Paolo
Cugini
Che cosa significa
essere profeti oggi? Non significa, prima di tutto, alzare la voce sopra il
rumore del mondo, né occupare la scena della storia come agitatori di parole o
interpreti superficiali degli eventi. Il profeta non nasce dalla cronaca, ma
dal Mistero. Viene da una profondità che lo precede, da una relazione
silenziosa e ardente con ciò che non si lascia possedere, ma che possiede la
coscienza di chi si lascia raggiungere. Il profeta è colui che è stato preso
dal Mistero, invaso nel cuore, ferito nella coscienza, trasformato nello
sguardo.
Non vi è profezia senza
questa presa interiore. Prima di essere parola rivolta agli altri, la profezia
è fuoco custodito dentro di sé; prima di diventare denuncia, è ascolto; prima
di farsi gesto pubblico, è obbedienza a una luce che scava, purifica, inquieta
e consola. Il profeta non parla perché possiede una strategia, ma perché è
posseduto da una verità che lo supera. Non legge la storia con gli strumenti
del calcolo, ma con occhi resi limpidi da una relazione profonda con il Mistero.
Per questo il profeta è
uomo e donna di visione. Vede lontano non perché fugga il presente, ma perché
lo attraversa fino al suo nucleo nascosto. Vede oltre gli eventi, oltre le
apparenze, oltre le narrazioni costruite dai potenti, perché interpreta la realtà
a partire da quella profondità dove il Mistero rivela ciò che la sola
materialità delle cose non riesce a penetrare. Là dove molti vedono solo
macerie, il profeta scorge semi; là dove molti si arrendono alla violenza, egli
custodisce l’impossibile della pace; là dove molti giustificano la menzogna
come necessità, egli invoca la giustizia come respiro stesso dell’umano.
Oggi il profeta vede
cammini di pace là dove la storia sembra consegnata alla follia delle guerre.
Vede sentieri nascosti tra le rovine create da uomini senza scrupoli, incapaci
di riconoscere la dignità inviolabile di ogni persona. Il profeta non si lascia
ipnotizzare dalla logica delle armi, né dalla retorica dei vincitori, né dalla
brutalità di chi sacrifica i popoli sull’altare del proprio potere. Egli sa che
la guerra nasce sempre da un cuore già devastato, da un’interiorità che ha
smarrito il volto dell’altro e ha ridotto la vita a territorio da conquistare,
a corpo da dominare, a voce da zittire.
Il profeta vede
giustizia anche quando la corruzione dilaga come nebbia tossica sulle
istituzioni, sulle relazioni, sui desideri. Vede la giustizia non come un’idea
astratta, ma come una fame impressa nelle coscienze, come un gemito che sale
dai poveri, dagli esclusi, dai feriti della storia. Egli riconosce che la sete
di potere è spesso il segno di un vuoto interiore: un abisso mascherato da
successo, una solitudine travestita da dominio, una miseria dell’anima coperta
dall’ostentazione dell’egoismo.
In coloro che
costruiscono la propria grandezza calpestando gli altri, il profeta non vede
soltanto colpe da denunciare, ma un vuoto abissale da smascherare. Vede uomini
e donne divorati da una mancanza che nessun potere può colmare, da una fame che
nessun possesso può saziare. E vede anche le tracce che quel vuoto lascia:
ferite nelle persone incontrate, ingiustizie sedimentate nei popoli, paure
trasmesse alle generazioni, deserti interiori seminati lungo il cammino.
E tuttavia il profeta
non è un uomo, una donna della disperazione. Proprio perché conosce il Mistero,
sa che nessun abisso è più profondo dell’amore gratuito che può raggiungerlo.
Sa che l’unica forza capace di colmare il baratro dell’egoismo non è un nuovo
dominio, non è una vendetta, non è una violenza contraria, ma l’amore
disinteressato che il Mistero riversa nelle coscienze assetate di giustizia. È
un amore che non compra, non possiede, non umilia; un amore che libera, rialza,
ricompone, apre futuro.
Essere profeti oggi
significa, dunque, abitare il mondo senza appartenere alle sue idolatrie.
Significa stare dentro la storia con occhi lavati dal Mistero, con mani
disponibili alla pace, con parole capaci di ferire la menzogna e curare la
vita. Significa non rassegnarsi alla guerra quando tutti la chiamano
inevitabile, non piegarsi alla corruzione quando tutti la chiamano realismo,
non adorare il potere quando tutti lo confondono con la forza.
Il profeta è sentinella
del possibile di Dio dentro l’impossibile degli uomini e delle donne. È memoria
viva che ricorda alla terra la sua vocazione alla fraternità. È ferita aperta
nel corpo di una società che vorrebbe anestetizzare la coscienza. È voce che
nasce dal silenzio, fuoco che nasce dall’ascolto, speranza che nasce
dall’amore. E quando tutto sembra perduto, il profeta continua a vedere: vede
pace dove regna la violenza, vede giustizia dove domina la corruzione, vede
amore dove l’egoismo ha scavato abissi. Perché il profeta non guarda soltanto
ciò che è: guarda ciò che il Mistero, ancora oggi, può far nascere nella
coscienza dell’umanità.
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