sabato 1 luglio 2017

PRETI SCOMODI




Paolo Cugini

Molto bella e pieno di significato ecclesiale e spirituale è stata la visita che papa Francesco ha realizzato nello stesso giorno a Bozzolo e a Barbiana, per rendere omaggio a due grandi preti: don Primo Mazzolari e don Lorenzo Milani. Due preti scomodi per il loro stile di vita così aderente al Vangelo da mettere in difficoltà chi il Vangelo lo prende un po' alla leggera. In comune don Mazzolari e don Milani hanno molte cose ma, allo stesso tempo, ci sono anche differenze. La visita del Papa nello stesso giorno nei paesi di questi due preti, mentre ne sottolineava le sintonie, ha avuto anche il sapore di una riabilitazione. Purtroppo, infatti, come succede spesso nella Chiesa, quando qualcuno vive il Vangelo in modo radicale, dalla gerarchia che dovrebbe riconoscerne il valore, viene invece preso di mira. Sia don Milani che don Mazzolari sono stati trattati male dai loro rispettivi vescovi oltre ad essere finiti sotto gli artigli dal Sant’Uffizio che ha censurato alcuni dei loro libri.
Che cosa ha detto Papa Francesco a Barbiana e a Bozzolo?

In primo luogo, c’è stato un forte richiamo al valore della libertà di coscienza. Parlando del ruolo educativo di don Milani e del compito di ogni educatore, Francesco ha sottolineato che: “Quella degli educatori è una missione d’amore. La cosa essenziale da insegnare è la crescita di una coscienza libera capace di confrontarsi con la realtà e di orientarsi in essa guidata dall’amore e dall’amore di compromettersi con gli altri e servire il bene comune […] Noi adulti chiamati a vivere la libertà di coscienza in modo autentico come ricerca del vero del bello e del bene pronti a pagare il prezzo che ciò comporta e questo senza compromessi”. 
La Chiesa cattolica ha educato per molti secoli i fedeli ad obbedire ciecamente al Papa, ai vescovi e ai loro sacerdoti. Accanto a questi accorati appelli per molti secoli la Chiesa nei suoi documenti ufficiali si è espressa negativamente contro la libertà di coscienza. Non c’è bisogno di andare troppo indietro nel tempo per verificare queste affermazioni. La Mirari Vos del 1832 e il Sillabo della fine Ottocento contenevano anatemi sia contro la libertà di coscienza che contro la libertà di stampa. Appello accorato all’obbedienza ai superiori e sfiducia nella libertà di coscienza hanno prodotto come logica conseguenza l’infantilismo nei fedeli, e l’arroganza autoritaria e prepotente dei superiori, atteggiamenti molto diversi da quelli proposti da Gesù nel cammino di discepolato. Nella Dignitatis Humanae il Concilio Vaticano II ha provato a dare una sterzata rivalutando il valore della libertà di coscienza come cammino fondamentale per maturare una coscienza critica nelle persone. Sia Don Milani che don Mazzolari sono state senza dubbio delle persone libere, che hanno aiutato i fedeli a maturare un proprio giudizio critico nei confronti della realtà. Lo ha fatto don Lorenzo nella scuola di Barbiana. Lo si comprende bene sfogliando le pagine di Lettera ad una professoressa, scritto con il metodo di scrittura collettiva. Don Lorenzo era abituato a sollecitare i suoi alunni ad analizzare insieme i contenuti di ciò che leggevano sui giornali, per giungere ad esprimere un pensiero personale capace di accettare il confronto positivo con gli altri. Si giunge a pensare insieme in modo libero e critico solamente se ci si è educati alla maturazione di una coscienza libera, capace di cogliere la presenza del trascendente nella storia e dentro di sé. Sia don Lorenzo che don Primo ci hanno insegnato che l’obbedienza è autentica quando passa al vaglio della libertà di coscienza, di una coscienza educata nella relazione d’amore con qualcuno. 
La storia ci ha purtroppo insegnato che, quando la coscienza non viene accompagnata nella formazione del riconoscimento del bene, ma viene sollecitata solo all’obbedienza passiva, diviene facile preda dei più turpi comandi.  Affidare in modo radicale la propria capacità di decidere ad un’entità esterna, significa abdicare alla propria dignità di persona. Un vero educatore, come lo sono stati don Lorenzo e don Primo, accompagna le persone a maturare un pensiero critico personale. Come ha ricordato Papa Francesco a Bozzolo, i preti non sono dei meri ripetitori di affermazioni oggettive, ma trasmettitori di contenuti che sono chiamati a vivere e interpretare con la loro vita. Queste indicazioni hanno un risvolto ecclesiale immediato. Infatti, non c’è possibilità di sinodalità senza un’educazione alla libertà di coscienza. Chi è abituato a delegare il sacrosanto diritto di formulare un proprio parere, difficilmente si sentirà coinvolto a mettere in comune un proprio pensiero nella costruzione di un percorso. Le difficoltà che incontriamo nelle comunità parrocchiali nel coinvolgimento dei laici non solo nella gestione dei servizi della comunità, ma soprattutto nello sforzo dell’elaborazione di un pensiero che sappia leggere i segni dei tempi e operare le scelte necessarie per la comunità, è dovuta anche alla carente educazione di coscienze libere. Si è insistito all’esaurimento sulla necessità di obbedire ai superiori non curanti dello scotto che si sarebbe pagato più avanti.

Un secondo punto significativo che Papa Francesco ha evidenziato nella vita di don Milani e don Mazzolari è il loro modo di essere sacerdoti. A Barbiana Francesco ha affermato che: “La dimensione sacerdotale di don Lorenzo è alla radice di tutta la sua vita. Tutto nasce dal suo essere prete, la sua fede. Una fede totalizzante che diventa un donarsi completamente al Signore e che nel ministero diventa donazione totale”. Lo stesso concetto, anche se con sfumature diverse Papa Francesco l’ha ripetuto a Bozzolo. “I parroci sono la forza della chiesa in Italia. Quando sono i volti di un clero non clericale danno vita ad un vero e proprio magistero dei parroci. Mazzolari è stato definito il parroco d’Italia”. 
In diverse circostanze Francesco ha messo in guardia la Chiesa dal pericolo del clericalismo. Con questo termine il Papa indica un modo sbagliato d’intendere il proprio ruolo di pastori e di guide del popolo, non come servitori, ma come persone arroganti che si sentono superiori e così si allontanano dalla gente. Al contrario, don Lorenzo e don Primo sono esempi di pastori che si sono immersi nei problemi delle persone loro affidate, divenendo parte di loro. Erano preti, come suole spesso dire Francesco, che avevano l’odore delle pecore. Come Gesù che aveva condotto i suoi discepoli in mezzo alla folla, immersi nei problemi della gente, così hanno fatto don Primo e don Lorenzo a contatto con i problemi dei loro parrocchiani. Entrambi i sacerdoti erano persone molto attente ai problemi del tempo. Conosciamo le prese di posizioni di don Primo nei confronti del fascismo. Sappiamo anche delle lotte che don Lorenzo, assieme ai suoi ragazzi di Barbiana, ha portato avanti sui temi dell’obiezione di coscienza e della scuola. Preti immersi nei problemi del loro tempo e, quindi, non distanti. Don Lorenzo e don Primo hanno insegnato che il ministro di Dio non è colui che vive il suo ministero esclusivamente nell’ambito del sacro, di quel sacro che si manifesta esclusivamente nell’ambito liturgico, come se la liturgia potesse essere qualcosa di distante della vita. Se Francesco reiteratamente allerta la Chiesa sulle forme del neo pelagianesimo di ritorno sempre in agguato, che tende a separare la vita dal sacro, inculcando nelle menti dei fedeli un Dio totalmente distante dal mondo, contraddicendo il principio dell’Incarnazione manifestato dal Figlio Gesù Cristo, è perché il pericolo è reale. Del resto, un Dio distante, totalmente distaccato dalla realtà che esige per l’appunto sacerdoti del sacro che siano il più possibile distanti dalla realtà per essere puri dinanzi al sacro, fa comodo. Più Dio è qualcosa di distante, più l’uomo e la donna sono liberi di fare e vivere come vogliono. Gesù Cristo, venendo al mondo ha rappresentato la critica più radicale a questo modo d’intendere la religione come distanza tra Dio e gli uomini, che esige un personale specializzato per entrare in contatto con Lui.  
L’incarnazione del Verbo ha rotto questo schema idolatrico, mostrando il vero volto di Dio, non pensiero astratto alieno dagli uomini e dalle donne, ma totalmente immerso nella realtà per poterla trasformare dal di dentro.  Sia don Primo che don Lorenzo hanno vissuto il loro rapporto con il Signore incarnati nel pezzetto di mondo nel quale vivevano, offrendo a Dio l’umanità che loro stessi incontravano. Questa incarnazione ha permesso loro di fuggire la tentazione del clericalismo, dell’atteggiamento di superiorità che spesso vediamo in quella porzione di clero che gioca il proprio ministero dentro a quattro pareti o nell’esclusivo ambito liturgico. “Non è mai il pastore a dover dire al laico quello che deve fare e dire, lui lo sa tanto e meglio di noi. Non è il pastore a dover stabilire quello che i fedeli devono dire nei diversi ambiti”. Solamente camminando insieme, immersi nella realtà presente, a contatto con i problemi veri incontrati a contatto con la gente vera, si potrà evitare il rischio di caricare la gente di pesi assurdi. Francesco ha visto in don Primo e in don Lorenzo sacerdoti capaci di accompagnare la propria gente nelle loro ricerche e stimolando quell’immaginazione capace di rispondere alle problematiche attuali.

Un ultimo aspetto che possiamo evidenziare nei discorsi che Papa Francesco ha realizzato a Bozzolo e a Barbiana è la povertà. Sia per don Mazzolari che per don Milani è evidente lo stile essenziale e povero di questi due sacerdoti. Di Mazzolari Francesco ha detto che ha vissuto da prete povero e non da povero prete. Lo stesso si può dire di don Milani che ha dedicato tutto il suo ministero ad un piccolo gruppetto di bambini e ragazzi poveri. Don Lorenzo e don Primo sono quindi il segno di quella Chiesa povera e dei poveri così vagheggiata nel Concilio Vaticano II e che Papa Francesco tenta di riprende nel suo pontificato. “Possiamo diventare chiesa povera e dei poveri – ha detto Francesco a Bozzolo-. I poveri sono una presenza scomodante. […]. I poveri vanno amati come poveri, come sono, senza far calcoli”. Ridare ai poveri la parola perché senza la parola non c’è dignità e quindi neanche libertà e giustizia: questo insegna don Milani. Nella scuola di Barbiana don Lorenzo ha insegnato tutta la vita e tutti i giorni dell’anno ai bambini poveri della sua piccola parrocchia. È la Parola che apre la cittadinanza alla società. Il possesso della parola come strumento di libertà: è questo che sapeva fare don Primo, non solo per le sue famose doti di predicatore e di scrittore, ma anche per il modo con cui utilizzava questi strumenti per aiutare i lontani. Don Primo e don Lorenzo sono stati, a loro modo e anche nella loro esperienza di presbiteri, dei modelli di quella chiesa povera e dei poveri che sta così profondamente segnando il pontificato di Papa Francesco. Povertà come segno di una vita evangelica, che annuncia il Vangelo non solo con la Parola, ma anche e soprattutto attraverso la testimonianza. La povertà evangelica vissuta da don Lorenzo e da don Primo sono un tutt’uno con il loro ministero, segno di una sequela autentica al Signore che è venuto in mezzo a noi povero tra i poveri. A Bozzolo Papa Francesco ha ricordato che don Primo: “nel suo testamento scriveva: intorno al mio altare non ci fu mai denaro. Il poco che è passato nelle mie mani è andato dove doveva andare. Dio con niente fa tutto. La credibilità dell’annuncio passa attraverso la semplicità e la povertà della chiesa. Don Primo ricorda che la carità è questione di sguardo”. Mettere al centro i poveri per fare in modo che siano loro stessi i protagonisti della loro rinascita. Sia per don Lorenzo che per don Primo la cultura è stato uno strumento privilegiato per questo cammino che ha permesso loro anche di uscire dalla sterile palude di una carità che non serve a nulla, ma che mantiene in vita il sistema che produce povertà. Offrire ai poveri gli strumenti per un loro riscatto esistenziale e sociale è stato lo sforzo costante di questi due preti.



giovedì 22 giugno 2017

FESTA DELLA MISSIONE






ARCHIVIO MISSIONE


TAVOLA ROTONDA IN PREPARAZIONE AL IV CONVEGNO MISSIONARIO NAZIONALE
Paolo Cugini
Sabato 20 settembre 2015 al centro parrocchiale di Baragalla il Centro Missionario Diocesano ha organizzato la Festa della Missione. E bisogna proprio dire che è stata una vera e propria festa, soprattutto per la presenza di tanti missionari, sia di quelli rientrati da tempo, che di quelli ancora sul campo.  Non ci sono state danze o musiche, ma un serrato confronto sulle significative provocazioni di Papa Francesco, che ci stimola a pensare la parrocchia in un modo nuovo, a ripensare il modo di evangelizzare, non partendo esclusivamente dalle strutture del centro, ma dalle periferie. Il Papa c’invita ad abbandonare il criterio pastorale del “si è sempre fatto così”, per avere il coraggio di osare, di cercare e pensare strade nuove per riuscire a portare il vangelo dove ancora non è arrivato. In questa prospettiva la Diocesi di Reggio Emilia non ha bisogno di sfogliare i libri di missiologia per cercare qualche idea sul tema, ma gli basta ascoltare la ricca esperienza maturata in decenni di presenza missionaria in vari punti caldi del pianeta. E’ esattamente su questa linea che si è mosso il  Centro Missionario Diocesano , che ha voluto preparare il  IV convegno Missionario Nazionale, che si terrà a Roma dal 20 al 23 novembe, con un incontro che ha cercato di raccogliere le esperienze dei missionari, soprattutto in relazione al modo di evangelizzare a partire dalle periferie. Per questo, non c’è stata nessuna relazione iniziale e la parola è stata subito offerta alle tante persone presenti, che non si sono fatte pregare per prenderla. Per circa due ore, infatti, laici, laiche, suore, frati e preti, giovani, adulti e anziani si sono scambiati esperienze, attività realizzate in missione, coscienti che non si tratta di riprodurre in Italia quello che si è realizzato in missione, ma che è necessario condividere ciò che è stato fatto e che ha contribuito ad arricchire il cammino della chiesa locale.  Parrocchia come chiesa in uscita, come chiesa pensata e vissuta a partire dalle periferie, da quelle situazioni esistenziali nelle quali il Vangelo non arriva perché difficilmente la parrocchia pensa dei percorsi di evangelizzazione decentrando il proprio sforzo pastorale. D’altronde, siamo troppo abituati a fare le cose in casa, a gestire l’annuncio del Vangelo come un’attività da realizzare tra le mura costruite da noi e per noi. Una cosa è, infatti, pensare e vivere la fede a partire dalle nostre strutture, aspettando le persone. Tutt’altra storia è uscire, andare incontro, cercare quella maggior parte di persone che non frequentano i nostri territori, e non entrano nelle nostre strutture. Sappiamo bene che la sfida lanciata dal Papa s’inserisce nel cammino della chiesa italiana che da alcuni anni sta cercando di ripensare la parrocchia in una prospettiva missionaria. Una cosa, comunque è pensare, e tutt’altra cosa è provare, verificare sul terreno se le idee hanno una consistenza a contatto con la realtà. Che cosa è emerso, allora, da questo scambio di esperienze?

Sia da coloro che sono stati in Africa che in America Latina è stata evidenziata l’esperienza delle piccole comunità di base, piccole realtà a dimensione comunitaria, nelle quali l’ascolto della Parola di Dio settimanale, o anche la semplice recita del rosario, diviene momento fondante e illuminante di tutta la comunità. Le comunità rappresentano lo sforzo di una chiesa che si decentra (altra idea molto cara a Papa Francesco), che porta il Vangelo nelle case, recuperando quella dimensione familiare e più umana, che a volte perdiamo negli schemi della pastorale ordinaria. Le piccole comunità divengono anche lo strumento privilegiato per suscitare vocazioni laicali, persone che sentono il desiderio e la responsabilità di aiutare la comunità a crescere nella fede e nell’attenzione ai più poveri. Nelle piccole comunità di base è inoltre più facile curare le relazioni, l’attenzione alle singole persone e raggiungerne di nuove. In questa prospettiva, molto interessante è stata la condivisone di un’esperienza messa in atto in Madagascar, dove la parrocchia ha suscitato la presenza di responsabili che nei diversi quartieri si prendono cura dei più poveri e li segnalano alla comunità. E così, la fede che si celebra va di pari passo con la vita, e le liturgie celebrate nelle comunità si aprono ai problemi reali delle stesse. Molti degli interventi hanno sottolineato questo aspetto e cioè dell’attenzione nelle piccole comunità di base, per i più poveri. Altra esperienza significativa, tra le tante segnalate dai missionari intervenuti, è la visita alle famiglie fatte da gruppi di laici debitamente preparati. Non è quindi solo il prete che visita le famiglie, ma è la comunità che esce per annunciare il Vangelo. Questa, forse sarebbe un’iniziativa da riprendere anche nella nostra realtà e provare a trasformarla in azione pastorale permanente. Aiuterebbe anche a cogliere e vivere la missionarietà non più identificata come un’attività specifica per pochi professionisti, ma come il modo normale di vivere la fede. Una parrocchia che si organizza per uscire dalla canonica e dalle sale parrocchiali e andare ad incontrare le famiglie là dove vivono, produrrebbe senza dubbio idee nuove e stimolerebbe il Consiglio Pastorale parrocchiale a ripensare la presenza della chiesa sul territorio. Una di queste potrebbe essere, com’è stato suggerito durante l’incontro, la possibilità di celebrare la messa quotidiana non solamente ed esclusivamente nella chiesa, ma anche nei quartieri, radunando assieme le persone incontrate. La chiesa in uscita, che s’interessa di annunciare il Vangelo a tutti, entrando in contatto con le tante periferie esistenziali delle nostre parrocchie, potrebbe anche avere un riflesso sul modo in cui pensiamo e gestiamo tante altre iniziative, tra le quali le nostre sagre.


Spesso ci si chiede a che cosa serve andare in missione o a che cosa servono mandare tanti preti, suore e laici in tante parti del mondo se poi, una volta tornati, è richiesto un rapido reinserimento in un cammino pastorale molto diverso. Spesso e volentieri al missionario ritornato dopo tanti anni di missione viene ricordato - non sempre in modo delicato -che non è più là, come se andare in missione fosse stata una colpa, uno sfizio personale e non invece una scelta diocesana. In molti casi sembra quasi che l’esperienza missionaria sia stata una bella esperienza, molto personale di chi l’ha vissuta, ma che poi, una volta tornati, bisogna rapidamente mettere da parte. Bastava essere presenti sabato a Baragalla per capire che tesoro di grazia, di vita, di amore al Vangelo e alla chiesa l’esperienza missionaria ha prodotto in coloro che l’hanno vissuta e che desiderano trasmetterla nelle loro comunità. Bastava esserci a quell’incontro per vedere i volti allegri e pieni di gioia di tanti missionari contenti per aver incontrato il Signore nelle tante situazioni di vita quotidiana, fatta di condivisione con i più poveri, nelle periferie del mondo. Ed è di questa testimonianza che la nostra chiesa ha bisogno, per uscire dalle strettoie di una pastorale ordinaria, che spesso fa fatica a pensare l’annuncio del Vangelo a partire dalle nuove sfide che il mondo sta presentando sotto i nostri occhi. 

lunedì 19 giugno 2017

LA SORPRESA



APPUNTI SULL'EDUCAZIONE IN OCCIDENTE

Paolo Cugini

Nascono in famiglie ordinate e per questo devono essere ordinati, puliti, stenchi. Imparano a non lasciare spazio all’improvvisazione, per cui tutto dev’essere programmato in anticipo, affinché non ci siano sorprese, affinché la realtà non li sorprenda. Perché è questo il problema: la sorpresa. Se la tranquillità è il criterio di vita, allora la sorpresa dev’essere a tutti i costi arginata, perché destabilizza, mette in crisi. In questo contesto diventare adulti significa imparare l’arte di pianificare il reale in modo tale da non permettere il benché minimo spazio per l’imprevedibile, per qualcosa che possa mettere in discussione la vita così com’è stata pianificata. In altre parole, tutto dev’essere così pianificato per fare in modo che la vita che sgorga dalla realtà non produca il suo effetto dirompente. Difendersi dalla vita: è questo il programma, difendersi dalla realtà, è questo l’obiettivo. Come se la vita facesse male, come se la realtà fosse contro la vita, come se la realtà fosse irreale, come se ci fosse bisogno di difendersi dalla realtà. Eppure, osservando all’indietro la storia dell’educazione in Occidente, è proprio questo che insegniamo ai nostri ragazzi, alle nostre ragazze: a difendersi dalla vita. E così sono bravi quei ragazzi e quelle ragazze che sanno fare a modo il compito, che sanno riprodurre fedelmente il passato nei minimi particolari e, soprattutto che non mettano nulla di nuovo nel presente. Il nuovo destabilizza, provoca una riflessione, obbliga a modificare gli schemi, gli orizzonti. Genitori bravi nel mantenere il sistema delle cose ricevute in ordine, hanno figli bravi, ordinati, che fanno le cose così come gli sono state trasmesse. Se infatti, le cose fatte nel passato andavano bene, perché cambiarle? Se la realtà è stata sempre così bene controllata, perché ascoltarla?

Che cos’è la realtà? Come si manifesta? Reale è quello che viene al nostro incontro nel tempo presente. Reale è ciò che i nostri sensi colgono. La realtà non s’identifica, però con la materia. Ci sono, infatti, eventi che vengono al nostro incontro e che non possiamo ascrivere al mondo materiale. Pensiamo alle emozioni, alle passioni, ai sentimenti di dolore, di allegria, solo per citarne alcuni. Certamente ci sono le idee che la coscienza elabora per fare in modo che in seguito sappia riconoscere l’oggetto che le si presenta. La memoria ha questo valore importante di riconoscere un oggetto a partire dall’esperienze precedenti. Il problema, che è un problema formatiivo, vale a dire del tipo di formazione che abbiamo ricevuto, consiste nel mantenere la coscienza aperta per fare in modo di poter integrare i dati nuovi che la realtà manifesta sugli oggetti conosciuti. Proprio perché la realtà non è un dato finito, ma è in continuo movimento evolutivo, esige una coscienza capace di modificare velocemente i dati ricevuti per adattarsi ai cambiamenti. L’educazione rigida, quel tipo di educazione elaborata nel mondo Occidentale a partire da uno schema di valori precostituiti, classifica ogni aspetto della vita affinché nulla sia lasciato fuori. Educare, in questa prospettiva, significa condurre verso l’ordine prestabilito e il bambino, la bambina brava è quella ordinata, quello che ha imparato a fare le cose esattamente come gli è stato trasmesso, senza sbavature, senza cioè provare a inserire nulla di nuovo. Ordine che significa nel mondo Occidentale, una disposizione delle cose conforme ad idee e ad una visione del mondo orientata da coloro che fanno di tutto per mantenere i loro privilegi, a scapito della maggior parte della popolazione. L’ordine che insegnano è quello del sistema rigido voluto per mantenere l’ordine delle cose, l’ordine di quel mondo di privilegi che beneficia solo qualcuno. Quest’ ordine prevede anche una lettura della storia orientata dalla visione del mondo di coloro che decidono come devono andare le cose. In questa visione del mondo i poveri non c’entrano nulla, sono considerati come una piaga, uno scarto necessario nel processo di ciò che s’intende ottenere. È questo ordine, che è in realtà un grande disordine, il più grande disordine sociale e morale, che i signori della storia vogliono mantenere a tutti i costi e per questo sono estremamente esigenti a tramandarlo ai loro figli di generazione in generazione.

Ogni aspetto della realtà viene coinvolto in questo sistema rigido di conservazione del mondo dei privilegi, anche la religione. Esiste, infatti, in tutte le epoche e in ogni luogo, una religione, una classe religiosa, una gerarchia religiosa che entra a far parte del potere istituito. Ne entra a far parte, è bene ricordarlo, non in modo gratuito, ma ad un prezzo molto alto, il prezzo che riceva dall’istituzione per mantenere i propri privilegi di religione ufficiale del sistema che serve. Come c’è un’educazione che serve per mantenere inalterato il gioco delle cose, educazione che viene trasmessa in modo meticoloso alle future generazioni. che in modo mirabile apprendono rapidamente che se vogliono mantenere inalterati i privilegi ricevuti dai genitori devono rispettare l’ordine delle cose e, di conseguenza, non osare mai nulla di nuovo, c’è anche un’educazione religiosa che va nella stessa direzione. Se lo Stato borghese offre privilegi alla religione che, così diventa religione di Stato, allora la religione si organizza alla svelta per fare in modo di mantenere per sempre questi privilegi. E allora, se la presenza di Cristo nella storia ha manifestato la forza dirompente di Dio che scardina i sistemi di morte, mostrando il senso autentico della Legge mosaica incatenata dall’osservanza rigida della religione di Stato, quando il cristianesimo diviene con Costantino religione di Stato, tutta la forza creativa di Cristo viene disattivata, incanalata nella tranquillità di riti asfittici. Il prezzo salato che la religione cristiana ha pagato ai privilegi offerti dallo Stato, lo si percepisce molto bene nella trasformazione avvenuta a tutti i livelli della vita religiosa. E così quello che doveva essere il granello di senape, il fermento che avrebbe dovuto fermentare la storia, si è lentamente trasformato in un alleato del potere istituito e, in molti casi, in uno strumento di morte. Lo dicono le quasi settecento persone uccise per eresia, o le migliaia di donne uccise per stregoneria, o le tante migliaia id persone torturate sempre per eresia. Il mantenimento dei privilegi ha un costo altissimo, non solo in vite umane, ma anche sulle nuove generazioni. Eppure Gesù è entrato nella storia ed è venuto all’incontro dell’uomo e della donna nell’oggi della realtà presente. Ciò significa che il nostro rapporto con la realtà è decisivo sul tipo di persone che diventeremo. Per questo non qualsiasi educazione è positiva e non qualsiasi educazione rispetta lo stile e la modalità che Dio ha scelto di venire all’incontro di ogni uomo e di ogni donna.


Poveri rampolli delle famiglie borghesi. Abituati ad impacchettare la vita, ad un certo punto non la sanno più riconoscere, perché la considerano una minaccia. Poveri rampolli borghesi obbligati ad assistere passivamente a riti religiosi che non dicono nulla della vita che vivono, perché sono per lo più riti che puzzano di passato, di medioevo. Come fanno a sopportare quelle celebrazioni pompose, fatte di vesti sgargianti, di turiboli, di pizzi e cotte, retaggio di un passato che non tornerà più, ma che lo si vuole mantenere in piedi ad ogni costo? Se vogliono sopravvivere alla noia insopportabile della religione di stato, questi poveri ragazzi borghesi imparano presto ogni tipo di antidoto. Capiscono subito che quello che gli offre quel tipo di religione, quel tipo di ritualità passiva, quegli incontri tipicamente religiosi, non dicono nulla alla vita che intendono vivere. Il dramma più grande, che è allo stesso tempo, il più grande disastro umanitario che questa religione di Stato provoca nelle nuove generazioni, è che le rende incapaci di osare, di creare qualcosa di nuovo, di ribellarsi. A dire il vero ci provano soprattutto nell’adolescenza, ma c’è attorno a loro un apparato coercitivo così forte, così ben organizzato e strutturato, che difficilmente riescono a superare illesi l’adolescenza. Ci sono tutti quegli adulti attorno a loro, quei genitori, sacerdoti, maestri e altro pronti ad intervenire non appena si manifestano i sintomi del nuovo, della ribellione al vecchio. Povere anime intrappolate, manipolate, saccheggiate! Chi le salverà? Si stratta di scardinare dal di dentro dell’anima i meccanismi di morte inoculati dall’educazione ricevuta e impartita. Si tratta di aiutarli ad entrare nel deserto, ad ascoltare il sapore della realtà presente, sapore di libertà e di vita capace di risuscitare i morti. Certamente le masse di giovani non entreranno in questo cammino, ma se solo qualcuno ci entrasse il mondo cambierebbe. La forza, infatti, dell’amore che sperimentiamo quando incontriamo il Signore nell’oggi della nostra vita reale è così forte da essere incontenibile. 

sabato 10 giugno 2017

LA COERCIZIONE DEI MIGRANTI FORZATI ALLA LUCE DEI PRINCIPI SOVRAORDINATI






CONVEGNO NAZIONALE ESCAPES 2017 PARMA 8-9 GIUGNO 2017



IL TRATTENIMENTO DEL MIGRANTE DEL MIGRANTE DOPO IL DECRETO LEGGE n 13 del 2017 NEL PRISMA DELLA CONVENZIONE EUROPEA

Relatore: Fabio Salvatore Cassibba (Università di Parma)
Sintesi: Paolo Cugini

Necessità di dare base legale a un primo momento d’intrattenimento dei migranti regolari. Pretesa del legislatore non soddisfatta.
Considerazioni generali: secolo dei diseredati, era un’espressione di Hanna Harendt. Le cifre spaventose: 330 mila sbarchi in Italia negli ultimi anni. Più di 5 mila morti nel 2016 sulle coste italiane. Nessuna norma sovranazionale contempla un diritto del migrante a soggiornare nell’UE. L’UE ha la legittimazione all’espulsione. La legislazione protegge il soggetto particolarmente vulnerabile, il migrante. Protezione da ogni forma di aggressione. Regolamentazione della conduzione giuridica dello straniero. La normativa s’illude di dare attuazione all’articolo 10 della costituzione italiana. Varie ONG si occupano di queste tematiche, dicono il rischio di situazioni arbitrarie è molto altro. Il monitoraggio degli organismi indipendenti che permette di capire la situazione. Il migrante reclama una situazione giuridica che non è sostenuta. Due decreti legge del 2017 contrappongono la sicurezza urbana con l’arrivo dei migranti. Ci troviamo dinanzi ad una vera e propria detenzione amministrativa. Per queste ragioni occorre essere attenti.
La procedura penale è tutela dei diritti umani sul campo. La detenzione amministrativa riveste un luogo centrale nella gestione dei flussi migratori. La legislazione attuale è emblematica. L’Italia era stata condannata dalla Camera della Corte Europea. Il primo trattenimento del migrante avveniva in assenza di provvedimenti formali e legislativi. Il legislatore nel febbraio 2017 pretende di dare valore amministrativo, li riconosce ma non li regolamenta. La corte europea è sempre stata netta dicendo che una delle esigenze è la certezza del trattamento del soggetto. Il cittadino che subisce una privazione della libertà personale deve sapere le finalità del trattenimento. Tutto questo manca nel diritto italiano. Decreto Puglia 1995 individuava alcune esigenze dei punti di accoglienza senza regolamentarli. La legge attuale quando rimanda a quelle leggi il rimando è vuoto. La scelta è in linea con la natura intrinseca dello Hotspot perché è inteso non strumento giuridico, ma come metodo che può essere lasciato alle prassi. Detenzione mascherata anche nel lessico, perché non è nemmeno chiamato trattenimento. Quali sono i momenti tensioni nella disciplina. La legge italiana indica le caratteristiche delle strutture di trattenimento. Non si capisce se il luogo dev’essere aperto o chiuso. Manca un qualunque strumento di controllo indipendente rispetto alla giustificazione dell’intrattenimento. Manca per i primi giorni un provvedimento formale il trattenimento. Tutto avviene sulla base delle regole di condotta della prassi come procedure standard di accoglienza. Manca lo speculare controllo giurisdizionale.
Altro problema: durata del trattenimento. Non c’è una durata massima. Lo smistamento dovrebbe avvenire in un lasso di tempo che la legge non determina. Nemmeno si potrebbe dire che un intervento del questore successivo alla prima accoglienza possa garantire il migrante. Per la corte europea detenzione di 4 giorni è detenzione illegale. Vulnerabilità e diritto dell’informazioni del migrante che deve sapere il perché viene trattenuto. In poche ore il migrante subisce il suo destino, perché viene indirizzato o verso l’espulsione o verso il riconoscimento (pochi casi). La riforma del 2017 cerca d’implementare le strutture di supporto informativo, ma è ancora tutto molto superficiale. Tutta la disciplina normativa non garantisce alcuna esigenza del migrante tale da metterlo nelle condizioni per proteggere la sua condizione. Occorre ripensare all’approccio il tema delle migrazioni forzare pensando il rimpatrio volontario del migrante. Le condanne a molti paesi europei dovrebbero aiutare a mettere a posto la legislazione italiana in materia.

Prospettive di riforme.
Relatore: Salvatore Fachile (ASGI)
Lo Hotspot è imposto dall’Unione Europea che decide cocme l’Italia deve comportarsi. Primo atto impone all’Italia di utilizzare l’ Hotspot che non ha nessun tipo di ancora giuridica del nostro ordinamento. Viene utilizzata la forza per l’identificazione. Maggio 2015 primi passi per rivoluzionare il diritto d’asilo nell’ottica dell’UE. La priorità dell’Europa non è più quello di garantire il diritto d’asilo ma la difesa delle frontiere. Occorre diminuire il numero delle persone che arrivano. Da una parte è la politica di accordi con paesi terzi e spinge l’Italia a fare accordi di riammissione: paghiamo affinché paesi terzi possano rimpatriare. E poi ci sono accordi con i paesi perché possano bloccare le persone che vogliano venire verso l’Italia (Sudan). C’è anche un accordo con la Turchia. Rinvio in termini di richiedenti asilo. Stiamo pagando molti soldi, armi con il Sudan, per riprendersi i sudanesi. Lo abbiamo fatto con la Nigeria e con la Libia. L’idea è quello di riuscire a rallentare i flussi. Questo è il quadro attuale. Ci son accordi anche con l’Afghanistan. L’Europa ha abbandonato la retorica dei diritti umani. Cerca di legittimare i paesi terzi come paesi sicuri. Poi cerca di mettere in campo una riforma strutturale del diritto di asilo. Maggio 2016 L’UE presenta una serie di regolamento che visa a sostituire il diritto di asilo classico. L’Europa quello che fa è prendere la normativa DEL DIRITTO D’ASILO E PROPORRE UN CAMBIO ORGANICO. Cambio integrale. Lo strumento non è più la direttiva, ma con un regolamento che è precettivo nei confronti dei singoli stati. Questo nuovo progetto di riforma è al vaglio del Parlamento Europeo. Stiamo per assistere ad uno stravolgimento del diritto d’asilo perché la figura del diritto del richiedente d’asilo sarà totalmente mutato. Regolamento procedure: modalità con cui una persona per accedere alla domanda di richiesta d’asilo. Occorre intervenire su tre punti: rinuncia implicita; mancata identificazione. Secondo pilastro: il nuovo modo di concepire il paese terzo. Viene considerato sicuro un paese che potrebbe offrire alla persona un appoggio sufficiente. Procedura di frontiera, sposta tutti sulla frontiera. Procedura di frontiera: fino a 4 settimane dentro un Cie. La persona ha l’obbligo di mettersi a disposizione.





martedì 30 maggio 2017

LA CHIESA POVERA E DEI POVERI NEL DIBATTITO DEL CONCILIO VATICANO II




Matteo Mennini, La chiesa dei poveri. Dal Concilio Vaticano II a Papa Francesco, Guerini e Associati, Milano 2016
Sintesi: Paolo Cugini

Il lavoro di Matteo Mennini ha come obiettivo quello di ricostruire un dibattito che ha segnato profondamente il Concilio Vaticano II e che aiuta a comprendere meglio il significato dell’attuale pontificato di Papa Francesco, vale a dire il dibattito sulla Chiesa ei poveri. I due punti di riferimento di questa ricerca storica sono l’attività del gruppo del Collegio Belga e il ruolo del suo principale animatore vale a dire il sacerdote francese Paul Gautheir (1914-2002). La ricerca si sforza di contestualizzare il dibattito ecclesiale nell’ambito degli eventi per non correre il rischio di ridurlo ad una semplice querelle teologica interna.  Il lavoro è strutturato su tre parti. Nella prima Mennini ricostruisce la genesi del tema in questione, presentando anche i principali protagonisti del dibattito conciliare sulla Chiesa dei poveri. Primo di questi è il Papa Giovanni XXIII che nel il famoso radiomessaggio pronunciato per annunciare l’apertura del Concilio Vaticano II, annunciava che: “In faccia ai paesi sottosviluppati la Chiesa si presenta quale è e vuole essere, come la Chiesa di tutti, e particolarmente la Chiesa dei poveri”. Linguaggio semplice e chiaro che esprimeva il desiderio di aprire un dialogo con il mondo sui temi scottanti dell’attualità e, trai quali, la disuguaglianza sociale. Del resto i primi anni ’60 del secolo scorso, erano ancora molto vicini alla fine della seconda guerra mondiale e le nazioni erano coinvolte nella riflessione sul tipo di progresso economico da proporre. “Si affermava una prospettiva dinamica che, a partire dalla seconda guerra mondiale e il parallelo al processo di decolonizzazione, sostituiva alla definizione di arretratezza quella di sottosviluppo”. 

Papa Giovanni XXIII con i suoi interventi mostra l’intenzione che il Concilio Vaticano II non intendeva soffermarsi appena per chiarimenti interni alla Chiesa, ma desiderava offrire il suo contributo per affrontare i grandi temi del mondo contemporaneo. Figura importante del dibattito sulla Chiesa dei poveri alla quale Mennini dedica molto spazio durante tutto lo svolgimento della ricerca è il sacerdote francese Paul Gauthier. Vicino alle esperienze dei piccoli fratelli di Charles de Foucauld e attento all’esperienza dei preti operai già presenti in Francia sin dalla decada degli anni ’30, Gauthier durante le prime settimane del Concilio diffonde un dossier in titolato: “Gesù, la chiesa e i poveri”, che offrirà l’occasione ai vescovi e ai teologi approfondire la riflessione sul rapporto tra la Chiesa e i poveri. Il dossier nasceva dalla percezione che la chiesa avendo perso il contatto con la classe operaia aveva perso il contatto con i poveri. Da qui la domanda centrale: la separazione tra la Chiesa e le masse operaie era sintomo della frattura più profonda tra la Chiesa e Cristo? Gauthier metteva il dito sulla piaga della percezione che il mondo aveva di una Chiesa distante dalle masse lavoratrici, “Gauthier mise in connessione l’idea che Cristo si era inserito nel mondo dei lavoratori e dei poveri direttamente alla dottrina della Mystici Corporis, in cui si affermava che quanto proveniva dalla divina pienezza di Cristo affluisce alla Chiesa affinché essa quanto è più possibile sia a Lui somigliante”. Gauthier nel dossier richiamava la Chiesa alla sua originaria vocazione di annunciare il Vangelo ai poveri e, per realizzare tale progetto, era necessario vivere in mezzo a loro. Il sacerdote francese diverrà l’animatore di un gruppo dci vescovi convocati sin dal mese di ottobre 1962 dai vescovi Himmer e Hakim per iniziare a riflettere sulle scottanti questioni del dossier di Gauthier. L’incontro aveva prodotto varie conclusioni e proposte tra le quali quella di rimuovere gli ostacoli che impedivano alla Chiesa di mostrare al mondo operaio la sua vera natura e missione. La percezione condivisa dal gruppo è che i poveri non sono in grado di accogliere i messaggi della Chiesa perché scandalizzati dai segni esteriori e dal tenore di vita dei suoi membri. Due membri del gruppo, i vescovi Mercier e Helder Camara, proposero di rivolgersi al Papa affinché il Concilio si occupasse esplicitamente della povertà della Chiesa.
La seconda parte della ricerca di Mennini ha come titolo: alla ricerca della povertà perduta. L’autore mostra lo sforzo del gruppo di lavoro di elaborare un testo che mostrasse la relazione intrinseca tra l’attenzione ai poveri, la chiesa povera e la liturgia. A dire del gruppo c’è uno sfarzo liturgico che offende i poveri. La chiesa dei poveri deve dunque essere visibile sia nello stile di vita dei ministri, che nelle celebrazioni liturgiche. “Non si corre il pericolo che la sontuosità delle suppellettili e dei paramenti liturgici costituisca occasione di scandalo per color che assistono alle cerimonie?” (p. 74). 

Sono osservazioni di questo tipo, manifestate in aula Conciliare dai rappresentanti del collegio Belga, che animavano le discussioni del Concilio. Veniva sempre più manifestata una profonda preoccupazione per una rinnovata comprensione della povertà della Chiesa come condizione per la sua credibilità nel mondo e che la povertà della Chiesa non poteva semplicemente essere un tema fra gli altri. Secondo Mennini fu proprio questa forte presenza del Collegio Belga nel Concilio che provocò il dibattito della Chiesa povera e dei poveri anche al di fuori delle stanze vaticane. Di fatto, l’autore cita lettere pastorali di molti vescovi e riviste cattoliche parlando ampiamente e approfonditamente del tema in questione. Nel frattempo Paul Gauthier vero e proprio animatore del gruppo di lavoro che si era costituito sul tema della povertà della Chiesa, nel 1963 lancia un nuovo libro nel quale si chiedeva come mai fosse così arduo parlare della Chiesa dei poveri. Gauthier era consapevole che il problema della chiesa dei poveri metteva in discussione il tradizionale impianto ecclesiologico. “Per un cristiano – sottolinea l’autore – Cristo è tanto presente nei poveri come lo è nell’Eucarestia e nella gerarchia. Ammettere ciò significava molto più che un orientamento pastorale, non era l’aggiornamento di una prassi, ma del contenuto stesso della fede” (p. 101).  

Diveniva così sempre più chiaro che il movimento innescatosi con le riunioni del Collegio Belga e, soprattutto, con l’azione di Paul Gauthier, superava l’ambito stesso del Concilio e influenzasse il dibattito pastorale di molte diocesi. Le riunioni al Collegio Belga avevano avviato la promozione di un vissuto concreto e visibile della povertà nella Chiesa e dell’evangelizzazione dei poveri. Lo stesso Gauthier avviò una riflessione sulla povertà in chiave ecumenica e il rapporto della Chiesa col comunismo a cui il gruppo di lavoro guardava con grande preoccupazione pastorale. Durante la seconda sessione del Concilio i membri del gruppo del Collegio Belga s’incontrarono per una verifica del lavoro svolto. Monsignor Himmer sostenne che, accanto ad aspetti positivi tra i quali il diffondersi anche tra i fedeli laici una sensibilità verso il tema della Chiesa povera e dei poveri, non mancavano però alcune perplessità. Himmer sosteneva che le stesse categorie sulle quali si stava da tempo lavorando non erano chiare. “Che cosa significava Chiesa dei poveri? In che modo andava intesa la presenza di Cristo nei poveri? Quale rapporto tra una Chiesa che vuole vivere poveramente, l’evangelizzazione dei poveri e le forme di aiuto paternalistico?” (p. 130). 

Il dibattito sulla Chiesa dei poveri diviene con il passare del tempo sempre più teso, anche perché non tutti riescono ad accompagnare l’irruenza e le continue provocazioni di Paul Gauthier. Alcuni esegeti e teologi quali De Lubac, Mollat e Martelet, dopo aver analizzato le bozza dei documenti prodotte dal gruppo per essere discusse nelle sessioni conciliari ritennero quei testi troppo ideologiche e non esenti da gravi errori. Mennini accompagna l’evolversi del dibattito Conciliare sul tema della Chiesa dei poveri con grande attenzione e con continui rimandi ai documenti non solo conciliari, ma soprattutto a testi che furono prodotti in quel periodo che aiutano nella comprensione dei contenuti elaboratori durante il Concilio sul tema in questione. L’autore riporta alcuni passaggi significativi dell’intenzione del gruppo belga di migliorare i contenuti dei testi criticati. Si afferma, così, che i poveri, intesi in senso biblico come tutti gli oppressi, portano il peso del peccato del mondo e sono associati al mistero della redenzione. Se Cristo infatti, si è identificato con la sua Chiesa e vive misteriosamente in essa, si è anche identificato con i poveri e vive misteriosamente in essi.

Nella terza ed ultima parte del libro Mennini affronta il tema del rapporto della Chiesa con la modernità. Siamo ad un passaggio di svolta del Concilio. La morte di papa Giovanni XXIII e l’elezione di Paolo Vi aveva creato non poche tensioni sia nel mondo ecclesiale che civile. La grande domanda che in molti si facevano era quella di capire se il nuovo Papa avesse continuato sullo stile di Papa Giovanni. Sin dalle prime mosse, come sostiene Mennini e, soprattutto, la prima enciclica di Paolo VI, l’Ecclesiam suam, fugarono ogni dubbio. L’enciclica, infatti, poneva come punto di partenza l’atteggiamento di quel dialogo che era stata la caratteristica dello stile di Papa Giovanni. Uno dei punti più scottanti in questa nuova tappa conciliare a partire dal tema che il libro tratta, ruota attorno secondo l’autore, al nuovo libro di Paul Gauthier: Le Concile et l’Eglise des Pauvres. Il Testo di Gauthier inviato a forma di manoscritto a Himmer e a diversi vescovi per raccogliere le prime opinioni, aveva incontrato a della di Mennini molte resistenze. Comincia sempre più a farsi strada il problema dello stile, del modo giusto da utilizzare da proporre le tesi più significative della Chiesa dei poveri elaborate dal gruppo. Mercier prevedeva che le acquisizioni sul piano teologico del gruppo del Collegio Belga venissero rielaborate da Congar e Mollat, al fine di stimolare ulteriori ricerche, e garantire così maggiori garanzie sull’impianto teorico da presentare in commissione conciliare. Varie strategie vengono studiate sul come presentare il problema della Chiesa dei poveri nel dibattito conciliare. Da un lato, c’è chi sosteneva che era necessario parlare prima di tutto direttamente con Paolo VI e, dall’altra chi non riteneva necessario un simile approccio. In questo contesto viene segnalata dall’autore l’azione dell’allora vescovo di Bologna Lercaro, coadiuvato da Giuseppe Dossetti. Mentre si procede nella riflessione ci si rende sempre più conto che: “non era sufficiente affermare la necessità dello spirito di povertà dei singoli, ma quello delle istituzioni e, inoltre, andavano condannate le moderne forme di usura, superare la carità assistenziale dell’elemosina per sviluppare strutture di cooperazione in favore dell’autonomia dei poveri” (p. 176). 
A questo punto il dibattito si allarga alla ricerca delle cause della povertà. Il Vescovo Zoungrana dell’Alto Volta prese la parola a nome di 70 vescovi africani sostenendo che il ritardo dello sviluppo, soprattutto in Africa era dovuto a diversi fattori. Primo fra tutti era necessario considerare la questione demografica, l’utilizzo del suolo, unito alla scarsa possibilità d’investimenti e la conseguente poca competitività commerciale dei paesi poveri. Mennini riporta a questo punto del suo lavoro, il frutto dell’analisi del gruppo italiano che si era riunito attorno a Lercaro e che aveva elaborato un testo intitolato: Appunti sul tema della povertà della Chiesa. Il documento era diviso in due parti: nella prima veniva esposto un plausibile itinerario per un’elaborazione dottrinale del tema in questione; la seconda presentava i suggerimenti pratici su cui il gruppo stava lavorando. Le tredici pagine degli Appunti trovarono sostegno del gruppo del Collegio Belga. Nonostante ciò, Mennini mostra come tutto questo lavoro non riuscì a portare i frutti sperati. Nel frattempo molte critiche stava ricevendo il manoscritto di Paul Gauthier, non tanto per il contenuto, quanto piuttosto per lo stile. Per come si era mosso, stava emergendo l’idea tra i membri del Concilio, che il testo fosse l’espressione di un gruppo chiuso e che stesse proponendo addirittura un tipo di divisione tra la Chiesa dei poveri e la Chiesa dei ricchi. Il dibattito in aula conciliare proseguì sul tema della questione operaia e sul comunismo. Dalla narrazione riportata da Mennini si coglie la grande importanza che ebbero gli interventi di Woytila il quale insisteva nel presentare e argomentare i pericoli del marxismo e, allo stesso tempo, presentare la Chiesa come unica alternativa ad esso. Nello stesso periodo. L’instancabile Paul Gauthier inviava in forma di circolare un testo che raccoglieva una serie di lettere scritte da operai che lasciava intendere forti accenti di critica nei confronti della Chiesa. Nel dibattito conciliare gli interventi si concentrarono sul tema dell’ateismo dei poveri e degli operai influenzati dal comunismo. Anche in questo caso, illuminanti furono le riflessioni proposte da Paul Gauthier: “L’ateismo dei poveri, diverso da quello dei ricchi, nascondeva una preghiera, resa silenziosa dalla propaganda che abusava dell’ignoranza delle masse, dalla miseria che provocava un sentimento di abbandono e dall’ingiustizia” (p.205). 


Secondo Gauthier, la condanna del comunismo da parte della Chiesa avrebbe allontanato ancor di più gli operai, e quindi i poveri dalla chiesa. Molte delle istanze proposte sia da Gauthier, che dal gruppo riunito al Collegio Belga non passarono o passarono in modo molto offuscato. Fu per questo motivo e con questa consapevolezza che un gruppo di circa sessanta vescovi conciliari si riunì il 16 novembre del 1965, a circa venti giorni di distanza dalla chiusura del Concilio, per celebrare una messa durante la quale siglarono un patto che passò alla storia come il patto delle catacombe. In questo testo, riportato in forma integrale dall’autore, i vescovi presenti all’evento dichiaravano la disponibilità a vivere in modo sobrio per quanto riguarda il cibo, la casa, i mezzi di trasporto “in modo conforme alla vita quotidiana della nostra gente” (p.221). Dichiaravano inoltre di non voler possedere nessuna cosa, affidando la gestione finanziaria ai laici. L’impegno inoltre si estendeva a coinvolgere in questo stile di sobrietà evangelica sia i confratelli che la società civile. Nell’ultimo paragrafo dell’ultimo capitolo Mennini prende in esame l’immediato dopo Concilio sul tema della Chiesa dei poveri e la figura di Paolo VI, il quale sembra continuare le riflessioni conciliari nell’Enciclica Populorum Progressio. Sviluppo integrale dell’uomo e sviluppo solidale dell’umanità erano i due grandi temi del testo. Molto positiva, a detta dell’autore, fu la recezione dell’Enciclica sia in Italia che all’estero e, in modo particolare in America Latina. Nel frattempo si acuì la tensione tra Israele e la Palestina che sfociò nell’attacco dell’aviazione israeliana del 5 giugno 1967. Durissime furono le ripercussioni della guerra sulla popolazione civile. Paul Gauthier e i sui amici presenti sul territorio palestinese si trovarono coinvolti in questo scenario di morte. Come sempre Gauthier prese l’occasione per una riflessione di ampio respiro spirituale. Per Gauthier Nazareth non era più la terra del Carpentier, ma del Crocifisso e dell’agnello sgozzato. “La solidarietà con i popoli oppressi – sostiene Mennini – l’impegno per il riscatto dei poveri, le manifestazioni a favore della pace divennero la grammatica con cui una generazione intera riuscì a rappresentare il desiderio e il bisogno di una mutazione genetica della società” (p.234). Paolo VI tornò a parlare della Chiesa dei poveri nell’udienza del 2 ottobre del 1968. La Chiesa dei poveri fu per Paolo VI la dimensione veritativa della condizione del cristiano nella modernità contemporanea, non solo nel senso teologico, ma anche sociologico. “Dal Concilio a Medellin la chiesa aveva scoperto la periferia in cui sacerdoti, religiosi e laici vivevano condizioni drammatiche che nel proprio apostolato riflettevano le contraddizioni sociali, politiche ed economiche di un mondo sempre più interconnesso, ma diviso” (p. 240. 

mercoledì 24 maggio 2017

L'UMANESIMO DELLA CARITÀ DI PAOLO VI

UNIVERSITÀ GREGORIANA-ROMA





Nulla mi è estraneo di quanto è umano: il cammino della Chiesa da Paolo VI a Francesco


UNIVERSITÀ GREGORIANA-ROMA
Martedì 16 maggio 2017
Relatore: Prof. Fulvio de Giorgi (UNIMORE)
Sintesi: Paolo Cugini

Populorum progressio (PP), 20: ricerca di un umanesimo nuovo che permetta all’uomo moderno di superare se stesso. Lo sviluppo è il passaggio da condizioni meno umane a condizioni più umane. C’è un movimento ascensionale. L’ascesa dalla miseria al necessario. Ampliamento delle conoscenze e acquisizione della cultura. La fede è la conquista più umana di tutte. La possibilità della fede è vista da Paolo VI come la condizione massima dello sviluppo umano. L’umanesimo nuovo prendeva la configurazione dell’umanesimo plenario PP, 42. Senza Dio l’uomo organizza la vita contro l’uomo stesso. Non vi è umanesimo vero se non aperto verso l’assoluto. L’uomo realizza se stesso solamente trascendendosi. L’umanesimo plenario di Paolo VI aveva uno statuto trascendente. PP 16-17: la creatura spirituale è tenuta a proiettare la sua vita verso Dio. 
Questo umanesimo di Paolo VI non è tanto una proposta culturale, o un’ideologia politica, ma è la cifra di una corrente di spiritualità italiana che ha le radici in Rosmini e Manzoni, corrente che possiamo considerare il retroterra del Concilio Vaticano II. L’originalità della proposta di Paolo VI è l’umanesimo della carità. La PP e l’insegnamento sociale di Paolo VI sono stati visti al movimento ottimistici degli anni ’60. E’ un riduzione storica. L’orizzonte di Paolo VI indicava i rischi del razzismo, la disuguaglianza, la paura che i lavoratori migranti non fossero accolti. Paolo VI mostrava le grandi disuguaglianze già attive in quel tempo, e denunciava i rischi del liberalismo. Paolo VI denunciava i guasti che il liberalismo egemone stava provocando. Sul piano etico e spirituale Paolo VI denunciava l’egoismo materialistico che poteva indebolire il piano sociale, implementando la diffidenza invece della fiducia, l’inimicizia e non la solidarietà. Ogni crescita è dunque ambivalente. Rischio che la crescita divenga un bene assoluto, supremo. Rischio che gli uomini non s’incontrino più per l’amicizia, ma per interessa. Consapevolezza di un nuovo paradigma: rischi degli equilibri della biosfera indicata da Paolo VI nel 1971. Testo sinodale della giustizia nel mondo. 
L’umanesimo della carità di Paolo VI era capace di sollevarsi al di sopra del proprio tempo? Secondo De Giorgi la risposta è positiva. L’umanesimo della carità non postula una distinzione tra umano e divino, ma esprime un umanesimo che mira un continuo miglioramento; è un umanesimo che accoglie una rivelazione. Postula una fede religiosa che ha fede nella coscienza. È il dono della grazia che porta nel cuore del cristiano una dilatazione della carità e quindi un universalismo forte. Il cuore piccolo si spezza e acquista la capacità di dilatazioni.
Nel 1964 nell’Eclesiam Suam Montini apriva al dialogo con le religioni. Nel 1975 nell’Evangeli Nuntiandi ribadiva l’idea. Ci sono ambiti umani a cui la santità cristiana sembrava non dire nulla. Nel 1968 uno studioso tedesco tenne una relazione su Gesù compimento della storia. Secondo lui il contributo di Gesù nel futuro sarà esaurito. Si tratta di una sfida radicale per il cristianesimo. La sfida della scristianizzazione e il confronto delle altre grandi religioni. Il processo di secolarizzazione continua a livello globale. L’umanesimo della carità poteva rispondere a queste sfide? Secondo De Giorgi la risposta è positiva. Non si tratta di angosciarsi per un mondo sempre più scristianizzato, ma di riconoscere nel povero il volto di Cristo. Si tratta non di confrontarsi con le altre religioni, ma di mostrare che l’onnipotenza del Dio di Gesù di Nazareth che il Signore s’incarnava nei crocefissi della storia. È la condizione dei piccoli, poveri e sofferenti, diviene la misura per porre l’elemento di contraddizione per ogni credo. Paolo VI sosteneva che la concezione antropologica del Concilio era molto ottimista. Occorre servire l’uomo in ogni sua necessità: chiesa ancella dell’umanità. Nel piccolo è presente Cristo: sacramentalità del povero. La vera struttura profonda dell’umanesimo della carità è tutta qui, ed è a questo livello la proposta alle sfide dei drammi dell’umanità. Ravvisare il volto di Cristo nei poveri, nei piccoli e nei sofferenti. E’ la fede nel Figlio che deve portare i cristiani ad assumere il cammino di Gesù, che è un cammino di abbassamento.

Il magistero di Bergoglio è in linea con Paolo VI. La chiesa crede in Cristo che è venuto nella carne. Evangeli Gaudium cita l’Ecclesiam suam. Il povero non è inteso in senso individuale ma collettivo. Chiesa mandata a spendersi per i poveri e ne assume la cultura e i valori. Chiesa che si evangelizza a contatto con i poveri. Appare evidente la sintonia dei due papi. Il 10 novembre 2015 papa Francesco diceva: Gesù è il nostro umanesimo. In Gesù vediamo il volto di un Dio svuotato. Il volto di Gesù è simile a tanti nostri fratelli svuotati, resi schiavi. Se non ci abbassiamo non potremo vedere il volto di Cristo.

L’umanesimo montiniano è stato uno snodo importante che è stato ripreso e rilanciato da Francesco. Questo umanesimo è oggi la nostra strada. 

venerdì 19 maggio 2017

LA DONNA NELLA CHIESA




RIFLESSIONI SUL DIACONATO FEMMINILE
PIEVE MODOLENA 19 MAGGIO 2017

Relatrice: Alberta Maria Putti (Università Gregoriana-Roma)
Sintesi: Paolo Cugini

Occorre cogliere la questione con un dovuto realismo sia nei termini storici che teologici. Tre premesse:
·         Un approccio di tipo ideologico è pericoloso.
·          Altro problema è il tipo di ministerialità come il diaconato, nella sua tradizionalità lo si guarda come eccezione funzionale.
·          Altro aspetto. Papa Francesco ha aperto nuovi varchi.
Abbiamo davanti un contesto ecclesiale, che non è solo quello dei teologi, che non è preparato a questo tema. Il tema donna chiesa sia dal punto di vista teologico che di diritto la riflessione sulla donna sembra non essere arrivata ad una maturità tale che possa giustificare una visione teologica condivisa. Abbiamo presupposti diversi, dei linguaggi diversi, delle tensioni che non sono solo teologiche, che strattonano l’argomento e non ci aiutano ad un sevizio ecclesiale della donna.
Il mio intervento sarà una riflessione teologica a partire dal contenuto storico.
Il tema è complesso. Chiesa, donna e diaconato. Ruolo della donna, essere nella chiesa con una funzione. La chiesa nella sua organicità prevede dei ruoli legati a dei ministeri, o a delle prassi usuali. La specificità della donna nella storia della salvezza. La donna non può mai esprimere la sua originalità senza l’uomo.
C’è un’opportunità per la donna per parlare di diaconato?
Tre punti:
·         Sintesi storica
·         Analisi teologica
·         Prospettive
ANALISI STORICA. Cosa impedisce alla chiesa d’includere le donne tra i diaconi permanenti? È stata la domanda che è stata posta al papa lo scorso anno. Il papa ha istituito una commissione articolata costituita da membri preparati sul tema. Francesco ha voluto una commissione che sta per ora studiando l’aspetto storico. C’è stata molta libertà del santo padre su questa domanda.
Lla chiesa dei primi tempi era una chiesa maschile con molte donne. Gli Atti degli apostoli manifestano ciò. Queste donne hanno una parte importante nella chiesa, la edificano, aiutano le fondazioni, danno la possibilità di accoglienza. Febe delle diaconesse di Cencre Rom 16,1. Paolo parla delle fatiche delle donne che vivono a servizio di Cristo. Il mistero, il servizio di queste donne è legato al discepolato di Cristo. Paolo sottolinea la continuità del trasmettere qualcosa (2 Tim 1,5) nei luoghi della quotidianità della chiesa. Le donne non si sottraggono alla fatica. Nonostante questo avvio che troviamo nel NT vediamo che il diaconato come servizio alla chiesa ha uno sviluppo anomalo. Uno studio della Commissione Teologica Internazionale si indica una complessa questione non solo sull’applicazione, ma anche nella riflessione su cosa sia.

Ci sono diverse testimonianze sul diaconato. In questi primi due secoli si vede che l’istituzione avviene per ordinazione del vescovo, per ausilio al suo ministero. Il diaconato e il presbiterato sono due funzioni ecclesiali diverse. Nel IV secolo si capisce che il diaconato diventa un servizio specifico autonomo: il servizio della catechesi, di predicare e l’attività sociale legata alla sua stessa persona. Nel IV secolo si comprende che il ministero del diaconato maschile è affiancato al diaconato femminile. Questo ministero esisteva e aveva caratteristiche particolari. Era distinto dal presbiterato e aveva un ufficio d’ausilio al Vescovo.

Come mai abbiamo avuto una perdita della figura del diaconato? Durante la prassi liturgica dopo il mille si ha una decadenza del diaconato maschile perché il presbitero incomincia ad assumere tutte le funzioni del diacono e così scompare. Dopo lo scisma con la chiesa orientale tutte le funzioni liturgiche dei diaconi vengono assunte dai presbiteri. Il Vaticano II fa un grande sforzo.
Moira Scimi: lega la parola diaconessaa alla tradizione più antica della chiesa e mostra come tra il primo e il IV secolo le figure delle donne affiancano le figure dei presbiteri.
Delle testimonianze non cristiane ci aiutano. Plinio il Giovane parla di due schiave cristiane che erano chiamate ministre.

Commento dei padri a Rom 16. Timoteo rivolge questa richiesta a proposito dei diaconi. Queste donne possono essere donne che hanno servito la chiesa, mogli dei diaconi, o diaconi loro stesse. Se si tratta di donne diacono Timoteo ne parla perché dovevano presentarsi da lui. Il Pastore di Erma ne parla. Non c’è arbitrarietà nell’uso di questa parola ma una condivisione sul fatto che il diaconato esistesse e che queste donne avevano una funzione precisa. Cosa facevano?  Diaconesse che distribuivano l’eucarestia. Lo dice Teodoro di Mopsuestia. Ad Edessa e Mesopotamia si diffonde il diaconato femminile. Qui aiutano al rito del battesimo, anche perché era somministrato a persone adulte, soprattutto nelle unzioni. Visite alle donne malate nelle case dei pagani. Questa testimonianza arriva sino all’inizio del quarto secolo. Clemente Alessandrino: le diaconesse oltre alla carità predicavano. Nello stabilizzarsi del servizio diaconale delle donne abbiamo una specificità: le donne si occupano delle donne e le accompagnano al battesimo e aiutano nel rito del battesimo. Nell’oriente cristiano si stabilizza nel monachesimo femminile.  L’Asia minore parla di queste sante donne monache. Giovanni crisostomo parla di Olimpia.
Se nell’oriente cristiano c’è una crescita di questo aspetto, nell’occidente c’è una decadenza. In Gallia ci sono dei pronunciamenti contro l’ordinazione delle donne. A Nimes si dice che sia cosa sconveniente questa consacrazione. Si dice che la donna è fragile, per questo non sarà più data la benedizione del diaconato.
La scomparsa del diaconato femminile diventa la causa della fine del diaconato maschile. Che cosa resta del monachesimo femminile? Le insegne episcopali erano presenti nelle badesse sino a due secoli fa.
Interessante è che di fatto il ministero presbiterale ha concentrato le  competenze del diaconato a sé. C’è stata una sostituzione delle funzioni minori. Il recupero del diaconato che si esplicita nel Vaticano II lascia una porta aperta. Il Vaticano II è l’esplicitazione di una preparazione che è durata più di 150 anni.
Il testo di LG è chiara in questa prospettiva. Ministerialità che passa dall’appartenenza alla chiesa. LG 29. Paolo Vi nel 1972 fa un chiarimento. Sarà Benedetto XVI che attuerà il cambiamento il canone 1008-1009 e asserisce distinzioni profonde. Evidenzia una differenza tra episcopato, presbiterato e diaconato e stabilisce le varie azioni. Il testo del catechismo riprende LG 18 e 26, mentre il canone cambia. 

Riflessione teologica.
a.      Per cogliere il problema del diaconato femminile dobbiamo collocare il problema nel contesto del ruolo della donna nella chiesa, così come la chiesa lo vuole. Occorre superare una visione sociologica, una visione che la cultura contemporanea suggerisce non è di aiuto alla chiesa. Potrebbe impedirci di vedere il centro della visione, che è quello che la donna è in se stressa, quello che la donna è nelle relazioni nella società ecclesiale.
b.      Una funzione ecclesiale non può avere la stessa funzione dell’altra. Paolo per parlare dell’unità dice che ciascuno ha una funzione. L’importanza dell’unità è la differenza. L’annullamento delle diversità è molto in voga. La chiesa nella sua maternità genera e assicura la fede. Dalla chiesa primitiva ha conservato un’attenzione alla donna.
c.       Le donne non sono assimilabili ai diaconi. Vivono un’esperienza differente anche se si chiamano diaconesse. C’è una distinzione tra i ministeri e i ministeri d’aiuto come il diaconato. Questi ministeri agiscono insieme. La prospettiva del diaconato femminile è dentro una prospettiva laicale.
d.      C’è una responsabilità ecclesiale. Non è solo chi decide che vede. C’è una responsabilità di visione sapienziale. Teologia e magistero sono due mani di un unico movimento.

Prospettive. MD 27. Lega la dignità della donna nella chiesa al battesimo e al sacerdozio comune. Due proposte:
Kasper: propone una possibilità delle donne al diaconato. L’ordinazione non abilita a qualcosa, ma apre altro. Abilita ad agire nella prospettiva di Cristo servo e non di Cristo capo. Il diaconato femminile può essere iscritta al servizio al vescovo.
Problema: l’essere donna è un impedimento al diaconato?


Conclusione: non spegnete lo Spirito. Tenete tutto ciò che è buono e conoscere quello che di buono la chiesa ha trasmesso sino a noi.