sabato 28 marzo 2026

La voce dell’assenza: Verso una teologia dei silenziati

 




Paolo Cugini

 

Per secoli, la teologia è stata scritta dai centri del potere: accademie, gerarchie e istituzioni che parlavano per gli altri, spesso soffocandone la voce originale. Oggi, però, emerge con forza l’esigenza di una teologia dai margini. Questa prospettiva non è solo un esercizio accademico, ma un atto di giustizia: significa riconoscere che Dio abita laddove la storia ha cercato di cancellare la parola.

Fare teologia dai margini significa, innanzitutto, raccogliere le riflessioni di chi è stato mantenuto nell'ombra. Diventa così una teologia del silenzio, non inteso come pace contemplativa, ma come lo spazio forzato dei silenziati della storia.

Come suggerisce la teologa della liberazione Ivone Gebara, bisogna guardare alle pieghe della storia dove il dolore è più acuto: "C’è un grido nel silenzio delle donne, dei poveri e degli esclusi che non trova eco nelle cattedrali di pietra, ma che scuote le fondamenta del sacro."

Che cosa significa ascoltare un silenzio che proviene da una cultura violenta e coercitiva? Non è un ascolto passivo. È un esercizio di archeologia del dolore. In molti contesti, il silenzio non è assenza di suoni, ma il risultato di una parola spezzata dal trauma e dall'ingiustizia. Ascoltare questo vuoto significa comprendere che la violenza non colpisce solo il corpo, ma deruba la vittima della propria narrazione. Il teologo Johann Baptist Metz parlava di una "memoria passionis" (memoria della sofferenza), sostenendo che la verità di Dio si rivela proprio nel rifiuto di dimenticare il dolore dei vinti: "La teologia deve farsi carico del silenzio delle vittime, perché solo attraverso quel vuoto si può sperare in una redenzione che non sia cinica."

Il dolore che esce dai contesti silenziati segna la carne e l'anima in modo indelebile. È un dolore che denuncia l'ipocrisia di una società che preferisce l'ordine alla giustizia. Quando la teologia scende dai margini, smette di dare risposte preconfezionate e inizia a stare accanto a queste ferite. Ascoltare il silenzio significa allora trasformare l'assenza in presenza. Non si tratta di dare voce ai poveri, essi hanno già una voce, ma di creare il silenzio necessario affinché gli oppressori e gli indifferenti smettano di parlare e finalmente inizino a sentire. In questa prospettiva, la teologia non è più una serie di affermazioni su Dio, ma un atto di ascolto profondo delle ingiustizie subite, l'unico luogo dove il volto di un Dio sofferente può ancora essere scorto.

Il silenzio come negazione dell'identità: molti migranti vivono un silenzio forzato imposto da sistemi normativi e mediatici che li riducono a numeri o minacce, privandoli della loro storia personale. Una teologia dei margini ascolta questo silenzio come una denuncia dell'ingiustizia che nega la dignità umana. Il dolore accumulato nei viaggi, segnato da violenze, respingimenti e perdite, è un segno indelebile. Ascoltare questo silenzio significa fare propria la memoria della sofferenza (memoria passionis), vedendo nel migrante il volto del Cristo sofferente che ancora oggi viene crocifisso ai margini della società.

 Il teologo Peter Phan suggerisce che la migrazione non è solo un fatto sociale, ma l'essenza stessa della storia della salvezza. Ascoltare il silenzio del migrante significa incontrare un Dio che migra verso l'umanità, superando ogni confine politico o legale per raggiungere chi è più minacciato. Nei contesti di accoglienza, l'ascolto del dolore del migrante non è solo supporto psicologico, ma un atto teologico che restituisce la parola a chi è stato messo a tacere dalla povertà, dalle guerre o dai disastri ambientali. C’è tanto silenzio da ascoltare, silenzio soffocato con la violenza, le brutalità non solo degli aguzzini, ma di un sistema che produce povertà.

 

 

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