Paolo Cugini
Per
secoli, la teologia è stata scritta dai centri del potere: accademie, gerarchie
e istituzioni che parlavano per gli altri, spesso soffocandone la
voce originale. Oggi, però, emerge con forza l’esigenza di una teologia
dai margini. Questa prospettiva non è solo un esercizio accademico, ma un atto
di giustizia: significa riconoscere che Dio abita laddove la storia ha cercato
di cancellare la parola.
Fare
teologia dai margini significa, innanzitutto, raccogliere le riflessioni di chi
è stato mantenuto nell'ombra. Diventa così una teologia del silenzio, non
inteso come pace contemplativa, ma come lo spazio forzato dei silenziati della
storia.
Come
suggerisce la teologa della liberazione Ivone Gebara, bisogna guardare
alle pieghe della storia dove il dolore è più acuto: "C’è un grido nel
silenzio delle donne, dei poveri e degli esclusi che non trova eco nelle
cattedrali di pietra, ma che scuote le fondamenta del sacro."
Che
cosa significa ascoltare un silenzio che proviene da una cultura violenta
e coercitiva? Non è un ascolto passivo. È un esercizio di archeologia del
dolore. In molti contesti, il silenzio non è assenza di suoni, ma il risultato
di una parola spezzata dal trauma e dall'ingiustizia. Ascoltare questo vuoto
significa comprendere che la violenza non colpisce solo il corpo, ma deruba la
vittima della propria narrazione. Il teologo Johann Baptist Metz parlava
di una "memoria passionis" (memoria della sofferenza), sostenendo che
la verità di Dio si rivela proprio nel rifiuto di dimenticare il dolore dei
vinti: "La teologia deve farsi carico del silenzio delle vittime, perché
solo attraverso quel vuoto si può sperare in una redenzione che non sia
cinica."
Il
dolore che esce dai contesti silenziati segna la carne e l'anima in modo indelebile.
È un dolore che denuncia l'ipocrisia di una società che preferisce l'ordine
alla giustizia. Quando la teologia scende dai margini, smette di dare risposte
preconfezionate e inizia a stare accanto a queste ferite. Ascoltare il silenzio
significa allora trasformare l'assenza in presenza. Non si tratta di dare voce
ai poveri, essi hanno già una voce, ma di creare il silenzio necessario affinché
gli oppressori e gli indifferenti smettano di parlare e finalmente inizino a
sentire. In questa prospettiva, la teologia non è più una serie di affermazioni
su Dio, ma un atto di ascolto profondo delle ingiustizie subite, l'unico
luogo dove il volto di un Dio sofferente può ancora essere scorto.
Il
silenzio come negazione dell'identità: molti migranti vivono un silenzio
forzato imposto da sistemi normativi e mediatici che li riducono a numeri o
minacce, privandoli della loro storia personale. Una teologia dei margini
ascolta questo silenzio come una denuncia dell'ingiustizia che nega la dignità
umana. Il dolore accumulato nei viaggi, segnato da violenze, respingimenti e
perdite, è un segno indelebile. Ascoltare questo silenzio significa fare
propria la memoria della sofferenza (memoria passionis), vedendo nel
migrante il volto del Cristo sofferente che ancora oggi viene crocifisso ai
margini della società.
Il teologo Peter Phan suggerisce che la
migrazione non è solo un fatto sociale, ma l'essenza stessa della storia della
salvezza. Ascoltare il silenzio del migrante significa incontrare un Dio che migra
verso l'umanità, superando ogni confine politico o legale per raggiungere chi è
più minacciato. Nei contesti di accoglienza, l'ascolto del dolore del migrante
non è solo supporto psicologico, ma un atto teologico che restituisce la parola
a chi è stato messo a tacere dalla povertà, dalle guerre o dai disastri
ambientali. C’è tanto silenzio da ascoltare, silenzio soffocato con la violenza,
le brutalità non solo degli aguzzini, ma di un sistema che produce povertà.
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