lunedì 25 aprile 2016

QUALE CONTAMINAZIONE?




Paolo Cugini

Usciamo da una lunga stagione durante la quale si è identificata la verità con l’idea astratta, con i sistemi filosofici e teologici, con la presunzione di capire il reale a partire dall'applicazione di sistemi teorici pensati a tavolino. In questo processo anche la chiesa è stata coinvolta. Nel mondo Occidentale l’epoca della cristianità ha visto la religione a braccetto del potere, lontano dalle classi povere, anzi spesso e volentieri contrapposte ad esse. Per molti secoli le sorti dei popoli erano decise nei palazzi episcopali. Il messaggio del Vangelo è stato proposto per molti anni da una chiesa forte, potente e gloriosa. Se viviamo un processo di scristianizzazione, le cause vanno cercate anche nel modo nel quale il cristianesimo si è proposto al mondo.

L’epoca attuale, che sta strutturandosi sulle rovine delle meta narrazioni moderne, sgretolatosi nell'impatto con la realtà, offre nuove possibilità per il sapere e per la comprensione della stessa realtà. Se la modernità si è configurata in Occidente come possibilità d’interpretazione del reale a partire da predefiniti presupposti teorici, l’epoca postmoderna offre la possibilità di percorrere il cammino inverso. Possibilità di ascoltare il reale per come si manifesta, di cogliere la realtà nella sua novità. Ciò comporta la disponibilità a lasciarsi contaminare, a cambiare opinione, a mettere in moto processi di adattamento al reale. In questa prospettiva la verità non è più esclusivamente un pensiero che viene dall’idea, ma un dono che riceviamo dalla realtà e che esige l’accoglienza. Il dono che si rivela nel presente della storia, per essere colto nella sua novità, ha bisogno di una coscienza libera da precomprensioni, da pregiudizi, da idee belle e fatte, per dirla alla Péguy. Non è un caso che il devozionismo religioso sia un’esperienza squisitamente moderna. Nell'epoca dove viene rafforzato il pensiero sistematico, quel pensiero che precede la realtà e che ha la pretesa di organizzarla, di capirla, di spiegarla senza ascoltarla, la religione dell’impero, che s’identifica con la chiesa della cristianità, perdendo il contatto con la realtà del dato rivelato, produce la religione di cui ha bisogno. La devozione, intesa in tutte le sue manifestazioni, risponde al bisogno d’intimismo soggettivo stimolato dal quadro culturale della modernità, dalla separazione tra fede e ragione, sacro e profano, tra liturgia e vita. E allora il luogo della vera devozione a Dio è il cuore dell’uomo, l’intimità soggettiva con il sacro, perdendo di vista la possibilità di una trasformazione del mondo richiesta dall'annuncio del Vangelo del Regno di Dio.

Il nostro rapporto con la realtà, come la consideriamo e come ci relazioniamo con essa, dice anche del nostro modo d’intendere Dio, il dato rivelato e i contenuti che ad esso attribuiamo. La modernità è stata la massima espressione di un pensiero che si organizza per difendersi dalla realtà, per proteggersi dalla sua forza. Soprattutto, però, bisogna dire per onestà di pensiero, che la modernità si è organizzata contro la realtà, in contrapposizione ad essa e per questo l'ha per così dire imbavagliata, per lo meno ci ha provato. Il cambiamento climatico in atto, la perenne crisi economica nella quale stagna il modello neo-liberale sono, tra le altre,  le conseguenze dell’impostazione moderna di approcciarsi alla realtà. Un Dio interpretato a partire da precomprensioni concettuali è divenuto sempre più distante dall'uomo e dalla natura. Proprio questo, il Dio distante è stato gestito da una classe sacerdotale che nel tempo anch'essa è divenuta distante al popolo e al mondo circostante. La scristianizzazione del mondo occidentale non è altro che la logica conseguenza del distanziamento dell’uomo e della donna dal Dio pensato da un élite. Scristianizzazione che si manifesta come secolarizzazione, come desiderio di autonomia da un Dio percepito come indifferente al vissuto dell’uomo e della donna, un Dio assente alle sorti dell’umanità un Dio, quindi che per certi versi risulta inutile.  La secolarizzazione del mondo occidentale significa l’addio ad un modo di pensare Dio che deturpa la realtà interpretandola, che separa il mondo in classi, che produce un mondo sul modello di chi lo pensa. Secolarizzazione come desiderio di scrollarsi di dosso secoli di umiliazioni, per divenire finalmente autonomi, cioè liberi. La scristianizzazione del mondo postmoderno significa, allora liberazione dal Dio dei sacerdoti del tempio, di quel tempio simbolo del potere che s’impone sul mondo non solo con la forza delle armi, ma anche e soprattutto con la violenza dell’imposizione delle proprie idee.

Più che di scristianizzazione si dovrebbe parlare di fenomeno di de-ecclesializzazione. Un certo modo di gestire la proposta di Cristo da parte dell’istituzione ecclesiale ha identificato il Dio dei cristiani con l’istituzione. E’ questa, in realtà, che è andata in crisi. E’ il suo modo di presentare Dio, che nel mondo postmoderno non funziona più. Basterebbe sfogliare la storia della chiesa per cogliere il graduale allontanamento dell’istituzione dal messaggio originale, il Vangelo di Gesù, per incamminarsi verso un irrigidimento istituzionale che poco spazio lascia al kerigma. Da Gregorio VII in poi il papato si è gradualmente assunto a potere temporale assoluto, diminuendo il ruolo dei vescovi e del collegio episcopale. Nei documenti ufficiali della chiesa spariscono gradualmente il riferimento alla Sacra Scrittura per fare posto alle citazioni dei papi, identificando così sempre più la chiesa con il papato. Per cogliere la cecità di questo processo progressivo d’irrigidimento dell’istituzione papale nei confronti della realtà del Vangelo, basterebbe sfogliare le encicliche del XIX secolo, che ha visto la chiesa impegnata da un lato ad affermare la supremazia del papa – l’affermazione dogmatica del Concilio Vaticano primo dell’infallibilità del papa in campo di fede -, dall’altro a lottare contro la soppressione dei beni ecclesiali da parte dello stato italiano (la famosa questione romana). L’apologetica esasperata delle encicliche papali del XIX secolo, tutte in trincea per difendersi dagli attacchi del mondo, giungendo persino ad inveire contro la libertà di stampa e la libertà di coscienza (Mirari Vos, 1838), sono l’espressione penosa di quanto andiamo dicendo, vale a dire la progressiva ed inesorabile distanza della chiesa non solo dal mondo comune, ma dallo stesso Vangelo.
Una chiesa che non ha più bisogno di difendere titoli onorifici e beni temporali diviene allo stesso tempo più debole, vulnerabile e più evangelica, più simile al Signore che da ricco che era si è fatto povero, che si è spogliato per farsi uomo come noi e camminare insieme a noi, non rivestito di vesti sacerdotali ma con il grembiule per lavarci i piedi. La chiesa del Grembiule, come Tonino Bello amava dire, è la chiesa libera dalla seduzione del potere e così disponibile a camminare con la gente, a dialogare con loro. 

Una chiesa che dialoga con il mondo circostante, dialoga nel vero senso della parola, significa che anche si mette in ascolto, che accoglie le provocazioni esterne, che non giudica inferiore tutto ciò che non coincide con la propria esperienza. La chiesa che dialoga è la chiesa che si lascia contaminare da ciò che incontra e, per questo, diviene più debole, più umile, più attenta. E’ la chiesa che entra nel mondo scendendo dalla cattedra e si mette al livello delle persone che incontra, proprio come ha fatto Gesù che è disceso per mettersi a servizio dell’uomo e della donna incontrati nelle strade del mondo. E’ la chiesa che comprende che il suo compito non è quello d’insegnare dalla cattedra, ma di ascoltare il grido degli uomini e delle donne del tempo presente.

Una chiesa in ascolto dei fratelli e delle sorelle comporta la disponibilità al cambiamento, alla conversione. La chiesa contaminata, è così la chiesa convertita, che si lascia mettere in discussione e provocare da ciò che incontra, che è disposta a fermarsi per ascoltare, proprio come faceva Gesù. Ciò comporta un nuovo modello di comprensione e d’interpretazione dell’idea di verità e di rivelazione. E’ un cambiamento radicale di paradigma: dalla chiesa che insegna, alla chiesa che ascolta. Dalla chiesa che dall'alto dice al mondo cosa deve fare, quali valori vivere e come si deve comportare, alla chiesa che accetta consigli, che modifica le sue posizioni: in definitiva una chiesa che scende dal piedistallo.

Da chi dovrebbe lasciarsi contaminare la chiesa oggi? In primo luogo dal mondo laico. Può essere un paradosso, ma non lo è. S’incontra spesso nel mondo cattolico un’idea di laico come se fosse identificato con anticristiano, negatore dei valori evangelici. In realtà quel mondo laico che non si riconosce in nessuna religione non per questo si pone contro, è antagonista: semplicemente vuole vivere in pace senza che nessuno voglia imporre dall'esterno i propri valori. C’è molta sete di libertà, di umanesimo, di uguaglianza in quel mondo laico che, non identificandosi nella chiesa, persegue quegli ideali che ogni uomo e ogni donna di buona volontà, che prende sul serio il proprio cammino esistenziale, sente pulsare dentro di sé. Da questo mondo che lotta per la vita e per la libertà la chiesa deve mettersi in umile ascolto.

Nell'epoca postmoderna la chiesa non incide più con la forza, con i proclami, volendo imporre il proprio stile di vita, le proprie idee; la chiesa è incisiva e stimolo della società quando vive quello che ascolta dalla Parola di Dio. In questo modo diviene fermento nella massa, granello di senapa. In un contesto culturale sempre più pluralista ognuno deve poter aver il diritto di vivere i propri valori senza che nessuno gli dica che cosa deve e può fare. Concordo con Habermas quando afferma che in una società pluralista e multiculturale il garante di ciò che è giusto non può essere né una religione, né un partito, né alcuna forza esterna, ma il consenso deve avvenire attraverso un dialogo ove tutti hanno la possibilità di esprimere il proprio parere. Una verità del consenso, che nasce orizzontalmente e che sempre ha la possibilità di rinnovarsi, di rimodellarsi a partire dalle nuove esigenze. Può sembrare una verità debole, ma è la sola che possa rispettare il cammino di tutti. La chiesa contaminata è per l’appunto la chiesa che accetta di confrontarsi alla pari con le opinioni altrui, che non impone la propria, anche se la può vivere all'interno delle sue comunità.

Ciò significa che il mondo postmoderno non ha più bisogno di liturgie pompose, di piviali decorati, di pontificali maestosi, di mitrie dorate, di vescovi imbalsamati dentro camici inamidati: non rappresentano altro che la fine di un’epoca che ci sta ormai alle spalle e che non ritornerà più (per lo meno speriamo). Le liturgie delle quali il nuovo contesto culturale ha bisogno per comprendere la forza del Vangelo, dovrebbero manifestare quell'orizzontalità che Gesù ha dimostrato quando camminava per le strade di Nazareth, quella circolarità che rivela il desiderio di uguaglianza tra tutti coloro che sono attorno all'altare, quell'attenzione ai rifiutati della storia, segno della misericordia del Padre. Liturgie dove il celebrante non ha bisogno d’indossare paramenti che marcano una differenza di grado, ma gli abiti quotidiani che indicano una relazione di prossimità e di eguaglianza. Liturgie dove si celebra ciò che si vive: è di questo che abbiamo bisogno.




venerdì 18 marzo 2016

VIVERE LA FEDE IN UN MONDO SCRISTIANIZZATO






TRA TENTAZIONE DI FUGA E RICERCA DI AUTENTICITA’


Presentazione di due libri di Paolo Cugini usciti nelle Edizioni san Lorenzo (Reggio Emilia, 2015):


1.  Mondo moderno e religione. Introduzione al pensiero di Charles Péguy

2.  La fuga di Elia. Riflessioni postmoderne sulla religione e il senso della vita



In un contesto socio-culturale che diviene giorno dopo giorno sempre più complesso e indecifrabile, per chi desidera annunciare il Vangelo diviene urgente acquisire strumenti per interpretare il mondo circostante. Che cosa significa dire Dio nell’epoca delle appartenenze parziali? Come annunciare il Vangelo dell’amore eterno manifestato in Gesù, nell’epoca delle scelte deboli, della difficoltà di scelte durature nel tempo? Non si tratta solo di annunciare il Vangelo, ma di viverlo. Come si fa, allora, a vivere la proposta del Signore in un contesto culturale secolarizzato, svuotato dei significati che fondano il Vangelo? Come rimanere fedeli alla proposta di Gesù in un contesto di minoranza e, spesso e volentieri, di ostilità?

Già agli inizi del secolo scorso il filosofo e poeta francese Charles Péguy denunciava il processo di scristianizzazione in atto nel mondo occidentale. La denuncia aveva come punto di riferimento non solo i fenomeni esterni delle conseguenze della scristianizzazione, come per esempio il peso sempre maggiore dato al mondo del denaro, ma anche e soprattutto al mondo interno del cristianesimo. I preti, la teologia scolastica sono, a detta di Péguy, i grandi responsabili di un processo che, iniziato nell’800, si protrae e si afferma sempre di più. La secolarizzazione, nel suo aspetto di svuotamento dei contenuti religiosi di una società, con i crescenti rischi di una cultura che apre spazio e fonda il proprio stile esclusivamente sulla materia, trova in Occidente la propria matrice in un costante processo di addio al cristianesimo. C’è chi afferma che non tutto il male viene per nuocere, perché quello che salutiamo definitivamente non è tutto il cristianesimo, ma la particolare modalità con la quale si è presentato al mondo Occidentale. Al cristianesimo della forza e del potere, delle Cattedrali e dei sistemi teologici, l’Occidente secolarizzato può ospitare un cristianesimo più umile e accogliente. Da un cristianesimo che voleva contare e imprimere i propri valori nella società, è possibile passare ad un cristianesimo che si lascia contaminare dalle culture circostanti, che apre spazi di dialogo non tanto persuasivi, ma relazioni di ascolto, relazioni capaci di cambiare prospettive, di modificare contenuti, di aprire nuovi orizzonti. Dalla religione della ragione forte e chiara, nel mondo secolare si può accedere con un cristianesimo umile, attento alle ricchezze delle persone che incontra, per camminare con loro e non davanti a loro.


In questa prospettiva diviene importante provare a pensare la fede in un modo diverso, lasciando che il nuovo contesto culturale offra i criteri di analisi e contamini piste di riflessione nuove. E’ questo sforzo che ho tentato di realizzare in LA FUGA DI ELIA. Lo sgretolamento delle meta-narrazioni moderne con i relativi valori, ha reso il mondo esistenziale più instabile. Se il contesto moderno aiutava le persone a costruirsi un’identità forte, molto più difficile risulta oggi mantenersi fedeli e stabili nelle sabbie mobili della cultura postmoderna. Come dire allora, il Vangelo dell’amore che resistito sino alla croce in un contesto nel quale l’amore va a braccetto con la passione e dura la stagione di un sentimento? Come proporre un senso della vita, una finalità dell’esistenza nell’epoca della fine del tempo, dello schiacciamento esistenziale nel tempo presente? C’è ancora spazio per il Vangelo in una simile cultura? Domande importante alle quali vale la pena tentare o perlomeno abbozzare delle risposte. Il nuovo quadro culturale che si sta progressivamente strutturando in Occidente esige per la comunità cristiana un ripensamento delle modalità di approccio al mondo. Sulla strada aperta dal Concilio Vaticano II occorre mantenere un dialogo costantemente aperto alle diversità di opinioni, di sensibilità per inculturare il Vangelo affinché diventi fermento in una massa che è notevolmente cambiata. C’è tutta una teologia che va ripensata, ma anche i riti, vale a direi il modo di celebrare l’evento salvifico, contestualizzandolo, cercando cammini nuovi. Anche in questa prospettiva il Concilio Vaticano II aveva offerto stimoli interessanti e indicazioni precise verso il cambiamento e il rinnovo della liturgia. Cambiare non significa abbandonare, tagliare con il passato, ma rendere nuovo e comprensibile ai nuovi uditori il Vangelo. Il nuovo contesto culturale esige, allora, non solo di essere compreso, ma anche la creatività per cercare cammini nuovi di evangelizzazione. E’ proprio questo l’intento di: LA FUGA DI ELIA

martedì 8 marzo 2016

LEGALITÀ' E MISERICORDIA






Testimonianza di Vincenzo Linarello – Veglia “Legalità e Misericordia
1 marzo 2016 – Chiesa di Gualtieri


Grazie per l’invito. E’ veramente commovente e bello per noi che quest’incontro avvenga il 1° marzo, che questa data sia rimasta nel cuore di molti una data di memoria, di riscatto e liberazione.
Goel oggi è una realtà particolare e ci siamo sempre chiesti come definirci. L’ultima attenzione che ci piace è “comunità di riscatto”. Essere comunità, perché oggi Goel è composto da 10 cooperative sociali, due associazioni di volontariato, 2 cooperative non di tipo sociale e 28 aziende agricole, che operano in settori molto diversi: dai servizi sociali ai servizi sanitari con persone che hanno disturbi mentali, dall’accoglienza dei migranti ad attività di turismo responsabile; dall’aver messo in piedi una Cooperativa di aziende agricole vittime di ‘ndrangheta, fino a creare un marchio di moda per ridare lavoro e dignità alle tessitrici calabresi.
Sono settori molti diversi e da un po’ di tempo ci vediamo tutti quanti insieme perché ci piace l’idea che alle tessitrici stia a cuore cosa accade agli operatori sociali, che agli operatori sociali stia a cuore cosa accade agli agricoltori, che agli agricoltori stia a cuore cosa accade agli operatori turistici, e così via. E’ la faticosa costruzione di una comunità che poggia su un progetto di riscatto. Da qui il nome che ci siamo dati, Goel, che abbiamo scelto con grande attenzione quando nel 2003 ci costituimmo. Il Goel, nell’antico Israele, era colui che pagava il prezzo del riscatto di chi era caduto in schiavitù e lo restituiva, diremmo oggi, allo stato di “cittadino libero”. E ci piaceva questa idea perché la consideriamo alla base di un progetto di liberazione: tu che non sei vittima della schiavitù, che non hai avuto una situazione negativa alle spalle, sei disponibile a pagare il prezzo del riscatto dell’altro. Ed è così che si costruisce la “comunità di riscatto”.
Dentro questo tipo di percorso, l’idea di riscatto ovviamente riguarda un territorio come quello della Calabria, con la disoccupazione, con la violenza della ‘ndrangheta, con quel sistema di alleanza negativa tra la ‘ndrangheta e le massonerie deviate all’interno del territorio, quel modo di ricattare nella quotidianità le persone, prenderle per il collo dei bisogni quotidiani per riuscire ad asservirle, per riuscire a indirizzare i voti e il consenso per assoggettare le persone. Ecco allora l’altro grande obiettivo: noi dobbiamo tracciare un percorso di liberazione che ci consenta di rendere a Cesare quel che di Cesare e a Dio quel che è di Dio. Cosa vuol dire questo nella nostra esperienza? Vuol dire avere la forza di restituire a quel Cesare della ‘ndrangheta, a quel Cesare della massoneria deviata, a quel Cesare della politica corrotta quelle logiche. Ci vuole coraggio per restituire a Cesare quel che è di Cesare, perché rimandare al mittente la logica delle raccomandazioni, del clientelismo, la logica del potere, la logica della sopraffazione di cui tutti siamo pronti in qualche modo a denunciare quando siamo le vittime, ma che poi con grande facilità relativizziamo quando siamo noi a usufruirne direttamente. Allora quelle logiche vanno restituite, quella forma di potere, di privilegio, di cui in qualche modo si può godere. Pensate ai processi d’infiltrazione all’interno di questo territorio, una pesante infiltrazione che la ‘ndrangheta sta portando avanti. Ma questa infiltrazione porta dei soldi e questi soldi da qualche parte vengono spesi. Allora tutti siamo sicuramente pronti a denunciare la presenza della mafia nel territorio, ma chi è pronto a restituire i soldi ai mafiosi quando vengono a comprare nella propria impresa, nel proprio esercizio commerciale quando in qualche modo ti trovi nella “fortunata” situazione di bere quella bevanda avvelenata dall’infiltrazione?
Allora capite la forza, la potenza di questa frase di Gesù: dare a Cesare quel che è di Cesare. Non ci si può lamentare di alcune cose solo quando queste ci danneggiano. Bisogna avere la forza e la coerenza di restituire al mittente, anche quando questo ci potrebbe avvantaggiare. Dall’altro lato bisogna restituire a Dio quello che è di Dio. Cosa vuol dire? A me piace pensare alla logica della parabola dei talenti, dove il padrone consegna questi talenti dicendo ai servi di investirli e di ridarglieli con gli interessi. Cosa è di Dio? Cosa restituirgli? La vita, il creato, la nostra libertà. Bisogna avere la capacità di prendere queste cose che ci ha dato Dio e restituirgliele con gli interessi. Così anche la dignità, il non piegare mai la testa di fronte a nessuno, perché il primo dei comandamenti dice “non avrai altro Dio all’infuori di me”… Nessun mafioso, nessun massone, nessun potente e nessun politico è più di Dio. Non piego la testa di fronte a nessuno, ma non perché sono superbo, ma perché quella dignità originaria che mi ha dato Dio io la devo restituire integra, non consumata, non svenduta, non messa sotto i piedi attraverso il servilismo quotidiano di fronte a certe logiche di potere. E allora restituire a Dio la libertà con gli interessi, la vita con gli interessi, restituire a Dio il creato con gli interessi: capite la potenza di questa frase di Gesù.
Allora il ragionamento della misericordia, a mio avviso, assume un volto nuovo. Una delle cose che ho imparato stando nella Locride, in Calabria, incontrando anche quotidianamente le persone appartenenti alla ‘ndrangheta, è che la vera misericordia nei loro confronti passa necessariamente attraverso il coraggio. Io non posso essere misericordioso nei confronti delle persone che temo. Prima devo avere la forza di guardare negli occhi il mafioso, di non temerlo, di essere forte di fronte a lui, e solo dopo posso essere misericordioso. Questa era la capacità di Gesù che, quando era assediato dal potere, di fronte ai tentativi di metterlo a morte, di intrappolarlo, mostrava grande dignità: non tremava di fronte al potere, di fronte ai “mafiosi” dell’epoca.
I comportamenti della mafia fanno parte di ogni tempo: si organizzavano, cospiravano allo stesso modo di come si organizzano oggi e cercano di cospirare contro di noi. A fine ottobre è stato bruciato un intero capannone di una nostra azienda agricola, colpita per la settima volta: circa 100mila euro di danni. Allora, come reagire? Quale è l’atteggiamento giusto? Ricordo che quando andai da questa azienda, loro erano disperati, avevano paura, erano sconfortati, non volevano andare avanti. Ma noi non siamo soli, c’è la forza che ci viene da Dio. Allora gli ho detto: non vi preoccupate, hanno fatto un grosso errore a mettersi contro Dio, e trasformeremo questa cosa in una vittoria incredibile. Loro mi guardavano perplessi, a dire il vero, quando dissi questo. Però di fatto che cosa è accaduto? È successo che grazie alla solidarietà di tanti, alcuni presenti anche qui oggi, siamo riusciti in tempo rapidissimo a raccogliere ben oltre 70.000 euro e abbiamo ricomprato il trattore e ricostruito il capannone. Loro ci volevano depressi, ci volevano rinunciatari, volevano che dichiarassimo alla stampa che in questa terra non si riesce a fare più nulla, e invece noi abbiamo organizzato una festa. Il 19 dicembre abbiamo fatto la festa della ripartenza: siamo andati nei campi, abbiamo inaugurato il capannone nuovo, il trattore, con centinaia di persone venute insieme a noi, tra cui don Matteo e alcuni di voi. E quell’azienda agricola quest’anno ha venduto tutto, molto più dello scorso anno.
Il risultato dell’esperimento quale è stato? Che il male si è trasformato in bene. Se tiriamo in ballo Dio, non solo vinciamo la paura, ma ritorciamo contro il male, il male stesso. Ma rinunciare alla paura è la premessa alla misericordia. Io non sono dell’idea che non bisogna parlare con i mafiosi. Io con i mafiosi ci parlo, quando li incontro per strada in alcune situazioni mi ci fermo a parlare, li guardo negli occhi, non ho timore a dirgli che per me è totalmente sbagliato quello che fanno. E’ sbagliato per il territorio ed è sbagliato per loro stessi. In diverse situazioni ho fatto notare ad alcuni mafiosi, che quando loro si troveranno ad aver bisogno di essere ricoverati all’ospedale, andranno a quello stesso ospedale che per colpa del clientelismo e della raccomandazione probabilmente verrà guidato da persone inette; avranno, sì, la forza della violenza per chiedere di essere accuditi meglio di altri, ma chi li accudirà se coloro che sono stati selezionati magari sono il frutto di una certa logica clientelare? Alla fine patiranno la malasanità, patiranno il sistema che loro stessi hanno contribuito a creare.
Come Goel ci siamo detti che non dobbiamo vincere, noi dobbiamo convincere, questa è la misericordia. Misericordia è dire: la giustizia è questo, ed io sono così sicuro che la tua via è fallimentare che te lo dimostro in modo chiaro ed inequivocabile. Allora convincere vuol dire due cose: persuadere i mafiosi che la loro via è fallimentare. Chi di voi era a Locri alla manifestazione del 1 marzo 2008, si ricorderà forse che noi dal palco abbiamo detto: voi siete un’organizzazione che rovina il futuro dei suoi stessi figli all’interno del territorio, noi stiamo seguendo una strada che sta portando dignità e rispetto.
Allora convincere vuol dire persuasione, ma vuol dire anche avere la capacità di raccogliere la sfida di dimostrare che il Vangelo incarnato nella società è una risposta buona per tutti, anche per loro. Questo ci chiede lo sforzo di spremere le meningi e di lavorare, di sudare sangue per trovare soluzioni buone per tutti. Quando noi andiamo in alcuni paesini della Locride e cominciamo a parlare di legalità, di valori, di giustizia, ci sono persone che ti vomitano addosso la disoccupazione, l’abbandono. E sono cose vere, non sono false. E quella sfida bisogna che noi abbiamo il coraggio di assumercela, di prenderla sulle spalle e dargli una risposta. Una risposta è quella delle aziende agricole di Goel Bio, che invece di farsi pagare le arance a 5 centesimi al chilo, le fanno pagare a 40 centesimi al chilo. E abbiamo dimostrato che quelle aziende agricole vittime di ‘ndrangheta oggi ricevono il giusto prezzo per il lavoro nei campi. E questa è la dimostrazione chiara che si può far fronte a quelle ingiustizie, che poi sono l’humus su cui cresce la mafia, grazie alla forza dello Spirito Santo, alla creatività che viene dallo Spirito Santo, che ci porta a risolvere quei problemi, a dimostrare che il Vangelo non solo è giusto, ma funziona. Il grande ministero dei laici è dimostrare che il Vangelo funziona! Che funziona in economia, che funziona nella politica, nella società.
Questa opera non si costruisce da soli, ma con l’aiuto dello Spirito Santo, sudando e trovando soluzioni ai problemi. Solo così toglieremo alla ‘ndrangheta ogni legittimazione, toglieremo alla ‘ndrangheta ogni scusa perché la strada del Vangelo è una strada che funziona, su cui si possono costruire alternative serie. Allora la misericordia assume un altro volto: tu non neghi la relazione con il fratello che ha sbagliato, ma lo guardi negli occhi e gli dici che non hai paura di lui, non lo odi, e hai un’alternativa valida al fallimento totale che lui ha scelto. Il cuore della misericordia è questo! Ed era l’atteggiamento di Gesù, che non ha mai avuto paura di entrare nella casa dei pubblicani, dei farisei. Traduciamolo con il linguaggio di oggi… E’ andato nella casa dei politici corrotti, è entrato nella casa delle persone comuni, che non contavano nulla. Non ha mai avuto paura di confrontarsi con altri, perché dentro aveva la sicurezza che il messaggio che stava portando che gli veniva dal Padre, era un messaggio solido, che ha una risposta seria per chi sta male.

Ovviamente questo ha delle conseguenze che bisogna essere disposti a pagare. Però, credetemi, in questa battaglia non siamo da soli, e Dio è veramente pronto a spendersi insieme a noi, ad aiutarci a trasformare il territorio. Quindi, non tiratevi indietro, non giratevi dall’altro lato, non abbiate paura: restituite a Cesare quel che è di Cesare, aprite gli occhi sul territorio, impicciatevi di quello che accade, non cascate dalle nuvole e abbiate il coraggio di affrontare senza odio, perché noi non vogliamo vincere ma solo convincere, senza paura. Coraggio a tutti e facciamocela insieme. 

martedì 1 marzo 2016

EVANGELIZZARE NELLE CRTICITA' DELL'UMANO






FACOLTÀ TEOLOGICA DELL’EMILIA ROMAGNA


X CONVEGNO ANNUALE DI FACOLTÀ
EVANGELIZZARE NELLE CRITICITÀ DELL’UMANO
1-2 marzo 2016


IL CONTESTO
A-  Una vita degna mediante il lavoro

Rel: MATTEO PRODI
Sintesi: Paolo Cugini
Tre foto:
1.      Precariato: un quarto della popolazione vive nel precariato. Nel precariato esistono 4 cose: acredine, anomia, ansia, alienazione. Frustrazione di trovarsi sempre dinanzi a porte chiuse. Anomia sentimento di passività nato dalla disperazione. Ansia è uno stato d’insicurezza.

2.      Disoccupazione: è un male peggiore del debito pubblico. 25 milioni nell’UE. I neoliberali sostengono che esiste un passo naturale di disoccupazione che consente all’inflazione di non crescere. La piena occupazione è in conflitto con gli interessi dei capitalisti come classe.

3.      La diseguaglianza. E’ parte integrante della dogmatica neoliberale, è quindi necessaria. Teoria dello sgocciolamento: la ricchezza sgocciola anche nelle parti più basse. Se volgiamo combattere la povertà non possiamo tollerare la diseguaglianza e la distribuzione del reddito disuguale. (La nuova ragione del mondo. Critica…). Il neoliberismo è una struttura razionale che pensa la disuguaglianza come necessaria allo sviluppo. Il neoliberalismo pensa la concorrenza come norma di comportamento. Nella UE la politica la fa il capitale: Luciano Gallino. Finanziarizzazione: denaro che genera denaro. Il capitalismo non sta più producendo merci ma rendite. Chi ha soldi ne avrà sempre di più. Il capitalismo vende il futuro. L’homo oeconomicus è divenuto una religione. C’è un’antropologia specifica che sostiene un certo modo d’intendere l’economia come utilità personale. Noemi Clein: siamo prigionieri. Marx: il grande paradosso è che gli uomini vengono intesi come merci. Gramsci: l’uomo che viene prodotto in America è il gorilla ammaestrato. Alternativa: è la costituzione italiana. L’Italia è una repubblica democratica fondata sul lavoro. Ritornare alla persona: prospettiva personalista. Il Jobs Act di Renzi: ha prodotto pochissimo. Occorre una nuova antropologia. Homo responsus di Gen 2,20: l’uomo cerca un aiuto che gli corrisponda. Un uomo che parta dal suo limite e cerca l’aiuto che lo porti alla pienezza, reca in dono la propria pienezza anche all’altro. Antropologia che tiene conto del limite. Ambiente limitato. Uomo limitato. Limite come occasione per il dono di sé. Becchetti, Zamagni. Relazionalità nella vita economica è decisiva. Relazionalità come cammino significativo nel percorso dell’uomo e della donna. Riflessione sulla proprietà privata. Anche il cambiamento climatico dev’essere un’opportunità per riscrivere l’economia mondiale. Matteo 20; 2 Tess 3,10. Francesco: superare l’assistenzialismo. Questa economia uccide.

Proposte:
1.      Il lavoro come fine
2.      Riforma del lavoro
3.      Fiscalità progressiva
4.      Vera scuola e università
5.      Stato sociale intelligente
6.      Reddito di cittadinanza
7.      Stili di vita

Più tempo per lo sviluppo dell’uomo. Laudato Si,19.

PAOLO BOSCHINI – LUCA TENTORI
B-     INTERVISTA VISTUALE A UN UOMO DIGITALE
Inter Mirifica 1963. Zootropolis 2016. Spesso sbagliamo i tempi e i linguaggi.
Chi è l’uomo digitale. Un uomo che h preso sul serio la propria vulnerabilità.
Tutto si smaterializza: come vive la realtà? E’ una costruzione mai compiuta fatta d’immagini, gesti. E’ costruita da noi uomini. La realtà è dentro e fuori di noi, è la nostra visione del mondo che condividiamo con gli altri. La realtà è ordito di legami infiniti.
Come conosce la realtà e il mondo? Heidegger era pessimista sul mondo della comunicazione. Accusava la tecnica di essere anti pensiero. L’uomo digitale pensa e parla per immagini. La digitalizzazione non segna la fine del pensiero, ma di un pensiero. Non abbiam mai smesso di pensare. Ci muoviamo dentro una cornice che ci determina, ma interagendo con essa modifica il mondo in cui facciamo parte. I digitali sono arredatori.
E’ possibile costruire la realtà fuori dall’immaginazione.
L’immaginazione crea la realtà. Produciamo delle immagini per interpretare quello che viviamo. Il sacro è il simbolo che può interpretare quello che viviamo, un simbolo condiviso.
C’è un mondo oltre. Quando produciamo la realtà a partire dalla nostra immaginazione, significa che creiamo un ponte verso l’invisibile.
Meglio rivoluzionare l’immaginario.
Problema dell’umanesimo digitale.
Comunità analogiche sono fondate sulla scrittura.
I nostri legami si fondano sul fatto che ci scambiamo continuamente delle comunicazione. Flusso continuo delle informazioni.
Sentimento di appartenenza: è stato smarrito. Il sentimento di appartenenza ha prodotto le più grandi tragedie. Appartenere è riga dritto. Occorre invece creare legami tra gli individui. Molto interdipendenza e poca appartenenza. Apparteniamo a tante comunità senza ingelosire nessuno.
Rischio dell’individualismo: c’era già prima. E’ il male radicale del mondo moderno.
Il Vangelo è un’opinione tra le tante? Un opinione non è negativa di per sé. Platone parla di opinione come pisitis, come fiducia. L’opinione è il primo gradino della conoscenza della verità. Nel mondo digitale si parte sempre dalle opinioni, che aspettano di essere messere al vagli della discussione.
Oggi ci sono molti blog cristiani. Società digitale mette alla prova la nostra capacità di dialogo. La comunicazione digitale è una grande occasione del Vangelo. Tutti noi parliamo solo ai nostri.
Il Vangelo può ancora svegliare l’uomo digitale? La corporeità è una corporeità trasfigurata. Gli uomini vi hanno accesso attraverso un immagine, una parola. Mettere insieme una comunicazione, un’immagine. Il linguaggio della chiesa è una corporeità simbolica.
Mondo digitale: mondo di gratuità e relazione.

ENRICO CASADEI
C-     LA VERITA’ SI TROVA AL POZZO

Chi sono io che parlo con te?
E’ un itinerario di fede.
Roberto Vignolo: l’incontro di un uomo e di una donna la pozzo è impiegato come scena tipo in cui scaturisce un matrimonio. Gen 24; 29; Es 2.
Dammi da bere. E’ una sete reale o questo forestiero cerca altro? Che sete è?
Come mai? Gesù inverte i ruoli.
La donna provoca a sua volta.
Dammi di quest’acqua.
C’è un riferimento ad Osea. Osea 2: lo sposo ferito ragiona su come reagire sull’infedeltà.
Dialogo personale e memoria: è la strategia di Dio. Gesù Sceglie la stessa strategia del Padre. La verità di Dio si trova al pozzo in un incontro che attiva la memoria. E’ Dio che cerca e provoca questo incontro. Il mezzogiorno è l’orario per non trovare nessuno al pozzo: si trova Gesù.
Incontro che è anche dono. Sono doni che Dio fa (Os 2) e che la sposa non ha. In Osea c’è una pluralità di doni.

PIER LUIGI CABRI
D-     VERITA’ E RELAZIONE
La verità ha a che fare con la concretezza della relazione dell’altro. La verità si scopre nella relazione con l’altro.
Paradosso: a fronte di un mondo digitale aumenta la carta.
Fabris: il tempo esploso. Ferrarotti.
Nel nostro contesto occorre ricuperare il fondamento, la filosofia.
1.      Il dialogo al pozzo e l’incontro al giardino. Gv 4. Bori mostra come Gv 4 ricorre con frequenza nella esegesi di Tolstoj. La verità si raggiunge attraverso lo stare insieme agli altri uomini. J.Nancy, non toccarmi. Essenziale all’immagine è non essere toccata. Non trattenermi. Il vero movimento del donarsi consiste nel permettere il tocco di una presenza.

2.      Verità filosofica e verità intersoggettiva. La presenza sempre deve darsi per presentarsi. Se mi do come una cosa mi perdo. Se mi do distanziando il tocco non sono padrone di questo dono. Se la verità si dà nell’incontro, emerge un limite: la verità sfugge alla presa. Il tocco vero non cattura, invita a cercare altrove. Nel dialogo la verità si pone come esito da raggiungere. La verità filosofica esprime una tensione. E’ un movimento, un compito che non si conclude mai. Ferrarotti: denuncia la mancanza di un fondamento filosofico della sociologia. Nietzsche è consapevole di ciò.


3.      Verità come amore e testimonianza. Della verità si può avere consapevolezza quando ci si apre verso l’altro. Levinas: Totalità e infinito; Altrimenti… La verità non è svelamento della cosa, ma la si può raggiungere nel momento in cui Dio esce da se stesso e si apre all’altro. La possibilità di accostare la verità è nel momento in cui Dio vive la separazione.



IL MESSAGGIO
MARIO FINI
A-     CHIESA E MONDO RICONCILIATO

Percezione di una chiesa dentro alla storia degli uomini.
Come annunciare l’umanesimo cristiano in un umanesimo ateo?
Un Dio per gli uomini e un Dio degli uomini. La fede umanizza. La persona si realizza nella relazione.
La presenza del futuro della Chiesa è opera dello Spirito.
La persona si realizza nell’essere dono di sé, a immagine di Dio. La Chiesa è comunità di fratelli. La Chiesa è dentro alla storia. Noi che siamo nella chiesa, tutto ciò che è umano nella chiesa è fondamentale.
Che cosa ha voluto fare il Concilio? Superare il fossato tra la chiesa e la modernità.
Paolo VI: la Chiesa del Concilio. Chiesa maestra di umanità. Un umanesimo che deve trovare in Cristo il suo centro. La Chiesa viene vista come chiesa comunione, chiesa.
La chiesa viene vista come popolo messianico. La Chiesa non è solo evangelizzante.
La missione della Chiesa è collegata al messianismo di Cristo. Nella Redemptor Hominis abbiamo un’antropologia chiara: la via dell’uomo è la via della missione della chiesa. La via principale della chiesa è l’uomo. Unità di cristologia e antropologia. La chiesa non può evangelizzare se non tenendo come punto centrale l’uomo. La chiesa è chiamata a lavorare perché l’umano si arrenda alla realtà di Gesù Cristo. Obiettivo della RH è quello di costruire una chiesa degli uomini, una chiesa dove ogni persona si senta a casa sua.
In Ratzinger il tema dell’amore è centrale. Logos e carità in Dio s’identificano. La chiesa è la manifestazione della carità del Dio trinitario. La chiesa deve manifestare il si che Dio in cristo ha detto all’uomo.
Una chiesa senza peccato è un mito. Siamo tutti mendicanti.
Theobald: mistica della fraternità.
Relazioni nuove generate dalla mistica di Gesù Cristo.
Francesco: occorre guardare il volto di Gesù per designare il nuovo stile di chiesa. Si può parlare di umanesimo solo a partire da Gesù.
Umiltà, disinteressa, Virtù.
Tentazione pelagiana: fiducia nell'organizzazione. Controllo.
Tentazione Gnostico: la fede cristiana a misura dell’uomo.
Il mistero dell’incarnazione ci fa uscire da ogni spiritualismo. Occorre preghiera e vicinanza con la gente, per vivere un umanesimo popolare.
Tre direttrici:
Chiesa che include i poveri; capace di dialogo; chiesa inquieta. La forma della chiesa dev’essere la sinodalità.


MAURIZIO AMBROSINI
B-     LA SOLLECITUDINE PER L’ALTRO IN TEMPI DI SOGGETTIVISMO
1.      L’egemonia del pensiero liberista e l’individualismo negativo.
2.      Il declino delle grandi narrazioni.
3.      Dissociazione tra élite e masse.
4.      La cittadinanza: da forza da inclusione a strumento di esclusione.

Solidarietà come spinta soggettiva.
1.      Solidarietà di famiglia, di villaggio. Solidarietà vincolata
2.      Emancipazione dell’individuo da una serie di costruzioni esterne
3.      Attenzione alle nostalgie retrospettive
4.      Emergono altre forme di azione solidale, GAS, condomini solidali, ecc.

Avere consapevolezza distrugge le illusioni. Oggi è un mondo che si può scegliere di coltivare la solidarietà, molto più che in passato.
Nuove forma di solidarietà: commercio equo-solidale, GAS.
Rappresentazione e realtà dell’immigrazione.
Accoglienza degli immigrati
1.      Società civile non sempre accogliente.
2.      Società multietnica di fatto, ma che non lo vorrebbe
3.      Aiuto verso gli immigrati.
C’è un grande sforzo di mobilitazione di energie dal basso della società civile.
·         Minoranze attive capaci d’incidere: costruzione dal basso dell’integrazione di immigrati
·         Rapporto tra carità e giustizia. La carità va oltre la giustizia.
·         Se i nostri paesi si stanno faticosamente adeguando al loro futuro, lo si deve a queste minoranze.
Problemi:
1.      Disseminazione culturale
2.      Miserabilismo
3.      Dipendenza. Aiuto emancipante. Obiettivo: non abbiano più bisogno di noi.
Rischio di produrre percorsi di assistenza. Il miserabilismo rivaluta le forme classiche: borsina, vestiti dismessi. Rischio di creare dipendenza.
C’è un problema di liberarsi da queste immaginazione e di rappresentazione.
Compassione aspra.
Conclusioni:
·         Questione culturale
·         Scuola di responsabilità e di cittadinanza
·         Dimensione associativa
·         Emancipazione e protagonismo dei beneficiari


MARCHESELLI MAURIZIO
C-     LA CURA DI UN UOMO FERITO GV 9
Forza di guarigione del Vangelo. Secondo Brawn è il dialogo meglio riuscito del NT.
1.      Quale ritratto di uomo emerge da GV 9?
Gesù incontra l’uomo e lo trova cieco. Il cieco dalla nascita è certamente un giudeo che compie un percorso positivo con Gesù. Il cieco dalla nascita è un figlio di Adamo. 9,5: Gesù luce del mondo, è luce per l’umanità, per tutti gli uomini. Gesù non è luce solo per Israele. In questo racconto tutti sono ciechi. La differenza è tra ciechi consapevoli e quelli no. Se tutti sono ciechi all’inizio non tutti lo sono alla fine. L’uomo è segnato da una ferita, che non è la conseguenza di una colpa, ma un limite.
Valore simbolico della vista. Il non vedere influisce sulla percezione di sé e sul rapporto con il mondo. Esperienza sensoriale complesso. C’è una percezione di esperienze sensoriali: contatto con il fango; udire la Parola; recupero della vista. Vista che coglie il senso ultimo delle cose. Vangelo dei sensi spirituali: per GV l’esperienza dello spirituale, passa attraverso i sensi. La vista è il canale privilegiato della relazione. La visione è immagine della conoscenza. Cammino di conoscenza progressiva dell’identità di Gesù.
Una menomazione agli occhi implica non vedere e non vedersi. Curare la cecità è dare la possibilità di vedere l’altro e aprire una via di conoscenza su se stessi. Gv 9,3.
2.      In che cosa consiste la cura che Gesù presta a questo uomo? Cura non richiesta. E’ Gesù che prende l’iniziativa. Il dono è gratuità. Non si può chiedere ciò che non si conosce. Il dono che Gesù dà è qualcosa della vista fisica. Dio non dà il figlio perché gli uomini lo chiedono. Fango posto negli occhi: Gesù accentua la condizione di cecità. La cura avviene di sabato. Gv 5,17: è la luce della ita che viene comunicata. C’è il lavoro che non smette mai: è il lavoro di comunicazione della vita. Per guarire bisogna fidarsi di una parola. E’ la parola che lo mette in cammino. La cura cui Gesù sottopone il cieco non produce immediatamente pacificazione: la conflittualità aumenta. Il sogno non è evitare i conflitti, ma saperli gestire. La terapia conduce il cieco in una situazione di liberazione. Cfr Gv 8,30-32. Il cieco rimane nella Parola. C’è un cammino progressivo nella Verità che ha come esito la libertà. Caratteri della libertà: viene liberato da una serie di rapporti alienati, che non sono liberanti. Gv 9,34: il cieco è diventato un didaskalon. Il racconta mostra come il cieco diventa maestro per i capi. Riscatto dall’alienazione della mente. E’ un cieco che rompe l’ideologia sul principio di realtà. Questo cieco davanti ai capi dei popolo che riduce al silenzio lasciando solo l’argomento violento. Non riescono a ribattere alle argomentazioni del cieco. Realtà rispetto alle gabbie dell’ideologia: adesso ci vedo, è questo che io so. Liberazione dai recinti e la percezione della vita come cammino. GV 10,16: ho anche altre pecore che non sono di questo recinto. Chi ha recuperato la vista non rimane dentro l’ovile. Ci sono pecore che sono dentro un recinto e quelle che sono fuori. Recinto: area sacra. Pastore che entra nel recinto e porta fuori le pecore: parabola del cieco. La terapia ha come esito che alla fine non entriamo dentro ad un recinto. Si parla di un gregge fuori dall’ovile dove centro di unità è il pastore. Il v. 16: non parla di ovili e la vulgata. Nella visone giovannea non ci sono più recinti. La terapia ha il suo esito quando le pecore che sono dentro un recinto escono e si mettono ad ascoltare un pastore. Il centro di unità non sono dei recinti, ma il pastore.