lunedì 17 ottobre 2016

VERITÀ E REALTÀ




PERCHÉ' LA MISSIONE E' INDISPENSABILE ALLA CHIESA


Paolo Cugini

Ci sono dei dati, anche nella vita spirituale, che risentono dei tempi, dei cambiamenti. E in fin dei conti è giusto così. Se è vero che la Verità si è incarnata, è entrata nella storia, allora è proprio la storia, gli eventi l’ambito privilegiato per comprenderla. La Verità non si dona, quindi, come qualcosa di statico, come un pezzo di marmo, ma si manifesta, si offre negli eventi quotidiani. Il cammino della storia porta con sé anche il cambiamento delle culture, delle tradizioni, dei modi di vedere e di agire. Anche la vita spirituale vive questi cambiamenti. Chi vuole relazionarsi con Dio deve apprendere a camminare dentro la storia, a non identificare la sua fede con i modelli culturali, o con le forme esterne. In fin dei conti, la stessa idea spirituale ed evangelica di conversione, passa attraverso la presa di coscienza del carattere storico delle Verità di fede espresse nel Vangelo, incarnate da Gesù. Se l’idea d’inculturazione, nata e sviluppatasi soprattutto nel mondo missionario, ha trovato sin dalla sua formulazione tanta resistenza, è a causa di una concezione statica dell’idea di Verità. Proviamo ad approfondire brevemente i motivi che conducono a resistere all’idea di una Verità che cammina nella storia e che esige di essere compresa ponendo attenzione agli eventi.

La tradizione culturale Occidentale ha da sempre pensato la realtà e la verità come poli contrapposti, inconciliabili. La prima grande spaccatura si ha con il pensiero di Parmenide, che pone l’essere in contrapposizione con il non essere, il mondo fenomenico. Da lì in poi il cammino tra questi due mondi diviene sempre più in contrapposizione. Il problema sorge dal modo in cui il pensiero Occidentale concepisce la Verità, e cioè come un’idea fissa a sé stante, immobile, staccata dalla realtà, percepita come mobile e quindi imperfetta. Se la verità deve avere lo stesso spessore metafisico di Dio, allora, siccome il dio dei filosofi è immobile, anche le verità che derivano da lui devono essere concepite in questo modo. Platone è considerato il punto di riferimento filosofico per comprendere la filosofia Occidentale. Secondo lui, il Demiurgo, nel momento di creare le cose, ha dinanzi a sé due realtà preesistenti: la materia informe e le idee. Il demiurgo contempla le idee perfette e preesistenti e modella la materia per fare le cose. In questo modo, le cose della realtà sono copie imperfette di idee perfette. È importante riflettere su questi passaggi storici della nostra cultura, perché hanno influenzato pesantemente anche il pensiero cristiano e la sua spiritualità. Nel sistema plotiniano – siamo già nel terzo secolo dell’epoca cristiana -, sistema filosofico chiamato appunto neo-platonico, Plotino nelle Enneadi spiega la realtà come una mancanza di luce. Il Nous nel suo discendere (procedere) e dare consistenza ai diversi livelli della realtà, giunge progressivamente senza energia, senza luce. Ebbene per Plotino la realtà è esattamente questa situazione che si viene a creare quando il Nous è totalmente svuotato di energia. Se il sistema neoplatonico porta a maturazione un cammino della cultura Occidentale durato circa otto secoli, il risultato è la totale separazione e inconciliabilità tra dio e il mondo, tra Verità e realtà.

Interessante notare, quando si sfogliano i testi dei padri della chiesa dei primi cinque secoli, come la loro conoscenza filosofica, che era prevalentemente platonica e neoplatonica, filtri l’interpretazione che loro fanno delle Scritture. Questa mediazione filosofica la si vede soprattutto per quanto riguarda la riflessione sulle pagine della Genesi che narra la creazione del mondo e nella concezione dell’uomo. La svalutazione del corpo a vantaggio dell’anima, con le conseguenti indicazioni mistiche di fuga dal mondo e disprezzo del corpo, hanno più un sapore platonico che evangelico. Siamo sempre nell’ambito delle contrapposizioni: corpo e anima, verità e realtà. La cultura Occidentale non riesce ad elaborare un pensiero capace di conciliare aspetti che percepisce e interpreta come contrapposti. Anche il cristianesimo, pur avendo nella proposta del Vangelo questa visone unitaria della realtà, nel mondo Occidentale viene costantemente riletto a partire dalle categorie filosofiche.

Gesù è il verbo incarnato, l’eterno che entra nel tempo, l’idea immobile che entra nella realtà mobile. Dal punto di vista filosofico è un dato inconcepibile e inconciliabile, anzi è la negazione di quanto era stato pensato sino a quel momento. Come può Dio, da sempre pensato in contrapposizione al tempo e alla storia, venire ad abitare in mezzo a noi? Com'è possibile che la Verità da sempre pensata immobile, uguale a sé stessa in ogni momento e in ogni epoca, entri nel tempo e, di conseguenza, si adatta al cammino della storia che è in continuo divenire? Dice il Vangelo di Giovanni che “Il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Non solo, ma Gesù, sempre nel Vangelo di Giovanni, si definisce la Verità: “Io sono la Via, la Verità e la vita”. Ciò significa che d’ora innanzi Dio non va cercato sulle nubi del cielo o sui libri dei filosofi, ma lo incontriamo nella persona di Gesù Cristo, nella sua storia, nelle sue parole e nei suoi gesti. D’ora innanzi la perfezione non è più un’idea astratta e immobile, ma va cercata nel cammino del tempo, nell’evolversi degli eventi.

Non c’è da stupirsi se ancora oggi tante persone che si definiscono cattoliche, resistono all'idea di una verità che si è fatta storia, rimanendo strettamente ancorati ad un’idea di verità più filosofica (platonica) che cristiana. Ecco perché rimangono meravigliati, anzi scandalizzati se la Chiesa, pensata da loro come un’istituzione fissa nel tempo, una verità fuori dalla storia e dal tempo, ogni tanto per adeguarsi ai cambiamenti della storia, modifica i contenuti, sposta gli accenti, indica nuovi percorsi. Probabilmente è più comodo ed è meno faticoso rimanere avvinghiati ad una verità immobile, che alla Verità che si è fatta storia e che esige continuamente di mettersi in discussione, di cambiare, di convertirsi. Sempre in questa prospettiva, si comprende molto bene se la più profonda esperienza d’inculturazione del Vangelo sia avvenuta nei primi secoli della chiesa per poi, salvi rari esempi, fermarsi lì. Purtroppo sono comprensibile, ma assolutamente non giustificabili, i disastri umani e culturali realizzati dai cattolicissimi spagnoli e portoghesi nelle terre latinoamericane.


Se ancora oggi la chiesa fa così tanta fatica ad inculturarsi, ad accogliere nei suoi riti e nelle sue formulazioni le novità che lo Spirito Santo ha preparato nelle culture dei popoli che incontra, è forse a causa di una cecità provocata dalle concezioni filosofiche e poco evangeliche, che riempiono da secoli le nostre menti. Ecco perché la missione è indispensabile nel cammino della chiesa: per convertirsi, per cominciare a vedere e a leggere in modo nuovo quel Vangelo donato a noi gratuitamente, ma che facciamo fatica a coglierne la profondità a causa delle nostre pre-comprensioni, che ci chiudono gli occhi e la mente. La missione è come il collirio che ci permette di vedere in modo autentico, o perlomeno in modo nuovo quel messaggio evangelico che diciamo di conoscere, ma che poi, alla prova dei fatti facciamo fatica a vivere spesso e volentieri perché mal consigliati. La missione è, allora, per noi una grande speranza: manteniamola viva!

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