Paolo Cugini
In
questi giorni in cui sto partecipando del Congresso organizzato dalla SOTER
(Società de Teologia e Scienza della Religione ) sul tema: Violenze e
Religioni, molti discorsi vengono presentati da tanti punti di vista religiosi,
filosofici e sociali. Mi stanno colpendo soprattutto, le riflessioni di alcune
teologhe femministe, che hanno provocato alcune brevi considerazioni, che
riporto qui sotto.
Come
sostiene Saffiotti: “la crudele realtà della violenza contro ragazze e donne
non è un fenomeno isolato, ma la manifestazione concreta di strutture sessiste,
patriarcali, misogine e capitaliste profondamente radicate che hanno plasmato e
continuano a plasmare la società”[1] (Safiotti, 2024). Il
patriarcato è un sistema che gestisce la disuguaglianza tra i sessi, con il
sessismo come tecnologia politica, mentre la misoginia è il linguaggio d'odio
che sostiene questa tecnologia politica e il sistema patriarcale. “Non c'è
patriarcato senza sessismo, non c'è sessismo senza misoginia”[2].
Il
patriarcato è, dunque, una forma di organizzazione sociale in cui le relazioni
sono governate da due principi fondamentali: le donne sono gerarchicamente
subordinate agli uomini; i giovani sono gerarchicamente subordinati agli uomini
più anziani. La violenza di genere, quindi, non è solo il comportamento
individuale di alcuni uomini, ma un sistema istituzionalizzato e legittimato
dal patriarcato, motivo per cui è così difficile spezzare il ciclo della
violenza senza un cambiamento dell'intera struttura sociale.
I
discorsi religiosi che avvengono soprattutto nei movimenti tradizionalisti
rafforzano l'idea simbolica che la famiglia tradizionale salverà la società.
Nella famiglia tradizionale, l'uomo è il capofamiglia, mentre la donna è la
moglie, sempre pronta a servire il marito, e la madre dedita ai figli. La
violenza contro ragazze e donne è rafforzata dal discorso religioso, che viene
inteso come norma, verità, perché è Dio che parla attraverso il pastore, il
sacerdote, il leader religioso, come parte integrante del cristianesimo
patriarcale.
I
leaders religiosi cristiani di gruppi tradizionalisti e vicini ai movimenti
politici di estrema destra, propongono letture e interpretazioni
fondamentaliste dei testi biblici, affermando la sottomissione e il silenzio
delle donne, scoraggiando la denuncia, suggerendo alla donna di pregare per il
marito, perché deve essere posseduto, o addirittura affermando che, proprio
come Gesù ha portato la croce, anche la donna deve portare la sua, suggerendo
la sottomissione e l'invisibilità della violenza che si consuma all'interno
delle famiglie. Molte donne obbediscono e rimangono in silenzio senza mettere
in discussione le parole del leader religioso, il che può portarle a diventare
vittime di violenza e persino di femminicidio. C’è una pseudo-spiritualità incentivata
da leaders religiosi che non fanno altro che rafforzare il modello culturale patriarcale,
con i suoi derivati di misoginia e omofobia.
Da
questa prospettiva e lungo questo percorso, la sessualità della donna viene
strappata dal suo corpo e confinata alla sfera della maternità, alla sfera
della riproduzione e della famiglia. In breve, la sessualità e l'erotismo non
sono sacri. Il corpo sacro è asessuato; tutto si riduce all'utero. La
tradizione cristiana ha gravi problemi con il corpo e la sessualità, negando
loro la sfera del sacro. “Nell'incarnazione simbolica di Eva peccatrice e di
Maria redentrice attraverso la sottomissione e la verginità, risiede la
"verga del patriarcato" nella mano di Dio Padre, che punisce e
redime. Questa verga è diretta in particolare verso la dimensione erotica della
donna” (Jarschel; Nanjarí, 2008, p. 4).
A
questo punto del discorso sorge immediata una domanda: come si può partecipare
alla comunità cristiana e all'Eucaristia o alla Cena della Comunione quando i
corpi di ragazze e donne continuano a essere violati, stuprati e uccisi con la
complicità “spirituale” di quell’istituzione che dovrebbe valorizzarle e
proteggerle?
La
Chiesa deve denunciare profeticamente il diritto delle donne all'autonomia, al
potere e alla responsabilità di decidere sul proprio corpo, sul proprio
benessere spirituale, in tutta la sua dimensione, e sulla sessualità intesa
come piacere e non solo come mero scopo procreativo. Pertanto, è essenziale
mettere in discussione l'esclusione delle donne dall'ordinazione ministeriale
nelle diverse tradizioni cristiane.
È
urgente adottare una nuova ermeneutica religiosa e teologica, nonché pratiche
ecclesiali e pastorali che garantiscano la piena inclusione delle donne alla
mensa della comunione, intesa qui come totalità della vita familiare, sociale,
culturale e spirituale.
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