sabato 28 settembre 2019

SOTTO LA TENDA DEL SULTANO

FESTIVAL FRANCESCANO

BOLOGNA 2019

Con Giuseppe Buffon e Paolo Bizzeti




Sintesi: Paolo Cugini
Giuseppe Buzzon. Ha scritto un libro: Francesco l’ospite folle. Massignon era un archeologo francese che viene accusato di spionaggio, condannato a morte e salvato da una famiglia mussulmana. Questo evento gli ha permesso di compiere un cammino di riscoperta delle religioni.

Ernoul 1227-29 è un cronista favorevole al dialogo con l’Islam.

Jacopo da Vitry 1220-25 era convinto che attraverso la predicazione della crociata si potevano calmare i crociati. È critico nei confronti di Francesco prima della sconfitta dei crociati. “Sono le armi o la nudità il fattore più importante per entrare in dialogo con l’Islam”. SI rende conto che la mondanità della Chiesa non ha nessuna via d’uscita. E’ l’umiltà di Francesco che conquista e permette il dialogo.

Francesco d’Assisi 1221-1225 I frati non devono portare nulla per il viaggio. È il vangelo sine glossa. Non solo ospiti, ma sottomessi nella casa in cui i fratelli sono ospitati. Francesco chiede ospitalità. Sudditi anche delle bestie. La conflittualità va gestita con la pace.

Capitolo XVI prima regola: i frati che vanno tra gli infedeli devono evitare liti e dispute ed essere soggetti a tutti e confessino di essere cristiani. C’è un modo di fare missione essendo sottomessi a tutti.

Biografi: desiderio di martirio. Come mai Francesco è santo ma non è martire?
Enrico D’Avranches 1232. Per lui Francesco è un retore, ma Francesco rifiuta quest’arte in Europa e la utilizza con i popoli mussulmani. Francesco è un folle per questo motivo.

Bonaventura di Bagnoregio 1221-1274 Parla di un frate illuminato che accompagna Francesco. Per la prima volta inventa il fuoco. Tra Francesco e il Sultano non c’è disputa ma il fuoco. In un’immagine è un prete che fugge con il fuoco.
Francesco non vuole discutere sulla fede con la ragione. Per Bonaventura non c’è problema di Martirio e l’incontro di Francesco con il sultano prepara le stigmate.

Angelo Clareno. Il sovrano si converte. Il problema dell’incompatibilità riguarda l’ordine dei frati minori in cui comincia il dissidio. Il martirio diventa convivenza con i confratelli.

Vera e perfetta letizia: il problema del rapporto con l’altro è interno.
La grande disputa con l’islam riguarda la disputa che riguarda la nostra Europa. Per i protestanti i frati sono come l’Islam e Francesco come Maometto. Francesco è l’emblema della follia cristiana. Voltaire dirà di Francesco che è un venerabile folle, un fanatico e un demente.
La follia è la chiave di lettura della realtà occidentale. In oriente trovano che i cristiani convivono con i maomettani. Secondo Chesterton la follia di Francesco è stata l’occasione perduta della storia.

Massignon: recupera l’idea del fuoco che è una ripresa di ciò che è accaduto con Maometto.
Senza la pazzia non c’è incontro e senza la pazzia non c’è la richiesta di ospitalità. Poveri e pellegrini sono l’immagine autentica di Cristo.

Paolo Bizzeti, gesuita:
Se volgiamo parlare di dialogo occorre parlare stabilendo una relazione. Abbiamo voglia di stabilire una relazione? Francesco fa una scelta: si fa ospitare.
Esperienza in Turchia. Quando parliamo di dialogo dobbiamo prima di tutto domandarci: chi sono io? È impossibile dialogare senza una chiara identità. C’è chi pensa che essere cristiano appendere un crocifisso e recitare un rosario. Prima di tutto: chi sono io? Cosa vuol dire essere discepolo di Cristo.
Cristiano fa riferimento a Gesù, al suo Vangelo. Prima di dialogare con l’altro, il cristiano deve incominciare a dialogare con Gesù Cristo.

Abbiamo delle statistiche. Nel XVI secolo fu fatto un censimento e oltre ¼ erano cristiani. Se oggi i cristiani siano percentualmente molte basso dipende da situazioni politiche.
I cristiani sono divisi: pochi e poveri e non contano nulla in Turchia. Siamo bravi a divederci tra di noi e poi ci dividiamo con gli altri. Il paino di Dio, la volontà di Gesù? Quale Chiesa ha fondato Gesù? La chiamata alla salvezza è per tutti, ma non vuol dire diventare tutti cattolici. Noi abbiamo un potere non risolto sul potere. Facciamo fatica a pensare al cristianesimo come lievito, piccolo gruppo, semente.

C’è un progetto babelico del dialogo consiste nell’avere una sola lingua. Questo è un progetto demoniaco. Babele è un progetto religioso: è far diventare tutto cielo. Oggi il progetto della globalizzazione è attuato, anche se scricchiola da tutte le parti. Stanno sorgendo, infatti, i particolarismi. Siamo ammalati di questo sogno religioso che tutti diventino come noi. Una volta che si è arrivati a definire che cos’è la verità, l si vuole imporre a tutti.

Verremo valutati sull’amore, sull’attenzione agli altri, ai poveri. In Turchia ci sono giornalisti, avvocati, professori che sono disponibili a perdere ciò che hanno, a rimetterci la vita, perché non vogliono venire a compromessi con il potere, possiamo domandarci: chi è il vero martire?
Chi è il testimone della verità? Chi la proclama con esattezza, o chi ama il fratello o la sorella? Guardare a quanto nelle persone la Verità viene prima della propria vita. 

mercoledì 25 settembre 2019

PRIMA PRESENTAZIONE DL LIBRO: VISIONI POSTCRISTIANE


Bar del Centro                            Border Trio
Via Provinciale 13                                           Libero gruppo di ricerca
Viano                                                          Culturale
presentano
Don Paolo Cugini
teologo e missionario

Discuterà con voi del nuovo libro
Visioni postcristiane.
Dire Dio e la religione nell'epoca del cambiamento


MERCOLEDI 9 OTTOBRE  ORE 20.45
Bar del Centro – via Provinciale 13 Viano

Letture recitate : Faustino Stigliani
Musiche ebraico-cristiane :  Claudio Ughetti






a seguire rinfresco con prodotti tipici locali
Serata gratuita su prenotazione ( posti max 30)
Confermare la partecipazione al 380 1842421 o mail mau.casini@libero.it entro il 5 ottobre

sabato 14 settembre 2019

QUIS ES, HOMO? FESTIVAL DELLA FILOSOFIA 2019




MASSIMO CACCIARI
Sintesi: Paolo Cugini

Il sapere è sempre in crisi, aperto, non si chiude mai. Il passaggio tra un momento all’altro è sempre traumatico. All’interno di ogni momento vi sono anche al suo interno contraddizioni e inquietudini. Il pensiero tende al sistema, ma nella coscienza che le questioni rimangono sempre aperte. Il vero pensiero rimane sempre in crisi.
Gregori ci ha fatto capire che la definizione in generale contiene delle contraddizioni.

Il medioevo è al suo interno una lotta tra due ideali di sapere: la filosofia che nessuno disprezza in quanto tale vale ma è preparazione all’intelligenza della fede. La filosofia prepara non alla fede, all’intelligenza della fede. Noi vogliamo intelligere la fede, capire ciò crediamo. È un’eredità che riceviamo da Atene. Vogliamo farcene una ragione. Ad un certo punto questo entra in antagonismo con l’irruzione di un’ideale di scienza che proviene da Aristotele. La teologia non è scienza.
Vi era una concordia tra teologia e filosofia. Questo grande schema viene rotto, contestato. Irrompe l’aristotelismo scientifico. Quest’affermazione provoca una lotta.

A questo attacco aristotelico rispondo i teologi, ma trovano un clima ostile. La contrapposizione si capisce nella Divina Commedia di Dante. Il viaggio di Dante che ancora è al fondo dell’errore conoscenza fisico filosofica. AL centro del suo itinerario c’è l’altro viaggio: quello di Ulisse, dove Dante stigmatizza il viaggio del sapere solo. Ulisse viaggia orizzontale, da terra a terra. Dante viaggia verticale: dall’inferno al paradiso. Il viaggio di Dante è in verticale, quello di Ulisse è orizzontale.
Dante cerca di tenere insieme questi due viaggi. Ulisse naufraga. Chi non innalza mai lo sguardo naufraga: è la profezia di Dante. Occorre leggere Dante in una chiave drammatica: è così che nasce l’umanesimo.
L’impero, la monarchia. Attraverso un sapere razionale posso giungere a pensare a costituire il paradiso terrestre, posso giungere ad un regime in terra che è paradiso. La stessa idea torna nella Commedia. Il paradiso terrestre che è immaginato è uno spazio in cui la Chiesa si riforma totalmente, e i due soli formano un’unica luce. La ragione – Virgilio – non entra nel paradiso. È Beatrice che conduce Dante nella grande visione. La ragione è cieca, non conduce al paradiso terrestre.


L’itinerario di Dante possiamo farlo tutti noi. È questo il senso della Grazia che si è manifestato grazia al dono della guida Virgilio. Dante si sente investito di una vocazione profetica.

L’inferno che ci sta a fare? Tutti noi possiamo scendere e risalire. Dante ci annuncio che l’amore divino può vincere la giustizia divina: è la misericordia che vince. L’inferno è uno scandalo.

La domanda dell’umanesimo è: chi sei tu, uomo? Chi vuoi essere? L’uomo per l’umanesimo è un compito. Chi vuoi cercare di essere? Ogni progetto interferisce con quello degli altri. La fortuna e il caso significa che il mio progetto deve potersi combinare con infiniti altri. Sappi che quello che decidi di fare, deve fare i conti con altri e mai in modo autonomo e isolato. È questa la prospettiva degli umanisti che vedono l’uomo un miracolo.

Il linguaggio si collega alla coscienza. Siamo un miracolo, siamo nell’ordine della natura, ma allo stesso tempo siamo anche straordinari. Questo qualcosa di straordinario rispetto alla natura è quello che ci permette di fare la cupola del Brunelleschi e anche la violenza degli uni contro gli altri, l’essere cattivi, la violenza contro la natura.

Come vogliamo usare la nostra potenza, la nostra straordinarietà? La strada del male è la più facile: ritornare su è difficile. È questa l’antropologia dell’umanesimo.
L’umanesimo è impegnato anche dal punto di vista politico e religioso. Presagi di fine della cristianità. Tutto questo bisogno rappresentarselo per quello che è. Questo è il soggetto dell’umanesimo, un io duplice in tutte le sue dimensioni. Esempio di Petrarca: sono un uomo doppio, dovrei guardare avanti, ma io guardo indietro. Anche nei grandi umanisti c’è sempre una tensione tra passato e presente. Fatica di combinare tra l’amore dei classici e l’appartenere alla tradizione cristiana. È evidente in Marsilio Ficino.

Questo io viene messo a tacere nella fine della modernità. Montaigne rivisita tutto in chiave scettica.
La nascita del grande razionalismo cambia tutto. L’uomo è pensiero: è la risposta del razionalismo all’umanesimo. L’uomo è essenzialmente il resto è contingenza. C’è un rovesciamento antropologico.
Medioevo è un conflitto di saperi e non un qualcosa di compatto, come una certa manualistica ci passa. Il conflitto che è espresso nella Divina Commedia. Passaggi faticosi. Anche nel moderno ci sono conflitti, in primo luogo contro l’umanesimo, anche se il moderno non è la morte dell’umanesimo.

IL SOVRANO DELLA VITA - FESTIVAL DELLA FILOSOFIA 2019






PAOLO FLORES D’ARCAIS
Sintesi: Paolo Cugini

Chi è il sovrano della vita? Dio, lo Stato, l’individuo. Tra qualche giorno la corte costituzionale dovrà decidere tra queste tre risposte. Nel codice del periodo fascista la Chiesa e il regime andavano d‘accordo nell’escludere l’individuo rispetto alla decisione sulla propria vita. La sensibilità popolare era però in sintonia con l’idea che la persona ha diritto a decidere della propria vita.

Fin dalla filosofia greca c’è stata una riflessione sull’eutanasia. La controversia è stata risolta nella modernità con Montaigne, il quale sosteneva che vivere è servire se manca la libertà di morire.
Oggi in ambito democratico il diritto di ciascuno di scegliere il fine vita dovrebbe essere riconosciuto e metterlo nella costituzione.
Tra i grandi filosofi l’ostilità maggiore al diritto al suicidio viene da Platone e Socrate. Nel Fedone dice: In una sorta di prigione siamo rinchiusi noi uomini e non è lecito evaderne. C’è una condanna il suicidio, ma ricorrono ad un argomento extra razionale, cioè alla volontà di Dio. Se siamo un possesso degli dei, sono loro che decidono quando veniamo in vita e quando moriremo.
In una società democratica non possiamo considerare la vita una proprietà di Dio.
Gli stoici avevano un’altra posizione. A volte è doveroso per gli uomini porre fine alla propria vita. Ci sono una serie di stoici ripropongono le modalità di trapassare di vita secondo ragione.
Aristotele combatte il diritto al suicidio. Il morire per fuggire la povertà o l’amore è una debolezza, una viltà. Mette in relazione il suicida con il delinquente e il perverso. Aristotele sa dare come argomento il fatto che darsi la morte sarebbe non una colpa verso se stesso, ma verso la città.

La modernità nasce da una riflessione opposta. La democrazia ha nella regola della maggioranza un suo strumento per governare, ma non può fare quello che vuole. Ci sono diritti dei cittadini che devono essere sottratti alle leggi dei cittadini.


L’unico autore della modernità che considera il suicidio come negativo è Kant. L’atto del suicidio in sé stesso è negativo. Kant riconosce che: la vita va considerata solo nella misura in cui si è degni di viverla. Kant è costretto in realtà a ricorrere anche lui a Dio. Noi possiamo disporre del nostro corpo in vista della preservazione; chi si toglie la vita si priva della sua persona; ciò è contrario ai doveri verso sé stessi. Quella di Kant è un raziocinio che fa ricorso alla fede e non alla ragione.

Montaigne dice che il dono più propizio che ci abbia fatto la natura è di averci lasciato la chiave della libertà. Per morire occorre solo volerlo. La morte è la ricetta di tutti i mali. Tutta l’esistenza dell’uomo è in conflitto con la natura. In tutti gli autori della Chiesa gerarchica c’è il riferimento alla natura. Montaigne dice che la natura non esiste, ma esiste la natura umanizzata.
Per continuare a sostenere l’illegalità del suicidio occorre ricorrere al Dio creatore o allo Stato come surrogato do Dio.
Giacomo Leopardi dice che è matematicamente vero che l’assoluto non essere giova all’uomo più dell’essere. Chiunque vive tolta la religione, vive per puro e formale errore di calcolo dell’utilità. L’uomo continuo a perpetuarsi perché vive di religione e di illusioni. Tolte queste due sfere ogni fanciullo appena iniziassero a ragionare si suiciderebbero. Tolti i sentimenti religiosi è una felice naturale pazzia il continuare a vivere ed è contrario alla ragione, che ci dice che non c’è nessuna speranza per noi.

Solo l’argomento di fede può stabilire che non ci si deve uccidere anche dinanzi ai dolori più insopportabili, perché la vita viene da Dio. La volontà di Dio non può essere fondamento di una legge di uno stato pluralista e laico. L’argomento Dio vale solo per i credenti. E poi: quale Dio? Il teologo Hans Kung ha scritto due libri in difesa al suicidio. Don Giovanni Franzoni ha scritto più di un libro sul diritto di ciascun cristiano di poter decidere liberamente sul proprio fine vita.

Noi ci troviamo in una circostanza paradossale. Non esistono argomenti razionali contro il diritto di ciascuno a scegliere il proprio fine vita. Il presidente della CEI, cardinal Bassetti, intima la corte costituzionale sulla decisione che deve prendere fra dieci giorni. Chi assiste qualcuno al suicidio deve prendere 12 anni di carcere.

C’è un argomento che deve porre fine a qualsiasi controversia. Se si ponesse a qualsiasi persona: sul tuo fine vita, se ci fosse un problema di malattia dolorosa preferiresti scegliere tu o qualcuno che non conosci? E’ evidente che ciascuno preferirebbe scegliere lui. Purtroppo viviamo ancora oggi in cui a parole parliamo di uguaglianza, ma rispetto a problemi cruciali vi sono ancora alcuni che ritengono di avere il diritto di imporre le loro scelte e la loro volontà anche agli altri.

DISPARITÀ DI GENERE - FESTIVAL DELLA FILOSOFIA 2019




Costi umani e sociali della disuguaglianza

Chiara Saraceno

Sintesi: Paolo Cugini

Abbiamo un problema di monopolio maschile. Il termine genere da costrutto sociale mediato dal femminismo è stato ad evidenziare quanto sia una costruzione sociale, che diventa una corazza anche nella percezione. Siamo passati da questa grande innovazione concettuale, al fatto che oggi viene utilizzato come accusa. Oggi si è accusate di utilizzare il vocabolario del genere.

La parità di genere è uno degli obiettivi dello sviluppo sostenibile. La parità di genere non è solo un obiettivo tra i tanti, ma è una dimensione dell’essere umano. È uno degli strumenti con cui si costruisce la società. Ci sono studi che dimostrano che nelle industri in cui esiste una presenza significativa delle donne, la produzione è migliore. Occorre incorporare l’uguaglianza come un valore.

Gli uomini anche loro sono incasellati, anche le loro possibilità di fare. Essere ridotto a categoria è il primo passo verso la discriminazione, sino a scendere nei discorsi di odio.
Uno dei grandi cambiamenti positivi in Italia la chiusura del gender classe. La disuguaglianza è ancora molto grande nel campo del lavoro. In Italia è fondamentale per le donne lo studio per entrare nel campo del lavoro. In Italia le donne escono dal mercato del lavoro per maternità.


Le famiglie in cui lavoro solo l’uomo in Italia sono di più rispetto agli altri paesi. Ciò significa che nelle coppie con figli le donne sono molto vulnerabili dal punto di vista economico. Le donne fanno il lavoro necessario per i figli e per il marito. Le donne sono molto vulnerabili anche dinanzi alla fine del matrimonio. In questo caso anche i figli sono vulnerabili dal punto di vista della povertà. In Italia sono tante le famiglie monoreddito perché la rigidità dei ruoli di genere è più elevata.
L’Italia è in una sensazione di ambivalenza. Da un lato l’idea di parità è passata. Dall’altro, c’è ancora disparità. C’è un problema anche di organizzazione sociale che favorisce gli uomini e molto meno le donne. Ci sono dei forti stereotipi di genere.

Anche per le donne che rimangono continuamente nel mercato del lavoro ogni figlio costa in termini pensionistici, perché la loro carriera viene rallentata, perché appaiono come persone su cui non investire perché hanno fatto un figlio.
Le conseguenze sulla povertà del fatto che in Italia c’è questa alta percentuale di famiglie monoreddito. L’Italia è un paese in cui la povertà non riguarda persone, ma famiglie. È molto concentrato nel meridione e con figli minorenni.

Occorre investire nella formazione e occupazione delle donne più svantaggiate. Investire nella scolarizzazione femminile ha delle ricadute positive sul problema della povertà.
Nella politica la presenza delle donne in Italia ´molto rara. C-´solo una governatrice di regione e due donne sindache di grandi città. L’asimmetria del potere economico produce violenza di coppia.
I luoghi di lavoro spesso sono spazi di molestie sessuali. Anche in politica le donne sono più oggetto di violenza di genere. Nel caso delle donne si utilizza spesso il riferimento al sesso.
Nel migliore dei casi possiamo dire che c’è un percorso disuguale nel cammino di uguaglianza di genere.

venerdì 16 agosto 2019

CENA DEL SIGNORE E CARITA’






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini


L’ospitalità va messa a fuoco in due direzioni: i poveri e i peccatori. Padre Pedro Arrupe: Se nel mondo esiste la povertà, la fame, allora la nostra celebrazione dell’eucarestia è incompleta. Nell’eucarestia riceviamo il Cristo che ha fame della fame del mondo.

Questa osservazione è molto importante per noi oggi. Su questo punto si gioca l’autenticità della Chiesa e della nostra fede. L’Assemblea dei credenti si è definita come assemblea incontro con il Signore, che ha la capacità di guardare ai fratelli e alle sorelle. Dt 26,1-5.10-11: professione di fede del credente ebreo.  Questo brano è la professione di fede dell’israelita entrato nella terra. Nel momento della presentazione dei doni al Signore, subito il comando è: tu ti rallegrerai con quelli che non hanno parte alla terra. Ti rallegrerai con il levita, lo straniero e il povero. Nell’atto di culto c’è subito l’esigenza di condivisione, di ospitalità. Incontro con Dio, confessione di fede e condivisione dei beni. Questo pensiero è in linea con il pensiero profetico: cfr. Amos, Isaia, Geremia, Michea. Il culto può rischiare di essere vuoto, l’assemblea può rischiare di non essere in alleanza con Dio.

All’interno della Chiesa c’è stato un cambio profondo riguardo al culto. Rapporto tra sacrificio, culto e assemblea liturgica. La Legge prescrive i sacrifici. Il sacrificio è presente in tutte le culture e i popoli. Il sacrificio esprime il desidero di entrare in contatto con la divinità espiando il peccato, offrendo qualcosa. Nell’epoca giudaica il sacrifico di espiazione era il più significativo. Il sacrificio esprime la riparazione del peccato per tornare alla comunione con Dio. All’interno delle religioni si offre la possibilità di tornare in comunione con Dio attraverso il sacrificio di un animale. Il meccanismo è quello di sostituire l’animale con l’uomo. I sacrifici sono fatti con lo sgozzamento dell’animale. La Bibbia testimonia questo tipo di sacrifici. Noè dopo il diluvio fa un grande sacrificio, ma anche Abramo e i patriarchi lo fanno. La Legge ha presente un’economia sacrificale. Tempio, sacerdoti e la vittima: sono i tre elementi del sacrificio.

I profeti, da un punto di vista storico sono più antichi della Torah. Ci sono due correnti all’interno del cammino d’Israele: una profetica e una sacerdotale. La corrente profetica è sempre stata critica con quella sacerdotale. La storia d’Israele è complessa. L’esperienza di Babilonia è stata molto profonda, perché non c’è più il tempio, i sacerdoti, i sacrifici. Paradossalmente, questo periodo dell’esilio ha rappresentato una purificazione della fede d’Israele. Qui hanno capito che la vita di fede non può essere esaurita dai sacrifici e dal tempio. La diaspora è stata una condizione assoluta e nuova. Troviamo che, a partire dell’esperienza della profanazione del tempio nel II sec a.C., ci si è chiesti: quegli ebrei credenti in Dio possono vivere senza i sacrifici, senza il tempio e senza i sacerdoti?

Lentamente affiora una nuova concezione del rapporto con Dio. Giuditta, Daniele esprimono questa novità. Da un lato, si comincia intravedere la possibilità di una liturgia senza tempio e sacerdoti. Nel Targum (trazione in aramaico al tempo di Gesù) si dice in Malachia: non mi compiaccio di voi, non accetto l’offerta dalle vostre mani. Malachia è prima del giudaismo e intravede un tempo in cui Dio non gradisce il sacrifico fatto a Gerusalemme. Il targum traduceva: e la vostra preghiera davanti a me sarà una offerta pura perché grande è il mio nome su tutte le genti. Ormai l’offerta pura è la preghiera, e non un’oblazione. Sempre di più echeggiano le parole dei profeti: ascoltare la parola di Dio vale più dei sacrifici; voglio misericordia e non sacrifici. Ormai si parla anche di sacrifico di lode. Sparisce il sacrifico con la vittima. Tutto questo è molto importante. Al tempo di Gesù (Tb 1) acquistano valore di sacrificio le opere di misericordia. Siracide: osservare la legge equivale ad un sacrificio di lode. Il sacrifico è la misericordia verso i fratelli. Ecco il mutamento. Nel giudaismo post-esilico il linguaggio cultuale cambia.


Così comprendiamo nel cristianesimo che il culto, quale mediazione di salvezza, viene squalificato a servizio dell’amore fraterno. Gesù non ha mai fatto sacrifici cultuali. Nella lettera agli Ebrei Gesù diventa sommo sacerdote di un sacerdozio esclusivo: Eb 7,24 è il sacerdozio secondo Melchisedek. Non è il sacerdozio di Aronne.
 Il sacerdozio di Gesù è un sacerdozio che non porta come sacrifici le vittime. Il sacerdote è sempre più separato dagli uomini nel sacerdozio ebraico. È il movimento contrario a quello cristiano operato da Gesù, che è diventato colui che si è fatto peccatore per essere in comunione con noi, non di separazione.

 Il movimento di Gesù che Paolo fa notare in Filippesi 2,7: Gesù si umiliò, prese la forma di uomo, di schiavo sino alla morte. La vita di Gesù è una continua discesa per raggiungere i peccatori. È la santità di Gesù che sana e non i sacrifici. “Tu non hai voluto né sacrifici né offerte”. Il sacerdozio di Cristo abolisce per sempre il culto sacrificale. Gesù nella sua stessa persona ha offerto un culto esistenziale e non rituale. Gesù ha abolito il sacerdozio di Aronne e tutta l’economia dei sacrifici, ha abolito l’economia del tempio. I Vangeli dicono che con la morte di Gesù il velo del tempio viene strappato dall’alto in basso, perché è Gesù il tempio di Dio. Ormai il culto dei cristiani è offrire le nostre vite in sacrificio (Rom 12,1).
All’interno della vita cristiana è l’esistenza personale che dev’essere offerta a Dio, compiendo la volontà del Padre, che è una volontà di amore e di giustizia. La volontà cristiana è sempre seconda rispetto al Vangelo. Siamo cristiani non perché viviamo la liturgia come rito, ma perché ci sforziamo di vivere il Vangelo. Nelle altre religioni basta compiere dei riti: nel cristianesimo no. La ritualità cristiana è seconda rispetto all’esistenza plasmata dal Vangelo. L’eucarestia non basta a sé stessa, la carità sì.


Dobbiamo domandarci se la nostra eucarestia si ferma al rito o ci spinge a vivere il Vangelo. Il sacramento dell’altare è il sacramento del fratello e della sorella (San Giovanni Crisostomo). La patologia dell’eucarestia è presente già all’inizio della Chiesa. 1 Cor 11: Paolo ha trasmesso alla Chiesa di Corinto ciò che ha ricevuto, dei gesti e delle parole. Spezzare il pane: è questo il gesto. Questo gesto spiega profeticamente il gesto della croce: una vita spezzata per amore. Paolo deve intervenire e dire: fratelli voglio che voi lo sappiate: quando vi radunate non mangiate più la cena del Signore. Cosa succedeva a Corinto? Questi cristiani non avevano una prassi di condivisione e lo spezzare il pane diventava un rito senza una ricaduta nella vita della comunità. Spezzare il pane è un’espressione biblica che si trova in Isaia che significa condividere il pane con i poveri, e non il semplice gesto. Frazione del pane dice proprio questo, un gesto che deve diventare una realtà nella comunità. A Corinto sedevano cristiani abbienti e poveri e, nella celebrazione della cena del Signore, un unico pane era spezzato, ma quella celebrazione aveva assunto una patologia, perché i cristiani non condividevano i beni. La cena del Signore era diventato un pasto individualista, egoista: uno ha sete e l’altro è ebbro.



La cena del Signore rischia di diventare non eucarestia, ma ostentazione della disuguaglianza. Paolo in 1 Cor 10: un solo pane un solo corpo, manifesta il legame tra eucarestia e condivisione. È dalla qualità sacramentale della cena che deve scaturire l’amore tra i cristiani. Chi mangia e beve senza discernere il corpo del Signore mangia la propria condanna. Paolo denuncia la comunità che non sa più discernere che la comunità è il corpo e il sangue di Cristo. Paolo stigmatizza il non riconoscimento della comunione della Chiesa. Il vero problema è riconoscere il Cristo nei poveri con i quali devo condividere e rompere i pani. Se non c’è questo discernimento, allora si mangia e beve la propria condanna.

Qual è, allora, il nostro atteggiamento concreto quando partecipiamo alla cena del Signore nei confronti della comunità, nel confronto dei poveri? Cfr. Mt 25,32. Questa teologia di Paolo sull’assemblea eucaristica è coerente con tutta la sua predicazione su Gesù che da ricco che era si è fatto povero.

Questo è il mio corpo che è dato per voi (in sacrificio per voi è solo in italiano). È una traduzione – quella italiana - di accumulo che viene da una teologia sacrificale. L’etica di condivisione Paolo la indica come necessaria alla comunità cristiana. Paolo chiama liturgia, la colletta che organizza per i poveri di Gerusalemme.

L’assemblea eucaristica deve avere questa apertura verso i poveri. L’insistenza di papa Francesco sul tema dei poveri e dell’accoglienza agli stranierei è coerente con il Vangelo e con la celebrazione della cena del Signore. Se la liturgia eucaristica non accresce la nostra capacità di carità è sterile.

ASSEMBLEE SINODALI E ACCOGLIENTI


   






Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è eloquenza della comunità cristiana. Non si può dire che la crisi della liturgia ha causato la crisi della vita ecclesiale: le due cose vanno insieme. Occorre riflettere sull’assemblea cristiana, che è la vita cristiana che diventa soggetto di comunione nello spezzare il pane. Leggendo le problematiche dell’assemblea possiamo interrogarci sul futuro della liturgia.

Tentazioni: clericalizzazione del laicato, laicizzazione del clero. L’assemblea è il luogo dell’Altro e dell’altro, il luogo dell’esperienza di Dio, dell’alterità, dell’incontro con il suo mistero; ma anche il luogo dell’esperienza dell’incontro con le persone, di chi ci è accanto. L’assemblea cristiana va vista nella sua realtà di assemblea umana, raduna uomini e donne e dev’essere capace di vivere la fraternità e la sororità. Se un’assemblea liturgica non è capace di esprimere ciò, allora non è abilitata ad essere assemblea cristiana. Il Signore non vuole solo un insieme di riti religiosi, o un’auto celebrazione intimistica o collettiva. Nell’assemblea domenicale va cercato lo stile della fraternità e della comunione. La giusta posizione di uomini e donne che non si riconoscono, che nell’assemblea liturgica non s’incontrano, rimanendo estranei gli uni agli altri, causa lo svuotamento dei gesti, che si vorrebbero di accoglienza reciproca. Sono ferite inferte all’assemblea eucaristica.

La liturgia eucaristica deve permettere il costituirsi della fraternità e della sororità. Convenire nello stesso luogo, pregare insieme, dev’essere un esercizio di fraternità, nel riconoscimento dell’umanità dei gesti. Quando manca lo spessore umano, l’assemblea fa fatica ad essere tale. È il dramma che vive la comunità alla messa domenicale: manca spesso l’umanità. C’è il rito senza l’umanità, il coinvolgimento attivo delle persone presenti che restano estranee le une alle altre. Così non si costruisce la Chiesa, che non si costruisce con dei riti. C’è un problema più radicale del linguaggio liturgico, che è la qualità umana dell’assemblea, delle persone che si trovano attorno alla mensa eucaristica. Se tutto è anonimo, se non c’è condivisione e corresponsabilità nella liturgia, come si fa a parlare di assemblea?



Diamo troppo per scontato che l’assemblea domenicale sia cristiana anche quando manca lo spessore dell’umanità per viverla. C’è gente solitaria in chiesa, giustapposta, ad assistere la messa celebrata dal sacerdote, in un consumo spirituale privato. Se la liturgia non s’incarna nel vissuto dei partecipanti, che cosa significa? Che cosa servono le posture ieratiche, le manifestazioni imperiali. I pontificali? Gesù non aveva nessuna preoccupazione di abiti liturgici. Anche le prime comunità non avevano queste preoccupazioni: c’era molta cura delle relazioni umane. I riti sono necessari all’uomo, ma sono strumentali all’interno del cristianesimo. I iriti non salvano: lo dicevano i profeti. La qualità cristiana di un’assemblea è data dalla conformità all’umanità di Gesù. La liturgia saprà parlare all’uomo e alla donna di oggi se assomiglia all’umanità di Gesù.

È decisivo che noi cristiani riusciamo ad avere una fede cristiana e non semplicemente appartenere ad una religione. La nostra fede cristiana dice che Dio si è fatto carne, terra, uomo. La carne è molto più del corpo: è il respiro, i dolori, le fatiche, tutto ciò che viviamo è la nostra carne. Il corpo è l’umanità. Il vero attentato che c’è stato nella storia cristiana è nell’incarnazione, nel farsi carne di Dio. Il grande problema è riconoscere Gesù nella carne. Dio si è fatto carne, si è fatto la nostra umanità. Nella liturgia dobbiamo trovare l’umanità di Gesù nella nostra. Non è vero che tutto ciò che è religioso è spirituale. Dobbiamo guardare la terra e non il cielo, perché Dio si è fatto carne, si è fatto Gesù di Nazareth. È la carne che è salita in cielo, cioè tutta la vita dell’uomo.

Ippolito di Roma: il vero mistero cristiano è che il verbo si è fatto uomo come noi uomini. Se non fosse così invano ci avrebbe chiesto di imitarlo.  

Tertulliano: caro cardo salutis (la carne è il cardine della salvezza).

Dobbiamo abbandonare ogni spiritualismo. Cercare nella carne di Gesù la resurrezione che vince la morte. La nostra fede cristiana deve vivere la vita umana di Gesù. Dio si è fatto uomo perché l’uomo diventi più umano.

Nella liturgia dobbiamo smettere di essere sedotti dal divino, dal potere, ma dobbiamo tornare al Vangelo, che narra di Dio fatto uomo, terrestre, fatto carne. Ridare qualità umana alle nostre assemblee: è il compito più urgente.

In Francia, Belgio, Germania: per rifare l’assemblea cristiana occorre rifare il contesto dell’assemblea. Accanto alla chiesa sempre c’è una sala. Prima di andare in assemblea, si ritrovano in una sala con il prete e poi insieme si va alla messa. Alla fine ci si ritrova per un caffè, per un momento di fraternità: è una disposizione delle conferenze episcopali locali. Diventa un’assemblea in cui non consumiamo qualcosa di religioso, ma si lavora per fare comunità. 



Un’assemblea liturgica dev’essere sinodale. Papa Francesco sta cercando di avviare processi che portino alla sinodalità, che è il termine chiave del ministero di Papa Francesco. O ci sarà una Chiesa sinodale, o non ci sarà più la Chiesa. Sinodo significa camminare insieme. Quando il papa parla di sinodalità non sta parlando dell’assetto istituzionale, di un particolare sinodo. Quello che chiede papa Francesco è la sinodalità come stile, facendo camminare tutto il popolo di Dio con i suoi pastori, in una corresponsabilità che sia reale, concreta, È un compito che richiede tempo, ma soprattutto una conversione profonda nel vivere la Chiesa. È possibile pensare una Chiesa sinodale senza un’assemblea liturgica che non sia sinodale? Il legame tra sinodo e liturgia è fondamentale. Nella Chiesa antica il sinodo era sempre un atto liturgico. Ratzinger: il Concilio tende all’unità che viene dalla parola di Dio. Il sinodo è sempre riferito all’eucarestia. Un popolo di Dio che cammina sinodalmente, deve corrispondere ad un’assemblea eucaristica sinodale. La liturgia eucaristica deve avere come soggetto l’assemblea celebrante e non il presbitero, che semplicemente presiede. Dossetti: non solo comunità, ma comunità tutta gravitante nel suo porsi in atto e manifestarsi nell’assemblea.

L’ecclesia e la koinonia devono avere una manifestazione eucaristica. L’assemblea deve attuare un ascolto sinodale. Oggi abbiamo assemblee fervorose, ma lontane dalla partecipazione in atto come voleva il Concilio. Ci vorrà audacia e creatività, ma il cammino è ineludibile. Siamo ancora lontani da assemblee sinodali.

Altra urgenza. Oggi dev’essere prevista dalla chiesa normata, dalla Chiesa a chi è riconosciuto portatore del dono della parola, di esprimere la qualità profetica del popolo di Dio con interventi nell’omelia. All’estero si fa. Dare la parola ai laici nell’omelia. Poi ci sono gli eccessi quando c’è la clericalizzazione del laicato. Il vero problema è che ci sia la possibilità di un’omelia partecipata. La comunità di Dossetti e a Bose si è sempre praticato la possibilità di esprimersi sul Vangelo. Non si può sentire sempre la stessa persona per anni e anni. Sarebbe bello sentire la buona novella al femminile! Nella Chiesa ci sono delle patologie che bloccano il fermento liturgico del Concilio. Il problema è come esprimere la sinodalità nella liturgia. La sinodalità deve diventare uno stile liturgico.

Un’assemblea liturgica ospitale. C’è urgenza di questo. La tavola del Signore: 1 Cor 10,21. La tavola è la forma primaria dell’eucarestia, e chiede la commensalità tra fratelli e sorelle attorno alla tavola. Atti 2,42s: l’eucarestia è un sedersi alla tavola della cena del Signore. I cristiani battezzati senza distinzione di sesso, etnia, livello culturale e sociale sono gli invitati alla cena del Signore. La dimensione della condivisione è celebrazione dell’alleanza del Signore con la sua Chiesa, come partecipazione del corpo unico. La tavola del Signore è la tavola dell’incontro di Gesù e tutti gli uomini e le donne. Gesù ha voluto sedere alla tavola dei peccatori, ha condiviso la tavola con gli esclusi. Quando pensiamo alla tavola del Signore dobbiamo pensare alla tavola della misericordia. Rischio di essere come i farisei che si scandalizzavano di Gesù. Le nostre liturgie sono capaci di accogliere cristiani battezzati di confessione diversa dalla nostra?

La nostra assemblea eucaristica deve diventare tavola ospitale verso i poveri e verso i peccatori.

giovedì 15 agosto 2019

LITURGIA E CHIESA. IL TRADIZIONALISMO DI RITORNO





FRATERNITÀ DI BOSE


15 AGOSTO 2019
Relatore: Enzo Bianchi
Sintesi: Paolo Cugini

Oggi viviamo un trapasso epocale. Siamo in un mondo che non è più quello in cui siamo nati. Il mutamento è talmente grande che non sappiamo a che esito andiamo incontro. Cosa sarà la Chiesa stessa tra qualche decennio? Non saprei dirlo. Siamo in una fase di grande trapasso non solo culturale, ma anche di fede, di ciò che crediamo. Sono cambiato le immagini dello stesso Dio. Noi oggi siamo smarriti. Questo mutamento ci fa prendere coscienza di tante cose. Quella che chiamiamo secolarizzazione, in realtà non è qualcosa che è avvenuta come prevedevamo, ma è avvenuta in modo diverso. La cristianità è finita: siamo in diaspora. Siamo in una condizione di minoranza in una società secolarizzata, in cui il problema di Dio è posto in modo indifferente. Dio sembra una parola senza significato. Dio viene associato alla violenza integralismo, intolleranza. uella che è iniziatacome rivoluzione antropologica

Oggi più che comunità cristiane, c’è una diaspora. Nelle città del nord Italia la frequenza domenicale all’eucarestia è al 2%. Che ne sarà? In Piemonte hanno chiuso tutti i seminari diocesani. Su 15 diocesi ci sono 24 seminaristi. Molte diocesi non hanno nessuno. Il Piemonte indica una situazione che anticipa di 10/15 anni ciò che avviene da altre parti. La situazione Piemonte, Liguria, Toscana, Umbria è disastrosa. Tante comunità non ha più il pastore. Il problema ci fa porre delle domande.

Se questo è l’orizzonte della vita ecclesiale, sul settore giovani tutto diventa più difficile. Si fa faticare a dire che sono ancora cristiani. Sembrano non abbiano interessi sulla religione. I giovani si chiedono: cosa mi serve essere cristiano? Il problema è la risposta. Che cosa aggiunge il cristianesimo alla vita oggi?
Diventa molto incerto il domani della Chiesa, della fede. Dove la liturgia non ha dato segni di crisi, la comunità cristiana si è rarefatta. Sono convinto che la liturgia è la Chiesa, perché non è solo preghiera, ma è azione comune di una comunità cristiana.

Se si passa da questo quadro al tema della liturgia si resta sorpresi dalle domande alle quali non si sa dare delle risposte precise. La liturgia dopo la riforma del Concilio Vaticano II ha vissuta una stagione di fecondità e poi di resistenza da parte dei tradizionalisti. La liturgia è entrata in un cono d’ombra. La vita della Chiesa oggi non si sente assolutamente toccata dai problemi della liturgia, perché non interessa più a nessuno. I temi della comunità cristiana sono temi che assorbono temi etico e sociali, non liturgici.

Tutto questo diventa visibile in molte maniere. Ci sono sempre meno libri di liturgia. Benedetto XVI ha liberalizzato il vecchio rito, quello di Pio V e, il prete, può celebrarla anche da solo. Molti che non aspettavano altro di riprendere un rito che fosse fedele alla tradizione secondo loro, hanno ripreso il vecchio rito. Sono nate associazioni di preti con questo rito. Come un fiume carsico la contestazione tradizionalista è continuata e oggi ci sono più di 800 messe con il vecchio rito. In Francia il 45% dei preti ordinati sono legati ad associazioni che celebrano con il vecchio rito tutti i sacramenti. Tutto questo minaccia l’unità della Chiesa. Proprio sull'eucarestia, che è il sacramento dell’unità, siamo divisi. In Italia sta crescendo questa chiesa parallela nella misura in cui denigrano la liturgia del Vaticano II. Oggi sulla liturgia c’è molta paura a fare qualcosa di nuovo. I vescovi sono paralizzati. Tutto dev’essere fatto con obbedienza rubricista. Tutto questo sta paralizzando la Chiesa.

Papa Francesco sulla liturgia non dice nulla. Ha detto che la riforma del Vaticano II è definitiva. Il cardinal Sarah, che è il prefetto della congregazione del culto, è critico con il Vaticano II. Il nuovo messale che uscirà prossimamente non prevede alcuna modifica, se non qualche piccola cosa.

Siamo in una situazione di grande difficoltà. Ci può essere una Chiesa in uscita e una liturgia in ritirata? Se non riusciamo a rendere dinamica la liturgia rischiamo di non nutrire la fede del credente di oggi. C’è una grande disaffezione alla messa da parte dei giovani. Ci sarebbe bisogno di un movimento liturgico nuovo.

Rapporto Chiesa e liturgia. Non è facile esprimerlo a parole. I due momenti sono collegati tra di loro. Tutta la grande Tradizione lo attesta. La liturgia è la comunità. Celebrando la liturgia la Chiesa manifesta ciò che è. La liturgia cristiana è partecipazione al mistero pasquale di Cristo. Jean Corbon, Liturgia alla sorgente: la liturgia genera la vita ecclesiale, la liturgia è il mistero. Non ci può essere riforma della Chiesa senza una riforma nella liturgia. Oggi occorre ripensare la realtà dalla quale i credenti restano assenti: l’assemblea liturgica.