mercoledì 14 agosto 2019

LE MENSE DELLA LITURGIA DI GESÙ





FRATERNITÀ DI BOSE

 LA LITURGIA È UNA CONTINUAZIONE DEI VANGELI
14 AGOSTO 2019
Relatore: Goffredo Boselli
Sintesi: Paolo Cugini


L’abitudine di Gesù di sedersi alla tavola dei peccatori è anche la tavola della Chiesa. Dall’alba del cristianesimo fino ad oggi l’elemento fondamentale di noi cristiani è un pasto a tavola per fare memoria di Lui. I racconti della risurrezione attestano che la condivisione della tavola è uno dei gesti che Gesù continua a fare. Aver mangiato insieme al risorto è elemento essenziale nella testimonianza degli Apostoli. R. Williams: quando il Cristo risorto mangia con i discepoli è un modo per dire che ciò che Gesù ha fatto durante la sua vita terrena, continuerà anche dopo. Come Gesù ha plasmato la sua comunità continua nell’oggi della Chiesa, sedendo alla tavola del Signore.
Atti 2, 42s: i cristiani si riconoscono anche per la loro perseveranza nel pasto insieme. Relazione conviviale e gioiosa: è la Chiesa.

I vangeli raccontano la convivialità di Gesù con i peccatori. Il sedersi a tavola con i peccatori è il luogo in cui Gesù rivela il suo progetto di umanità. Nella vita di Gesù, come nel tempo della Chiesa, non si dà mai una tavola del Signore che non sia anche tavola di peccatori.

Quattro tavole.

1.        La tavola Dei peccatori. Nel ministero pubblico di Gesù la tavola è un luogo epifanico. Solidarietà con le folle anonime. Gesù si mette in fila con i peccatori per farsi battezzare. Gesù è crocefisso con due briganti: Is 53: è stato annoverato tra gli empi. Gesù si lascia avvicinare e toccare dai peccatori. Questa situazione non è mai disgiunta dall’autorità di Gesù. La tradizione sinottica narra Gesù che si fa commensale con i peccatori, scandalizzando i farisei e gli scribi. Gesù siede alla tavola dei peccatori dopo la chiamata di Matteo. Mt 13,9: Gesù chiama Matteo a seguirlo e Matteo lo invita alla sua tavola. Chiamata e convivialità, vocazione e comunione, condivisione. Matteo invita anche gli esattori: affinché anche loro incontrassero Gesù. Questo gesto scatena mormorazioni. Accade anche a casa di Simone. Sono i commensali a mormorare. Anche da Matteo i farisei mormorano. I farisei pensano di santificarsi separandosi dai peccatori, dimenticando le figure profetiche. La tavola rappresentava per i farisei un elemento fondamentale per osservare le norme relative alla purezza rituale. Da qui la domanda che i farisei rivolgono ai discepoli: come mai il vostro maestro mangia con i peccatori? Gesù risponde: io sono venuto… “Non sono i sani che hanno bisogno del medico, ma i malati”.

Gesù ha coscienza della propria missione. La mensa esprime le relazioni umane più ampie: segno e volontà d’incontro, di conoscenza, dell’alleanza di Dio con il suo popolo. La tavola è il segno più profondo di condivisione
. La tavola per Cromazio di Aquileia è segno della Chiesa. Matteo è l’unico autore cristiano che cita Os 6,6: “misericordia io voglio e non il sacrificio”. Gesù identifica la sua missione con la profezia di Osea. Gesù sta alla tavola dei peccatori perché questa è la volontà di Dio. Gesù a questo punto non si limita a citare Osea, ma lo introduce: andate ad imparare cosa significa… Gesù invita i farisei a confrontare il suo agire con i versetti di Osea. Quella di Gesù assomiglia ad un’altra formula: uscite dalla casa di studio e imparate dalla vita. La realtà è superiore all’idea (Papa Francesco). Matteo si rivolge direttamente ai farisei e quindi è come se dicesse: perché vi scandalizzate se conoscete la Parola?

 Preferisco la compassione ai riti. Non sono venuto a chiamare la gente per bene, ma i marginali” (è una traduzione di un’esegeta francese). Gesù siede alla tavola dei marginali e così rifiuta il potere di rifiutare, di escludere. La tavola è espressione dell’incarnazione: Dio con noi, Dio è seduto a tavola con noi. Con intelligenza spirituale si può discernere il significato che Gesù dava al suo mangiare con i peccatori, la sua offerta di amicizia, come parabola non predicata, ma praticata. Queste tavole sono il segno che il Regno di Dio è in mezzo a noi. La cena di Gesù è santità contagiosa. Gesù siede alla tavola dei peccatori perché sa che l’amore misericordioso di Dio è più contagioso del peccato.



2.      La tavola dell’ultima cena. È una tavola che ricapitola il significato dello stare a tavola di Gesù e annuncio dello stare a tavola pasquale. Per questo è al tempo stesso l’ultima, ma anche la prima. Quell’ultima tavola è stata annuncio della disgregazione imminente della comunità. Gesù annuncia ai suoi discepoli che il suo traditore è all’interno della comunità. Giuda con la non verità delle sue parole fa della tavola dell’ultima cena il luogo della menzogna. Il tradimento dell’amico avviene durante l’ultima cena.

Massimo Recalcati: la notte del tradimento; si chiede perché Giuda tradisce nell’ultima cena? L’ultima cena è ultima perché qualcuno ha tradito. Il tradimento avviene nell’intimità del convivio, mentre si spezza il pane. In quella tavola c’è anche Pietro che dice durante la cena: darò la mia vita per te. Pietro rinnegherà Gesù di fronte ad una giovane serva. A quella tavola sono seduti anche gli altri discepoli che poi l’abbandonarono. Nel momento in cui quella comunità stava andando a pezzi, ha assunto il tradimento, l’abbandono, il rinnegamento. A Gesù non è stato risparmiato il fatto che compagni di vita negano di conoscerlo, per paura, codardia. È la cosa più drammatica. È questa la prima eucarestia della Chiesa, che è sempre perdono. Nel Vangelo di Matteo Gesù dice: tu l’hai detto (non fa finta di niente).  Ai discepoli dice che per tutti voi sarò motivo di scandalo. A Pietro dice: proprio tu mi rinnegherai tre volte. Nonostante questo, dona a loro i segni del suo corpo e del suo angue. Consegna la sua vita nelle mani di coloro che indirettamente lo consegnano nelle mani di coloro che lo avrebbero ucciso. Gesù continua a mettersi a tavola con i peccatori. Quell’ultima tavola mostra la verità delle parole: non sono venuto a salvare i giusti, ma i peccatori. Gesù perdona l’imperdonabile. Gesù rimodella la situazione tragica, evangelizzandola.

 Nel gesto del dare sono superati tutti i futuri tradimenti e contraddizioni. La tavola dell’ultima cena è tavola della misericordia, banchetto che celebra la gloria di chi ama sino alla fine. Giovanni 13,28 chiama i discepoli commensali. Non ci deve sorprendere che il giorno della risurrezione Gesù siede a tavola con i suoi discepoli. Restaurazione di una comunione infranta. La tavola del risorto è di riconciliazione e perdono e non l’ora del rimprovero e del giudizio.




3.       La tavola eucaristica. Il magistero che Gesù rivolge dalla sua tavola rimanda a noi credenti di oggi al magistero della tavola eucaristica. Efficacia purificante dell’eucarestia. Chi riceve il pane eucaristico non morrà della morte dei peccatori. L’eucarestia è remissione dei peccati.
J. Ratzinger diceva da giovane nel ’70 nel libro Idee fondamentali del rinnovamento eucaristico: la comunione non è un premio per chi è virtuoso, ma è invece il pane del pellegrino che Dio ci porge dentro la nostra debolezza.

Nel 2013 Papa Francesco scrive: l’Eucarestia non è un premio per i perfetti ma un alimento per i deboli. La chiesa non è una dogana. Papa Francesco ha più volte ripreso questo discorso. L’eucarestia è il perdono. La coscienza della propria miseria porta in se stessa il desiderio di perdono, che Gesù ha visto in tanti peccatori che ha incontrato a tavola e ha riconosciuto nella peccatrice.
 Kierkegaard sperava he le parole: “colui a cui si perdona poco, ama poco” fossero scritte dentro la chiesa.

4.      La tavola del cristianesimo che ci attende. Sin dalle sue origini neotestamentarie la tavola è chiamata tavola del Signore. Ciò significa che non è la nostra tavola: è il Signore che invita, non noi che siamo suoi ospiti e invitati. Per questo, accostarsi alla tavola eucaristica significa che saremo sempre degli invitati, tutti a pari titolo. Anche nell’oggi della Chiesa è il Signore che decide chi deve sedersi a tavola. Non siamo noi e i nostri criteri a stabilire chi è degno a sedersi alla sua tavola. L’invito è rivolto nel segreto della coscienza del cristiano. Alla tavola del Signore si sono sempre seduti i peccatori e le peccatrici. Questa verità appartiene all’essenza della Chiesa.

 Il cristianesimo che ci attende dovrà essere capace di viere questa verità in modo nuovo e inedito. Dovrà essere un cristianesimo capace di discernere le profonde trasformazioni. Dobbiamo prepararci a riconoscere la diversità dei cammini di fede, capacità di conoscenza dei cuori. Per questo sarà necessario far vivere la fiducia nella vita nelle nostre celebrazioni.

La fede nella vita è il nucleo del messaggio pasquale. Discernimento di appartenenza alla Chiesa e ricezioni a modalità di appartenenze deboli. Per questo, serve un’assemblea liturgica che si riconosca nel Gesù narrato dai vangeli. Questo modo diverso di essere uniti nella celebrazione del mistero va riconosciuto. Capaci di ascolto profondo, e di avere una Parola non rigida, ma condita di sapienza. Gesù quando si sedeva alla tavola aveva questa capacità di ascoltare, esperto delle fragilità umane.

Coniugare il Vangelo con la vita faticosa delle persone. Serve una comunità eucaristica capace di accogliere senza giudicare. Solo una comunità misericordiosa saprà spezzare per tutti il pane del perdono. Alla tavola del Signore incontriamo il Dio padre di tutti. Se non c’è una comunità della misericordia l’eucaristia fa fatica ad esprimersi.

L’UMANITA’ DELLA LITURGIA





FRATERNITÀ DI BOSE

14 AGOSTO 2019
Relatore: Goffredo Boselli
Sintesi: Paolo Cugini

La liturgia è il Vangelo celebrato.

a.      L’umanità di Cristo sorgente dell’umanità della liturgia. Già nel 1945 Bonhoeffer scriveva: “Cristo crea in noi non un tipo di uomo, ma l’uomo”. C’è un cammino di umanizzazione che la vita cristiana deve compiere. Gaudium et Spes: “chiunque segue Cristo, diventa anche lui più uomo”. Sarà nella qualità umana dei singoli credenti si giocherà la credibilità del messaggio cristiano. È la qualità umana del vivere che fa la differenza oggi. L’umanesimo evangelico nella sua profonda complicità con l’umano autentico, rappresenta il presente e soprattutto il futuro del cristianesimo. La comprensione del cammino di fede sembra orientarsi nella direzione che, essere cristiano, significa orientarsi verso Gesù vero Dio e vero Uomo. “Cristo è l’immagine del Dio invisibile” (Col 1,15). Nella su umanità Cristo rende visibile Dio. Ormai Dio senza l’uomo Gesù non solo è impensabile, ma è non credibile. Non si dà confessione della verità di Dio senza l’umanità di Cristo. Pascal diceva che: “non è solo impossibile, ma inutile conoscere Dio senza Gesù Cristo”. Dio non lo conosciamo attraverso idee, ma attraverso l’umanissima vita di Gesù di Nazareth. Gv 14: “Io sono la via Verità e la vita”. Agostino: “presso il Padre è la verità e la vita e non avevamo una via, il Figlio di Dio assumendo la natura dell’uomo si è fatto via. Per questo, cammina attraverso l’umanità di Gesù Cristo e arriverai a Dio”.
 Il particolare modo di entrare in empatia con le persone, la sua capacità d’interpretare i loro desideri: sono caratteristiche dell’umanità di Gesù, che si vede anche nella sete di giustizia. Col. 2,9 “E’ in Cristo che abita corporalmente tutta la pienezza della divinità”. Tutta la pienezza: nella piena umanità di Gesù si è manifestata la pienezza della sua divinità. Gesù Cristo è il vero Dio, il vero Dio è Gesù Cristo. È quello che nel quarto Vangelo Gesù ricorda a Filippo: “chi ha visto me ha visto il Padre”, non qualcosa, una traccia, ma il Padre, tutto il Padre. Ciò che c’è da vedere di Dio lo abbiamo visto in Gesù. Qui sta ogni possibile discorso sul senso umano della liturgia. La ricerca di una liturgia più umana non è semplicemente richiamare la dimensione etica della liturgia, né l’ennesima strategia pastorale, ma è di ordine teologico e, pertanto, essenziale se vuole essere liturgia cristiana e non un mero rito religioso come tanti. La nostra liturgia è cristiana se è conforme all’umanità di Gesù.

Maggioni: Gesù è la trasparenza del volto di Dio e non un involucro. Il corpo di Gesù è risorto, asceso al cielo. Il corpo di Gesù adesso abita in Dio. È nella umanità della liturgia che si rivela la divinità di Gesù. Una liturgia più umana rivela la divinità di Gesù. Se il mistero di Dio si è rivelato attraverso l’umanità di Gesù, allo stesso modo la liturgia dev’essere fedele al modo di questa rivelazione. Allora, anche la celebrazione della rivelazione di Dio deve avere la forma del Vangelo. Il modo di celebrare la celebrazione dev’essere conforme al modo in cui Dio si è rivelato in Gesù, nella sua umanità. La liturgia è rivelazione in atto. “Attraverso la liturgia si attua l’opera della nostra redenzione” (orazione). Sono queste idee che hanno guidato la riforma del Concilio Vaticano II, per riportare la liturgia alla sua origine, cioè al Vangelo.
Esempio dell’altare: tavola del Signore (1 Cor 10,21). Gesù parlava la lingua del popolo, e non una lingua sacra. Gesù ha parlato e si faceva capire. Ha celebrato la prima volta l’eucarestia attorno ad una tavola. I primi discepoli nelle loro case spezzavano il pane. Un’umanità quella di Gesù caratterizzata da una convivialità costante. Gesù si sedeva a mensa con tutti. La cena è l’ultima di tante cene con i suoi discepoli. La centralità dell’altare delle nostre chiese, ricorda che la comunità cristiana è una comunità di tavola, perché Gesù l’ha voluta così. Il riferimento di Gesù nell’ultima cena non è il contesto sacrificale, ma domestico, di comunità, una liturgia guidata dal padre di famiglia, in un contesto informale vicino alla vita. Gesù ha voluto per la sua comunità una tavola condivisa in un contesto familiare. Le forme rituali non si devono allontanare dalla vita: altro che sacralità e distanza! Se togliamo dalla liturgia ciò che c’è di autenticamente umano, togliamo allo stesso tempo ciò che c’è di autenticamente divino. Nella liturgia dobbiamo trovare la grammatica della vita.

Ciò vale anche per la lingua della liturgia. Il Vaticano II ha dato la possibilità di accedere alle lingue parlate. Gesù parlava in aramaico, la lingua del suo tempo, grazie alla quale si faceva intendere. Gesù non ha parlato una lingua sacra, ma ha utilizzato espressioni della vita della gente. Gesù non viveva nelle sacrestie o nelle università e utilizzava il vocabolario della vita quotidiana, molto più che quello religioso. “Le folle erano stupite del suo insegnamento”. “Mai un uomo ha parlato così”.  



b   Il compito di una liturgia umana: la vita. Nel 2010 Ratzinger definiva l’evangelizzazione la risposta alla domanda: come vivere? Oggi la domanda che gli uomini e le donne si pongo d’innanzi alla nostra proposta di fede è: credere mi aiuta a vivere? Cosa aggiunge la fede alla mia vita? Il Vangelo cosa apporta di diverso nella mia vita? L’annuncio del Vangelo oggi si giocherà in larga parte sul crinale delle risposte credibili alla domanda: credere mi aiuta a vivere? Il rapporto tra liturgia e vita si presenta in modo nuovo rispetto all’epoca del Concilio. Oggi si declina chiedendo alla celebrazione di essere un luogo vitale, di rigenerare la vita dei singoli credenti. La liturgia come luogo che genera e rigenera il credente alla vita, luogo sorgivo della vita della comunità.
Cardinal Martini: “se nei vangeli si parla poco di liturgia, ciò avviene perché essi sono una liturgia vissuta con Gesù in mezzo ai suoi. Tutto ciò che i vangeli riferiscono di Gesù con la sua gente è un’anticipazione del senso della liturgia”. Martini propone un senso più ampio di liturgia, non riconducibile alla semplice ritualità.
La liturgia come continuazione dei vangeli. I vangeli narrano persone di ogni tipo incontro a Gesù. “Signore, aiutami!”; “Gesù abbi pietà di me!”; “Signore, il mio servo è in casa che soffre”: sono espressioni liturgiche della gente che cercano Gesù. Questa vera e proprio liturgia dei vangeli ci narra di un uomo Gesù, che ascolta le richieste vitali del popolo.  Gesù ha combattuto una battaglia è per la vita e l’ha combattuta sino alla sua stessa morte. Battaglia che vinta ridando fiducia e speranza a tutti coloro che incontrava. Di fronte alla vastità del messaggio cristiano, all’iperattivismo della vita parrocchiale, alla complessità dei nostri riti, della loro ridondanza barocca, impressiona la semplicità della liturgia dei vangeli. Theobald:vita e fede sono intimante legate”. Non si può trasmettere la fede senza trasmettere la fede nella vita.

La celebrazione dei sacramenti della fede è luogo di contatto della vita di Cristo con la vita dell’uomo e della donna oggi. Nei passaggi decisivi della vita unici e definitivi dell’esistenza, là dove la vita è più vita, i sacramenti della Chiesa vi proiettano la luce del Vangelo. Scopo dei sacramenti: significare la vita con la luce del mistero pasquale, per sottrarli alla logica del caso e del destino. Nei sacramenti si rivela tutta l’umanità della liturgia. La pastorale dei sacramenti è l’odierna Galilea delle genti. Dentro alla domanda di sacramenti c’è un senso profondo della vita che va riconosciuto e onorato, c’è una forma germinale di quella fede naturale che ogni essere umano ha della vita. È fede in Dio autore della vita. Solo una liturgia umana sa celebrare la vita umana. Ernesto Balducci: se non capiamo la vita non capiamo Dio.

Trasmissione della vita come compito di una liturgia umana. Può capitare che chi celebra diventi un ostacolo per lo scorrere della vita. L’umanità di chi presiede è importante. Solo gesti e parole colmi di umanità possono essere segno dell’umanità di Gesù. IL sacramento passa dall’umanità in cui è posto. Stile umano e grazia di Dio devono formare un’unità. I Vangeli raccontano degli episodi sorprendenti nei quali quelli che erano introno a Gesù, i suoi discepoli, diventano degli ostacoli tra Gesù e le persone che lo cercano. A volte la vita come compito della liturgia, è contraddetta da chi celebra.




c.      L’umanità sofferente come criterio di verifica dell’umanità della liturgia. La sofferenza è il luogo massimo dell’umanità. Il criterio della verità della liturgia è quella di farsi carico delle sofferenze: abbandono, esclusione, solitudine. Oggi vendiamo la disumanità a regnare il mondo. Umani si diventa. Compito di una liturgia umana è quella di contribuire ad umanizzare. Comunione, carità, accoglienza: la liturgia è risorsa di umanità. Preghiera Eucaristica V: “donaci occhi per vedere le necessità e le sofferenze dei fratelli”. La celebrazione eucaristica è il luogo della fraternità. L’Eucarestia è il più alto magistero di umanità. Non possiamo ricevere in modo innocente il pane di vita, senza condividere il pane per la vita con chi è nel bisogno. La nostra fede eucaristica ci chiama a vivere un’etica eucaristica, che ci porta vivere un’umanità è più profonda nei confronti dei bisognosi. Arrupe: “se in qualche parte del mondo esiste la fame la nostra celebrazione eucaristica è in qualche modo incompleta”. Questo è il senso umano della liturgia. È il Cristo che nella liturgia ci viene incontro con i poveri, i migranti, gli esclusi. L’eucaristia è una protesta contro l’ineguaglianza. L’eucarestia contiene un’utopia. Non è possibile essere umani quando si celebra ed essere disumani quando si esce dalla Chiesa.

martedì 13 agosto 2019

LITURGIA E RICERCA SPIRITUALE OGGI






FRATERNITÁ DI BOSE
13 AGOSTO 2019

Relatore: Goffredo Boselli
Sintesi: Paolo Cugini

Dobbiamo apprendere ad accompagnare le trasformazioni della ricerca della vita interiore anche attraverso le nostre liturgie.

Valerie Le Chevalier, Credenti non praticanti, Qiqaion, Bose 2019: non c’è un modo solo di seguire Gesù. Nei Vangeli ci sono modalità diverse di seguire Gesù.

Il rapporto tra liturgia e ricerca spirituale contemporaneo è un tema sottovalutato in Italia. Cosa vuole dire celebrare da cristiani in una società secolarizzata? È diverso da come si celebrava anteriormente. Si constata una scarsa percezione dello scarto tra liturgia e vita. Il credere in Dio non è scomparso, ma sono mutate le forme del credere. L’evidenza è che la secolarizzazione da anni ha segnato la fine del cattolicesimo per inerzia.

La terra di mezzo del credere è l’immagine formulata da Alessandro Castagnaro. La maggior parte delle persone sembra abitare questo territorio intermedio. L’esistenza di questa terra di mezzo invita a ripensare le categorie di credente e non credente, praticante e non praticante. Credere non è più associato all’idea di certezza. Credere oggi significa piuttosto: “credere di credere” (è il titolo di un libro del filosofo Gianni Vattimo). È una situazione di stallo piuttosto che di incredulità.

Multiformi profili del credere non significano mancanza di fede, ma nemmeno sono riconducibili alla poca fede, ma si approssimano a quello che Paolo dice alla lettera ai Romani: debolezza del credere, il vacillare del credere. Quello maggioritario non è il territorio dell’indifferenza, del disinteresse, o della poca fede, quanto piuttosto di chi vorrebbe credere, di chi si trova all’interno di una dinamica del credere. Chi si trova in questo territorio di mezzo non è disposto ad affermare di non credere. Quello che oggi può scioccare è che il cristianesimo che ci attende è quello di dover accettare che ci sono adulti che non hanno definito appieno la loro identità religiosa.

La domanda da porsi nella riflessione liturgica è: come la liturgia della Chiesa può rispondere alla sfida che questa ricerca spirituale? Le nostre liturgie sono attente a queste domande di senso, oppure continuiamo a celebrare e andare avanti come se il mondo non fosse cambiato?



Quattro possibili metafore:

a.      La liturgia approdo. La ricerca diventa la forma fondamentale della vita spirituale oggi. C’è la figura del credente viandante, pellegrino, nomade. (Il pellegrino è un convertito, ne parla in un libro una sociologa francese). Il credente nomade è il credente disincantato, per il quale i sistemi di credenza tradizionali non sono convincenti e allora compie una sua ricerca. Il credente viandante vive una tensione interiore. Da un lato sente di dover sperimentare nuovi percorsi, personalizzando valori e pratiche, rifondandoli sulla base delle proprie conoscenze ed esperienze. Il loro mondo spirituale è il loro unico tempio. Tuttavia questo credente nomade si trova abitato dal desiderio di trovare riposo in una credenza stabile. Il pellegrinaggio ha senso un punto di arrivo. La liturgia in questa prospettiva è come un porto nel quale attracca il pellegrino. Tempi forti, feste religiose, esperienze di lutto, esigenze per i figli: sono tutto occasioni per una liturgia come porto. L’attracco episodico non è subito riconducibile ad una religione di socializzazione. Risponde ad una sorta di nostalgia dell’origine. È nostalgia della casa dalla quale si è usciti, senza abbandonarla. La liturgia approdo risponde al bisogno di una ritualità conosciuta, fatta di luoghi, di simboli, di formule, di preghiere interiorizzate condivise con altre. I luoghi sono importanti. Una liturgia conosciuta alla quale poter tornare: si sa che è là e a quell’ora c’è quella liturgia. Il nomade non chiede nulla di particolare alla liturgia, se non di esserci, di essere fatta. Per questo è necessario che la liturgia delle nostre comunità non crei barriere e ostacoli, con modi di guardare. La liturgia non deve allontanare nessuno. Per questo è decisivo il clima, l’ambiente umano di una celebrazione. Una liturgia diventa approdo se rinuncia ad essere solo per i puri, gli eletti, capace di empatia con i cercatori di Dio. La liturgia approdo è simile all’esperienza vissuta da quelle tante figure evangeliche che vengono a Gesù in modo anonimo e che vengono accolte. Persone di cui non si conosce neppure il nome, ma che Gesù accoglie, crea empatia. Gesù riesce ad interpretare il desiderio di vita delle persone che incontra. Desiderio di essere visti, guardati dal Signore.

b.     Liturgia pozzo. Si rende disponibile a quelle persone che vivono la difficile condizione di abitare sul crinale. Sono persone nelle quali è in atto un cammino di conversione. La liturgia ha qui la funzione di essere luogo per cui andare ad ascoltare. Il pozzo attira a sé per quello che offre di vitale. Restano insuperate le parole che un liturgista di origine maronita jean Corbon, Liturgia alla sorgente, Quiqaion, Bose 2003: l’uomo ha sete e cerca la sua acqua là dove pensa di trovarla. La storia della salvezza inizia sempre da un pozzo. La liturgia pozzo è vissuta come riserva si senso. La liturgia pozzo può essere identificata con la liturgia delle comunità monastiche, in cui la liturgia quotidiana è all’interno di un cammino di persone. Ci vuole un cristianesimo capace di attrazione: lo diceva papa Benedetto XVI. La liturgia pozzo ispira a credere. La sete è metafora del desiderio che pretende di essere saziato. Se la liturgia vorrà sopravvivere a se stessa dovrà cercare un linguaggio diverso. Le parole della liturgia devono diventare parole di salvezza che fanno bene alla vita. Salvezza incarnata che ha a che fare con la vita delle persone. Ci sono chiese che puzzano di sacrestia. Le chiese dovrebbero avere l’aria fresca dello Spirito. La liturgia deve aiutare a dare senso alla vita, deve dare ragioni per continuare a credere. I cristiani sono coloro che credono alla vita. Nel Vangelo di Giovanni il pozzo è il luogo in cui Gesù offre la massima rivelazione di se stesso e del culto in Spirito e Verità.



c.      Liturgia soglia. Rappresenta il sottile confine tra i territori. È il momento più delicato e complesso. La liturgia ha il compito di levatrice. La ritualità liturgica diventa generativa quando sa suscitare l’interessa di chi sta sulla soglia. La liturgia come soglia riconosce che questo passaggio, ha bisogno di tempo e riconosce che ci sono persone che lo stare sulla soglia è la loro condizione permanente di fede. Credere sulla soglia non si sceglie, ma si riconosce. Né dentro né fuori: sul confine. Credenti del nartece: lo spazio intermedio, già dentro, ma non del tutto, spazio di soglia. Il nartece nel tempio di Gerusalemme c’era il cortile dei gentili: spazio di accoglienza dei non appratenti alla fede d’Israele. Ciò comporta da parte della Chiesa una maggiore penetrazione del mistero del corpo di Cristo. Le forme di appartenenza e di comunione sono generate dallo Spirito Santo. Per questo la liturgia come soglia sa tenere insieme l’apparenza spirituale a Gesù in forme molteplici all’appartenenza alla comunità dei credenti. Ci sono due figure nei vangeli che dicono di questo: Nicodemo e Giuseppe d’Arimatea. Nicodemo, capo dei Giudei, va da Gesù di notte, ma non prenderà mai la decisione di seguirlo. Giuseppe d’Arimatea era un membro del sinedrio. Era discepolo di Gesù, ma di nascosto per timore dei Giudei. Persone sulla soglia. Giuseppe vive la doppia appartenenza al Sinedrio e a Gesù.

d.     Liturgia casa. È la liturgia di chi si dichiara agli altri come credente, di chi si sente fedele ed appartenente ad una comunità cristiana. È la liturgia di chi si riunisce assiduamente per spezzare il pane. I cedenti discepoli vivono anch’essi nella città secolare e sperimentano le stesse dinamiche e fatiche del credere oggi. Più che una realtà già data, la liturgia casa è un compito che ci attende. La problematica più decisiva che la liturgia dovrà affrontare: la liturgia è intrinseca alla vita di fede. Si è soliti ribadire che uno dei principali cardini del Concilio è la partecipazione attiva dei credenti alla liturgia. È un punto di non ritorno. Accanto all’esigenza di una maggiore partecipazione attiva occorre domandarci se oggi ci sono le condizioni per questa partecipazione attiva. Appare da più parti sempre più necessario la riformulazione dei linguaggi liturgici per far abitare i fedeli la liturgia che celebrano.

Di fronte al grande cambiamento c’è bisogno di laboratori di liturgia, che sperimentino un modo più inculturato di vivere la liturgia, modi diversi di dire la fede. C’è una responsabilità nella Chiesa di oggi di coinvolgere i giovani in questo percorso di ricerca. La Chiesa è davvero convinta che la sua liturgia è ancora una risorsa nel cammino di fede?

IL LINGUAGGIO DELLA LITURGIA





FRATERNITÀ DI BOSE


Relatore: Goffredo Boselli
Sintesi: Paolo Cugini


Oggi è necessario un po' di coraggio sul tema del linguaggio liturgico. Si ha la percezione di un certo disagio della liturgia da parte dei credenti, anche quelli motivati. C’è distanza tra il linguaggio liturgico e il modo di dire la fede oggi. Ci sono molti linguaggi nella liturgia: verbale, gestuale, posturale, immagini, artistico, musicale, dello spazio, della luce, ecc. I nostri sensi sono via al senso. Ci soffermiamo sul linguaggio verbale.

Se non ricevo nulla, non partecipo alla liturgia. Ho altre fonti per alimentare la mia fede”.

Tra le difficoltà si avverte quella relativa al vocabolario liturgico, spesso ritenuto desueto, astratto e lontano dalla vita. Il principio di unità tra liturgia e vita è molto importante. Il Concilio parlava di partecipazione attiva: non si può più solamente assistere. La partecipazione attiva è un diritto in ordine al battesimo. Tutta la comunità celebra la liturgia. Occorre andare oltre, confrontandosi con nuove difficoltà.

I testi, le preghiere, le formule, rappresentano a volte un ostacolo. Dove si trovano le difficoltà del linguaggio liturgico.
Salvezza, redenzione, vittima, devota letizia, coeredi della gloria eterna, riconciliazione, ispirazione, soddisfazione: cosa significano, cosa s’intende? Oppure il termine pegno: cosa vuole dire? Nel dire la fede oggi ci sono dei termini che fanno fatica ad essere recepiti.

C’è anche una questione di grammatica. Siamo eredi della liturgia romana. I riti latini sono formati da diverse liturgie: ambrosiana, ispanica, romana. La liturgia romana ha uno stile romano, caratterizzato da frasi brevi. La liturgia romana è molto breve, sintetica; quella ispanica è più debordante. Oggi, questo stile romano, non è eccessivamente sintetico per dire la nostra fede? Circa due terzi della liturgia sono o dell’antichità medievale o ancora più antichi. I medievali avevano la nostra stessa fede, ma un modo diverso di dirla. Le trasformazioni che sono in atto esigono un linguaggio attualizzato nel dire la fede. La liturgia non può rimanere legata al medioevo, ma deve attualizzarsi, altrimenti si diventa l’arca di Noè. Parallelamente si assiste ad un impoverimento della cultura religiosa.

Il problema è dato anche dall’ethos liturgico, dal modo in cui il presbitero prega la preghiera al Padre. Il tono, la gestualità: fanno parte del linguaggio liturgico.

Non è quindi un semplice problema lessicale: c’è qualcosa di più. È un linguaggio preciso, ma non difficile. È un linguaggio nobile, ma non ampolloso e desueto.

Quella del linguaggio liturgico è una delle sfide maggiore della Chiesa oggi. La riforma liturgica non ci sta semplicemente alle spalle, ma ci sta davanti. Non possiamo stare bloccati: occorre guardare avanti. Il cristiano consapevole può capire ogni singola parola, tuttavia pare che una buona parte di fedeli ha difficoltà a pregare con le formule del messale. Difficoltà a farlo proprio, nutrimento della propria vita di fede. La preghiera liturgica è preghiera del credente.

Il modo di formulare la preghiera liturgica è ancora nostro? Ci sentiamo espressi da queste preghiere, oppure ci sono troppo formule stereotipate?

La notte di Natale. La colletta è del VI secolo, attribuita a papa Leone Magno: c’è l’antitesi terra e cielo. In una liturgia di grande partecipazione popolare, si potrebbe pensare in modo più esteso ciò che si celebra quella notte e ciò che i credenti sperano.

Nella liturgia ci sono immagini che non utilizziamo nella vita di fede quotidiana. La ricerca di un linguaggio liturgico appropriato è lungo, ma necessario. L’eucologia è prevalentemente composta da orazioni latine e medievali, che riportano figure retoriche tipiche di quella cultura e di quelle epoche. Oggi a noi quel mondo appare distante.
I testi liturgici romani, hanno una grande ricchezza, ma anche dei limiti per noi oggi. Alla Chiesa in preghiera oggi è offerto un nutrimento spirituale inadeguato. Domandiamoci: la liturgia è oggi nelle condizioni a corrispondere alle esigenze spirituali dei fedeli? C’è il rischio di ridurre la liturgia domenicale alla solo liturgia della Parola.

Occorre reagire alla diffusa rassegnazione dinanzi all’irrilevanza dei testi liturgici. Abbiamo l’esigenza di avere testi liturgici che dicano la nostra fede. Ci vogliono persone che scrivano testi. Non significa cambiare oggi il messale, ma quando verrà il momento ci devono essere testi che possono essere integrati nella liturgia.

Certe immagini di Dio, che troviamo nei testi liturgici, sono eredità di realtà non molto evangelizzate. “Guarda con bontà o Signore il sacrificio […] Accetta con benevolenza l’offerta della tua Chiesa”. Retaggio di una realtà religiosa in cui i sacrifici dovevano placare l’ira divina. C’è l’eredità di una visione pagana. Occorre evangelizzare la liturgia.

Preghiera eucaristica IV:guarda con amore o Dio la vittima che tu stesso hai preparato per la tua Chiesa”. Gesù è vittima? C’è dietro una teologia sacrificale che abbiamo interiorizzato. Gesù è stato fedele al Vangelo e l’ha pagata con la morte, che il Padre non ha voluto. Dio non ha voluto la morte del Figlio.

Evangelizzare i testi liturgici affinché siano trasparenza del Vangelo: i testi devono essere più vicini al linguaggio di Gesù. La nostra dottrina è Cristo. Il linguaggio di Gesù era semplice, ma non banale. Le parabole non avevano bisogno di spiegazione. L’insegnamento di Gesù era autorevole, comprensibile e allo stesso tempo profondo. Gesù utilizzava immagini tratte dalla vita. La nostra liturgia ha bisogno di un linguaggio poetico e meno dottrinale.
Gesù aveva un linguaggio aderente alla vita. Gesù reciterebbe certi nostri prefazi?

lunedì 12 agosto 2019

UNA LITURGIA VIVA PER LA CHIESA DI OGGI





FRATERNITÀ DI BOSE

12-18 AGOSTO 2019

Relatore: Goffredo Boselli
Sintesi: Paolo Cugini

Scrittura e liturgia sono i due pilastri fondamentali della vita della Chiesa. Non c’è Chiesa senza ascolto della Parola e senza liturgia. Oggi stiamo assistendo ad un tipo di cattolicesimo che non si è nutrito alle fonti del Vangelo.


Il monachesimo è memoria della Chiesa e centralità della vita liturgica. La Chiesa riconosce ciò che essa è celebrando la liturgia. Certamente i monaci non sono gli specialisti della liturgia, ma è qualcosa di specifico di tutti i cristiani. Comunque, i monasteri sono stati luoghi in cui si è coltivata la liturgia.

Bose è un laboratorio di vita liturgica. La preghiera dei giorni è il risultato di una comunità che ha pregato. Al credente oggi sembra non interessare molto la liturgia.

La liturgia oggi nella Chiesa: è una situazione di stanca, fatica, bloccata. Un cristianesimo senza liturgia ha delle caratteristiche particolari. Oggi sembrano più importanti altri temi, probabilmente più attuali. Manca l’interesse nella liturgia.

La domanda è: che cristianesimo vogliamo per il futuro?

Oggi gli intellettuali parlano spesso di stanchezza della chiesa, dell’incapacità della chiesa d’incidere sul tessuto sociale. C’è una relazione tra questa situazione d’irrilevanza del mondo cattolico con la stanchezza delle nostre comunità eucaristiche? Si percepisce che c’è un certo effetto di trascinamento, d’insoddisfazione nei confronti della liturgia da parte dei cristiani praticanti- Questa crisi ha delle radici spirituali.

L’eucarestia è un atto politico, un atto profetico e utopico. Quando celebriamo l’eucarestia siamo consapevoli di questo, dell’impatto che essa ha nella società?

La liturgia è il luogo fontale della Chiesa. La Sacrosantum Concilium n. 14: la liturgia è la prima e necessaria sorgente dalla quale i fedeli possono attingere uno spirito veramente cristiano. Lo spirito del cristianesimo lo attingiamo dalla liturgia, vale adire l’ascolto comune del Vangelo, preghiera, lode, fraternità. Solo nella liturgia siamo chiamati fratelli e sorelle. Se non è attinto dalla liturgia, dove lo attingiamo lo spirito del cristianesimo? Quali sono le fonti? C’è un problema di sorgente, di fonte, di riserva di senso. Non ci può essere un cristianesimo vivo e una liturgia stanca.

Non ci può essere una chiesa in uscita se c’è una liturgia chiusa in se stessa. È meglio una liturgia incidentata, piuttosto che ingessata. La Chiesa che celebra e prega è anche la Chiesa in uscita. Usciamo per portare che cosa? La chiesa evangelizza come celebra e viceversa.

Radici spirituali della crisi della Chiesa. Mt 5,13: voi siete il sale della terra. Se il cristianesimo oggi ha perso sapore non è anche perché le nostre liturgie hanno perso sapore? Se la gente si è allontanato dal cristianesimo, non è perché a noi credenti sta bene una liturgia con poco sapore? Sembra che il cristianesimo abbia perso il gusto, l’espressività, eloquenza. La centralità ormai perduta nella società non ci permette di perdere il sapore.

C’è corrispondenza tra sapore del cristianesimo e qualità della liturgia. Il sapore, infatti, non dipende dalle nostre capacità, ma ci viene dato. È la fedeltà al primato dell’ascolto in comunità, all’attualizzazione alla propria vita. Avere un’attitudine di ringraziamento, di condivisione: è questo che custodisce il sapore del sale del cristianesimo. Celebrare è custodire il gusto. Solo il Vangelo celebrato impedisce al sale di perdere il suo sapore.

Situazione attuale della liturgia. A che punto siamo dopo 50 anni dalla riforma liturgica, dalla Sacrosantum Concilium (SC)? È stato il tempo della recezione, del rinnovamento della liturgia. Rinnovare la chiesa rinnovando la liturgia. Negli anni ’70 c’è stato grande entusiasmo attorno a questo rinnovo. Oggi possiamo chiederci: noi la capiamo la messa anche se è in italiano? La liturgia è la visibilità di ciò che è stato il Concilio. Negli anni ’70 c’erano realtà ecclesiali che scrivevano le proprie preghiere eucaristiche. Ciò significava farsi carico dell’azione liturgica. Era il modo per riappropriarsi della liturgia, certo non senza sbagli. Dovremmo avere più audacia piuttosto che l’immobilismo attuale. La stagione postconciliare è durata sino alla fine degli anni ’70.

Rinnovamento liturgico era immischiato in un clima culturale di squalifica del rito. Si criticava tutto ciò che era istituito. Anche la sensibilità credente andava verso una certa spontaneità e creatività. Si contrapponeva la liturgia alla vita. C’era un sospetto sui riti, sulla liturgia. Quel clima ideologico contiene qualcosa di vero, quel leggero sospetto del rito. Noi cristiani siamo nati da un uomo crocefisso. Il cristianesimo primitivo è nato senza riti, imitando quello che Gesù faceva. Nel cristianesimo è iscritto una visione critica del rito e della ritualità. Il ritualismo è una forma di deriva all’interno del cristianesimo. I riti devono essere sottoposti il giudizio del Vangelo. Al centro della liturgia non c’è il rito, ma il Vangelo. Il rito è Parola di Dio fatta gesta. Un gesto rituale che non è evangelico va tolto. Il rito è espressione della Parola di Dio e quando non c’è convergenza occorre interrogarsi.

Gli anni ’80-90 sono stati anni di stasi. È seguito un periodo di perseveranza. Alla fine degli anni ’90 abbiamo assistito ad un cambio di clima, di prospettiva: nasce un movimento di critica al rinnovamento. “Riforma liturgica si, ma…”. Erano gli anni di un’interpretazione riduttiva del Vaticano II. 

Alcune date importanti:

Ratzinger pubblica un libro nel 2001: Introduzione allo spirito della liturgia: rappresenta questo clima critico sul rinnovamento. Ratzinger vede il bene della riforma, ma anche i limiti e vede la necessità di una nuova riforma liturgica dinanzi ad un diffuso sentimento d’insoddisfazione.

2001: istruzione liturgica per la traduzione dei testi liturgica: occorre ritradurre tutti i testi liturgici. La traduzione creativa viene messa da parte e criticata.

2004: Redemptionis sacramentum (Giovanni Paolo II) n. 42: si usi solo con cautela espressioni come: assemblea e comunità celebrante. Questo era uno dei fondamenti della liturgia conciliare fondata sull’ecclesiologia della chiesa popolo di Dio (che proprio Giovanni Paolo II nel Sinodo straordinario di Roma sostituisce con la Chiesa come comunione).

2007: Benedetto XVI con un motu proprio permette ad ogni presbitero di scegliere se celebrare in latino. Questo ha liberalizzato la celebrazione preconciliare. Ciò ha significato privare i vescovi della potestà. Questo motu proprio ha legittimato il tradizionalismo nella Chiesa Cattolica. Si parlava di riforma della riforma. Contrapposizione tra rito di Pio V e Paolo VI.

L’elezione di Papa Francesco ha posto un argine nei confronti della delegittimazione del Vaticano II. Nei primi anni Francesco è stato prudente sula questione liturgica.

2016: il cardinale Sarah, dal 2014 prefetto della Congregazione per il culto divino vuole che preti e fedeli siano tutti rivolti al Signore (quindi i preti dovrebbero tornare a celebrare dando le spalle ai fedeli).

Pochi giorni dopo esce la smentita dal Vaticano: "Non sono quindi previste nuove direttive liturgiche a partire dal prossimo Avvento, come qualcuno ha impropriamente dedotto da alcune parole del cardinale Sarah, ed è meglio evitare di usare la espressione 'riforma della riforma', riferendosi alla liturgia, dato che talvolta è stata fonte di equivoci".

2017: Papa Francesco: la riforma liturgica è irreversibile.

Settembre 2017: papa Francesco fa un motu proprio Magnum Principium corregge quell’istruzione sulle traduzioni liturgiche fatta da Benedetto XVI, lasciando alle conferenze episcopali di tradurre come credono, mantenendo il legame con la sede Apostolica:

“Spetta alle Conferenze Episcopali preparare fedelmente le versioni dei libri liturgici nelle lingue correnti, adattate convenientemente entro i limiti definiti, approvarle e pubblicare i libri liturgici, per le regioni di loro pertinenza, dopo la conferma della Sede Apostolica (Modifica del Can 838 -3).

Molti osservatori rivelano che la critica alla riforma liturgica è ben presente.

Il ritorno della destra va insieme alla nostalgia del passato. Una parte dei giovani sacerdoti sente nostalgia della liturgia preconciliare. La liturgia è terreno minato e luogo di forti tensioni. Con il rischio di tornare indietro non si fanno passi avanti. Questo immobilismo rischia di fare del male. Si pongono dei problemi alla liturgia che vanno risolti. La liturgia ha bisogno di prendersi di nuovo cura di lei.

Giuliano Zanchi, Rimessi in viaggio: bisogna tornare a prendersi cura della liturgia. Si celebra male.
Pierangelo Sequeri, L’estro di Dio. La qualità estetica della liturgia è rara. Occorre elaborare sullo stile della liturgia. Il rito è luogo di esperienza simbolica.

La liturgia domanda una maggiore formazione dei credenti e una cura maggiore dell’atto della celebrazione, prendersi cura del cristianesimo. La cura della liturgia è un atto di fede della comunità. La liturgia è il segno della vita cristiana. La carità è il fine, la liturgia è il segno.
Seconda necessità: dobbiamo porci delle domande. Questione del linguaggio liturgico. C’è distanza tra la preghiera della liturgia e quello che i cristiani pregano.