giovedì 13 gennaio 2022

A TELEREGGIO PRESENTAZIONE DEL LIBRO: QUALE CHIESA?

 

Venerdì 14 gennaio alle ore 8,30 a Telereggio

intervista a don Paolo Cugini per la presentazione del libro:

Quale Chiesa? Di Matteo Zuppi e Paolo Cugini

mercoledì 12 gennaio 2022

VERBUM CARO FACTUM EST

 



L’INCARNZIONE DEL VERBO

(esercitazioni Pèguyane del 1992)

 

Paolo Cugini

 

    L’Incarnazione del Verbo si è verificata nel più naturale dei modi: è questo che è sconvolgente. IL Figlio di Dio ha assunto una natura che è simile alla mia. Vive un tempo e in uno spazio come me. È difficile riconoscerlo all’esterno perché non offre prove tangibili. Che cosa vedono i pastori se non un bambino come tanti altri, come tutti gli altri? La grazia è un’operazione interiore nascosta, che sfugge all’apparenza, alla superficie. IL cristiano è l’uomo della profondità, del silenzio, del deserto perché solo in questa situazione di spoliazione Dio si manifesta. Tutto deve essere fatto nel segreto perché bisogna cercare di amare con tutto se stessi un solo Dio. Tentazione di apparire santi con dei sotterfugi, con delle tecniche, con delle violenze. Dio ci vuole santi, “Siate vuoi dunque perfetti come è perfetto il Padre nostro celeste” (Mt 5, 48).

Questa santità non passa per le strade dell’evidenza, dell’apparenza. Tentazione meschina di voler essere apprezzato dagli uomini, e così trasformare in movimento lento, interiore del cuore in una maschera superficiale. Aspettare la forza dello Spirito in silenzio, nel nascondimento, vincendo la tentazione di voler mostrare al mondo la falsa santità, perché se l’essere cristiano è solo una facciata per far vedere quanto siamo bravi, è spazzatura perché alimenta l’orgoglio. C’è un solo Signore.

 

Il Verbo si è Incarnato. Si è sottomesso alla natura umana. Ha accettato la condizione umana. Ha obbedito ai suoi genitori. Nel nascondimento. Nella condizione normale di ogni essere umano che vive in una famiglia. Gesù fino a trent’anni ha vissuto come vive ogni uomo, come vivo io. E in questa condizione ha imparato la volontà del Padre. Ha appreso che cosa il Padre gli chiedeva. Ha capito che il Padre esigeva da Lui, il suo unico Figlio, il suo vero Figlio il suo primo Figlio, di una lunga generazione di figli qualcosa di particolare, che nessun altro avrebbe potuto fare. Che tutta l’umanità era in attesa da secoli. E Lui non avrebbe mai voluto deludere suo Padre. E Lui il figlio ricolmo d’amore verso il Padre non avrebbe mai voluto deluder l’immenso amore del Padre. In nessuno modo. Per nessuno motivo.

Si trattava di svolgere un compito. Una missione. Si trattava di obbedire al volere del Padre. E Gesù, il Figlio, non aspettava altro. E Gesù, il Figlio, sin dall’eternità non aspettava altro che rispondere all’amore del Padre. E Gesù, il Figlio dilettissimo era quasi impaziente, viveva quasi nell’impazienza, non vedeva l’ora di eseguire la volontà del Padre. Perché lo amava. E l’amore non può che domarsi. Senza sosta. Senza nulla risparmiare. E Lui, il Figlio, non vedeva l’ora di donarsi tutto al Padre. Per amore. Fino alla morte. E il Padre lo ha accontentato. Et verbum factum est. E il Figlio è nato.

 “La verità germoglierà dalla terra e la giustizia si affaccerà dal cielo” (Ps 84, 12). La verità si è resa presenza, si è materializzata. C’è uno sguardo orizzontale che la può vedere, descrivere, analizzare. I pastori che nella notte, in quella stupenda notte, in quella indimenticabile notte, sono accorsi alla grotta, hanno visto un bambino, come tanti. Hanno visto un bambino che era uguale a tutti gli altri bambini. Hanno visto un bambino che piangeva come gli altri bambini. Che si nutriva come gli altri bambini. Che rideva come gli altri bambini. Ma era il Figlio di Dio. Atteso dall’eternità. Era quel Figlio di Dio che era stato annunciato dai profeti. Da una schiera di profeti. E in quella notte, in quella indimenticabile notte era là. Bambino come tutti i bambini. E i pastori adoravano un bambino. Che non era diverso dagli altri bambini. “La verità germoglierà dalla terra”.

I pastori si prostrarono a quel bambino che era il Figlio di Dio. “La giustizia si affaccerà dal cielo”: I pastori avevano riconosciuto in quel bambino dalle fattezze simili a qualsiasi altro bambino, il Figlio di Dio, colui che doveva venire. Riconobbero il Figlio di Dio. “C’erano in quella regione alcuni pastori che vegliavano di notte facendo la guardi al loro gregge.” Era una sera come le altre. Il cielo della Giudea era stellato come tante altre notti. I pastori si apprestavano a caricarsi dopo la giornata di lavoro passata nella terra di Betlemme. Il caldo per tutto il giorno li aveva assillati costringendo le pecore stesse a sotterfugi inusitati per potersi riparare dai raggi del sole. Ebbene, la sera era giunta; i pastori intorno al focolare si raccontavano qualche storiella, per passarsela un po’ il tempo. E intanto, fra una chiacchiera e l’altra, facevano la guardia al loro gregge. Come tante sere. Come tutte le sere. E qualcuno, a turno, s’addormentava. Sempre, però c’era chi vegliava. Non si poteva lasciare il gregge incustodito. Occorreva vegliare. A turno. Uno alla volta. Uno o due alla volta. Così tra una chiacchiera e l’altra, accanto al fuoco acceso passava il tempo. Mai avrebbero sospettato che quella era una notte particolare. Uguale alle altre ma, allo stesso tempo particolare. Uguale alle altre, a tutte le altre innumerevoli notti, ma con un carico di presente in più. Una notte come tutte le altre, ma molto più pesante. C’era un carico di profezie che stava arrivando a compimento. In quella notte. C’erano secoli di profezie che stavano rovesciandosi in un punto di presente che si trovava nelle vicinanze di quella notte. Notte uguale a tutte le altre notti passate a badare il gregge, ma allo stesso tempo diversa. Perché c’era nell’aria un rumore strano, come se qualcosa stesse arrivando da lontano e si stesse rovesciando. Improvvisamente. Bruscamente. C’era nell’aria un brusio che sembrava venire da lontano. E i pastori avrebbero voluto dirselo. I pastori avrebbero voluto dire che c’era un brusio, ma non lo fecero. I pastori si erano accorti che quella notte, uguale a tante notti, a tutte le notti, aveva qualcosa di diverso ma non lo dissero, lasciarono perdere, tanto sarebbe giunto il giorno. I pastori, in realtà, si erano accorti che quella notte aveva qualcosa di particolare. I pastori: questi uomini del silenzio abituati al silenzio. Che cosa potrebbe a loro sfuggire? “Un angelo del Signore si presentò davanti a loro e la gloria del Signore li avvolse di luce. Essi furono presi da grande spavento, ma l’angelo del Signore disse loro: “non temete ecco vi annunzio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi vi è nato nella città di Davide un salvatore, che è il Cristo Signore” (Lc 2, 9-11).

 Sublime mistero! Il tempo d’ora innanzi non sarà più lo stesso. Sublime mistero di un tempo sconvolto dall’irruenza dell’eterno. Nel tempo - dall’infinito nel finito. Dallo spirito nella carne. Poveri pastori così silenziosi, così schivi al rumore. A loro è toccata l’irruenza, quasi prepotente, dell’ineffabile messaggio angelico. Pastori silenziosi. Erano intenti a sorvegliare il gregge in una notte come tutte le altre notti. E all’improvviso l’angelo del Signore si presentò davanti a loro. È vero che un po’ se n’erano accorti. Quei furboni dei pastori. Così silenziosi, così notturni. Quei pastori. Così simili alle loro pecore tutte uguali. Così simili alle loro notti. Tutte uguali. A loro è toccato di assistere all’irruenza dell’Eternità. Nel tempo. Nel presente. In un’ora. In un istante. Da tempo atteso. Da secoli annunciato. Quei pastori che facevano la guardia al gregge furono avvolti di luce. La luce della gloria del Signore. Quei pastori così schivi non erano abituati alla “grandeur” e, proprio loro, furono avvolti dalla luce della gloria del Signore. Improvvisamente “un angelo del Signore si presentò davanti a loro”. Sublime mistero.

 Il miracolo si compie nelle più normali delle giornate. Mistero dei misteri. Secoli di profezie giungono a compimento in un giorno come tutti gli altri. In una notte come tutte le altre. In una notte uguale a quella del giorno precedente. Gli angeli di Dio (“la giustizia si affaccerà dal cielo”) si presentarono ai pastori in una notte come tante altre notti (“la verità germoglierà dalla terra” (Ps 84, 12).                 1992. 

 

IL DENARO

 




 

Paolo Cugini

 

Per chi intenda comprendere l’elemento caratterizzante della nostra epoca contemporanea (1800-1900) non mi sembra azzardato affermare che tale specificità vada cercato nel denaro. Il mondo occidentale, dalla rivoluzione industriale in poi, si è identificato con il capitalismo. Dire occidente è la stessa cosa che dire capitalismo. Se è vero questo, sarebbe importante analizzare le condizioni di possibilità che il pensiero greco – romano aveva in germe per approdare ad un tale punto di arrivo. Il capitalismo come teoria, come sistema esistenziale era prevedibile a partire dalle categorie della filosofia classica? Il capitalismo è la logica conseguenza della speculazione filosofica classica passando per il pensiero cristiano? Sono domande inquietanti, perché mettono in discussione tutto un modo di sentire e di pensare, che cerca nei valori metafisici le ragioni di possibilità dell’esistenza umana.

Da una parte, si nota l’origine speculativa, l’amore per la riflessione astratta, concettuale, l’attenzione allo spirito e a tutto ciò che ruota attorno a questa dimensione; dall’altra, si constata un mondo materiale nel senso stretto del termine, un mondo cioè dove ciò che è importante è legato a ciò che serve all’uomo per il soddisfacimento dei propri bisogni. L’occidente nasce spiritualmente e sta morendo affondato nella materia. L’amore per lo spirituale è stato soppiantato dal bisogno materiale. È evidente che, un’analisi di questo tipo corre il rischio di essere troppo generalizzante, di non cogliere alcuni aspetti fondamentali dell’evoluzione del pensiero occidentale. In questa prospettiva, credo che il problema acquisti una visione diversa se si considera il rapporto spirito/materia. Ogni volta che nella riflessione speculativa si sono separati questi due elementi, si è giunti a situazioni ove vengono radicalizzate le posizioni: spiritualismo e materialismo.

Su questa linea di ricerca è possibile individuare le cause del capitalismo occidentale come un frutto in germe dalla stessa riflessione della cultura classica. Il capitalismo è, dunque, l’eredità più limpida di una tradizione di pensiero che ha separato lo spirituale dal materiale, considerando quest’ultimo l’aspetto predominante della realtà. A partire da un’antropologica dualistica è possibile giustificare il materialismo assoluto contenuto nel capitalismo.

Sarebbe, comunque, troppo restrittivo considerare il capitalismo come il frutto maturo di una determinata tradizione filosofica. Esistono, infatti, altri fattori che possono essere considerati come determinanti per l’affermarsi di una tale materializzazione del mondo. Penso, a questo punto, al ruolo che la religione ha avuto. Penso al ruolo giocato dalla Chiesa nei secoli, al suo contributo, alla separazione tra spirituale e materiale. È chiaro che, in questa prospettiva, il pensiero corre al potere temporale della Chiesa medioevale e di come questo sodalizio sia continuato nelle epoche successive e continui, pur in modo moderato, tutt’ora. Il problema, anche a questo riguardo, non consiste tanto nel fatto, più o meno scandaloso, dei compromessi della Chiesa con il potere temporale e della conseguente sua affermazione attraverso soprusi e crociate. Credo che il problema vada ricercato nella stessa natura umana dalla quale la Chiesa è costituita, come qualsiasi istituzione storica.

 

Il denaro esercita su ogni uomo una forte attrattiva. Con esso, infatti, scorge la possibilità di impossessarsi in breve tempo di tutto ciò che la natura sembra avergli negato. O, ancora, con il denaro l’uomo avverte la possibilità di appagare tutto ciò che altrimenti rimarrebbe per sempre inappagato: d’altronde si vive una volta e basta e allora vale la pena rischiare tutto ciò che si possiede e tutto ciò che è possibile fare pur di appropriarsi di questo strumento di così grande potenza. In gioco c’è il senso stesso dell’esistenza un senso che ha una matrice molto consistente: la natura umana.

(articolo del 1992).

 

mercoledì 5 gennaio 2022

POSTCRISTIANITA' E IL NUOVO CAMMINO DEL CRISTIANESIMO

 



 

Paolo Cugini

 

Dove il cristianesimo svanisce ritornano le forme pagane (Chantal Delson).

Quali sono gli elementi che ci possono indurre a pensare che l’epoca della cristianità è finita? In primo luogo, il fatto che la Chiesa non incide più nella società, non è più un tutt’uno con essa. La cristianità ha modellato per secoli la società al punto che anche i riti religiosi erano parte del tessuto sociale, che identificava un popolo. Oggi, chiaramente e, possiamo tranquillamente dire, fortunatamente, non è più così, al punto che molti si dichiarano atei. Anche coloro che si dichiarano credenti, hanno una scarsa partecipazione alla vita religiosa. La cristianità è stata l’involucro che ha ricoperto dall’esterno la cultura occidentale, ne ha plasmato anche alcuni valori, ne ha dato un’identità, nel bene e nel male.

Com’è potuto avvenire questo crollo epocale, questa fine di uno stile sociale così significativo? Sono tanti i fattori che contribuiscono ad offrire elementi per questa risposta. Si tratta, senza dubbio, di un cambio epocale, di un cambiamento di paradigma che, per avvenire, necessita della convergenza di quei fattori che l’avevano caratterizzata. La fine della cristianità porta via con sé un tipo di cristianesimo, un modo di pensare e di vivere il rapporto con Dio. Dopo il IV secolo d.C. la distanza dalle fonti della prima comunità cristiana segna il passo dell’avvento della cristianità, che s’identifica progressivamente con una forma politica e sociale: il Sacro romano Impero. Del cristianesimo primitivo, cioè quello delle origini, rimangono i contorni esterni, assieme ad alcuni contenuti, che acquisiscono significato per il servizio che offrono al mantenimento di una specifica impostazione culturale.

I temi del peccato, della salvezza, assieme a quelli del pentimento, della conversione e della penitenza, temi evangelici ma svuotati del loro significato profondo e, soprattutto, sganciati dal messaggio di misericordia di Gesù, sono serviti per secoli a mantenere il popolo ignorante sottomesso al potere della Chiesa. La cristianità è stata dunque una religione asservita al potere politico, che ha creato un sistema di riti, una liturgia, una morale e una teologia in grado di mantenere il popolo sottomesso, in perenne senso di colpa, necessitato del perdono, che solo i funzionari della chiesa potevano elargire. Peccato, colpa, penitenza, salvezza: sono i temi che hanno modellato la cristianità, la sua struttura politico- sociale. Non è un caso che, una volta crollata l’impalcatura esterna della cristianità, gli stessi contenuti da lei elaborati e propugnati, si sono svuotati di significato e la gente si è allontanata da quella struttura, che la teneva sottomessa.

Se la cristianità come struttura sociale è svanita in poco tempo e nessuno ne sente più la mancanza, ben diversa è la situazione sul piano prettamente religioso. Secoli di riti, predicazioni, liturgie segnate dal tema del peccato e della paura dell’inferno, hanno lasciato un segno profondo nella coscienza del popolo religioso, hanno plasmato una mentalità. Non è bastato il Concilio Vaticano II a scalfire il disastro spirituale perpetrato nel periodo della cristianità. Non sono bastati i contributi delle più avanzate ricerche teologiche, esegetiche e storiche, per dimostrare come tutto quello che era stato spacciato di cristiano, in realtà non era altro che un grande inganno, una grande impostura, la grande invenzione di una religione a servizio del potere. Secoli di inchini, di turiboli, di culti dal linguaggio incomprensibile per la maggior parte, hanno fatto credere in modo definitivo che la religione proposta dal Vangelo aveva quella specifica forma. E così, mentre le cattedrali vengono chiuse e molte chiese vendute perché i fedeli le hanno abbandonate, permane la religione che la cristianità ha plasmato.

Basteranno ancora pochi decenni per spazzare via i detriti di questa religiosità per fare posto al Vangelo? La risposta non è facile. Di certo, quello che si vede oggi, è la resistenza di coloro che non vogliono perdere la loro identità plasmata dall’epoca della cristianità. Questo è il problema centrale. Chi identifica la proposta di Gesù con quella specifica forma religiosa, non accetta il cambiamento. E così, assistiamo al ritorno delle talari, delle liturgie pontificali, dei prelati che con discorsi duri, dimostrano che vogliono ancora contare. In realtà, questo stile religioso, non dice più nulla alla società, serve solo ai pochi adepti, chiuso in loro stessi, per paura di quello che accade fuori. Ciò che invece si sta delineando, è lo spazio per un nuovo modo di vivere il Vangelo ed è proprio su questa nuova possibilità che va posta l’attenzione.

 

mercoledì 22 dicembre 2021

MESSAGGIO DI PAPA FRANCESCO PER LA LV GIORNATA MONDIALE DELLA PACE

 



1° GENNAIO 2022

Dialogo fra generazioni, educazione e lavoro:
strumenti per edificare una pace duratura

 

1. «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace» (Is 52,7).

Le parole del profeta Isaia esprimono la consolazione, il sospiro di sollievo di un popolo esiliato, sfinito dalle violenze e dai soprusi, esposto all’indegnità e alla morte. Su di esso il profeta Baruc si interrogava: «Perché ti trovi in terra nemica e sei diventato vecchio in terra straniera? Perché ti sei contaminato con i morti e sei nel numero di quelli che scendono negli inferi?» (3,10-11). Per questa gente, l’avvento del messaggero di pace significava la speranza di una rinascita dalle macerie della storia, l’inizio di un futuro luminoso.

Ancora oggi, il cammino della pace, che San Paolo VI ha chiamato col nuovo nome di sviluppo integrale, rimane purtroppo lontano dalla vita reale di tanti uomini e donne e, dunque, della famiglia umana, che è ormai del tutto interconnessa. Nonostante i molteplici sforzi mirati al dialogo costruttivo tra le nazioni, si amplifica l’assordante rumore di guerre e conflitti, mentre avanzano malattie di proporzioni pandemiche, peggiorano gli effetti del cambiamento climatico e del degrado ambientale, si aggrava il dramma della fame e della sete e continua a dominare un modello economico basato sull’individualismo più che sulla condivisione solidale. Come ai tempi degli antichi profeti, anche oggi il grido dei poveri e della terra non cessa di levarsi per implorare giustizia e pace.

In ogni epoca, la pace è insieme dono dall’alto e frutto di un impegno condiviso. C’è, infatti, una “architettura” della pace, dove intervengono le diverse istituzioni della società, e c’è un “artigianato” della pace che coinvolge ognuno di noi in prima persona. Tutti possono collaborare a edificare un mondo più pacifico: a partire dal proprio cuore e dalle relazioni in famiglia, nella società e con l’ambiente, fino ai rapporti fra i popoli e fra gli Stati.

Vorrei qui proporre tre vie per la costruzione di una pace duratura. Anzitutto, il dialogo tra le generazioni, quale base per la realizzazione di progetti condivisi. In secondo luogo, l’educazione, come fattore di libertà, responsabilità e sviluppo. Infine, il lavoro per una piena realizzazione della dignità umana. Si tratta di tre elementi imprescindibili per «dare vita ad un patto sociale», senza il quale ogni progetto di pace si rivela inconsistente.

2. Dialogare fra generazioni per edificare la pace

In un mondo ancora stretto dalla morsa della pandemia, che troppi problemi ha causato, «alcuni provano a fuggire dalla realtà rifugiandosi in mondi privati e altri la affrontano con violenza distruttiva, ma tra l’indifferenza egoista e la protesta violenta c’è un’opzione sempre possibile: il dialogo. Il dialogo tra le generazioni». 

Ogni dialogo sincero, pur non privo di una giusta e positiva dialettica, esige sempre una fiducia di base tra gli interlocutori. Di questa fiducia reciproca dobbiamo tornare a riappropriarci! L’attuale crisi sanitaria ha amplificato per tutti il senso della solitudine e il ripiegarsi su sé stessi. Alle solitudini degli anziani si accompagna nei giovani il senso di impotenza e la mancanza di un’idea condivisa di futuro. Tale crisi è certamente dolorosa. In essa, però, può esprimersi anche il meglio delle persone. Infatti, proprio durante la pandemia abbiamo riscontrato, in ogni parte del mondo, testimonianze generose di compassione, di condivisione, di solidarietà.

Dialogare significa ascoltarsi, confrontarsi, accordarsi e camminare insieme. Favorire tutto questo tra le generazioni vuol dire dissodare il terreno duro e sterile del conflitto e dello scarto per coltivarvi i semi di una pace duratura e condivisa.

Mentre lo sviluppo tecnologico ed economico ha spesso diviso le generazioni, le crisi contemporanee rivelano l’urgenza della loro alleanza. Da un lato, i giovani hanno bisogno dell’esperienza esistenziale, sapienziale e spirituale degli anziani; dall’altro, gli anziani necessitano del sostegno, dell’affetto, della creatività e del dinamismo dei giovani.

Le grandi sfide sociali e i processi di pacificazione non possono fare a meno del dialogo tra i custodi della memoria – gli anziani – e quelli che portano avanti la storia – i giovani –; e neanche della disponibilità di ognuno a fare spazio all’altro, a non pretendere di occupare tutta la scena perseguendo i propri interessi immediati come se non ci fossero passato e futuro. La crisi globale che stiamo vivendo ci indica nell’incontro e nel dialogo fra le generazioni la forza motrice di una politica sana, che non si accontenta di amministrare l’esistente «con rattoppi o soluzioni veloci», ma che si offre come forma eminente di amore per l’altro, nella ricerca di progetti condivisi e sostenibili.

Se, nelle difficoltà, sapremo praticare questo dialogo intergenerazionale «potremo essere ben radicati nel presente e, da questa posizione, frequentare il passato e il futuro: frequentare il passato, per imparare dalla storia e per guarire le ferite che a volte ci condizionano; frequentare il futuro, per alimentare l’entusiasmo, far germogliare i sogni, suscitare profezie, far fiorire le speranze. In questo modo, uniti, potremo imparare gli uni dagli altri».  Senza le radici, come potrebbero gli alberi crescere e produrre frutti?

Basti pensare al tema della cura della nostra casa comune. L’ambiente stesso, infatti, «è un prestito che ogni generazione riceve e deve trasmettere alla generazione successiva». Vanno perciò apprezzati e incoraggiati i tanti giovani che si stanno impegnando per un mondo più giusto e attento a salvaguardare il creato, affidato alla nostra custodia. Lo fanno con inquietudine e con entusiasmo, soprattutto con senso di responsabilità di fronte all’urgente cambio di rotta, che ci impongono le difficoltà emerse dall’odierna crisi etica e socio-ambientale.

D’altronde, l’opportunità di costruire assieme percorsi di pace non può prescindere dall’educazione e dal lavoro, luoghi e contesti privilegiati del dialogo intergenerazionale. È l’educazione a fornire la grammatica del dialogo tra le generazioni ed è nell’esperienza del lavoro che uomini e donne di generazioni diverse si ritrovano a collaborare, scambiando conoscenze, esperienze e competenze in vista del bene comune.

3. L’istruzione e l’educazione come motori della pace

Negli ultimi anni è sensibilmente diminuito, a livello mondiale, il bilancio per l’istruzione e l’educazione, considerate spese piuttosto che investimenti. Eppure, esse costituiscono i vettori primari di uno sviluppo umano integrale: rendono la persona più libera e responsabile e sono indispensabili per la difesa e la promozione della pace. In altri termini, istruzione ed educazione sono le fondamenta di una società coesa, civile, in grado di generare speranza, ricchezza e progresso.

Le spese militari, invece, sono aumentate, superando il livello registrato al termine della “guerra fredda”, e sembrano destinate a crescere in modo esorbitante. 

È dunque opportuno e urgente che quanti hanno responsabilità di governo elaborino politiche economiche che prevedano un’inversione del rapporto tra gli investimenti pubblici nell’educazione e i fondi destinati agli armamenti. D’altronde, il perseguimento di un reale processo di disarmo internazionale non può che arrecare grandi benefici allo sviluppo di popoli e nazioni, liberando risorse finanziarie da impiegare in maniera più appropriata per la salute, la scuola, le infrastrutture, la cura del territorio e così via.

Auspico che all’investimento sull’educazione si accompagni un più consistente impegno per promuovere la cultura della cura.  Essa, di fronte alle fratture della società e all’inerzia delle istituzioni, può diventare il linguaggio comune che abbatte le barriere e costruisce ponti. «Un Paese cresce quando dialogano in modo costruttivo le sue diverse ricchezze culturali: la cultura popolare, la cultura universitaria, la cultura giovanile, la cultura artistica e la cultura tecnologica, la cultura economica e la cultura della famiglia, e la cultura dei media».  È dunque necessario forgiare un nuovo paradigma culturale, attraverso «un patto educativo globale per e con le giovani generazioni, che impegni le famiglie, le comunità, le scuole e le università, le istituzioni, le religioni, i governanti, l’umanità intera, nel formare persone mature».  Un patto che promuova l’educazione all’ecologia integrale, secondo un modello culturale di pace, di sviluppo e di sostenibilità, incentrato sulla fraternità e sull’alleanza tra l’essere umano e l’ambiente. 

Investire sull’istruzione e sull’educazione delle giovani generazioni è la strada maestra che le conduce, attraverso una specifica preparazione, a occupare con profitto un giusto posto nel mondo del lavoro. 

4. Promuovere e assicurare il lavoro costruisce la pace

Il lavoro è un fattore indispensabile per costruire e preservare la pace. Esso è espressione di sé e dei propri doni, ma anche impegno, fatica, collaborazione con altri, perché si lavora sempre con o per qualcuno. In questa prospettiva marcatamente sociale, il lavoro è il luogo dove impariamo a dare il nostro contributo per un mondo più vivibile e bello.

La pandemia da Covid-19 ha aggravato la situazione del mondo del lavoro, che stava già affrontando molteplici sfide. Milioni di attività economiche e produttive sono fallite; i lavoratori precari sono sempre più vulnerabili; molti di coloro che svolgono servizi essenziali sono ancor più nascosti alla coscienza pubblica e politica; l’istruzione a distanza ha in molti casi generato una regressione nell’apprendimento e nei percorsi scolastici. Inoltre, i giovani che si affacciano al mercato professionale e gli adulti caduti nella disoccupazione affrontano oggi prospettive drammatiche.

In particolare, l’impatto della crisi sull’economia informale, che spesso coinvolge i lavoratori migranti, è stato devastante. Molti di loro non sono riconosciuti dalle leggi nazionali, come se non esistessero; vivono in condizioni molto precarie per sé e per le loro famiglie, esposti a varie forme di schiavitù e privi di un sistema di welfare che li protegga. A ciò si aggiunga che attualmente solo un terzo della popolazione mondiale in età lavorativa gode di un sistema di protezione sociale, o può usufruirne solo in forme limitate. In molti Paesi crescono la violenza e la criminalità organizzata, soffocando la libertà e la dignità delle persone, avvelenando l’economia e impedendo che si sviluppi il bene comune. La risposta a questa situazione non può che passare attraverso un ampliamento delle opportunità di lavoro dignitoso.

Il lavoro infatti è la base su cui costruire la giustizia e la solidarietà in ogni comunità. Per questo, «non si deve cercare di sostituire sempre più il lavoro umano con il progresso tecnologico: così facendo l’umanità danneggerebbe sé stessa. Il lavoro è una necessità, è parte del senso della vita su questa terra, via di maturazione, di sviluppo umano e di realizzazione personale».  Dobbiamo unire le idee e gli sforzi per creare le condizioni e inventare soluzioni, affinché ogni essere umano in età lavorativa abbia la possibilità, con il proprio lavoro, di contribuire alla vita della famiglia e della società.

È più che mai urgente promuovere in tutto il mondo condizioni lavorative decenti e dignitose, orientate al bene comune e alla salvaguardia del creato. Occorre assicurare e sostenere la libertà delle iniziative imprenditoriali e, nello stesso tempo, far crescere una rinnovata responsabilità sociale, perché il profitto non sia l’unico criterio-guida.

In questa prospettiva vanno stimolate, accolte e sostenute le iniziative che, a tutti i livelli, sollecitano le imprese al rispetto dei diritti umani fondamentali di lavoratrici e lavoratori, sensibilizzando in tal senso non solo le istituzioni, ma anche i consumatori, la società civile e le realtà imprenditoriali. Queste ultime, quanto più sono consapevoli del loro ruolo sociale, tanto più diventano luoghi in cui si esercita la dignità umana, partecipando così a loro volta alla costruzione della pace. Su questo aspetto la politica è chiamata a svolgere un ruolo attivo, promuovendo un giusto equilibrio tra libertà economica e giustizia sociale. E tutti coloro che operano in questo campo, a partire dai lavoratori e dagli imprenditori cattolici, possono trovare sicuri orientamenti nella dottrina sociale della Chiesa.

Cari fratelli e sorelle! Mentre cerchiamo di unire gli sforzi per uscire dalla pandemia, vorrei rinnovare il mio ringraziamento a quanti si sono impegnati e continuano a dedicarsi con generosità e responsabilità per garantire l’istruzione, la sicurezza e la tutela dei diritti, per fornire le cure mediche, per agevolare l’incontro tra familiari e ammalati, per garantire sostegno economico alle persone indigenti o che hanno perso il lavoro. E assicuro il mio ricordo nella preghiera per tutte le vittime e le loro famiglie.

Ai governanti e a quanti hanno responsabilità politiche e sociali, ai pastori e agli animatori delle comunità ecclesiali, come pure a tutti gli uomini e le donne di buona volontà, faccio appello affinché insieme camminiamo su queste tre strade: il dialogo tra le generazioni, l’educazione e il lavoro. Con coraggio e creatività. E che siano sempre più numerosi coloro che, senza far rumore, con umiltà e tenacia, si fanno giorno per giorno artigiani di pace. E che sempre li preceda e li accompagni la benedizione del Dio della pace!

Dal Vaticano, 8 dicembre 2021


Francesco

 

martedì 21 dicembre 2021

NATALE 2021

 




Paolo Cugini

        Contemplando le pagine dei vangeli che narrano gli eventi che hanno caratterizzato la nascita di Gesù, colpiscono le scelte di Dio. C’è un percorso specifico e, allo stesso tempo, sorprendente che viene tratteggiato nei vangeli, un percorso che siamo invitati a percorrere se desideriamo conoscere il Signore della vita. Colpiscono le contraddizioni lasciate nel percorso, i contrasti eclatanti rispetto al modo comune di pensare Dio. Nasce escluso tra gli esclusi. Infatti, non c’era posto tra le case di Betlemme per accogliere i due pellegrini di Nazareth, Maria e Giuseppe. C’era posto per tutti, ma non per loro. Eppure era visibile che Maria stava aspettando un bambino e aveva bisogno di attenzione e accoglienza. Gesù, prima ancora di nascere, porta i segni del rifiuto, del non voluto.

 Povero tra i poveri. Gesù fu deposto in una mangiatoia. Anche questo aspetto della nascita di Gesù fa molto riflettere. Vengono alla mente i tanti cristi che ogni notte dormono sotto i portici al freddo: Gesù è senza dubbio tra loro. Migrante tra i migranti. Con pochi anni di vita Maria, Giuseppe e il bambino Gesù sono stati costretti ad emigrare in Egitto, a causa della follia di un re pazzo. Gesù sperimenta l’umiliazione di essere non voluto nella propria terra, esiliato, migrante, sradicato. Porta nella sua anima le ferite che, un’esperienza come questa, possono provocare, lasciando un segno profondo, che esige molto amore per essere curata. Gesù nei primi anni di vita fa l’esperienza della radicale povertà che caratterizza tutta quell’umanità che vive ai margini della storia, nelle baraccopoli, ai confini in cerca di un posto accogliente, umiliato e rifiutato perché diverso, maltrattato perché nullatenente.

Questa nascita così strana, con un percorso così diverso da come si sarebbe potuto pensare, non è a caso, ma è un’indicazione misteriosa e, allo stesso tempo chiarissima, per tutti coloro che sono alla ricerca di un senso della vita.  

 

 

martedì 14 dicembre 2021

I VANGELI DELL’INFANZIA Intervento di Paolo Squizzato

 



Sintesi: Paolo Cugini

I primi libretti circolanti su Gesù sono i vangeli dell’infanzia, anche se appaiono per ultimi.

Perché ad un certo punto si è sentita l’esigenza di dare alla comunità un resoconto sull’infanzia di Gesù?

Nell’antichità quando si raccontava la biografia degli uomini illustri, si partiva dalla nascita per mostrare che avevano avuto un’infanzia eccezionale e hanno avuti tutti madri eccezionali. Madri che vengono fecondate da un raggio di luce. C’è spesso un intervento divino.

Isacco, Esaù, Giacobbe, Sansone, Giovanni Battista: sono personaggi che hanno avuto nascite eccezionali.

Paolo è stato il primo a scrivere su questo tema. Come fa Paolo a non conoscere una nascita miracolosa del Nazareno? Possibile che al tempo di Paolo non se ne parlasse? Paolo era un uomo colto; conosceva le storie di Romolo, Remo e altri. L’ipotesi che viene avanzata è che quando paolo scrive attorno al 51 d. C. se non dice nulla sulla nascita di Gesù significa che quella tradizione non era ancora nata.

Galati: si narra che dopo la conversione di Paolo, va in Arabia e dopo tre anni va a Gerusalemme incontra Pietro e Giacomo, il fratello del Signore. Domanda: se la nascita miracolosa fosse stato un fatto assodato, possibile che Paolo non ne avesse conoscenza, e Pietro e Giacomo non le avessero raccontato di questa nascita?

Paolo non fa mai riferimento alla madre e al padre di Gesù. Unico riferimento a Maria è Gal 4,4: Gesù nato da donna, come qualsiasi altra persona.

Se Gesù è la manifestazione di Dio, se in Gesù di Nazareth Dio si è fatto uomo, qual è stato il momento in cui la divinità si è unita all’uomo? Per Paolo non c’è dubbio, questo momento è il momento della resurrezione. Lo scrive in modo chiaro in romani 1,3-4. La cosa curiosa è che man mano che si procede con gli scritti e ci si allontanerà dagli eventi, gli scrittori – Mt, Lc, Mc Gv – pongono questo momento dell’unione sempre prima, l’anticipano. Per Mc, che scrive intorno al 70, questa unione avviene nel Battesimo. Per Mt che scrive nell’80e Lc, che scrive nel 90, il momento è anticipato Lc 1,31: il momento è il concepimento. In Gv, che è l’ultimo a scrivere, il momento dell’unione è da rintracciarsi da sempre, dall’eternità.

Mc. Il primo atto che riguarda Gesù è il battesimo ricevuto da Giovanni. Non si parla della paternità di Gesù. Concezione cosmogonica al tempo di Gesù. Per scrivere questa scena Mc usa un Materiale dell’A.T.: Is 42 e Salmo 2. Mc servendosi di questo materiale ci dice che dal luogo dove abita Dio scende la vita per inabitare in Gesù. Lo spirito Santo è l’agente maschile del concepimento. Tra le cose incredibile che Gesù fa, trasgredisce il comandamento più grande dell’AT che è l’osservanza del sabato. Gesù trasgredisce e firma la sua condanna a morte. Mc 2,31: è la prima volta che in tutta letteratura si parla della famiglia di Gesù. Questo atteggiamento di Maria e dei fratelli di Gesù sarebbe motivata se Maria avesse ricevuto quell’annuncio dell’angelo straordinario? Non avrebbe dovuto dire che è tutto normale quello che sta accadendo? La tradizione sulla nascita prodigiosa su Gesù non era ancora stata elaborato quando Mc scrive.

Cap 6.: è la prima volta che sappiamo il nome di Maria. I compaesani di Nazareth indicano Gesù come il falegname. Non si fa riferimento al padre. Il figlio è sempre chiamato in riferimento al padre, era una prassi culturale. Qui viene fatto riferimento alla madre, in un contesto in cui la donna non era nulla. Essere indicato come figlio della propria madre è dispregiativo, perché indica la nascita ignobile. Dopo la nascita di Gesù circola una leggenda nera che dice che Gesù sarebbe nato da una relazione di Maria con un soldato romano. È Celso che diffonde questa notizia. Origene scriverà contro Celso, per difendere la tradizione cristiana. Come leggere l’affermazione dei conterranei di Gesù? Alcuni studiosi recuperano un passaggio del Vangelo di Giovanni 8. “Noi non siamo nati da prostituzione” Qualcuno legge questa affermazione come se facesse riferimento alla leggenda nera.

Mt e Lc. Se mettessimo i Vangeli dell’infanzia di Mt e Lc in sinossi ci accorgeremmo che dicono cose diverse. Gesù dov’è nato? Mt scrive 10 anni prima di Lc ed è nato sotto Erode il Grande introno al 5 a.C. Lc invece fa nascere Gesù durante il censimento del governatore Quirino nel 6 d.C. Lc ci ricorda che Giuseppe per ottemperare gli ordini di Roma deve andare a farsi censire a Betlemme (Lc 2,4). Qui c’è un problema. Infatti, gli storici ci dicono che Roma non chiedeva questo. Infatti l’uomo doveva farsi censire dove lavorava, dove pagavano le tasse. Il viaggio a Betlemme è storicamente immotivato. Secondo problema. La legge romana richiedeva solo al maschio di farsi censire. E allora perché Lc fa mettere in viaggio questa famiglia per una cosa che non si doveva fare? La motivazione è solo teologica. Gesù doveva nascere a Betlemme e quindi s’inventa qualcosa per questo.

Mt. Per Mt Giuseppe e Maria vivono già a Betlemme da sempre. Non si parla di grotta, stalla, ma di una casa. Non c’è stato nessun viaggio massacrante. Mt 2,23: dopo quel giro incredibile in Egitto, il testo dice: sembra che Nazareth sia in una cittadina nuova, sconosciuta. Il problema che si presenta a Matteo è diverso da quello di Lc, perché deve motivare il viaggio da Betlemme a Nazareth. C’è un’altra profezia di mezzo: Sarà chiamato nazareno.

Che cosa sono questi vangeli? Ci si deve accostarli come dei midrash, dei racconti che prendono episodi della letteratura del vecchio testamento cercando di dare una rilettura del momento presente. Sono racconti veri senza essere reali, nel senso che non sono storici come la pensiamo noi. La verità ha a che fare con la fecondità.

Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=bGslvQyIi6k

 

FINISCE LA CRISTIANITA’ E RIAPPARE LA GIOIA DEL VANGELO

 





Paolo Cugini

       C’è una sensazione di vuoto spirituale che si percepisce nella vita delle comunità cristiane. Si fa fatica a cambiare di paradigma. Si fa fatica a vivere la fede non solo in un clima di minoranza, ma anche si fa fatica a pensarsi in modo diverso. Veniamo da secoli e secoli in cui tutti erano cristiani e il cristianesimo era la forma della società. Le messe, i sacramenti, i rituali, le feste liturgiche hanno plasmato la struttura sociale dell’occidente. Ora che tutto questo mondo è crollato, nessuno si sente più obbligato ai rituali cristiani.

Nell’epoca della cristianità non partecipare alla vita religiosa significava la dannazione eterna, l’inferno nel futuro. Ora che l’involucro sacrale non c’è più, son svanite tutte le paure. Che cosa ci rimane? La fine della cristianità coincide con la fine della religione come forma sacrale, che plasma la società. La cristianità ha veicolato un messaggio che faceva coincidere l’apparenza sociale con l’appartenenza alla religione, alla chiesa. Il problema adesso è vivere la fede promossa dal Vangelo senza la pretesa che alla società interessi. È questa una fase delicata perché, nonostante l’epoca della cristianità sia terminata, rimangono ancora presenti nella società tutta una serie di rituali e di elementi sacrali, che hanno identificato per secoli l’appartenenza alla vita sociale e che sono rimasti all’interno del tessuto sociale, nonostante non se ne conosca e non si comprenda il significato. Molti genitori, nonostante non credano nel Vangelo e non frequentano una chiesa, si rivolgono alla chiesa per battezza i loro figli o per chiedere di partecipare al cammino per i sacramenti, provocando perdite di tempo, tensioni a non finire. Ci si rivolge alla chiesa come se fosse un negozio qualsiasi, in cui chiunque ha il diritto di comprare quello che vuole. È senza dubbio una fase di passaggio che, come tale, sarà destinata a sparire. Fase di passaggio che è portatrice di tensioni tra coloro che gestiscono la vita religiosa e che non sempre hanno la coscienza del passaggio che stiamo vivendo, e le persone che vivono la religione solamente come appartenenza sociale.

Poi verrà il tempo in cui potremo vivere la proposta di Gesù in piccoli gruppi, tra coloro che hanno accolto il messaggio del Vangelo e hanno fatto delle scelte a riguardo, senza dover rendere conto ad una società che, ormai, ignorerà ciò che è divenuto minoranza e non ha più la pretesa d’incidere sulla società, per lo meno dal di fuori. Saremo come il fermento nella massa – finalmente! -, liberi dalla tirannia dell’apparenza e della prestazione a tutti i costi. Ci troveremo nelle case, anche perché, nel frattempo, le chiese e le cattedrali saranno già state riconvertite in strutture di uso sociale e collettivo. Ed è nella dimensione familiare della casa che potremo riassaporare il gusto di una diversità di vita, di scelte, che solo il Vangelo sa offrire, liberi dall’affanno di dover dimostrare qualcosa. In quel tempo, ci saremo liberati delle cattedrali, delle pesanti strutture ecclesiali, delle processioni, delle statue, degli abiti liturgici, da tuti quegli orpelli frutto della rincorsa sfrenata che la chiesa ha fatto per secoli al potere, pagando un prezzo altissimo. Non vedremo più per le strade qui personaggi vestiti di nero, simbolo di una morte prematura, quando invece avrebbero dovuto indossare gli abiti colorati della gioia. Ci sarà pace nei nostri cuori credenti nel Vangelo, in Gesù Cristo e ci saremo finalmente liberati da quelle dottrine costruite apposta per contare qualcosa nel mondo.

 

venerdì 3 dicembre 2021

MARIA NEI DOGMI DELLA CHIESA-INCONTRO CON SELENE ZORZI


 

VENERDI 3 DICEMBRE 2021


Dogmi: in teologia parliamo di due cose, la gerarchia de dogmi e l’evoluzione.

Gerarchia dei dogmi: non tutti i dogmi sono uguali. Questo vale anche per il dogma mariano, che è secondario rispetto ai dogmi cristologici. Nella storia della teologia inizialmente i Padri riflettono sul monoteismo, poi sulla Trinità e su Gesù Cristo. I dogmi mariani sono gli ultimi ad arrivare e già questo ci deve dare la misura di come comprendere i contenuti dei dogmi.

Evoluzione del dogma: ogni teologo prova ad esprimere la fede nei termini ella cultura in cui si trova. Una verità di fede è sempre espressa in un linguaggio, modello teologico che si riferisce ad un’epoca. Ciò significa che questi modelli cambiano, come le nostre modalità e quindi è necessario comprenderlo in altre parole. I contenuti rimangono, ma cambia il modo di esprimerli.

Maria è appendice di altri dogmi che sono il fondamento della fede.

Anche il dogma mariano subisce un’evoluzione, un’interpretazione tramite nuovi modelli.

Per quanto riguarda la figura di Maria abbiamo avuto due modelli su Maria.

1.     Nel primo millennio, Maria è collocata all’interno della comunità. Nei primi tre secoli c’è un silenzio su Maria. Quando si definisce la Theotokos stiamo dicendo qualcosa di Cristo tramite Maria. Per dire la divinità di Gesù la Theotokos ci ha aiutato. All’interno del primo millennio si aveva la consapevolezza che Maria è simbolo della Chiesa Madre.

 

2.     Nel secondo millennio inizia una trasformazione di Maria, che diventa sempre più isolata. Maria viene vista come mediatrice della misericordia. Maria impersona l’aspetto divino della misericordia. La figura di Maria diventa qualcosa che separa i cattolici dai protestanti. La Mariologia inizia nel ‘600. Da questa spinta arrivano i dogmi mariani. La singolarità di Maria e la diversità rispetto a tutti i credenti. A Maria si sono riferiti quegli atteggiamenti che sono dello Spirito. Ciò è avvenuto quando si è sviluppata la Pneumologia, la riflessione teologica sullo Spirito Santo. Maria diventa sempre più madre e madre della Chiesa.

 

Il primo titolo è la theotokos, titolo che fa emergere lo scontro tra due padri della Chiesa che si concilieranno nel concilio di Efeso. Indica il carattere divino del figlio. Si vuole sottolineare che c’è una nascita terrena. La Theotokos è contro Nestorio. In latino viene Dei genetris e mater Dei. Dio è nato. Nell’antichità Dio era eterno e non si opoteva pensare che Dio potesse nascere, soffrire e morire. La Theotokos vuole dire che Dio può nascere perché in Cristo le due nature sono così unite che dimostra questo. È quindi un titolo che ha una valenza cristologica. Quando applichiamo a Maria l’idea che è la madre di Dio. Si credeva che solo l’uomo poteva dare vita al genere umano. L’antica idea era: siccome basta un seme maschile, Maria porta in grembo Cristo, che però è figlio di Dio. Qui Maria è strumentale. Perché Maria è solamente un ricettacolo del seme maschile.

 

Ineffabilis Deus: dogma dell’immacolata Concezione (1854) Maria fu preservata per particolare grazia in previsione dei meriti di Gesù Cristo salvatore del genere umano. È rimasta immune dalla macchia del peccato originale sin dal primo istante del suo concepimento. Questo testo ci dice che Maria senza l’intervento della grazia sarebbe nata con il peccato originale. Il dogma è legato alla dottrina del peccato originale. Si pensava che la sessualità fosse di per sé peccaminosa (Sant’Agostino). La sessualità non è peccaminosa (cfr. Gaudium et Spes). C’è un modello antico: la sessualità come peccaminosa e l’insistenza dell’idea come verginità. C’è la questione del collegamento tra anima e corpo. Tutta Maria è piena di grazia: panaghia, tutta santa, che in latino diventa sempre vergine. L’immacolata ci dice che c’è un inestimabile valore della donna. L’idea che Dio si è rivolta a Maria come donna prima che avesse un ruolo, è molto stimolante.

Assunzione al cielo: Sembra impossibile figurarsi che dopo questa vita possa essere separata da Cristo colei che concepì e lo strinse al petto. Nel cristianesimo c’è l’idea di una totalità della persona. Il corpo è ciò per cui faccio esperienza della vita, io sono le mie esperienze. Questo modello dualista plasma il dogma dell’Assunzione. L’Assunta è molto più semplice da riportare ai testi biblici, perché è il modello ella pienezza a cui tutti siamo chiamati. Il credente che vive in pienezza la sua vita è chiamato verso la pienezza definitiva. Maria è il modello del credente.

Come recuperare Maria? Intanto la recuperiamo come credente. Maria è una credente che ha avuto le sue difficoltà E poi Maria è stata una discepola e una creatura. Maria anticipa la nostra resurrezione e, per questo è modello della Chiesa. In questo è nostra sorella. Maria è una figura controcorrente perché come maternità è chiacchierata, che ha dovuto attraversare i giudizi delle persone. Maria è profetessa e lo si vede nel Magnificat. Maria è anche madre, con una relazione materna con Gesù. La maternità ha varie fasi. Maria è in questo modo recuperata come icona della Chiesa, dei credenti e anticipazione di ciò che dovrebbe accadere al vero credente, ma anche una Maria ecumenica. Una Maria più biblica aiuta nel cammino di comunione delle differenti fedi e comunità.

Il credente è colui che deve partorire Dio. Etty Hillesum: una cosa diventa evidente e cioè che tu Dio non puoi aiutare noi, ma noi aiutiamo te e forse possiamo aiutarti a disseppellirti dall’idea devastata dagli latri uomini.