Il profeta attinge il suo
pensiero dalla relazione intima e silenziosa con il mistero e dall'immersione
profonda nel tempo presente. Egli interpreta gli eventi quotidiani alla luce di
questo legame spirituale, trovandovi un senso ed evitando di farsi sopraffare
dalla negatività. Oggi, tuttavia, i profeti sono assenti e in attesa di un
segnale, poiché le macerie del mondo rendono troppo difficile interpretare la
storia.
Paolo
Cugini
Che cosa pensa un
profeta? Non pensa come pensa il mondo, né misura la realtà con il metro corto
dell’utile, dell’immediato, del visibile. Il pensiero del profeta nasce in una
zona profonda dell’essere, là dove la vita smette di essere rumore e diventa ascolto,
là dove la coscienza non cerca più di possedere il Mistero, ma si lascia
possedere da esso. Il profeta pensa a partire da una ferita luminosa: un
incontro antico, avvenuto spesso nella giovinezza, quando il cuore era ancora
capace di stupore e l’invisibile ha fatto irruzione come una presenza più reale
delle cose reali.
Vi sono due sorgenti
del pensiero profetico. La prima è la relazione personale con il Mistero. Il
profeta è colui, colei, che un giorno ha sentito dentro di sé una chiamata
senza voce e tuttavia più forte di ogni parola. Non è stata un’idea, non una
dottrina appresa, non una convinzione costruita lentamente per ragionamento. È
stata una presenza. Qualcosa, o Qualcuno, si è mostrato nell’intimo come
attrazione, come gravità, come fuoco. Da quel momento la vita non ha più potuto
tornare a essere semplice successione di giorni: è diventata risposta.
Il profeta non vive di
curiosità religiose, ma di relazione. Coltiva il Mistero come si custodisce una
fiamma nella notte. Sa che il Mistero non si concede alla persona distratta,
non attraversa l’anima superficiale, non parla nel mercato delle parole vuote.
Per questo il profeta impara presto la disciplina del silenzio. Dedica ore,
giorni, settimane all’ascolto. Si sottrae, non per disprezzo del mondo, ma per
non essere divorato dal mondo. Si isola, non per fuggire gli uomini, le donne, ma
per poter tornare a loro con una parola che non sia soltanto sua.
Il tempo del profeta
non è tempo perduto. È tempo scavato. Mentre gli altri corrono, egli rimane.
Mentre gli altri accumulano notizie, egli cerca il significato. Mentre gli
altri reagiscono agli eventi, egli li porta nel grembo del Mistero, finché essi
non rivelano la loro domanda nascosta. Il profeta sa che ciò che è essenziale
non si impone con violenza: matura lentamente, come seme sotto la terra, come
parola che prima di essere detta deve essere purificata dal silenzio.
La seconda sorgente del
pensiero profetico è il tempo presente. Il profeta non è un sognatore
disincarnato, non abita un cielo astratto, non si nutre di visioni separate
dalla polvere della storia. Al contrario, è immerso nelle vicende quotidiane
con una intensità rara. Ascolta le persone, osserva le ferite, conosce le
paure, intuisce i desideri repressi dei popoli, legge i movimenti profondi
della società. Dove molti vedono soltanto fatti, il profeta avverte dinamismi;
dove molti registrano eventi, egli discerne segni; dove molti si fermano alla
superficie della cronaca, egli scende nel sottosuolo della storia.
La novità del profeta
non consiste nel conoscere più cose degli altri, ma nel vedere diversamente ciò
che tutti hanno davanti agli occhi. Egli interpreta il presente alla luce della
relazione con il Mistero. Non separa mai l’ascolto interiore dall’ascolto della
storia. In lui il silenzio e la piazza, la solitudine e il popolo, la preghiera
e la cronaca non sono mondi opposti, ma due rive dello stesso fiume. Il profeta
porta il mondo davanti al Mistero e porta il Mistero dentro il mondo.
Per questo il profeta
non si lascia sopraffare dalla negatività degli eventi. Non perché sia ingenuo,
non perché ignori il male, non perché addolcisca la durezza della storia. Il
profeta vede le macerie, le conta, le tocca, ne sente l’odore. Ma non concede
alle macerie l’ultima parola. Anche quando tutto sembra dissolversi, egli cerca
il frammento che indica un cammino, la crepa da cui può entrare la luce, il
segno umile di una presenza che continua ad accompagnare l’umanità perfino
quando l’umanità sembra aver smarrito se stessa.
Il profeta non è un
ottimista. L’ottimista spesso chiude gli occhi davanti all’abisso. Il profeta,
invece, li tiene aperti. Egli guarda la notte senza negarla, ma dentro la notte
ascolta il respiro dell’aurora. Sa che la storia non è soltanto il luogo della
rovina, ma anche il luogo della chiamata. Ogni crisi, per lui, è una domanda
rivolta alla coscienza. Ogni caduta è anche rivelazione di ciò che non regge
più. Ogni deserto è lo spazio in cui l’uomo può finalmente distinguere le voci
che lo ingannano dalla voce che lo chiama alla vita.
Oggi i profeti sembrano
assenti. Ma forse non sono scomparsi. Forse sono nascosti. Forse tacciono
perché il rumore è diventato troppo grande, perché le parole sono state
consumate, perché il mondo ha imparato a trasformare ogni grido in opinione e
ogni visione in contenuto da consumare. I profeti ci sono, ma camminano tra
macerie troppo alte. Vedono l’accumularsi delle ingiustizie, delle guerre,
delle solitudini, delle idolatrie tecnologiche, delle povertà spirituali. E
davanti a questa massa di rovine comprendono quanto sia difficile oggi
interpretare la storia senza tradirla, indicare un cammino senza semplificarlo,
pronunciare una parola che sia vera e non soltanto efficace.
I profeti tra loro
parlano. Si cercano nel silenzio, si riconoscono senza clamore, si confrontano
sulle ferite del tempo. Nessuno pretende di possedere da solo la direzione.
Tutti attendono. Attendono una voce che ancora non arriva, un segnale capace di
aprire una strada dove ora si vede soltanto nebbia. Ma questa attesa non è
passività. È vigilanza. È la forma più alta della responsabilità, perché chi
non ascolta prima o poi parlerà a vuoto, e chi parla a vuoto aggiunge
confusione alla confusione.
Forse il compito dei
profeti di oggi è proprio questo: custodire l’attesa, impedire che l’umanità si
abitui alle macerie, mantenere aperta la domanda quando tutti cercano risposte
facili. Essi non devono inventare la luce, ma restare rivolti verso di essa.
Non devono produrre visioni per saziare l’impazienza del mondo, ma preparare
occhi capaci di riconoscere il segno quando verrà. Perché il Mistero non ha
smesso di parlare; siamo noi, forse, ad aver smarrito le condizioni
dell’ascolto.
Il profeta pensa dunque
con due orecchi: uno rivolto al Mistero, l’altro appoggiato al cuore del tempo
presente. Se perde il Mistero, diventa analista tra gli analisti. Se perde il
presente, diventa visionario senza carne. Ma quando le due sorgenti si incontrano,
nasce una parola rara: una parola che non consola falsamente e non condanna
sterilmente; una parola che ferisce per guarire, denuncia per aprire, tace per
non mentire, parla per servire la vita. E forse, proprio nel tempo in cui i
profeti sembrano assenti, il mondo ha più bisogno che mai di uomini e donne
capaci di tornare al silenzio, di attraversare le macerie e di attendere, senza
disperare, il segnale della strada.
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