venerdì 18 marzo 2022

CONTAMINATA? LA CHIESA IN UN CONTESTO POST-CRISTIANO

 



Paolo Cugini


Diversi aspetti del processo di contaminazione culturale li vediamo già in atto non solo nell’universo culturale come l’arte o la letteratura, ma anche nelle situazioni esistenziali. Gli artisti della contaminazione sono i giovani. Si lasciano contaminare in continuazione e senza problemi perché, per loro, non esistono valori assoluti o non negoziabili. Si negozia tutto perché tutto è negoziabile. Non è un giudizio di valore, od etico: è una presa di coscienza. Le nuove generazioni sono nate nel nuovo contesto tecnologico che li sollecita alla velocità di cambiamento e di adattamento, che richiede libertà nei confronti del passato, delle sue tradizioni e dei suoi valori. Se sino a qualche decennio fa sin da bambini si faceva di tutto per inculcare i valori ritenuti fondamentali per vivere in un preciso contesto culturale, oggi il principio di sopravvivenza non è radicato nel passato, ma nella capacità di abitare i mondi che si manifestano nel presente. Siccome non ci sono maestri in questo nuovo percorso educativo, sono loro stessi ad ingegnarsi, a provare, a scoprire nuove possibilità e combinazioni. Ancora una volta, se nel passato l’istinto di sopravvivenza agiva sull’importanza di obbedire ai principi culturali ritenuti fondamentali, per le nuove generazioni è possibile sopravvivere solamente assorbendo la novità, modificando rapidamente i punti di riferimento, per non correre il rischio di rimanere indietro, incapace di cogliere le novità.

La chiesa entra in questo contesto liquido e contaminabile, come un corpo duro, impenetrabile e, di conseguenza, perdente, nel senso letterale del termine, destinato a scomparire o, perlomeno, a rimanere un pezzo più o meno sofisticato da museo. È una struttura lenta e, quindi, impossibilitata ad abitare la velocità postmoderna. Ci mette troppo tempo per prendere decisioni e, per questo, con il tempo, è divenuta una struttura inattuale, con delle proposte sul piano etico ed esistenziale inadeguate perché obsolete.  La chiesa si è così abituata nei secoli a determinare le leggi morali e spirituali della società in modo unidirezionale, che ritiene impensabile dover assimilare dei valori esterni. Nel tempo, è divenuta così autoreferenziale da essere incapace di mettersi in discussione: è un aspetto che non appartiene al suo codice genetico. La necessità di rispondere in modo deciso e fermo alle situazioni difficili incontrate nei vari periodi della storia, l’hanno progressivamente indurita. Per questo motivo, l’aspetto giuridico della struttura ecclesiale è divenuto, per diversi secoli, così preponderante da determinare le scelte sul paino etico. Allo steso tempo, per l’impianto teologico messo in atto per spiegare i propri contenuti, tra i tanti materiali a disposizione, la chiesa ha utilizzato quelli che potevano garantire la maggior solidità e durata nel tempo. Da narrazione degli eventi del fondatore, la teologia si è fatta sistematica, costruita in modo tale da non lasciare alcun tipo di spiraglio per l’immaginazione o la creatività. La caratteristica dei sistemi teologici e, in modo particolare, il sistema tomista, consiste proprio nel fatto che deve garantire l’impenetrabilità assoluta dal punto di vista concettuale, vale a dire, la capacità di rendere ragione di qualsiasi aspetto della vita, senza aver mai bisogno di correggere la prospettiva o le definizioni di tipo assiomatico da lei elaborate. Dinanzi a sistemi teologici siffatti, si deve solo apprendere, mai mettere in discussione: è impossibile. Proprio per questi motivi, la struttura ecclesiale in tutti i suoi aspetti giuridico, teologico, etico e burocratico non ha alcuna chance di sopravvivere nel mondo dei sistemi contaminati e contaminabili. Le strutture rigide si spezzano, si sbriciolano, vanno in frantumi.  

Occorre, però, fare immediatamente una distinzione. È lenta, anzi lentissima la struttura gerarchica della chiesa, gestita costantemente da persone anziane, che sono arrivate alla dirigenza proprio perché ponderate, moderate, dotate di quella saggezza che li conduce a mantenersi sempre dentro i binari della tradizione del passato, senza osare mai un passo in avanti.  Diversa, invece, è la base della chiesa, proprio perché fatta di persone che vivono quotidianamente in mezzo a mondi contaminati e in continua contaminazione. A questo livello e, cioè, al livello della Chiesa popolo di Dio, il futuro è possibile, perché anche se professano i valori non negoziabili che, all’interno del nostro quadro culturale, sono perdenti, nella realtà, nel vissuto quotidiano, agiscono in modo totalmente diverso, perché mossi dal loro istinto di sopravvivenza, più che dalla necessità di difendere dei valori. In fin dei conti, chi vive nei piani alti della chiesa, sopravvive indipendentemente da come si muove il mondo. È così abituato a lavorare sui massimi sistemi eterni, che gli elementi della contingenza quotidiana, non rientrano nei loro problemi e difficilmente si lasciano scalfire da essi. La mamma che deve amministrare una famiglia, un padre che deve far quadrare i conti, vive a contatto con mondi che costantemente sollecitano una velocità di decisioni tali da non permettere pensieri troppo profondi. E così, mentre nei piani alti, i gerarchi procedono per deduzioni, nei piani bassi, si procede per intuizione. Questa differenza di modalità di azione fa si che la comunità cristiana abbia la possibilità di lasciarsi contaminare e di interagire in modo propositivo con i mondi circostanti. Ho scritto che la comunità ha la possibilità e non che realizzi questa possibilità. Per farlo, dipende molto da dove è situata geograficamente. Più la comunità è distante dal perimetro geografico in cui ha sede la gerarchia, maggiore è la possibilità di interagire con i sistemi circostanti in modo libero. Una struttura centralizzata, infatti, come è la chiesa, non lascia molti margini di azione libera ai fedeli della comunità circostante. Non a caso, le esperienze più significative e creative dal punto ecclesiale del dopo Concilio, sono sorte a migliaia di chilometri di distanza da Roma, come ad esempio, le comunità ecclesiali di base in America Latina, tanto per citarne una.

Il dato più significativo, che mi sembra opportuno segnalare, è che questa modalità che potremmo definire contaminata, è iscritta nella proposta cristiana. Lo si vede già in atto nello stile di Gesù, che non teme la rivalità di coloro che operano il bene anche se non lo fanno nel suo nome, perché: non c’è nessuno che faccia un miracolo nel mio nome e subito possa parlare male di me: chi non è contro di noi è per noi (Mc 9,39-40). La stessa intuizione la comprende Pietro quando, vedendo che lo Spirito Santo era sceso anche sul pagano Cornelio, afferma: “In verità sto rendendomi conto che Dio non fa preferenze di persone, ma chi lo teme e pratica la giustizia, a qualunque popolo appartenga, è a lui accetto” (At 10, 34-35). È Gesù, dunque, che mostra il cammino di un’umanità aperta allo scambio con l’altro, all’accoglienza del bene e dell’amore che proviene dall’esterno dal proprio circolo di amici e amiche, proprio perché la comunità di amici e amiche che lo seguono non sono chiamati a difendere nessuna dottrina e nessuna fortezza, ma a vivere uno stile di amore senza frontiere. “Vi do un comandamento nuovo: che vi amiate gli uni gli altri. Come io ho amato voi, così amatevi anche voi gli uni gli altri. Da questo tutti sapranno che siete miei discepoli: se avete amore gli uni per gli altri” (Gv 13,34-35). Non una dottrina, dunque, né un sistema teologico onnicomprensivo e nemmeno dei valori non negoziabili da difendere con i denti, ma un unico comandamento: amatevi gli uni gli altri. Per questo motivo, Paolo intuisce che nella comunità desiderata da Gesù, non c’è spazio per relazioni disuguali e ingiuste, perché: “non c'è più giudeo né greco; non c'è più schiavo né libero; non c'è più uomo né donna, poiché tutti voi siete uno in Cristo Gesù» (Gal 3,28). È il superamento di una visione protettiva e settaria della fede, che conduce ad uno stile di comunità aperto, accogliente, che interagisce con i mondi circostanti, capace di accogliere ciò che di buono c’è in ogni proposta, proprio perché non si tratta di difendere dei baluardi, ma condividere il tesoro dell’amore donato da Cristo. È la comunità che sorge spontaneamente dal basso, che trova nel Vangelo una luce per il proprio cammino esistenziale e, in questo cammino apprende a non temere di lasciarsi contaminare dagli elementi che provengono dall’esterno, perché ha imparato che lo Spirito soffia dove vuole e nessuno può pensare d’imprigionarlo (cfr. Gv 3, 8).

Dove dovrebbe essere visibile lo stile aperto e contaminato delle comunità cristiane? A mio avviso nella liturgia. L’umanità di Cristo è la sorgente dell’umanità della liturgia. La ricerca di una liturgia più umana non è semplicemente richiamare la dimensione etica della liturgia, né l’ennesima strategia pastorale, ma è di ordine teologico e, pertanto, essenziale se vuole essere liturgia cristiana e non un mero rito religioso come tanti. La nostra liturgia è cristiana se è conforme all’umanità di Gesù. È nella umanità della liturgia che si rivela la forza dell’amore di Gesù e, per questo, dovrebbe avere la forma del Vangelo, più che delle norme e delle rubriche, retaggio della struttura rigida. Ebbene, come abbiamo visto, uno dei tratti caratteristici dell’umanità di Gesù è la sua apertura, la sua libertà nel porsi dinanzi alle proposte esterne, ma anche nei confronti della religione del tempio, che critica radicalmente. In questa prospettiva, una liturgia che sa di Vangelo non dovrebbe essere preoccupata di riprodurre fedelmente delle indicazioni normative, ma di esprimere i tratti dell’umanità di Gesù inculturata nel particolare contesto in cui si celebra. È triste assistere a delle liturgie che non presentano alcun elemento di novità del luogo in cui viene celebrata, preoccupata solo di essere fedele alle norme. Belle invece e comunicative di contenuti, sono quelle liturgie in cui è visibile lo sforzo di lasciarsi contaminare, accogliendo elementi culturali e religiosi del luogo in cui la liturgia viene celebrata. È quello che diceva Papa Francesco a proposito del contributo dei popoli indigeni: “si tratta di raccogliere nella liturgia molti elementi propri dell’esperienza degli indigeni nel loro intimo contatto con la natura e stimolare espressioni native in canti, danze, riti, gesti e simboli” (Querida Amazonia, 82).

La chiesa che si lascia contaminare accogliendo al suo interno le provocazioni positive dei mondi circostanti, ha la possibilità di crescere, di trasformarsi e di contribuire nella costruzione di un mondo più giusto e più umano, in forza anche del suo patrimonio di valori. E così, mentre più rapidamente del previsto, si odono i rumori dello sbriciolamento della struttura ecclesiale formatasi nei secoli, sbocciano da tante parti quelle comunità cristiane che, come la semente di mostarda o come il lievito nella pasta, contribuiscono alla trasformazione del mondo permettendo che lo Spirito presente nei tanti cammini di pace, di giustizia e di amore presenti ovunque, contamini e trasformi coloro che vi aderiscono.

 

mercoledì 9 marzo 2022

CONTAMINAZIONE È IL FUTURO DELLA SOCIETA’

 



Paolo Cugini

 

Nel nuovo contesto culturale definito come post-moderno o post-secolarizzato, oppure anche postcristiano e post-teista, che da decenni sta prendendo piede in Occidente a ritmi vertiginosi, le strutture rigide sono destinate ad essere soppiantate. Una struttura culturale è rigida quando considera immutabili i principi su cui è retta e li difende contro ogni possibile contaminazione. Le strutture culturali rigide si sono costituite nel tempo in cui la vita presente era pensata come sussistente da principi metafisici, posti in un mondo e in un tempo oltre la realtà temporale e, proprio per questo, capaci di durare per sempre. È stata la struttura metafisica della realtà ad offrire i significati esistenziali per intere generazioni. C’è tutta un’arte, una filosofia, una politica e una religione che ha descritto queto stile di vita fondato sui valori metafisici eterni. La velocità dei cambiamenti in atto, elemento caratteristico dell’attale quadro culturale, richiede allo stesso tempo, la capacità di mettersi in discussione e di mettere sul tavolo le proprie idee e, in secondo luogo, la disponibilità ad entrare in dialogo, al confronto rapido. Le strutture di pensiero sistematico e dogmatico, così significative nel periodo medievale e moderno, non funzionano più, proprio perché non permettono la modificabilità necessaria richiesta dalle strutture di pensiero postmoderno. Ci vuole ben altro.

       L’attuale contesto, dunque non permette a nessuno di dormire sul sofà dell’abitudine, del “si è sempre fatto così”.  I punti di riferimento esistenziali vengono ricercati per la qualità della vita che possono offrire e, dunque, sul piano quantitativo piuttosto che qualitativo. Vale ciò che è buono ed efficiente nell’immediato, più che puntare sui significati eterni, quelli che durano – o sembrano durare – per sempre. È, dunque, proprio questo aspetto del “per sempre”, che è entrato in crisi e viene sostituito con il bene immediato. Occorre essere desti, attenti, veloci nel capire cambiamenti in atto, le novità del momento. Dura nel tempo ciò che si adatta al cambiamento, che sa cogliere le sintonie con i propri paradigmi culturali e non chi pensa di essere dotato di strutture metafisiche eterne e immutabili. Diviene proponibile quella realtà contaminabile, perché disposta a crescere mettendo a disposizione le proprie competenze, i propri punti di forza. Rimangono sul mercato della vita quelle realtà che hanno compreso che la possibilità di crescere e di migliorare non sta nel difendere a denti stretti il proprio patrimonio cultuale di valori, ma nel metterlo a disposizione e nel lasciarsi contaminare dagli altri mondi circostanti.

Questa primissima presa di coscienza ci porta a comprendere che non solo siamo immersi in un contesto di rete – lo sapevamo già -, ma che ogni organismo ha la possibilità di vivere o di sopravvivere imparando ad accogliere al suo interno elementi dei mondi che incontra. Non c’è possibilità di sopravvivenza per quella cultura che intende salvare la propria presunta purezza. Può sopravvivere, senza dubbio, ma come cimelio del passato, residuo storico da museo, senza alcuna possibilità di avere alcuna incidenza nel presente. Anche perché una caratteristica specifica della postmodernità è la vita nel presente come unica dimensione in cui c’è possibilità di esistenza. Se la caratteristica del pensiero medievale da una parte, e di quello moderno dall’altra con significati diversi, consisteva nel sacrificare il presente per una prospettiva positiva nel futuro, diametralmente opposta è la percezione del tempo nella postmodernità. Nessuno è più disposto a sacrificare qualcosa in vista di un futuro che non è più considerato come positiva prospettiva esistenziale. C’è solo questo mondo e questa vita a nostra disposizione e, di conseguenza, vale solo lo sforzo che migliori qualitativamente e anche quantitativamente il presente: il resto è tempo perso.

Per entrare in modo significativo in questo nuovo paradigma culturale sono necessari alcuni requisiti fondamentali, che potremmo definire principi epistemologici. Il primo, consiste nella disponibilità a riconoscere come valido e positivo alcuni elementi del mondo che incontriamo. Ciò comporta la presa di coscienza che il nostro mondo non detiene il coprite della verità e, allo stesso tempo, che c’è del buono e del vero anche nei mondi che incontriamo. Dal punto di vista cristiano questo requisito si traduce nella presa di coscienza che lo Spirito Santo agisce ovunque, non solo nella Chiesa cattolica. Ce lo ha ricordato il Concilio Vaticano II quando affermava che le smentì del Verbo sono sparse in tutte le religioni e tutte coloro che conducono i propri fedeli verso un’esperienza di amore dicono qualcosa del messaggio centrale del Vangelo. Giustino nel II secolo è stato il primo ad utilizzare l’immagine delle sementi del Verbo riferita non tanto alle religioni, ma alle culture, alle filosofie, a tutti color che prima e dopo di Cristo operano in favore del bene, della giustizia e dell’amore, indipendentemente dal fatto di appartenere alla Chiesa o di conoscere il Vangelo. C’è tanto amore, c’è tanta giustizia, c’è tanto bene nel mondo in tanti contesti che non sono controllati dalla Chiesa: grazie a Dio. C’è lo Spirito santo che agisce in ogni luogo, che è sempre all’opera per costruire un mondo di amore e di giustizia.

Il secondo requisito, che è una sorta di corollario del primo, anche se più complesso e problematico, consiste nella possibilità di fare spazio alla bontà, alla positività del mondo incontrato al punto di assimilarlo e permettere un cambiamento prodotto da un elemento esterno. Si tratta, in altre parole, del processo di contaminazione che esige la disponibilità a questa operazione. Assimilare un materiale che viene dall’esterno significa non solo riconoscerne la bontà, ma anche percepirne la possibilità di novità e di miglioramento per chi l’accoglie. Contaminazione, in questa prospettiva, significa disponibilità al cambiamento, al lasciarsi modificare e, allo stesso tempo, consapevolezza che si è entrati in un processo capace di modificare anche la struttura dalla quale si è ricevuto il contributo. Il processo di contaminazione, in altre parole, non è mai univoco, ad un’unica direzione: si cambia cambiando. Si lascia contaminare quella struttura che ha compreso che è l’unica possibilità per rimanere positivamente sul piano della storia presente.

Il processo di contaminazione per coloro che ne accettano la sfida, rivela un altro dato importante: c’è un’identità che non è data dalla difesa delle proprie roccaforti valoriali, ma che si definisce progressivamente con il tempo ed è in continua mutazione. Per comprendere questo aspetto dobbiamo prendere le distanze dal concetto d’identità elaborato nell’epoca moderna, che la identifica con modelli prestabiliti che devono essere raggiunti e salvaguardati. L’idea di contaminazione invita la struttura culturale a rimanere aperta, perché il suo significato profondo non sta tanto nei valori ereditati, ma nella disponibilità a lasciarli modificare da ciò che incontra. C’è una possibilità di vita buona che viene a noi incontro nella misura che siamo disponibili ad accoglierla e a lasciarci modificare da essa e, allo stesso tempo, a modificare noi stessi i mondi che incontriamo. Il concetto di contaminazione rivela l’idea di un mondo in continuo cambiamento, in continua trasformazione. L’identità forte, in questa prospettiva contaminata, non sta più nella difesa estrema di valori non negoziabili, ma nella loro messa a disposizione. È forte quella struttura che si lascia contaminare e che, in questo modo, è lei stessa fattore contaminante. 

 

giovedì 3 marzo 2022

RIPENSARE LA RISURREZIONE - INCONTRO CON PAOLO SQUIZZATO

 



Una Chiesa a Più Voci - Ronco di Cossato

  31 marzo 2021

 

 

Sintesi: Paolo Cugini

La risurrezione è fondata sulla fede e non sulle prove. È un atto di fede credere nella risurrezione. La risurrezione è realmente accaduta anche se non ci sono le prove che vorremmo.

Rom 1,3: Gesù morendo sulla croce Gesù è morto secondo la carne.

Figlio di David: indica l’uomo carnale. Paolo ha la consapevolezza che sulla croce è morto l’uomo Gesù.

1 Cor 15: si semina corruttibile, nella carne, si raccoglie l’incorruttibilità, lo spirito. Paolo con il linguaggio e l’esperienza di un uomo semitico, cerca di far passare che il Gesù risorto non è il medesimo che è stato crocefisso. È morto il Gesù di Nazareth sulla croce.

Gv 12: Il seme muore, poi spunta lo stelo che è totalmente altro dal seme marcio, ma è in continuità con il seme. C’è contraddittorietà e continuità. Ciò è quello che è avvenuto con Gesù di Nazareth e avverrà a ciascuno di noi. Noi marciremo, ma rinasceremo in un modo diverso, qualcosa che avrà un futuro, proprio da quel seme che è stato sepolto. Non è stato un atto magico la resurrezione di Gesù. C’è continuità perché la vita non può morire, ma si trasforma.

Gesù è entrato in un'altra dimensione che Luca chiama Gloria. “Per entrare nella sua gloria?”. È l’amore che ha trasformato Gesù. L’amore trasfigura, l’amore ti fa compiere il passaggio, la metamorfosi di tutto l’essere umano.

Nel NT si ha la consapevolezza che con la morte Gesù si è trasformato ed è divenuto il vivente, che è entrato in un’altra dimensione che Lc chiama Gloria. Come esprimere tutto questo, questa consapevolezza? Questa consapevolezza non è sorta subito tra i discepoli. La presa di coscienza che sulla croce è avvenuta una trasformazione, si presume che siano passati degli anni, C’è stata una lunga pausa di riflessione, al termine dei quali si è cominciato a scrivere i racconti di apparizione.

Nessuno di chi ha scritto i vangeli, tantomeno Paolo, ha fatto personalmente esperienza del risorto. Marco, ad esempio, scrive negli anni ’70. Quindi è nata una fede nel risorto in base alla parola trasmessa di generazione in generazione. Paolo è il primo a scrivere nel ’51. I primi testi di Paolo riguardo il risorto non sono trattati di teologia, ma piccole pennellate: 1 Ts 1,10: Gesù è morto e risorto. 1 Cor Paolo amplia: Gesù è risorto secondo le scritture. Quello che è successo non si sa. Le prime testimonianze scritte e, quindi, anche orali, non compare nessun sepolcro vuoto. Le modalità di come Gesù sia risorto non fanno parte del primitivo messaggio cristiano. La nostra fede non si basa sul sepolcro vuoto.

Col passare del tempo queste scarne pennellate si ampliano e si sente il bisogno di aggiungere qualcosa. Il primo ad ampliarlo è Paolo stesso: 1 Cor 15. È apparso a Cefa, ai Dodici, poi è stato visto. Cos’hanno visto?

Paolo dice che è stato visto anche da lui. Paolo sta ricordando la sua esperienza sulla strada di Damasco: At 9. C’è da presumere che quello di Paolo non sia stato un vedere con gli occhi, perché rimane accecato. Domanda: cos’ha visto Paolo? Cos’hanno visto i testimoni? Non sarà un’esperienza? Tutti l’hanno visto più che con gli occhi della carne, con gli occhi penetranti della fede. Il vivente è colui che continua ad essere operante nella storia.

Con gli evangelisti le pennellate sul risorto diventano degli affreschi. In Marco non ci sono i racconti delle apparizioni. Più ci si allontana dall’evento del Gesù storico, più aumentano le narrazioni sulle apparizioni di Gesù.

Matteo comincia ad ampliare: c’è un’apparizione che avviene al lago. Poi Luca ne mette tre di apparizioni tutte a Gerusalemme. Una di queste è i discepoli di Emmaus.

Giovanni scrive dopo Luca e abbiamo quattro apparizioni: Gerusalemme, Galilea. Aumentano i racconti, ma si sente la necessità di presentare un Cristo sempre più fisico.

Domanda: la chiesa primitiva ha sentito il bisogno di aggiungere materiale a fin di bene? Probabilmente per scopi catechetici. Forse, anche, per motivi liturgici.

Questo ampliare i racconti della risurrezione è lo stesso bisogno che la chiesa si è trovata di fronte ai vangeli dell’infanzia.

Gesù è veramente risorto, ma non perché lo hanno visto le donne, gli apostoli. Gesù è l’eternamente vivo perché le comunità della Palestina vivono del vivente.

1 Pt 2,4: queste comunità che sono sorte, sono il copro del risorto. La nostra vita è manifestazione del Cristo risorto.

Ortensio da Spinetoli: la resurrezione si rende credibile dalla testimonianza di vita dei discepoli.

Ammesso che le apparizioni siano affreschi dipinti delle prime comunità rimangono testimonianze profonde, anche se non sono storiche. Es: il figliol prodigo, è frutto della riflessione di Gesù, ma anche se non è storicamente avvenuto ha una grande forza per la vita dei cristiani.

Gesù è la vita che faceva fiorire e rivivere i morti. Abbiamo donne, uomini e bambini che hanno fatto esperienza di Gesù come possibilità di vita. Gesù era una persona speciale, al punto che lo chiamavano figlio di Dio.

Gesù è risorto per coloro che frequentandolo proferisce una nuova possibilità di vita. Gesù è risorto per coloro che sono risorti. Per chi vive da cadavere l’evento del risorto non dice nulla.

Panikkar: è il destino di tutti di trasformarsi.

Vangelo: Gesù lascia intendere che la metamorfosi spetta a chi ama, cioè chi ama risorge.

Vivendo il Vangelo si fa esperienza del risorto. La piena umanità di Gesù manifesta l’umanità. Gesù è Dio perché è pienamente uomo. La nostra è una religione dell’incarnazione e quindi siamo chiamati a giocare tutto sulle relazioni. Siamo chiamati a dare carne a Dio, lo facciamo presente amando. La sofferenza non è salvifica: è l’amore che lo è.

Ciò che salva è solo la sofferenza scaturita dall’amore. 

domenica 27 febbraio 2022

DCIAMO NO ALLA GUERRA - TONINO BELLO

 



Diciamo NO alla guerra.

Un NO risoluto, senza cedimenti,

senza interpretazioni riduttive.

Il NO che si pronuncia

davanti alle follie più criminali

e sotto l'incalzare delle tragedie

più torbide della storia.

Se, non volendo sprecare,

il vostro NO

lo tratterrete in gola

per un occasione più tenebrosa

di questa,

state certi che non esploderà più:

perchè non c'è peccato

più sacrilego della guerra.

La guerra è un'avventura

senza ritorno,

il declino dell'umanità.

Non può essere un mezzo adeguato

per risolvere i problemi esistenti

tra le nazioni.

Non lo è mai stato

e non lo sarà mai.

Coraggio amici.

Non lasciatevi cadere le braccia.

Lo scatenarsi della sufficienza

dei dotti non può smontare

le faticose costruzioni di pace

che in questi anni avete

faticosamente realizzato.

lunedì 21 febbraio 2022

LETTERA DI PADRE ALEX ZANOTELLI: SULL'ORLO DEL BARATRO

 


Sta circolando sul web una lettera di Padre Alex Zanotelli sulla situazione attuale del riarmo che sta avvenendo nel mondo, che vale la pena leggere

 

Viviamo un momento drammatico della storia umana. Siamo sotto la minaccia dell’ “inverno nucleare” e dell’ “ estate incandescente”! La prima provocata da una guerra nucleare e la seconda dalla paurosa crisi ambientale. In questo momento, per la crisi Ucraina, siamo terrorizzati dalla minaccia di una guerra nucleare. Tutto questo è il frutto amaro di una folle corsa mondiale al riarmo, soprattutto atomico. Stiamo infatti militarizzando il cielo e la terra.

Il cielo è diventato anch’esso teatro di scontro. L’uomo più ricco della terra, Elon Musk, ha già inviato nello spazio 1.900 satelliti , ma ha già intenzione di spedirne altri 42.000. La Cina lo ha già accusato di spionaggio a favore degli USA e ha testato il suo razzo ipersonico che elude ogni difesa. Siamo ormai alle ‘star wars’ (le guerre stellari), come le chiamava Reagan. Ma non contenti di militarizzare il cielo, stiamo supermilitarizzando il Pianeta Terra che è diventato una discarica di armi(non dimentichiamo che le armi sono, insieme allo stile di vita di pochi, la causa del disastro ambientale.)

Nel 2021 la spesa militare mondiale si aggira sui duemila miliardi di dollari(nel 2020 eravamo a 1.981 miliardi !) Quasi metà di queste assurde spese sono da attribuirsi a USA/NATO, seguiti a grande distanza da Russia e Cina. E questo riarmo è contagioso. La notevole militarizzazione della Cina, per esmpio, spinge ora le nazioni del Pacifico:Giappone, Indonesia, Corea del Sud, Malesia e Taiwan a fare altrettanto. Ma anche l’Africa è sempre più militarizzata. Nel 2020 le spese per le armi hanno superato i 43 miliardi di dollari, con una crescita esponenziale nei paesi del Sahel. Ma ancora più agghiacciante è la corsa al riarmo nucleare, da parte delle grandi potenze, soprattutto USA, Russia e Cina. Gli USA, già con l’amministrazione Obama, avevano stanziato mille miliardi di dollari per modernizzare il loro armamentario atomico. Così ora abbiamo le nuove e più micidiali bombe atomiche, B61-12 che arriveranno presto anche in Italia per rimpiazzare una settantina  di vecchie B61. La Cina, che ha oggi circa 200 testate nucleari, vuole entro il 2030, arrivare a circa mille. Gli USA ne hanno già pronte al lancio 3.750. Il nuovo accordo militare tra USA, Gran Bretagna e Australia(AUKS) per la difesa della zona del Pacifico, incrementerà questa corsa al riarmo nucleare. Infatti gli USA hanno già venduto all’Australia i ‘sottomarini atomici’. Lo scontro fra USA /NATO e la Russai sull’Ucraina ha già portato la Russia a siglare un’alleanza con la Cina. E siamo di ritorno ai blocchi Est-Ovest, alla Guerra Fredda e al nuovo riarmo mondiale. Infatti gli scienziati atomici hanno già posto le lancette dell’ “Orologio dell’Apocalisse” a 100 secondi dall’inverno nucleare. E il nostro paese partecipa allegramente a questa corsa al riarmo. Lo scorso anno per armare l’Italia, il governo Draghi ha investito in armi circa trenta miliardi di euro. Non solo, il Ministero della Difesa (Guerini) e dello Sviluppo Economico (Giorgetti) hanno presentato progetti per trenta miliardi presi dal Recovery Fund. Per di più le Forze Armate italiane stanno armando i droni Reaper , i sottomarini, le fregate FREMM con i missili Cruise, permettendole così di condurre missioni di attacco in qualsiasi parte del mondo. Così i nostri droni passeranno da semplici vedette a killer di precisione.( in barba alla Costituzione italiana!)  Non solo, ma il Ministro Guerini ha trasformato il Ministero della Difesa nel Ministero della Guerra facendo del suo decastero un agente di commercio dell’industria bellica nazionale. Le grandi aziende belliche, Leonardo(ex-Finmeccanica) e Fincantieri (a partecipazione statale) sono in piena attività. L’Italia vende armi a tutti: l’importante è fare affari. Sta perfino vendendo armi all’Egitto del dittatore Al-Sisi : un giro di affari del valore di 9-10 miliardi di dollari (in barba a Giulio Regeni e a Patrick Zaky!). Inoltre il governo italiano sta finanziando sempre più missioni militari con lo pseudonimo di ‘missioni di pace’. L’esempio più clamoroso è la missione in Afghanistan: vent’anni di guerra a fianco della NATO che ci è costata sette miliardi di dollari e agli alleati tremila miliardi di dollari, per produrre quella vergognosa ritirata(altro che esportare democrazia!).Non contenta, l’Italia ha accettato il comando del contingente NATO in Iraq, dopo che abbiamo distrutto quel paese, con una spaventosa guerra costruita su bugie! Ora l’Italia si sta cimentando con le missioni in Africa. In Niger sta costruendo una base militare con la presenza di oltre duecento militari ed ha inviato soldati in Mali per partecipare all’operazione anti-jihadista Takuba (mentre la Francia si ritira!). Invece di soldati e di armi, la disperata popolazione del Sahel ha bisogno di aiuto per risollevarsi, non di armi. E tutto questo sta avvenendo nell’indifferenza e nel silenzio del popolo italiano. E’ scandaloso il silenzio del Parlamento davanti a un governo Draghi che investe sempre più in armi e taglia i fondi alla sanità pubblica e alla scuola. In un tale contesto non dovremmo meravigliarci se la crisi Ucraina in Europa o su Taiwan in Asia, potrebbero farci precipitare in una guerra nucleare con la Russia o con la Cina. Basta un incidente ed è la fine. E’ questa militarizzazione mondiale che ci porterà nel baratro dell’inverno nucleare!

“La pandemia è ancora in pieno corso - ha detto recentemente Papa Francesco - la crisi sociale ed economica è ancora pesante, specialmente per i più poveri. Malgrado questo, ed è scandaloso, non cessano i conflitti armati e si rafforzano gli arsenali militari. E questo è lo scandalo.”

 

lunedì 7 febbraio 2022

Febbraio/maggio 2022 incontri biblici on line “Riprendiamoci la Parola” - PROGETTO GIONATA




La Tenda di GionataProgetto Ruah e il Coordinamento Teologhe Italiane 

presentano “Riprendiamoci la Parola. Bibbia e omosessualità: per una riflessione che liberi“, sei agili incontri online da febbraio a maggio 2022, per rileggere le Scritture ebraico-cristiane a partire da uno sguardo queer, capace di renderle di nuovo Recobòt, uno “spazio libero” in cui ogni persona può prosperare (Genesi 26,22).

Con la guida di teologhe e teologi, bibliste e biblisti, esegete ed esegeti esperte/i, ci accosteremo alle Scritture con un approccio che ne smaschererà le letture fondamentaliste ed escludenti, sia decostruendo i cosiddetti “testi del massacro” – i versetti scagliati contro le persone LGBTQ+ – sia rintracciando episodi e personaggi biblici non conformi e sovversivi, in grado di ispirare le nostre vite di credenti e le nostre lotte per l’inclusione e la giustizia.

Come afferma A.M. Tolbert, «quando le persone queer si riprendono la Parola, scopriamo nelle Scritture visioni di speranza e sogni di liberazione». Vi invitiamo a immergervi con noi in queste visioni e in questi sogni, nella certezza che la Parola può essere una parola che libera tutti e tutte.

Per richiedere il link per partecipare scrivete a incontri@gionata.org

Vi aspettiamo. Ogni persona è la benvenuta.

Info> Evento Facebook

 

 

CALENDARIO DEGLI INCONTRI ON LINE

20:50 collegamento online – incontro dalle 21:00 alle 22:00-22:30

 

●    mercoledì 23 febbraio / Cristina Simonelli e Laura Scarmoncin

Istruzioni per l’uso: la Bibbia non è un’arma. Leggere le Scritture e i “testi del massacro”

 

●    mercoledì 16 marzo / Antonio de Caro

Da Sodoma a Nazaret: e se Dio scarica gli haters?

 

●    mercoledì 6 aprile / Gian Luca Carrega

L’omosessualità, il misto-lana e altri delitti del Levitico

 

●    mercoledì 27 aprile / Daniela di Carlo

Gender fluid: non c’è né maschio né femmina (Galati 3, 28)

 

●    mercoledì 4 maggio / Marinella Perroni

“Tutte le opere del Signore sono buone” (Siracide 39,33). Il (com)plesso della creazione.

 

●    mercoledì 25 maggio / Silvia Zanconato e Lucia Vantini

“Va’ con loro senza esitare” (Atti 10,20). E le Scritture presero il mare…

 

 

venerdì 4 febbraio 2022

IL FENOMENO DELLE CHIESE INCLUSIVE IN BRASILE



Paolo Cugini

 

C’è un fenomeno religioso interessante, stimolato dalla presenza LGBT nella società, che da più di vent’anni sta coinvolgendo le comunità cristiane in Brasile. Si tratta del fenomeno chiamato: chiese inclusive, che riguarda quelle realtà ecclesiali che non solo hanno nel tempo aperto le porte delle proprie chiese ai cristiani LGBT ma, in diversi casi, hanno proposto modifiche significative ai contenuti teologici, che solitamente definiscono in modo negativo l’omosessualità. Il fenomeno delle chiese inclusive in Brasile riguarda soprattutto il mondo evangelico e cioè quelle denominazioni ecclesiali molto diffuse sul territorio brasiliano, che fanno riferimento all’esperienza protestante. Qui di seguito riporto alcuni dati e contenuti frutto di alcune ricerche prodotte negli ultimi anni nelle università brasiliane, che hanno tentato di descrivere ed analizzare il fenomeno (le ricerche utilizzate sono riportate in fondo all’articolo).

Nel confronto con le pratiche religiose delle cosiddette chiese convenzionali, in cui il diavolo e i traumi familiari sono usati come giustificazione dell'omosessualità, nelle chiese inclusive ci sono spostamenti discorsivi che cercano di rimuovere la differenza sessuale dall’area del peccato secondo natura. L'etnografia delle comunità inclusive evidenzia così i legami tra religione, sesso e politica intorno alla produzione di discorsi positivi in favore della differenza. Non si tratta di esercitare segretamente la sessualità gay o lesbica, come accade a molti fedeli omosessuali che vivono in un legame teso con le chiese pentecostali evangeliche, “ma di sostenere ideali di visibilità e accettazione sociale di sessualità che si discostano dalla norma”. Le regole di condotta del culto inclusivo non vietano l'esercizio di relazioni omosessuali o espressioni di identità LGBT. In questi gruppi, guidati da pastori gay e lesbiche, l'esperienza di un orientamento differente della norma eterosessuale è considerata una pratica che non viola i codici della santità. La teologia inclusiva, in generale, mette in discussione il dogma religioso che condanna l'omosessualità, sforzandosi di offrire letture bibliche alternative, che mirano a cancellare gli stigmi che influiscono sulla diversità sessuale. In tutto il Brasile stanno emergendo iniziative di inclusione, con i loro discorsi di affinità elettiva con le istanze dei movimenti cristiani. Quindi, ci sono molti ruoli che possono essere occupate da gay, lesbiche, bisessuali, travestiti e transessuali nelle chiese inclusive.

Esistono due reti nazionali in Brasile di gruppi cristiani LGBT: la Rete Nazionale dei Gruppi Cattolici LGBT e degli Evangelici per la Diversità. È possibile osservare che questo movimento ha una portata nazionale: la rete cattolica conta 21 gruppi attivi in ​​16 città brasiliane, mentre “Evangelici per la Diversità” ha collettivi in ​​9 capitali. In totale, ci sono 30 gruppi cristiani LGBT collegati a queste due reti nazionali (i dati sono relativi ad una ricerca del 2021). La rete degli “Evangelici per la diversità”, a sua volta, non fa parte di alcuna rete globale o internazionale, sebbene intrattiene un dialogo con gruppi ed entità di altri paesi. In un'intervista, Bob Botelho, coordinatore esecutivo dell'entità, ha affermato che: “a causa della grande diversità delle denominazioni evangeliche e della struttura di autonomia di ciascuna, diversa dalla Cattolicesimo, è difficile creare una rete internazionale di gruppi cristiani LGBT di questa natura”. Ci sono anche chiese e istituzioni religiose già create all'interno di una prospettiva di accoglienza delle persone LGBT in spazi cristiani, prevalentemente evangelici. Queste chiese differiscono dalle altre, tra gli altri fattori, per la celebrazione dei matrimoni LGBT e per l'accesso delle persone LGBT al sacerdozio e alle posizioni di leadership.

Alcune delle chiese cristiane tradizionali hanno anche riformato i loro canoni per accogliere meglio la popolazione LGBT. La Chiesa episcopale anglicana del Brasile, dopo oltre 20 anni di discussioni, ha deciso di autorizzare il matrimonio tra persone dello stesso sesso nei suoi templi. Creata nel XVI secolo in Inghilterra, divenne una congregazione di respiro internazionale, dal processo di colonizzazione e dall'imperialismo britannico. Attualmente sta combattendo una dura battaglia interna per quanto riguarda l'inclusione delle donne e LGBT. Mentre nella Chiesa d'Inghilterra il matrimonio gay continua proibito, la Chiesa episcopale degli Stati Uniti ha iniziato a riconoscere questo tipo di unione dal 2015 e la Chiesa episcopale di Scozia nel 2017. In Brasile, questo conflitto ha causato una spaccatura nella Chiesa anglicana. I dibattiti sono iniziati nel 1997 e continuano fino ai giorni nostri. Nel 2005 le diocesi di Recife, João Pessoa e Vitória, situate nel Nordest del Brasile, si sono separate da quella nazionale e hanno creato la “Chiesa Anglicana del Brasile”. Sul suo portale istituzionale, la chiesa sostiene che i suoi pastori sono stati scomunicati dalla Chiesa episcopale anglicana del Brasile “per essere in contrasto con questa denominazione per quanto riguarda la normalità della pratica omosessuale e l'ordinazione di persone che lo praticano al sacro ministero pastorale” (ANGLICANA NO BRASIL, 2020).

Tra le tante esperienze ecclesiali inclusive che si possono citare, ne indichiamo una, come esempio: la Comunità cristiana Nuova Speranza (CCNS) creata nel 2004, nella città di San Paolo da fedeli della Chiesa di Acalanto, tra cui il pastore Justino Luiz, che è diventato presidente della congregazione. Sul sito web dell'istituzione si afferma che “la CCNE è una chiesa pentecostale evangelica che predica una teologia inclusiva, in questa comunità tutti sono i benvenuti, indipendentemente dal loro orientamento sessuale, colore, razza, siamo una chiesa che accoglie ogni diversità umana” (CCNE, 2020). Il sito web indica anche i nove indirizzi di CCNE in Brasile e due all'estero (Argentina e Portogallo).

Oltre alle chiese e ai gruppi già presentati, con una dimensione più nazionale, c'è una serie di movimenti locali all'interno e all'esterno delle congregazioni tradizionali per aprire spazi di discussione sui temi della diversità sessuale e di genere, dialogando anche con questioni razziali, per l'inclusione delle persone con disabilità, dei poveri o dei senza fissa dimora. A Brasilia, ad esempio, spicca la Comunità Familiare Cristiana Athos, una chiesa inclusiva che ha tra i suoi partecipanti il ​​teologo Alexandre Feitosa.

 

RIFERIMENTI BIBLIOGRAFICI

FAGNER ALVES MORELIRA BRANDÃO, Religião e omosexualidade. Uma abordagem histórica e sociocultural das igrejas cristãs inclusivas em Goias, Tesi del Master dell Universitá statale di Goias, 2021.

MARCELO TAVARES NATIVIDADE, Cantar e dançar para Jesus: sexualidade, genero e religião nas igrejas inclusivas pentecostais, Religião e Sociedade, Rio de Janeiro, 37(1): 15-33, 2017.

LILIA DIAS MARIANNO, Diversidade de genero no ambiente religioso: ética relacional para um organismo ciborgue, Mandrágora, Universitá Metodista São Paulo,  v.27, n. 2, 2021, p. 237-267.

FATIMA WEISS DE JESUS, Igrejas inclusivas em perspectiva comparada: da inclusão radical ao mover apostolico, Seminário Internacional Fazendo Gênero 10 (Anais Eletrônicos), Florianópolis, 2013. ISSN 2179-510X.

 

 

 

lunedì 24 gennaio 2022

IL TEMPO DEI FIGLI





 INCONTRO GENITORI QUATTRO PARROCCHIE

SABATO 22.1.2022 – ORE 15,30

 


 Paolo Cugini


1 Non fare troppo per i tuoi bambini. Non cercare di riempire la vita dei tuoi figli di decine di attività, anche se ti può sembrare utile per la loro crescita e per ottimizzare il tempo quando sei fuori per lavoro. Allo stesso tempo non riempirli di cose, di oggetti, di giochi con i quali passare il tempo, anche se sono giochi educativi. Se vuoi davvero educare e infondere i tuoi valori nei tuoi bambini, è meglio che passi del tempo con loro facendo attività insieme. Ci vuole pratica, ripetizione e soprattutto dedizione per avere un impatto positivo sullo sviluppo del carattere dei tuoi bambini. Lasciare degli spazi vuoti per stimolare la creatività dei figli. 

2 Impara a delegare. Uno dei più grandi sprechi di tempo nella tua famiglia è che tu, come genitore, cerchi di fare tutto. Delega! Ai bambini possono essere assegnate alcune faccende domestiche: se possono camminare e parlare, sono esseri umani capaci. Possono fare i loro letti, raccogliere i loro giochi, aiutarti a caricare la lavastoviglie, buttare nella pattumiera il pannolino che gli hai appena cambiato e con un po’ di inventiva e buon senso puoi coinvolgerli nelle attività quotidiane. Bisogna dar loro fiducia. 

3 Stabilisci le priorità. Quando dici sì a un’attività, stai dicendo no a qualcos’altro, perché non puoi fare tutto. Se la tua priorità è quella di trascorrere del tempo di qualità con i tuoi figli, allora dedicare la tua attenzione ad altre attività potrebbe non essere allineato con i tuoi valori. Devi prima decidere quali sono le tue priorità e cos’ha più valore nella tua vita. Poi, quando ti vengono presentate opportunità che richiedono tempo – e capita più spesso di quanto pensi – puoi essere più preparato per determinare a quali cose vuoi dire sì e quali vuoi rifiutare.

Imparare a organizzare le proprie attività quotidiane e a sfruttare bene il tempo è importante anche per i bambini. Andare a scuola, fare i compiti a casa e avere anche tempo per giocare… si può fare tutto con un po’ di pianificazione e se i genitori riescono a insegnare ai bambini che a ogni attività è riservato un momento preciso.

Gli orari di mamma e papà condizionano la vita quotidiana dei più piccoli. Quando entrambi lavorano tutto il giorno o quando solo uno dei due può occuparsi della casa, si tende a riempire la vita dei figli di attività. In questo modo si finisce per stravolgere completamente la loro gestione del tempo. Che i bambini saltino da un’attività all’altra, tuttavia, non significa che sappiano sfruttare bene il tempo. È anzi probabile che anche noi, in quanto genitori, non riusciamo a gestirlo al meglio. Eppure, insegnare ai bambini a organizzare il proprio tempo è senz’altro importante, trattandosi di una competenza che farà parte del loro bagaglio educativo.


 

1 Non fare troppo per i tuoi bambini. Non cercare di riempire la vita dei tuoi figli di decine di attività, anche se ti può sembrare utile per la loro crescita e per ottimizzare il tempo quando sei fuori per lavoro. Allo stesso tempo non riempirli di cose, di oggetti, di giochi con i quali passare il tempo, anche se sono giochi educativi. Se vuoi davvero educare e infondere i tuoi valori nei tuoi bambini, è meglio che passi del tempo con loro facendo attività insieme. Ci vuole pratica, ripetizione e soprattutto dedizione per avere un impatto positivo sullo sviluppo del carattere dei tuoi bambini. Lasciare degli spazi vuoti per stimolare la creatività dei figli. 

2 Impara a delegare. Uno dei più grandi sprechi di tempo nella tua famiglia è che tu, come genitore, cerchi di fare tutto. Delega! Ai bambini possono essere assegnate alcune faccende domestiche: se possono camminare e parlare, sono esseri umani capaci. Possono fare i loro letti, raccogliere i loro giochi, aiutarti a caricare la lavastoviglie, buttare nella pattumiera il pannolino che gli hai appena cambiato e con un po’ di inventiva e buon senso puoi coinvolgerli nelle attività quotidiane. Bisogna dar loro fiducia. 

3 Stabilisci le priorità. Quando dici sì a un’attività, stai dicendo no a qualcos’altro, perché non puoi fare tutto. Se la tua priorità è quella di trascorrere del tempo di qualità con i tuoi figli, allora dedicare la tua attenzione ad altre attività potrebbe non essere allineato con i tuoi valori. Devi prima decidere quali sono le tue priorità e cos’ha più valore nella tua vita. Poi, quando ti vengono presentate opportunità che richiedono tempo – e capita più spesso di quanto pensi – puoi essere più preparato per determinare a quali cose vuoi dire sì e quali vuoi rifiutare.

Imparare a organizzare le proprie attività quotidiane e a sfruttare bene il tempo è importante anche per i bambini. Andare a scuola, fare i compiti a casa e avere anche tempo per giocare… si può fare tutto con un po’ di pianificazione e se i genitori riescono a insegnare ai bambini che a ogni attività è riservato un momento preciso.

Gli orari di mamma e papà condizionano la vita quotidiana dei più piccoli. Quando entrambi lavorano tutto il giorno o quando solo uno dei due può occuparsi della casa, si tende a riempire la vita dei figli di attività. In questo modo si finisce per stravolgere completamente la loro gestione del tempo. Che i bambini saltino da un’attività all’altra, tuttavia, non significa che sappiano sfruttare bene il tempo. È anzi probabile che anche noi, in quanto genitori, non riusciamo a gestirlo al meglio. Eppure, insegnare ai bambini a organizzare il proprio tempo è senz’altro importante, trattandosi di una competenza che farà parte del loro bagaglio educativo.

 

martedì 18 gennaio 2022

LA MISSIONARIETA’ DELLA COMUNITA’ POST-CRISTIANA

 



 

Paolo Cugini

 

     Affermare che è finita l’epoca della cristianità non significa dire che il cristianesimo è finito: anzi. Forse mai come in questa epoca è possibile davvero vivere con maggiore autenticità e intensità il messaggio cristiano, perlomeno, così come era presentato alle origini e vissuto nei primi secoli. Del resto, è proprio il lavoro svolto durante il Concilio Vaticano II, considerato da molti un Concilio di rottura con la tradizione, mentre, in realtà, la grande rivoluzione operata in esso è stata quella di riprendere i contenuti dei Padri della Chiesa, grazie all’impulso degli studi della Nouvelle Teologie, che per decenni ha tradotto non solo i testi di questi Padri, ma ne ha proposto degli approfondimenti, delle ricerche.

Il problema maggiore, consiste nell’accompagnare questa fase estremamente delicata di passaggio epocale, nella quale mentre vediamo la fine di un’epoca storica, che ha segnato per secoli l’occidente, dall’altra si tratta di riprendere, per così dire un discorso interrotto da secoli, quello di comunità evangeliche, che non cercano di contare qualcosa nel mondo o di incidere nella società, ma si sforzano di vivere il Vangelo nella vita quotidiana. In questo cammino anche il ruolo della guida della comunità va ridimensionato o meglio, riportato al suo significato iniziale.

Un aspetto significativo che ha caratterizzato le comunità cristiane nel loro sorgere, è stata la dimensione missionaria. Paolo, il protagonista dei primi viaggi missionari documentati non solo dalle sue lettere ma anche dal libro degli atti degli Apostoli, non riusciva a tenere per sé il grande incontro che lui stesso aveva fatto con il Risorto sulla strada di Damasco (cfr. At 9): sentiva il desiderio di comunicarlo a tutti. La verità dell’incontro con il risorto sembra essere il desiderio di comunicarlo a tutti. La dimensione missionaria della fede è intrinseca al cammino della comunità cristiana. L’uscita prima dalla comunità di Antiochia e poi dalla comunità di Gerusalemme, conduce Paolo a scoprire una delle novità più significative della Chiesa degli inizi: anche i pagani sono chiamati alla salvezza attraverso il Vangelo. Paolo non avrebbe mai scoperto questa novità se fosse rimasto chiuso tra le mura della comunità. La scoperta di Paolo e del suo compagno di Viaggio Barnaba, sarà fondamentale nella discussione avvenuta nell’assemblea di Gerusalemme (At 15) sulla necessità di non imporre le Leggi mosaiche a coloro che entravano nella comunità cristiana provenendo da un contesto pagano, perché a partire da Gesù, dalla sua passione morte e risurrezione – è questo il kerigma che Paolo annunciava nei suoi viaggi – è solo la grazia che salva. 

È uscendo dalla comunità per andare a portare il kerigma a coloro che ancora non lo conoscono che la Chiesa scopre cose nuove e permette, in questo modo di crescere, arricchendosi di contenuti e significati nuovi. L’aspetto missionario è, dunque, uno dei primi e fondamentali elementi che il nuovo contesto che si sta creando con la fine della cristianità, permette di recuperare e valorizzare. Nell’epoca della cristianità la parrocchia ha identificato il cammino della comunità e la sua caratteristica, oltre a voler controllare il territorio sul piano religioso, è una chiusura asfittica, al punto che ogni parrocchia era un mondo chiuso a se stante. Il campanilismo è la malattia cronica delle parrocchie, comunità chiuse e autoreferenziali, con il desiderio di comunicare agli altri l’annuncio del risorto, praticamente azzerato. Riprendere in mano la dimensione missionaria significa, in primo luogo, fare esperienza del risorto, sentirne la presenza per poi muoversi verso l’esterno, e penare cammini di nuova evangelizzazione o, meglio, di rievangelizzazione. 

Non si tratta di processi d’indottrinamento, né di catechizzazione a tappetto, ma di condivisione del motivo centrale che dà gioia alla propria vita. Come per Paolo, la verità dell’incontro con il risorto, si manifesta nel desiderio, che diventa necessità di dire agli altri il motivo della propria gioia, della propria rinascita. Quando questo avviene, è nei consigli pastorali della comunità che si decide in che modo uscire e come. La comunità che esce a portare al mondo circostante il Vangelo della gioia sente la necessità di rimettere, per così dire, ordine in “casa”. Si esce per annunciare il Vangelo e, allo stesso tempo, s’invitano le persone incontrate a partecipare della nostra festa della domenica, che è il giorno del Signore. Lo slancio missionario della comunità provoca, come conseguenza, il riordino della liturgia, lo svecchiamento in cui spesso e volentieri si trovano i nostri culti i cui protagonisti sono sempre le stesse persone, che compiono gli stessi gesti e cantano le stesse canzoni. 

L’uscita verso l’esterno della comunità provoca, come conseguenza, la necessità di un riassetto interno. Chi infatti, invita qualcuno a casa, la ripulisce, la sistema: la vuole presentare bella. È questo un effetto significativo della dimensione missionaria della comunità: produce un movimento di ripulitura.