venerdì 31 luglio 2026

Contaminazione e Mistero: profezia di un’identità altra

 




Paolo Cugini

 

 

Verrà un tempo, ed è già questo tempo, in cui le identità costruite come mura mostreranno le loro crepe. Verrà un tempo in cui ciò che è stato chiamato purezza apparirà per ciò che spesso è stato: paura del contatto, timore dell’alterità, difesa ansiosa di un confine. Allora si comprenderà che nessuna identità nasce innocente, perché ogni identità si edifica scegliendo, separando, nominando ciò che è dentro e ciò che resta fuori. Ogni appartenenza porta con sé una soglia; ogni “noi” custodisce, nel suo grembo, un “loro” escluso.

Eppure, lo Spirito non abita soltanto nei recinti. Lo Spirito geme fuori dalle porte, attraversa i campi impuri, parla lingue non previste, si posa su corpi che la norma non aveva convocato. Là dove l’istituzione vede contaminazione, il Mistero può aprire rivelazione. Là dove la dottrina teme confusione, può germinare un senso nuovo. Perché la contaminazione non è necessariamente perdita: essa può essere visitazione, ferita feconda, sconfinamento capace di dischiudere all’identità la sua verità più profonda.

Guai a chi confonde il Mistero con la sua formula, la vita di Dio con la sua definizione, l’eco della Parola con il possesso della verità. Il dogma nasce come parola di custodia, come tentativo di dire, dentro la storia, ciò che supera la storia. Ma quando la custodia diventa controllo, quando la definizione pretende di chiudere ciò che è inesauribile, allora il dogma rischia di trasformarsi in argine contro la rivelazione stessa. Ciò che doveva indicare il fuoco diventa cenere ordinata; ciò che doveva orientare il cammino diventa frontiera invalicabile.

Il cammino dell’evoluzione del dogma è anche un cammino di identificazione: la Chiesa, pronunciando ciò che crede, riconosce se stessa, dà forma alla propria memoria, protegge il nucleo della propria narrazione. Ma ogni identificazione comporta una scelta, e ogni scelta produce un margine. Definire significa illuminare un volto, ma anche lasciare nell’ombra altri volti possibili. Dire “questo è” significa spesso dichiarare, implicitamente, “questo non è”. È qui che l’identità ecclesiale incontra la sua tentazione: credere che la separazione sia fedeltà, che l’esclusione sia garanzia, che il confine sia più sacro del passaggio.

Ma il Mistero non si lascia amministrare come un territorio. Il Mistero non è una proprietà custodita da mani autorizzate, né un deposito inerte da difendere contro il vento della storia. Il Mistero è eccedenza, promessa, abisso che chiama. Ogni volta che una comunità pretende di esaurirne le possibilità rivelative, essa non difende Dio: difende la propria immagine di Dio. Non custodisce la trascendenza: protegge la propria paura di essere trasformata.

Per questo la contaminazione può diventare profezia. Essa interrompe l’idolo dell’identità chiusa e ricorda alla fede che la rivelazione non coincide mai pienamente con le sue sedimentazioni storiche. La contaminazione introduce nell’identità una domanda, una fenditura, una possibilità imprevista. Contaminarsi non significa dissolversi, ma lasciarsi convertire dall’incontro. Significa accettare che l’altro non sia soltanto minaccia, ma luogo teologico; non soltanto differenza da respingere, ma parola capace di restituire alla propria identità una verità dimenticata.

Beata l’identità che non teme di essere attraversata. Beata la comunità che non confonde la fedeltà con l’immobilità. Beata la Chiesa che, invece di innalzare nuove pietre sui confini, impara a riconoscere la voce del Vivente anche nei luoghi non autorizzati. Perché il Mistero che si rivela non resta prigioniero dei nostri enunciati: li attraversa, li inquieta, li supera. Egli parla ancora, e spesso parla proprio là dove la dottrina aveva imparato a tacere.

Allora il compito non sarà abolire ogni forma, né disprezzare ogni parola ricevuta. Il compito sarà purificarle dalla pretesa del possesso. Sarà trasformare il dogma da muro in soglia, da chiusura in orientamento, da definizione assoluta in memoria viva di un incontro che resta sempre più grande di ciò che possiamo dire. Sarà riconoscere che la verità non teme il contatto, perché ciò che è veramente vivo non si conserva isolandosi, ma attraversando la storia senza smettere di generare.

E si alzerà una voce nel deserto delle certezze chiuse: non chiamate impurità ciò che può diventare rivelazione; non chiamate tradimento ciò che può essere conversione; non chiamate confusione ciò che apre un varco al Mistero. Poiché l’identità che non accoglie contaminazione diventa statua di sale, memoria irrigidita di un cammino interrotto. Ma l’identità che si lascia ferire dall’altro può rinascere come promessa, può scoprire di non essere un recinto da difendere, ma una tenda da spostare, una parola da custodire nel suo continuo accadere, un nome che riceve senso nuovo ogni volta che osa incontrare ciò che non aveva previsto.

 

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