Venerdì 14 gennaio alle ore 8,30 a
Telereggio
intervista
a don Paolo Cugini per la presentazione del libro:
Quale Chiesa? Di
Matteo Zuppi e Paolo Cugini
Blog di Paolo Cugini. Riflessioni spirituali, teologiche, filosofiche e pastorali. In cammino.
intervista
a don Paolo Cugini per la presentazione del libro:
Quale Chiesa? Di
Matteo Zuppi e Paolo Cugini
L’INCARNZIONE
DEL VERBO
(esercitazioni
Pèguyane del 1992)
Paolo Cugini
L’Incarnazione del Verbo si è verificata nel più
naturale dei modi: è questo che è sconvolgente. IL Figlio di Dio ha assunto una
natura che è simile alla mia. Vive un tempo e in uno spazio come me. È
difficile riconoscerlo all’esterno perché non offre prove tangibili. Che cosa
vedono i pastori se non un bambino come tanti altri, come tutti gli altri? La
grazia è un’operazione interiore nascosta, che sfugge all’apparenza, alla
superficie. IL cristiano è l’uomo della profondità, del silenzio, del deserto
perché solo in questa situazione di spoliazione Dio si manifesta. Tutto deve
essere fatto nel segreto perché bisogna cercare di amare con tutto se stessi un
solo Dio. Tentazione di apparire santi con dei sotterfugi, con delle tecniche,
con delle violenze. Dio ci vuole santi, “Siate vuoi dunque perfetti come è
perfetto il Padre nostro celeste” (Mt 5, 48).
Questa
santità non passa per le strade dell’evidenza, dell’apparenza. Tentazione
meschina di voler essere apprezzato dagli uomini, e così trasformare in
movimento lento, interiore del cuore in una maschera superficiale. Aspettare la
forza dello Spirito in silenzio, nel nascondimento, vincendo la tentazione di
voler mostrare al mondo la falsa santità, perché se l’essere cristiano è solo
una facciata per far vedere quanto siamo bravi, è spazzatura perché alimenta l’orgoglio.
C’è un solo Signore.
Il
Verbo si è Incarnato. Si è sottomesso alla natura umana. Ha accettato la
condizione umana. Ha obbedito ai suoi genitori. Nel nascondimento. Nella
condizione normale di ogni essere umano che vive in una famiglia. Gesù fino a
trent’anni ha vissuto come vive ogni uomo, come vivo io. E in questa condizione
ha imparato la volontà del Padre. Ha appreso che cosa il Padre gli chiedeva. Ha
capito che il Padre esigeva da Lui, il suo unico Figlio, il suo vero Figlio il
suo primo Figlio, di una lunga generazione di figli qualcosa di particolare, che
nessun altro avrebbe potuto fare. Che tutta l’umanità era in attesa da secoli.
E Lui non avrebbe mai voluto deludere suo Padre. E Lui il figlio ricolmo
d’amore verso il Padre non avrebbe mai voluto deluder l’immenso amore del
Padre. In nessuno modo. Per nessuno motivo.
Si
trattava di svolgere un compito. Una missione. Si trattava di obbedire al
volere del Padre. E Gesù, il Figlio, non aspettava altro. E Gesù, il Figlio,
sin dall’eternità non aspettava altro che rispondere all’amore del Padre. E
Gesù, il Figlio dilettissimo era quasi impaziente, viveva quasi
nell’impazienza, non vedeva l’ora di eseguire la volontà del Padre. Perché lo
amava. E l’amore non può che domarsi. Senza sosta. Senza nulla risparmiare. E
Lui, il Figlio, non vedeva l’ora di donarsi tutto al Padre. Per amore. Fino
alla morte. E il Padre lo ha accontentato. Et verbum factum est. E il
Figlio è nato.
“La verità germoglierà dalla terra e la
giustizia si affaccerà dal cielo” (Ps 84, 12). La verità si è resa
presenza, si è materializzata. C’è uno sguardo orizzontale che la può vedere,
descrivere, analizzare. I pastori che nella notte, in quella stupenda notte, in
quella indimenticabile notte, sono accorsi alla grotta, hanno visto un bambino,
come tanti. Hanno visto un bambino che era uguale a tutti gli altri bambini.
Hanno visto un bambino che piangeva come gli altri bambini. Che si nutriva come
gli altri bambini. Che rideva come gli altri bambini. Ma era il Figlio di Dio. Atteso
dall’eternità. Era quel Figlio di Dio che era stato annunciato dai profeti. Da
una schiera di profeti. E in quella notte, in quella indimenticabile notte era
là. Bambino come tutti i bambini. E i pastori adoravano un bambino. Che non era
diverso dagli altri bambini. “La verità germoglierà dalla terra”.
I
pastori si prostrarono a quel bambino che era il Figlio di Dio. “La
giustizia si affaccerà dal cielo”: I pastori avevano riconosciuto in quel
bambino dalle fattezze simili a qualsiasi altro bambino, il Figlio di Dio,
colui che doveva venire. Riconobbero il Figlio di Dio. “C’erano in quella
regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardi al loro gregge.”
Era una sera come le altre. Il cielo della Giudea era stellato come tante altre
notti. I pastori si apprestavano a caricarsi dopo la giornata di lavoro passata
nella terra di Betlemme. Il caldo per tutto il giorno li aveva assillati
costringendo le pecore stesse a sotterfugi inusitati per potersi riparare dai
raggi del sole. Ebbene, la sera era giunta; i pastori intorno al focolare si
raccontavano qualche storiella, per passarsela un po’ il tempo. E intanto, fra
una chiacchiera e l’altra, facevano la guardia al loro gregge. Come tante sere.
Come tutte le sere. E qualcuno, a turno, s’addormentava. Sempre, però c’era chi
vegliava. Non si poteva lasciare il gregge incustodito. Occorreva vegliare. A
turno. Uno alla volta. Uno o due alla volta. Così tra una chiacchiera e l’altra,
accanto al fuoco acceso passava il tempo. Mai avrebbero sospettato che quella
era una notte particolare. Uguale alle altre ma, allo stesso tempo particolare.
Uguale alle altre, a tutte le altre innumerevoli notti, ma con un carico di
presente in più. Una notte come tutte le altre, ma molto più pesante. C’era un
carico di profezie che stava arrivando a compimento. In quella notte. C’erano
secoli di profezie che stavano rovesciandosi in un punto di presente che si
trovava nelle vicinanze di quella notte. Notte uguale a tutte le altre notti
passate a badare il gregge, ma allo stesso tempo diversa. Perché c’era
nell’aria un rumore strano, come se qualcosa stesse arrivando da lontano e si
stesse rovesciando. Improvvisamente. Bruscamente. C’era nell’aria un brusio che
sembrava venire da lontano. E i pastori avrebbero voluto dirselo. I pastori
avrebbero voluto dire che c’era un brusio, ma non lo fecero. I pastori si erano
accorti che quella notte, uguale a tante notti, a tutte le notti, aveva
qualcosa di diverso ma non lo dissero, lasciarono perdere, tanto sarebbe giunto
il giorno. I pastori, in realtà, si erano accorti che quella notte aveva
qualcosa di particolare. I pastori: questi uomini del silenzio abituati al
silenzio. Che cosa potrebbe a loro sfuggire? “Un angelo del Signore si
presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono
presi da grande spavento, ma l’angelo del Signore disse loro: “non temete ecco
vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella
città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2, 9-11).
Sublime mistero! Il tempo d’ora innanzi non
sarà più lo stesso. Sublime mistero di un tempo sconvolto dall’irruenza
dell’eterno. Nel tempo - dall’infinito nel finito. Dallo spirito nella carne.
Poveri pastori così silenziosi, così schivi al rumore. A loro è toccata
l’irruenza, quasi prepotente, dell’ineffabile messaggio angelico. Pastori
silenziosi. Erano intenti a sorvegliare il gregge in una notte come tutte le
altre notti. E all’improvviso l’angelo del Signore si presentò davanti a loro.
È vero che un po’ se n’erano accorti. Quei furboni dei pastori. Così
silenziosi, così notturni. Quei pastori. Così simili alle loro pecore tutte
uguali. Così simili alle loro notti. Tutte uguali. A loro è toccato di
assistere all’irruenza dell’Eternità. Nel tempo. Nel presente. In un’ora. In un
istante. Da tempo atteso. Da secoli annunciato. Quei pastori che facevano la
guardia al gregge furono avvolti di luce. La luce della gloria del Signore.
Quei pastori così schivi non erano abituati alla “grandeur” e, proprio
loro, furono avvolti dalla luce della gloria del Signore. Improvvisamente “un
angelo del Signore si presentò davanti a loro”. Sublime mistero.
Il miracolo si compie nelle più normali delle
giornate. Mistero dei misteri. Secoli di profezie giungono a compimento in un
giorno come tutti gli altri. In una notte come tutte le altre. In una notte
uguale a quella del giorno precedente. Gli angeli di Dio (“la giustizia si
affaccerà dal cielo”) si presentarono ai pastori in una notte come tante
altre notti (“la verità germoglierà dalla terra” (Ps 84, 12). 1992.
Paolo
Cugini
Per chi intenda comprendere l’elemento caratterizzante della nostra
epoca contemporanea (1800-1900) non mi sembra azzardato affermare che tale
specificità vada cercato nel denaro. Il mondo occidentale, dalla rivoluzione
industriale in poi, si è identificato con il capitalismo. Dire occidente è la
stessa cosa che dire capitalismo. Se è vero questo, sarebbe importante
analizzare le condizioni di possibilità che il pensiero greco – romano aveva in
germe per approdare ad un tale punto di arrivo. Il capitalismo come teoria,
come sistema esistenziale era prevedibile a partire dalle categorie della
filosofia classica? Il capitalismo è la logica conseguenza della speculazione
filosofica classica passando per il pensiero cristiano? Sono domande
inquietanti, perché mettono in discussione tutto un modo di sentire e di
pensare, che cerca nei valori metafisici le ragioni di possibilità
dell’esistenza umana.
Da una parte, si nota l’origine speculativa, l’amore per la
riflessione astratta, concettuale, l’attenzione allo spirito e a tutto ciò che
ruota attorno a questa dimensione; dall’altra, si constata un mondo materiale
nel senso stretto del termine, un mondo cioè dove ciò che è importante è legato
a ciò che serve all’uomo per il soddisfacimento dei propri bisogni. L’occidente
nasce spiritualmente e sta morendo affondato nella materia. L’amore per lo
spirituale è stato soppiantato dal bisogno materiale. È evidente che,
un’analisi di questo tipo corre il rischio di essere troppo generalizzante, di
non cogliere alcuni aspetti fondamentali dell’evoluzione del pensiero
occidentale. In questa prospettiva, credo che il problema acquisti una visione
diversa se si considera il rapporto spirito/materia. Ogni volta che nella riflessione
speculativa si sono separati questi due elementi, si è giunti a situazioni ove
vengono radicalizzate le posizioni: spiritualismo e materialismo.
Su questa linea di ricerca è possibile individuare le cause
del capitalismo occidentale come un frutto in germe dalla stessa riflessione
della cultura classica. Il capitalismo è, dunque, l’eredità più limpida di una
tradizione di pensiero che ha separato lo spirituale dal materiale,
considerando quest’ultimo l’aspetto predominante della realtà. A partire da
un’antropologica dualistica è possibile giustificare il materialismo assoluto
contenuto nel capitalismo.
Sarebbe,
comunque, troppo restrittivo considerare il capitalismo come il frutto maturo di
una determinata tradizione filosofica. Esistono, infatti, altri fattori che
possono essere considerati come determinanti per l’affermarsi di una tale
materializzazione del mondo. Penso, a questo punto, al ruolo che la religione
ha avuto. Penso al ruolo giocato dalla Chiesa nei secoli, al suo contributo,
alla separazione tra spirituale e materiale. È chiaro che, in questa
prospettiva, il pensiero corre al potere temporale della Chiesa medioevale e di
come questo sodalizio sia continuato nelle epoche successive e continui, pur in
modo moderato, tutt’ora. Il problema, anche a questo riguardo, non consiste
tanto nel fatto, più o meno scandaloso, dei compromessi della Chiesa con il
potere temporale e della conseguente sua affermazione attraverso soprusi e
crociate. Credo che il problema vada ricercato nella stessa natura umana dalla
quale la Chiesa è costituita, come qualsiasi istituzione storica.
Il
denaro esercita su ogni uomo una forte attrattiva. Con esso, infatti, scorge la
possibilità di impossessarsi in breve tempo di tutto ciò che la natura sembra
avergli negato. O, ancora, con il denaro l’uomo avverte la possibilità di
appagare tutto ciò che altrimenti rimarrebbe per sempre inappagato: d’altronde
si vive una volta e basta e allora vale la pena rischiare tutto ciò che si
possiede e tutto ciò che è possibile fare pur di appropriarsi di questo
strumento di così grande potenza. In gioco c’è il senso stesso dell’esistenza
un senso che ha una matrice molto consistente: la natura umana.
(articolo del 1992).
Paolo Cugini
Dove il cristianesimo svanisce ritornano le forme
pagane (Chantal Delson).
Quali
sono gli elementi che ci possono indurre a pensare che l’epoca della
cristianità è finita? In primo luogo, il fatto che la Chiesa non incide più
nella società, non è più un tutt’uno con essa. La cristianità ha modellato per
secoli la società al punto che anche i riti religiosi erano parte del tessuto
sociale, che identificava un popolo. Oggi, chiaramente e, possiamo
tranquillamente dire, fortunatamente, non è più così, al punto che molti si
dichiarano atei. Anche coloro che si dichiarano credenti, hanno una scarsa partecipazione
alla vita religiosa. La cristianità è stata l’involucro che ha ricoperto dall’esterno
la cultura occidentale, ne ha plasmato anche alcuni valori, ne ha dato un’identità,
nel bene e nel male.
Com’è
potuto avvenire questo crollo epocale, questa fine di uno stile sociale così
significativo? Sono tanti i fattori che contribuiscono ad offrire elementi per
questa risposta. Si tratta, senza dubbio, di un cambio epocale, di un cambiamento
di paradigma che, per avvenire, necessita della convergenza di quei fattori che
l’avevano caratterizzata. La fine della cristianità porta via con sé un tipo di
cristianesimo, un modo di pensare e di vivere il rapporto con Dio. Dopo il IV
secolo d.C. la distanza dalle fonti della prima comunità cristiana segna il
passo dell’avvento della cristianità, che s’identifica progressivamente con una
forma politica e sociale: il Sacro romano Impero. Del cristianesimo primitivo,
cioè quello delle origini, rimangono i contorni esterni, assieme ad alcuni contenuti,
che acquisiscono significato per il servizio che offrono al mantenimento di una
specifica impostazione culturale.
I
temi del peccato, della salvezza, assieme a quelli del pentimento, della
conversione e della penitenza, temi evangelici ma svuotati del loro significato
profondo e, soprattutto, sganciati dal messaggio di misericordia di Gesù, sono
serviti per secoli a mantenere il popolo ignorante sottomesso al potere della
Chiesa. La cristianità è stata dunque una religione asservita al potere
politico, che ha creato un sistema di riti, una liturgia, una morale e una
teologia in grado di mantenere il popolo sottomesso, in perenne senso di colpa,
necessitato del perdono, che solo i funzionari della chiesa potevano elargire. Peccato,
colpa, penitenza, salvezza: sono i temi che hanno modellato la cristianità, la
sua struttura politico- sociale. Non è un caso che, una volta crollata l’impalcatura
esterna della cristianità, gli stessi contenuti da lei elaborati e propugnati,
si sono svuotati di significato e la gente si è allontanata da quella struttura,
che la teneva sottomessa.
Se
la cristianità come struttura sociale è svanita in poco tempo e nessuno ne
sente più la mancanza, ben diversa è la situazione sul piano prettamente religioso.
Secoli di riti, predicazioni, liturgie segnate dal tema del peccato e della paura
dell’inferno, hanno lasciato un segno profondo nella coscienza del popolo
religioso, hanno plasmato una mentalità. Non è bastato il Concilio Vaticano II
a scalfire il disastro spirituale perpetrato nel periodo della cristianità. Non
sono bastati i contributi delle più avanzate ricerche teologiche, esegetiche e
storiche, per dimostrare come tutto quello che era stato spacciato di cristiano,
in realtà non era altro che un grande inganno, una grande impostura, la grande
invenzione di una religione a servizio del potere. Secoli di inchini, di
turiboli, di culti dal linguaggio incomprensibile per la maggior parte, hanno
fatto credere in modo definitivo che la religione proposta dal Vangelo aveva quella
specifica forma. E così, mentre le cattedrali vengono chiuse e molte chiese
vendute perché i fedeli le hanno abbandonate, permane la religione che la
cristianità ha plasmato.
Basteranno
ancora pochi decenni per spazzare via i detriti di questa religiosità per fare
posto al Vangelo? La risposta non è facile. Di certo, quello che si vede oggi,
è la resistenza di coloro che non vogliono perdere la loro identità plasmata
dall’epoca della cristianità. Questo è il problema centrale. Chi identifica la proposta
di Gesù con quella specifica forma religiosa, non accetta il cambiamento. E
così, assistiamo al ritorno delle talari, delle liturgie pontificali, dei prelati
che con discorsi duri, dimostrano che vogliono ancora contare. In realtà,
questo stile religioso, non dice più nulla alla società, serve solo ai pochi
adepti, chiuso in loro stessi, per paura di quello che accade fuori. Ciò che
invece si sta delineando, è lo spazio per un nuovo modo di vivere il Vangelo ed
è proprio su questa nuova possibilità che va posta l’attenzione.
1°
GENNAIO 2022
Dialogo
fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura
1. «Come sono belli
sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).
Le parole del profeta
Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato,
sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di
esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei
diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e
sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa
gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di
una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.
Ancora oggi, il cammino
della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo
integrale, rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e
donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa.
Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si
amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie
di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e
del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua
a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla
condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il
grido dei poveri e della terra non cessa di levarsi per implorare
giustizia e pace.
In ogni epoca, la pace è
insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una
“architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della
società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima
persona. Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a
partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con
l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.
Vorrei qui proporre tre
vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo
tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In
secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e
sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità
umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto
sociale», senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.
2. Dialogare fra
generazioni per edificare la pace
In un mondo ancora
stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni
provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la
affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la
protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra
le generazioni».
Ogni dialogo sincero, pur
non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base
tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a
riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso
della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si
accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa
di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi
anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo
riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di
condivisione, di solidarietà.
Dialogare significa
ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo
tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto
e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.
Mentre lo sviluppo
tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi
contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani
hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli
anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della
creatività e del dinamismo dei giovani.
Le grandi sfide sociali e
i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi
della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani
–; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non
pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati
come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci
indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una
politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi
o soluzioni veloci», ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro,
nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.
Se, nelle difficoltà,
sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben
radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il
futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le
ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare
l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le
speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri». Senza
le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?
Basti pensare al tema
della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito
che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione
successiva». Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si
stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato,
affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo,
soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta,
che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e
socio-ambientale.
D’altronde, l’opportunità
di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal
lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È
l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è
nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si
ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in
vista del bene comune.
3. L’istruzione e
l’educazione come motori della pace
Negli ultimi anni è
sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e
l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse
costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la
persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la
promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le
fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza,
ricchezza e progresso.
Le spese militari,
invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della
“guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante.
È dunque opportuno e
urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche
economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti
pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il
perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che
arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse
finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola,
le infrastrutture, la cura del territorio e così via.
Auspico che
all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per
promuovere la cultura della cura. Essa, di fronte alle fratture
della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio
comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando
dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura
popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica
e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e
la cultura dei media». È dunque necessario forgiare un nuovo
paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le
giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le
università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel
formare persone mature». Un patto che promuova l’educazione
all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di
sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e
l’ambiente.
Investire sull’istruzione
e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce,
attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto
nel mondo del lavoro.
4. Promuovere e
assicurare il lavoro costruisce la pace
Il lavoro è un fattore
indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e
dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si
lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale,
il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo
più vivibile e bello.
La pandemia da Covid-19
ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando
molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i
lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono
servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica;
l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione
nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si
affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione
affrontano oggi prospettive drammatiche.
In particolare, l’impatto
della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori
migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi
nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé
e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un
sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente
solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema
di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi
crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la
dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il
bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un
ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.
Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia
e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di
sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così
facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte
del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e
di realizzazione personale». Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per
creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età
lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla
vita della famiglia e della società.
È più che mai urgente
promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose,
orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e
sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo,
far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia
l’unico criterio-guida.
In questa prospettiva
vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli,
sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di
lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni,
ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste
ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano
luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla
costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un
ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e
giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai
lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti
nella dottrina sociale della Chiesa.
Cari fratelli e sorelle!
Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei
rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a
dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la
sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare
l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle
persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella
preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.
Ai governanti e a quanti
hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle
comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà,
faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra
le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che
siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia,
si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li
accompagni la benedizione del Dio della pace!
Dal Vaticano, 8 dicembre
2021
Francesco
Paolo Cugini
Contemplando le pagine dei vangeli che narrano gli
eventi che hanno caratterizzato la nascita di Gesù, colpiscono le scelte di
Dio. C’è un percorso specifico e, allo stesso tempo, sorprendente che viene
tratteggiato nei vangeli, un percorso che siamo invitati a percorrere se
desideriamo conoscere il Signore della vita. Colpiscono le contraddizioni
lasciate nel percorso, i contrasti eclatanti rispetto al modo comune di pensare
Dio. Nasce escluso tra gli esclusi. Infatti, non c’era posto tra le case di
Betlemme per accogliere i due pellegrini di Nazareth, Maria e Giuseppe. C’era
posto per tutti, ma non per loro. Eppure era visibile che Maria stava
aspettando un bambino e aveva bisogno di attenzione e accoglienza. Gesù, prima
ancora di nascere, porta i segni del rifiuto, del non voluto.
Povero tra i poveri. Gesù fu deposto in una
mangiatoia. Anche questo aspetto della nascita di Gesù fa molto riflettere.
Vengono alla mente i tanti cristi che ogni notte dormono sotto i portici al
freddo: Gesù è senza dubbio tra loro. Migrante tra i migranti. Con pochi anni
di vita Maria, Giuseppe e il bambino Gesù sono stati costretti ad emigrare in
Egitto, a causa della follia di un re pazzo. Gesù sperimenta l’umiliazione di
essere non voluto nella propria terra, esiliato, migrante, sradicato. Porta
nella sua anima le ferite che, un’esperienza come questa, possono provocare,
lasciando un segno profondo, che esige molto amore per essere curata. Gesù nei
primi anni di vita fa l’esperienza della radicale povertà che caratterizza tutta
quell’umanità che vive ai margini della storia, nelle baraccopoli, ai confini
in cerca di un posto accogliente, umiliato e rifiutato perché diverso,
maltrattato perché nullatenente.
Questa
nascita così strana, con un percorso così diverso da come si sarebbe potuto
pensare, non è a caso, ma è un’indicazione misteriosa e, allo stesso tempo
chiarissima, per tutti coloro che sono alla ricerca di un senso della vita.
Sintesi: Paolo Cugini
I primi libretti circolanti su Gesù
sono i vangeli dell’infanzia, anche se appaiono per ultimi.
Perché ad un certo punto si è
sentita l’esigenza di dare alla comunità un resoconto sull’infanzia di Gesù?
Nell’antichità
quando si raccontava la biografia degli uomini illustri, si partiva dalla nascita
per mostrare che avevano avuto un’infanzia eccezionale e hanno avuti tutti
madri eccezionali. Madri che vengono fecondate da un raggio di luce. C’è spesso
un intervento divino.
Isacco,
Esaù, Giacobbe, Sansone, Giovanni Battista: sono personaggi che hanno avuto
nascite eccezionali.
Paolo
è stato il primo a scrivere su questo tema. Come fa Paolo a non conoscere una
nascita miracolosa del Nazareno? Possibile che al tempo di Paolo non se ne
parlasse? Paolo era un uomo colto; conosceva le storie di Romolo, Remo e altri.
L’ipotesi che viene avanzata è che quando paolo scrive attorno al 51 d. C. se
non dice nulla sulla nascita di Gesù significa che quella tradizione non era
ancora nata.
Galati:
si narra che dopo la conversione di Paolo, va in Arabia e dopo tre anni va a
Gerusalemme incontra Pietro e Giacomo, il fratello del Signore. Domanda: se la
nascita miracolosa fosse stato un fatto assodato, possibile che Paolo non ne
avesse conoscenza, e Pietro e Giacomo non le avessero raccontato di questa nascita?
Paolo
non fa mai riferimento alla madre e al padre di Gesù. Unico riferimento a Maria
è Gal 4,4: Gesù nato da donna, come qualsiasi altra persona.
Se
Gesù è la manifestazione di Dio, se in Gesù di Nazareth Dio si è fatto uomo, qual
è stato il momento in cui la divinità si è unita all’uomo? Per Paolo non
c’è dubbio, questo momento è il momento della resurrezione. Lo scrive
in modo chiaro in romani 1,3-4. La cosa curiosa è che man mano che si procede
con gli scritti e ci si allontanerà dagli eventi, gli scrittori – Mt, Lc, Mc Gv
– pongono questo momento dell’unione sempre prima, l’anticipano. Per Mc, che
scrive intorno al 70, questa unione avviene nel Battesimo. Per Mt che scrive
nell’80e Lc, che scrive nel 90, il momento è anticipato Lc 1,31: il momento è
il concepimento. In Gv, che è l’ultimo a scrivere, il momento dell’unione è da
rintracciarsi da sempre, dall’eternità.
Mc.
Il primo atto che riguarda Gesù è il battesimo ricevuto da Giovanni. Non si
parla della paternità di Gesù. Concezione cosmogonica al tempo di Gesù. Per
scrivere questa scena Mc usa un Materiale dell’A.T.: Is 42 e Salmo 2. Mc
servendosi di questo materiale ci dice che dal luogo dove abita Dio scende la
vita per inabitare in Gesù. Lo spirito Santo è l’agente maschile del
concepimento. Tra le cose incredibile che Gesù fa, trasgredisce il comandamento
più grande dell’AT che è l’osservanza del sabato. Gesù trasgredisce e firma la
sua condanna a morte. Mc 2,31: è la prima volta che in tutta letteratura si
parla della famiglia di Gesù. Questo atteggiamento di Maria e dei fratelli di
Gesù sarebbe motivata se Maria avesse ricevuto quell’annuncio dell’angelo
straordinario? Non avrebbe dovuto dire che è tutto normale quello che sta
accadendo? La tradizione sulla nascita prodigiosa su Gesù non era ancora stata
elaborato quando Mc scrive.
Cap
6.:
è la prima volta che sappiamo il nome di Maria. I compaesani di Nazareth indicano
Gesù come il falegname. Non si fa riferimento al padre. Il figlio è sempre
chiamato in riferimento al padre, era una prassi culturale. Qui viene fatto
riferimento alla madre, in un contesto in cui la donna non era nulla. Essere
indicato come figlio della propria madre è dispregiativo, perché indica la
nascita ignobile. Dopo la nascita di Gesù circola una leggenda nera che dice
che Gesù sarebbe nato da una relazione di Maria con un soldato romano. È Celso
che diffonde questa notizia. Origene scriverà contro Celso, per difendere la
tradizione cristiana. Come leggere l’affermazione dei conterranei di Gesù?
Alcuni studiosi recuperano un passaggio del Vangelo di Giovanni 8. “Noi non
siamo nati da prostituzione” Qualcuno legge questa affermazione come se facesse
riferimento alla leggenda nera.
Mt
e Lc. Se mettessimo i Vangeli dell’infanzia di Mt e Lc in
sinossi ci accorgeremmo che dicono cose diverse. Gesù dov’è nato? Mt scrive 10
anni prima di Lc ed è nato sotto Erode il Grande introno al 5 a.C. Lc invece fa
nascere Gesù durante il censimento del governatore Quirino nel 6 d.C. Lc ci
ricorda che Giuseppe per ottemperare gli ordini di Roma deve andare a farsi censire
a Betlemme (Lc 2,4). Qui c’è un problema. Infatti, gli storici ci dicono che
Roma non chiedeva questo. Infatti l’uomo doveva farsi censire dove lavorava,
dove pagavano le tasse. Il viaggio a Betlemme è storicamente immotivato. Secondo
problema. La legge romana richiedeva solo al maschio di farsi censire. E allora
perché Lc fa mettere in viaggio questa famiglia per una cosa che non si doveva
fare? La motivazione è solo teologica. Gesù doveva nascere a Betlemme e quindi
s’inventa qualcosa per questo.
Mt.
Per Mt Giuseppe e Maria vivono già a Betlemme da sempre. Non si parla di grotta,
stalla, ma di una casa. Non c’è stato nessun viaggio massacrante. Mt 2,23: dopo
quel giro incredibile in Egitto, il testo dice: sembra che Nazareth sia in una
cittadina nuova, sconosciuta. Il problema che si presenta a Matteo è diverso da
quello di Lc, perché deve motivare il viaggio da Betlemme a Nazareth. C’è un’altra
profezia di mezzo: Sarà chiamato nazareno.
Che
cosa sono questi vangeli? Ci si deve accostarli come dei
midrash, dei racconti che prendono episodi della letteratura del vecchio
testamento cercando di dare una rilettura del momento presente. Sono racconti
veri senza essere reali, nel senso che non sono storici come la pensiamo noi.
La verità ha a che fare con la fecondità.
Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=bGslvQyIi6k
C’è una sensazione di vuoto spirituale che si percepisce nella vita delle comunità cristiane. Si fa fatica a cambiare di
paradigma. Si fa fatica a vivere la fede non solo in un clima di minoranza, ma
anche si fa fatica a pensarsi in modo diverso. Veniamo da secoli e secoli in
cui tutti erano cristiani e il cristianesimo era la forma della società. Le
messe, i sacramenti, i rituali, le feste liturgiche hanno plasmato la struttura
sociale dell’occidente. Ora che tutto questo mondo è crollato, nessuno si sente
più obbligato ai rituali cristiani.
Nell’epoca
della cristianità non partecipare alla vita religiosa significava la dannazione
eterna, l’inferno nel futuro. Ora che l’involucro sacrale non c’è più, son
svanite tutte le paure. Che cosa ci rimane? La fine della cristianità coincide
con la fine della religione come forma sacrale, che plasma la società. La
cristianità ha veicolato un messaggio che faceva coincidere l’apparenza sociale
con l’appartenenza alla religione, alla chiesa. Il problema adesso è vivere la
fede promossa dal Vangelo senza la pretesa che alla società interessi. È questa
una fase delicata perché, nonostante l’epoca della cristianità sia terminata, rimangono
ancora presenti nella società tutta una serie di rituali e di elementi sacrali,
che hanno identificato per secoli l’appartenenza alla vita sociale e che sono
rimasti all’interno del tessuto sociale, nonostante non se ne conosca e non si
comprenda il significato. Molti genitori, nonostante non credano nel Vangelo e
non frequentano una chiesa, si rivolgono alla chiesa per battezza i loro figli
o per chiedere di partecipare al cammino per i sacramenti, provocando perdite
di tempo, tensioni a non finire. Ci si rivolge alla chiesa come se fosse un negozio
qualsiasi, in cui chiunque ha il diritto di comprare quello che vuole. È senza
dubbio una fase di passaggio che, come tale, sarà destinata a sparire. Fase di
passaggio che è portatrice di tensioni tra coloro che gestiscono la vita
religiosa e che non sempre hanno la coscienza del passaggio che stiamo vivendo,
e le persone che vivono la religione solamente come appartenenza sociale.
Poi
verrà il tempo in cui potremo vivere la proposta di Gesù in piccoli gruppi, tra
coloro che hanno accolto il messaggio del Vangelo e hanno fatto delle scelte a
riguardo, senza dover rendere conto ad una società che, ormai, ignorerà ciò che
è divenuto minoranza e non ha più la pretesa d’incidere sulla società, per lo
meno dal di fuori. Saremo come il fermento nella massa – finalmente! -, liberi
dalla tirannia dell’apparenza e della prestazione a tutti i costi. Ci troveremo
nelle case, anche perché, nel frattempo, le chiese e le cattedrali saranno già
state riconvertite in strutture di uso sociale e collettivo. Ed è nella
dimensione familiare della casa che potremo riassaporare il gusto di una diversità
di vita, di scelte, che solo il Vangelo sa offrire, liberi dall’affanno di dover
dimostrare qualcosa. In quel tempo, ci saremo liberati delle cattedrali, delle
pesanti strutture ecclesiali, delle processioni, delle statue, degli abiti
liturgici, da tuti quegli orpelli frutto della rincorsa sfrenata che la chiesa
ha fatto per secoli al potere, pagando un prezzo altissimo. Non vedremo più per
le strade qui personaggi vestiti di nero, simbolo di una morte prematura,
quando invece avrebbero dovuto indossare gli abiti colorati della gioia. Ci
sarà pace nei nostri cuori credenti nel Vangelo, in Gesù Cristo e ci saremo
finalmente liberati da quelle dottrine costruite apposta per contare qualcosa
nel mondo.
VENERDI 3 DICEMBRE 2021
Dogmi:
in teologia parliamo di due cose, la gerarchia de dogmi e l’evoluzione.
Gerarchia
dei dogmi: non tutti i dogmi sono uguali. Questo vale anche per
il dogma mariano, che è secondario rispetto ai dogmi cristologici. Nella storia
della teologia inizialmente i Padri riflettono sul monoteismo, poi sulla
Trinità e su Gesù Cristo. I dogmi mariani sono gli ultimi ad arrivare e già
questo ci deve dare la misura di come comprendere i contenuti dei dogmi.
Evoluzione
del dogma: ogni teologo prova ad esprimere la fede nei termini
ella cultura in cui si trova. Una verità di fede è sempre espressa in un
linguaggio, modello teologico che si riferisce ad un’epoca. Ciò significa che
questi modelli cambiano, come le nostre modalità e quindi è necessario
comprenderlo in altre parole. I contenuti rimangono, ma cambia il modo di
esprimerli.
Maria
è appendice di altri dogmi che sono il fondamento della fede.
Anche
il dogma mariano subisce un’evoluzione, un’interpretazione tramite nuovi
modelli.
Per
quanto riguarda la figura di Maria abbiamo avuto due modelli su Maria.
1. Nel
primo millennio, Maria è collocata all’interno della
comunità. Nei primi tre secoli c’è un silenzio su Maria. Quando si definisce la
Theotokos stiamo dicendo qualcosa di Cristo tramite Maria. Per dire la divinità
di Gesù la Theotokos ci ha aiutato. All’interno del primo millennio si aveva la
consapevolezza che Maria è simbolo della Chiesa Madre.
2. Nel
secondo millennio inizia una trasformazione di Maria, che diventa
sempre più isolata. Maria viene vista come mediatrice della misericordia. Maria
impersona l’aspetto divino della misericordia. La figura di Maria diventa
qualcosa che separa i cattolici dai protestanti. La Mariologia inizia nel ‘600.
Da questa spinta arrivano i dogmi mariani. La singolarità di Maria e la
diversità rispetto a tutti i credenti. A Maria si sono riferiti quegli
atteggiamenti che sono dello Spirito. Ciò è avvenuto quando si è sviluppata la
Pneumologia, la riflessione teologica sullo Spirito Santo. Maria diventa sempre
più madre e madre della Chiesa.
Il primo titolo è la theotokos, titolo che fa emergere lo scontro
tra due padri della Chiesa che si concilieranno nel concilio di Efeso. Indica
il carattere divino del figlio. Si vuole sottolineare che c’è una nascita
terrena. La Theotokos è contro Nestorio. In latino viene Dei genetris e mater
Dei. Dio è nato. Nell’antichità Dio era eterno e non si opoteva pensare che Dio
potesse nascere, soffrire e morire. La Theotokos vuole dire che Dio può nascere
perché in Cristo le due nature sono così unite che dimostra questo. È quindi un
titolo che ha una valenza cristologica. Quando applichiamo a Maria l’idea che è
la madre di Dio. Si credeva che solo l’uomo poteva dare vita al genere umano. L’antica
idea era: siccome basta un seme maschile, Maria porta in grembo Cristo, che
però è figlio di Dio. Qui Maria è strumentale. Perché Maria è solamente un
ricettacolo del seme maschile.
Ineffabilis
Deus: dogma dell’immacolata Concezione (1854) Maria fu
preservata per particolare grazia in previsione dei meriti di Gesù Cristo
salvatore del genere umano. È rimasta immune dalla macchia del peccato
originale sin dal primo istante del suo concepimento. Questo testo ci dice che
Maria senza l’intervento della grazia sarebbe nata con il peccato originale. Il
dogma è legato alla dottrina del peccato originale. Si pensava che la
sessualità fosse di per sé peccaminosa (Sant’Agostino). La sessualità non è
peccaminosa (cfr. Gaudium et Spes). C’è un modello antico: la sessualità come
peccaminosa e l’insistenza dell’idea come verginità. C’è la questione del
collegamento tra anima e corpo. Tutta Maria è piena di grazia: panaghia, tutta
santa, che in latino diventa sempre vergine. L’immacolata ci dice che c’è un
inestimabile valore della donna. L’idea che Dio si è rivolta a Maria come donna
prima che avesse un ruolo, è molto stimolante.
Assunzione
al cielo: Sembra impossibile figurarsi che dopo questa vita
possa essere separata da Cristo colei che concepì e lo strinse al petto. Nel
cristianesimo c’è l’idea di una totalità della persona. Il corpo è ciò per cui faccio
esperienza della vita, io sono le mie esperienze. Questo modello dualista
plasma il dogma dell’Assunzione. L’Assunta è molto più semplice da riportare ai
testi biblici, perché è il modello ella pienezza a cui tutti siamo chiamati. Il
credente che vive in pienezza la sua vita è chiamato verso la pienezza
definitiva. Maria è il modello del credente.
Come
recuperare Maria? Intanto la recuperiamo come credente. Maria
è una credente che ha avuto le sue difficoltà E poi Maria è stata una discepola
e una creatura. Maria anticipa la nostra resurrezione e, per questo è modello
della Chiesa. In questo è nostra sorella. Maria è una figura controcorrente perché
come maternità è chiacchierata, che ha dovuto attraversare i giudizi delle
persone. Maria è profetessa e lo si vede nel Magnificat. Maria è anche madre,
con una relazione materna con Gesù. La maternità ha varie fasi. Maria è in
questo modo recuperata come icona della Chiesa, dei credenti e anticipazione di
ciò che dovrebbe accadere al vero credente, ma anche una Maria ecumenica. Una
Maria più biblica aiuta nel cammino di comunione delle differenti fedi e comunità.
Il
credente è colui che deve partorire Dio. Etty Hillesum: una
cosa diventa evidente e cioè che tu Dio non puoi aiutare noi, ma noi aiutiamo
te e forse possiamo aiutarti a disseppellirti dall’idea devastata dagli latri
uomini.