Paolo Cugini
Sto trascorrendo alcuni giorni nella città di Belo Horizonte, dove si sta
tenendo un congresso di filosofia sul tema: Religione e Violenza, presso la Pontificia
Università Cattolica dello Stato di Minas Gerais e ne approfitto per vedere
alcune bellezze della regione. Una di queste è la Città
di Oruro Preto. Incredibile. Si trova nello Stato di Minas Gerais e, per un
certo tempo, è stata anche la capitale di questo Stato. È una città patrimonio
dell’Unesco. Il motivo è lo stile barocco delle sue quasi 20 chiese costruite
nel XVII secolo durante l’epoca delle miniere d’oro. In realtà a Ouro Preto ci
sono circa 18 o 20 chiese principali e grandi cappelle storiche nel solo centro
urbano, ma se si includono tutte le piccole cappelle, gli oratori e i templi
situati nei distretti rurali circostanti, il numero totale supera i 30 edifici
religiosi.
La
città di Ouro Preto nacque alla fine del XVII secolo grazie alla scoperta
dell'oro nel letto del torrente Tripuí da parte dei bandeirantes
(esploratori coloniali) provenienti da san Paolo. Nel 1698, la spedizione
guidata dal bandeirante Antônio Dias de Oliveira e dal sacerdote João de Faria
Fialho scoprì nella regione delle pepite di un metallo particolare. L'oro
locale era ricoperto da un sottile strato di ossido di ferro che gli dava un
aspetto scuro; da questo dettaglio nacque il nome "Ouro Preto" (Oro
Nero). Poco dopo la scoperta, i cercatori fondarono i primi accampamenti
rudimentali (arraiais), tra cui l'Arraial do Padre Faria e l'Arraial do
Morro de São João.
L'immensa
ricchezza del luogo scatenò una vera e propria corsa all'oro, attirando
migliaia di portoghesi e coloni (provocando persino sanguinosi scontri come la Guerra
dei Emboabas). Per imporre il controllo della corona portoghese e
riscuotere le tasse, l'8 luglio 1711 il governatore locale fuse i diversi
accampamenti originari, elevando l'insediamento al rango di comune con il nome
ufficiale di Vila Rica de Albuquerque (poi abbreviato in Vila Rica).
Con
l'esaurimento progressivo delle miniere d'oro, la città perse centralità
economica, ma mantenne la sua importanza politica. Nel 1823, dopo
l'Indipendenza del Brasile, l'imperatore Dom Pedro I conferì a Vila Rica il
titolo di Imperial Cidade, cambiando ufficialmente il suo nome in Ouro
Preto. La città rimase la capitale dello stato di Minas Gerais fino al 1897,
anno in cui la sede del governo fu trasferita nella neonata e pianificata città
di Belo Horizonte.
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| La chiesa di san Francesco: rivestita di oro |
Prima di chiamarsi Oro Preto la città venne chiamata
Vila Ricca. Era una delle città più ricche del mondo, a causa dell’enorme
quantità di oro che veniva scavato. Ho
passeggiato per le strade ciottolate di Ouro Preto e, mentre camminavo, pensavo
alla tanta sofferenza degli schiavi, delle ingiustizie subite. La Chiesa di san
Francesco è un insulto al Vangelo: è piena d’oro, su commissione dei ricchi
della città. Le chiese erano state costruite dalle fraternità sorte localmente.
Un decreto della corona portoghese, infatti, aveva proibito alle grandi
congregazioni – Gesuiti, Francescani, ecc. – di entrare in Città. Per questo motivo
le persone del luogo avevano deciso di organizzarsi, tenendo conto, anche,
della grande divisione di classe presente nella società di quel tempo. E così
gli schiavi di origine africana avevano costruito la loro chiesa, i bianchi di
origine portoghese la loro e anche i ricchi del posto avevano la loro chiesa. È
impressionante il numero di chiese che si trovano a Oro Preto e tutto più o
meno con lo stesso stile barocco o rococò.
| L'artista Alejadinho |
Un
altro dato interessante della città di Oro Preto è che le chiese più
importanti, come anche le sculture, sono state realizzate da un autore molto
famoso in Brasile: Alejadinho, un soprannome che italiano si potrebbe tradurre
con: piccolo storpio. Infatti, Antonio Francesco Lisboa, è questo il suo vero
nome, intorno ai 40 anni, fu colpito da una malattia degenerativa cronica.
Ancora oggi, i ricercatori dibattono se la causa fosse la lebbra, la sifilide o
un'altra patologia motoria. I suoi piedi e le sue mani subirono gravi
deformità, che lo portarono a perdere alcune dita. Rifiutandosi di fermarsi, si
affidò ad assistenti che gli legavano gli strumenti ai polsi per poter
continuare a scolpire. Vergognandosi del suo aspetto fisico deforme, lavorava
nelle prime ore del mattino o nascosto sotto cappucci e mantelli. Sua
madre era Isabel, una donna nera ridotta in schiavitù, e suo padre era il
capomastro portoghese Manuel Francisco Lisboa. Sebbene nato libero, dovette
affrontare le severe barriere sociali imposte alle persone di razza mista nella
colonia. Fin da bambino imparò il disegno, la falegnameria e i principi base
dell'architettura da suo padre e suo zio. Frequentò solo la scuola elementare,
ma imparò il latino e la religione vivendo con i sacerdoti locali.
C’è
una bellezza estetica fatta di barocco e rococò, che si vede in superficie. Poi
c’è tutto un mondo di sofferenze, discriminazioni, disuguaglianze che emerge
quando si scava in profondità, quando si riflette su ciò che è avvenuto. Le
grandi opere d’arte sono sempre il frutto dei soldi dei ricchi e del lavoro
degli schiavi. Non sempre è così, ma in Oro Preto si percepisce questo
contrasto





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