Paolo Cugini
Verrà
un tempo, ed è già cominciato, in cui i popoli non potranno più salvarsi
chiudendo le porte, alzando muri, custodendo le proprie tradizioni come
reliquie immobili. Verrà un tempo in cui ciò che oggi viene chiamato
contaminazione non apparirà più come una minaccia, ma come il luogo segreto in
cui la vita prepara nuove forme di umanità. Perché ogni cultura che pretende di
restare pura finisce per diventare sterile, e ogni identità che teme l’incontro
rivela, proprio nella paura, la fragilità della propria radice.
La
contaminazione, nella sua accezione negativa, nasce da uno sguardo difensivo.
Essa viene pensata come perdita dell’identità originale, come infezione
simbolica che intacca la purezza di un popolo, di una cultura, di una fede, di
un’idea. È il pregiudizio che sorge quando una comunità si percepisce come
compiuta in sé stessa e considera valido soltanto ciò che proviene dal proprio
interno: i propri valori, i propri codici, le proprie memorie, le proprie forme
di vita. Tutto ciò che arriva da fuori diventa allora sospetto, perché non
porta il marchio dell’appartenenza, e ciò che non appartiene viene facilmente
trasformato in pericolo.
In
questa prospettiva, l’altro non è più un volto da ascoltare, ma un agente
contaminante da respingere. La differenza non è una promessa, ma un rischio. La
frontiera non è uno spazio di passaggio, ma una linea di separazione. Così la
cultura si trasforma in fortezza e l’identità in presidio armato. La modernità,
con la sua esigenza di ordine, classificazione e appartenenza stabile, ha
spesso alimentato questa visione: ha immaginato identità compatte, popoli
omogenei, tradizioni lineari, origini incontaminate. Ma questa immagine è più
un mito che una realtà.
Infatti,
non esiste cultura che sia nata pura, né tradizione che non porti dentro di sé
tracce di incontri, scambi, conflitti, migrazioni, traduzioni, prestiti e
ferite. Anche le culture più gelose della propria origine sono, a uno sguardo
più profondo, il risultato di contaminazioni sedimentate nel tempo. Le lingue
sono archivi di parole venute da altrove; le cucine sono mappe di viaggi e
conquiste; le religioni hanno attraversato popoli e territori trasformandosi
nel contatto; le arti hanno imparato continuamente da forme straniere. Ciò che
oggi viene difeso come autentico è spesso il frutto di antichi innesti
dimenticati.
Per
questo la parola contaminazione deve essere liberata dalla sua prigione
negativa. Essa non indica necessariamente corruzione, perdita o decadimento.
Può indicare, al contrario, fecondazione. Può essere il segno che una cultura è
viva, perché solamente ciò che è vivo entra in relazione, assorbe, trasforma,
restituisce. Nessun organismo vivente cresce restando identico a sé stesso;
cresce perché scambia, respira, riceve, assimila. Allo stesso modo, una cultura
che non si lascia provocare da ciò che incontra non custodisce la propria
identità: la congela.
L’identità
non è una statua posta al centro della piazza, immobile e intoccabile. È
piuttosto un cammino, una trama, una voce che cambia timbro senza smarrire la
propria profondità. Essere fedeli alla propria origine non significa ripetere
sempre gli stessi gesti, ma saper riconoscere quale promessa quella origine
portava in sé. La vera fedeltà non è immobilità; è capacità di generare futuro.
Una tradizione che non sa incontrare l’altro diventa tradizionalismo; una
memoria che non accetta di essere interrogata diventa nostalgia; una
appartenenza che si difende dall’alterità diventa ideologia.
Quando
una società chiama contaminazione ciò che semplicemente è differente, essa
prepara il terreno dell’esclusione. Prima viene la parola: impuro, estraneo,
pericoloso, incompatibile. Poi viene il sospetto. Poi la distanza. Poi la
giustificazione morale del rifiuto. La retorica della purezza non è mai
innocente, perché stabilisce chi può appartenere e chi deve restare fuori, chi
è portatore di valore e chi viene ridotto a minaccia. Così la paura culturale
diventa paura sociale, e la paura sociale può diventare violenza simbolica,
politica, persino religiosa.
Eppure,
la storia annuncia un’altra legge: ciò che si mescola non sempre si perde;
spesso si compie. Le culture non muoiono perché vengono attraversate, ma perché
smettono di attraversare. Non si impoveriscono perché ricevono parole nuove,
gesti nuovi, simboli nuovi; si impoveriscono quando non hanno più la forza di
reinterpretarli. La contaminazione culturale diventa allora una scuola di
umiltà: insegna che nessuno possiede interamente la verità, che ogni identità è
anche debitrice, che ogni popolo è stato raggiunto da doni venuti da lontano.
La
profezia del nostro tempo consiste dunque nel passare dalla paura della
contaminazione alla sapienza dell’incontro. Non si tratta di dissolvere le
identità in un indistinto globale, né di rinunciare alle radici che ci hanno
generato. Si tratta, piuttosto, di comprendere che le radici non sono catene:
sono organi di nutrimento. E una radice viva non teme la terra che incontra; la
attraversa, la assume, la trasforma in linfa.
Per
questo bisogna annunciare con forza: non abbiate paura delle culture che
arrivano, delle parole che bussano, dei volti che portano narrazioni diverse.
Abbiate piuttosto paura delle identità chiuse, delle memorie rese idolatriche,
delle tradizioni trasformate in muri. Perché il futuro non apparterrà ai puri,
ma ai fecondi; non a chi avrà custodito intatta una forma, ma a chi avrà saputo
generare vita dall’incontro. La contaminazione, quando è vissuta nella libertà,
nel discernimento e nella giustizia, non cancella l’identità: la rivela come
promessa ancora incompiuta.
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