con la Nigeria e con la Libia. L’idea è quello di riuscire a rallentare i flussi. Questo è il quadro attuale. Ci son accordi anche con l’Afghanistan. L’Europa ha abbandonato la retorica dei diritti umani. Cerca di legittimare i paesi terzi come paesi sicuri. Poi cerca di mettere in campo una riforma strutturale del diritto di asilo. Maggio 2016 L’UE presenta una serie di regolamento che visa a sostituire il diritto di asilo classico. L’Europa quello che fa è prendere la normativa DEL DIRITTO D’ASILO E PROPORRE UN CAMBIO ORGANICO. Cambio integrale. Lo strumento non è più la direttiva, ma con un regolamento che è precettivo nei confronti dei singoli stati. Questo nuovo progetto di riforma è al vaglio del Parlamento Europeo. Stiamo per assistere ad uno stravolgimento del diritto d’asilo perché la figura del diritto del richiedente d’asilo sarà totalmente mutato. Regolamento procedure: modalità con cui una persona per accedere alla domanda di richiesta d’asilo. Occorre intervenire su tre punti: rinuncia implicita; mancata identificazione. Secondo pilastro: il nuovo modo di concepire il paese terzo. Viene considerato sicuro un paese che potrebbe offrire alla persona un appoggio sufficiente. Procedura di frontiera, sposta tutti sulla frontiera. Procedura di frontiera: fino a 4 settimane dentro un Cie. La persona ha l’obbligo di mettersi a disposizione.