lunedì 18 marzo 2019

AMATURA'



Paolo Cugini

Mercoledì, 13 marzo. Alla mattina verso le 7,30 partenza da Tonantis per Amaturà. La cosa interessante in questa diocesi è che cambiando parrocchia, spesso cambia anche il fuso orario. Arrivati ad Amaturà, infatti, abbiamo messo l’orologio indietro di un’ora. Ci siamo messi a cercar la segreteria parrocchiale per incontrare il parroco e la segretaria ci ha comunicato che il parroco si trovava a verificare la costruzione di una cappella nella periferia della città. Abbiamo seguito le indicazioni della segretaria e ci siamo diretti alla cappella, che abbiamo trovato, ma il parroco non c’era. Ci siamo guardati un po' intorno e siamo tornati nella piazza della città, molto tranquilla e calma. Altri ritmi rispetto a Reggio. Amaturà è la parrocchia più piccola della diocesi, con tre comunità in città e una ventina lungo il fiume. Finalmente conosciamo il parroco: don Washington, un prete diocesano colombiano e di Medellin come don Gonzalo di Tonantis. Don Washington è prete da cinque anni e, dopo aver trascorso i primi due nella sede a Tabatinga, il vescovo Adolfo lo ha nominato parroco ad Amaturà per sostituire i francescani. “Appena arrivato – racconta sorridendo – ho scoperto che non c’era la casa parrocchiale. Anzi c’era, ma i frati avevano affittato le strutture parrocchiali al Municipio e ci sono voluti alcuni mesi per spiegare al sindaco che come parroco dipendeva dal Vescovo e non da lui”. 
O padre Washington con la maglua bianca e verde mentre parla in una xomunutà


Dopo i primi mesi vissuti in una casa in affitto e dopo essersi spiegato con il sindaco, don Washington ha potuto finalmente risiedere nella casa parrocchiale, anche se una buna parte delle strutture costruite dai francescani sono ancora attualmente in affitto al Municipio. Tutta la diocesi di Alto Solimões è stata gestita dai francescani sin dagli inizi, che con grande ardore hanno evangelizzato la regione che è ampia come mezza Italia (con circa duecento mila abitanti). 
Nel pomeriggio visita alle comunità della città. “Quando sono arrivato due anni fa, c’era solo la Chiesa di san Cristoforo, in centro. Quando ho visto la situazione, ho parlato con il vescovo Adolfo dicendogli che nei primi tre anni avrei lavorato per mettere la parrocchia in condizione di lavorare pastoralmente. E così assieme alle comunità, abbiamo deciso di costruire le cappelle nei principali quartieri della città”. Oggi le cappelle sono tre (in realtà due devono ancora essere finite, ma la gente le utilizza già per celebrare). Ogni settimana nelle cappelle la gente si trova per recitare il rosario e per celebrare. Don Washington ha deciso di affidare ai tre padri di famiglia che si stanno preparando per il diaconato permanente, una comunità a testa per organizzare la pastorale della comunità. L’idea è che in ogni comunità della città funzioni la pastorale della decima, la catechesi, la pastorale dei bambini, il gruppo giovani e altri servizi necessari. 

Arrivo alla comunità indigena Canibarù

Giovedì 14 marzo. Alla mattina, dopo colazione, partenza per la visita di tre comunità: Canibarù, Buon Pastor e Nuova Italia. Sulla barca con noi ci sono anche Rodrigo che si sta preparando ad essere diacono e un assessore comunale. Rodrigo ha 41 anni, ha tre figli ed è già nonno! (BAU!). La comunità di Canibarù è l’unica cattolica delle tre. Appena arrivati abbiamo incontrato la leader della comunità e altre persone. Ci siamo poi, diretti alla cappella che da circa due anni stanno tentando di costruire. Mentre qualcuno suonava le campane, un altro avvisava della nostra presenza attraverso degli altoparlanti. In poco tempo la cappella si è riempita di gente, soprattutto di giovani e bambini. Don Washington ha spiegato subito che non si trattava di una messa, ma di una visita di amici preti venuti dall’Italia. Le tre comunità che stiamo visitando questa mattina, sono state fondate dai missionari francescani. La gente ricorda i nomi di due frati Cappuccini: frate Enrico – recentemente scomparso- e frate Benigno. Tutti hanno un ottimo ricordo di questi frati e della loro presenza nelle comunità. Appena sono andati via loro, i successori – a detta del futuro diacono Rodrigo, non più frati di provenienza italiana, ma brasiliana – hanno concentrato il lavoro pastorale nella città di Amaturà, lasciando quindi perdere l’accompagnamento delle comunità sul fiume. Occorre dire, per comprendere meglio il contesto, che il lavoro di accompagnamento pastorale delle comunità che si trovano sul fiume è molto costoso. Mentre ero al corso d’inculturazione nella realtà amazzonica a Manaus, parlando un giorno con padre Luciano – di Padova, che lavora già da due anni in Amazzonia – tutte le volte che visita le comunità del fiume, in barca portando con sé qualche persona, che l’aiutano nel lavoro pastorale e rimanendo sul fiume per 15/20 giorni, spende circa 14 mila reais (tradotto in euro: circa tremila euro). Andando nelle comunità con la barca occorre, per legge, portarsi l’autista e la cuoca, che hanno un loro costo. Oltre a ciò, c’è da considerare gli alimenti per 20 giorni, l’acqua e la benzina.

Ogni famiglia che appartiene al gruppo religioso della Cruzada pone una targhetta come questa affisso sulla casa



 Quello che è avvenuto in diverse comunità della parrocchia di Amaturà con i nuovi Cappuccini che, per diverse ragioni, hanno abbandonato l’accompagnamento pastorale, è che i gruppi evangelici sono entrati e si sono stabilizzati. Nella comunità buon Pastore sono tutti evangelici, mentre nella comunità Nuova Italia, una parte è del gruppo Cruzada (è un gruppo fondato da un laico cattolico negli anni ’70 del secolo scorso proprio in questa regione di Solimões e che si è diffusa in diverse comunità) e l’altra parte della comunità appartiene al gruppo evangelico denominato Assemblea di Dio. Ciò significa che, in queste due comunità, i cattolici sono scomparsi. La mancanza di presenza provoca nelle persone la ricerca di un cibo spirituale da altre parti. È del resto, simile al fenomeno che avviene con le persone delle comunità incontrate nella diocesi di Ruy Barbosa dello Stato della Bahia che, quando vanno in cerca di lavoro nelle grandi città, andando ad abitare nei quartieri poveri, non incontrando la presenza della Chiesa cattolica, iniziano a frequentare le chiese evangeliche. “Mons Adolfo – ci dice padre Washington mentre camminiamo nelle strade della comunità nuova Italia – mi ha chiesto di entrare nelle due comunità evangeliche per cercare di recuperare qualche cattolico. Io gli ho risposto che non ha senso: gli evangelici credono in Gesù Cristo e hanno già il pastore che li aiuta nel loro cammino”. 


Qualcuno mi ha chiesto che senso ha andare in Amazzonia a rompere le scatole ai popoli indigeni. La Chiesa è presente in Amazzonia da alcuni secoli: c’è già quindi un cammino di Chiesa e delle esperienze ecclesiali molto diversificate tra loro. L’annuncio del Vangelo alle genti è un comando che il Signore ha dato prima di tornare al Padre. Ho riflettuto molto su questo comando di Gesù. Tra le tante cose che si potrebbero scrivere, penso che uno dei motivi che ci sta dietro al comando del Signore consiste nel permettere a tutti di cogliere la ricchezza delle Spirito Santo presente nelle culture e nelle religioni sparse nel mondo. Se uno sta rinchiuso nel suo guscio, non scoprirà mai la bellezza che c’è fuori dalla propria capanna e che Dio sta realizzando in ogni angolo del pianeta, dell’universo. Quando una diocesi – come quella di Reggio – decide di farsi presente in altri paesi, vuole dire che sta aprendo le proprie finestre affinché entri il soffio dello Spirito, con quei colori e quelle sfumature diverse, che dicono della pluralità e diversità dello Spirito Santo. Il problema che stiamo incontrando visitando da vicino le comunità, è che non sempre il lavoro missionario ha saputo ascoltare e accompagnare la novità culturale e religiosa di questi popoli, aiutandoli ad assimilare la forza del Vangelo, rispettando le loro dinamiche, la loro cultura, per vedere le cose nuove che lo Spirito Santo stava promovendo in questo contesto. Sono solo impressioni che dovranno essere verificate nel tempo e da vicino, ma che comunque mi servono per fare il punto di ciò che stiamo incontrando. 

Padre Gabeiek assiene al futuro diacobo permanente mentre ci dirigiamo alle comunità sul fiume

sabato 16 marzo 2019

TONANTIS

La chiesa della parrocchia di Tonantis


Paolo Cugini

Domenica 10 marzo. Alla mattina sia Gabriele che io abbiamo celebrato messa nelle comunità della città di Santo Antonio do Iça. Nel pomeriggio, partenza per la parrocchia di Tonantis. Assieme al vescovo Adolfo, abbiamo deciso di non fermarci tutto il tempo a Santo Antonio do Iça, ma di visitare le altre parrocchie della diocesi per conoscere meglio la realtà e poi per fare conoscenza dei presbiteri e delle religiose che vi operano. E così, al pomeriggio, siamo arrivati in un’ora di Lancia (imbarcazione veloce sul fiume) a Tonantis. Al piccolo porto della cittadina c’erano ad attenderci una religiosa, suor Benice e il parroco: pe Gonzalo Franco. Tonantis è l’ultima parrocchia della diocesi, la prima se si viene da Manaus. È una cittadina di 20 mila abitanti con 12 comunità nella città e venti sul fiume Solimões.
Padre Gonzalo e padre Gabriele


Il lavoro pastorale non manca. Padre Gonzalo è di origine Colombiana. È qui da soli sette mesi e conosce già tutti, soprattutto i giovani. Prima di giungere a Tonantis, pe Gonzalo è stato in Italia sei anni a studiare teologia. Si è licenziato (corrisponde ad un master di due anni nelle università statali) in mariologia con una tesi sul tema della presenza di Maria nei documenti della Conferenza episcopale Latinoamericana. Ora, si è incardinato nella diocesi di Alto di Solimões e serve le comunità della parrocchia di Tonantis con molto entusiasmo. Lo si capisce dal rapporto che ha con la gente, sia mentre cammina per strada, che mentre celebra. Alla sera, messa nella comunità san Francesco, una delle comunità della città. Ha celebrato Gabriele che, in questo contesto, si sente proprio a casa. Molti giovani erano presenti alla messa e, subito dopo, si sono fermati a parlare con noi. Due di loro si sono presentati come facenti parte del gruppo vocazionale: Jefferson e Leandro si stanno preparando per andare in seminario.


Lunedì, 11 marzo. Alla mattina, dopo le lodi, colazione. Mentre prendevamo il caffè don Gonzalo ci ha raccontato un po' di sé e della parrocchia. “Tonantis è la parrocchia più cattolica della diocesi, anche se è stata per più di vent’anni senza un prete: forse sarà per questo (risate dei presenti). Qui i laici si sono organizzati per trasmettere la fede alle nuove generazioni. Impressionante è l’adorazione eucaristica del giovedì sera nella chiesa principale: c’è più gente in questa occasione che alla messa domenicale. I laici nelle comunità hanno mantenuto viva la fede del popolo con le devozioni ai santi e a Maria, con le novene”.
Una delle cappelle delle comunità della città


La Diocesi di Alto Solimões ha una percentuale molto bassa di cattolici: 54%. Secondo il vescovo Adolfo, sono due i motivi di questa percentuale così bassa. Il primo, è che il territorio è così vasto che è difficilissimo garantire una presenza stabile, anche perché è un territorio che presenta molte difficoltà: la selva, le comunità sulla riva del fiume, oltre a tante altre. Il secondo motivo, che è legato al primo, è che proprio in questa situazione di presenza parziale della Chiesa cattolica, i gruppi evangelici hanno trovato il campo libero per la loro azione. Oltre a ciò, è importante comprendere le diverse modalità di azione missionaria. Mentre i cattolici, infatti, quando arrivano su un territorio non possono garantire la presenza in ogni comunità, ma dalla città i presbiteri o i frati visitano le singole comunità tre o quattro volte all’anno (quando va bene), al contrario i gruppi protestanti, quando arrivano in una comunità, si stabilizzano lì. I pastori evangelici si riproducono come funghi; non devono compiere studi teologici (basta sapere un po' di bibbia ed essere capaci di predicare: è tutto quello che serve) e, soprattutto, non hanno l’obbligo del celibato per cui, quando arrivano in un luogo, mettono su casa e vivono con la decima della comunità. Per questo motivo, ci sono molte aspettative sul sinodo Pan-amazzonico che si svolgerà in ottobre a Roma e che, tra le altre cose, rifletterà sul tipo di ministerialità da attuare in zone come queste. A mio avviso, è questo il grande errore che la Chiesa compie tutte le volte che impone un unico modello per tutte le comunità sparse nel mondo. Non si può applicare quello che è stato pensato per la realtà italiana, quello che è sorto da uno specifico cammino svoto nei secoli ad una realtà come quella amazzonica: è assurdo. Basterebbe che qualche porporato, uscisse dal proprio ufficio per trascorrere qualche mese nelle comunità dell’Amazzonia. Senza dubbio tornerebbe a casa con le idee cambiate perché, come giustamente ci insegna papa Francesco: la realtà precede l’idea (secondo Gabriele, invece, anche se i porporati venissero in Amazzonia non cambierebbero idea. Non ho chiesto il perché: temevo la risposta).
Una delle tante chiese evangeliche che si trova in città



Dopo colazione, visita alla casa delle suore. Sono due suore (Benice e Lucia) della congregazione di Santa Caterina di Alessandria, presenti nella parrocchia di Tonantis da 30. Con loro c’è anche una novizia. Padre Gonzalo discute con loro su alcune problematiche delle comunità della parrocchia. 
Verso le 10,30 visita ad alcune comunità della città. Dalle parole di pe Gonzalo, mentre ci parla delle comunità, traspare il suo amore per la Chiesa e per il suo ministero. Si capisce bene che è molto contento di stare qui, con questa gente. Ha organizzato un torneo di calcio coinvolgendo le comunità. Da questo torneo è nato un nuovo impulso per la pastorale giovanile e i giovani stanno ritornando alla chiesa. “Nella comunità san Espedito, i giovani, dopo il torneo, si sono interessati per ricostruire la cappella” In un contesto in cui non viene offerto nulla, dove non ci sono proposte se non l’alcool, la musica e poco altro, qualsiasi altra proposta positiva viene accolta immediatamente dai giovani. In città non c’è lavoro e i giovani dopo le superiori (sono tre anni) non sanno cosa fare, anche perché non tutti hanno le condizioni di entrare all’università. Colpisce, infatti, la grande presenza di giovani, sia per strada che nelle comunità. Ieri sera, tornati dalla messa nella comunità San Francesco, nella piazza dinanzi alla chiesa centrale, c’erano molti giovani, quasi tutti conosciuti da padre Gonzalo. Siamo, poi passati dinanzi a tre cappelle di uno stesso quartiere. “Qui ci sono tre famiglie che hanno costruito le loro cappelle per i loro interessi. Sono le famiglie che sino ad ora hanno gestito la vita della comunità, con le conseguenze negative che potete immaginare. Ho già parlato con loro per cambiare la dirigenza, ma non è facile”. 
Mentre siamo in macchina e attraversiamo il quartiere “La missione”, padre Gonzalo ci dice che ha notato una presenza significativa di persone omosessuali. “Ne ho incontrato parecchi. Il mio predecessore era un ottimo prete, ma con un’impostazione molto rigida, tridentina e aveva allontanato le persone omosessuali dalla chiesa. Lentamente stanno tornando. L’aspetto più significativo è che le persone della comunità non dicono nulla, non giudicano: li accettano senza problemi”. Che gioia sentivo nel cuore ascoltando questi discorsi da un prete diocesano! Senza dubbio, padre Gonzalo non sapeva e non poteva certo immaginare che in macchina con lui c’era don Gabriele, che lavora da anni sulla strada accompagnando il cammino spirituale di transessuali e il sottoscritto, che ha accompagnato il cammino ecclesiale dei cristiani LGBT a Reggio. 
Nelle comunità le persone si ritrovano tutti i martedì per la recita del rosario e la lettura del Vangelo e poi celebrano anche alla domenica. Le comunità maggiori, come quella di san Francesco in cui abbiamo celebrato l’Eucaristia ieri sera, sono attivi molti servizi pastorali: ministri della Parola, dell’Eucaristia, della decima, ecc.

Il quartiere Missione

Martedì 12 marzo. A colazione, dopo le lodi, padre Gonzalo ci racconta di un episodio avvenuto nel 2008, appena ordinato presbitero. In quel periodo prestava servizio a Tabatinga. Un giorno, giungono in città circa 1200 haitiani (abitanti di Haiti) in fuga dal terremoto avvenuto nel loro paese. Tabatinga è una città di frontiera tra Perù e Colombia. Si era diffusa la voce che in Brasile offrivano lavoro e casa ai rifugiati e, per questo, la rotta degli haitiani era il Brasile. La stessa ONU intervenne nella faccenda e padre Gonzalo fu nominato per coordinare i lavori nella parrocchia della cattedrale. I 1.200 haitiani rimasero due anni ospiti di padre Gonzalo negli ambienti della parrocchia. “Le donne le misi a dormire in chiesa e gli uomini fuori. Organizzavamo un pasto al giorno fatto di fagioli e riso. Per raccogliere alimenti abbiamo organizzato tornei di calcio e, per entrare allo stadio, occorreva portare un kg di alimenti. Avevo scritto anche alle squadre di calcio della serie A italiana. Ci rispose solamente il Milan che ci donò 28 mute complete. Riuscimmo a venderle su internet e, con il ricavato, abbiamo dato da mangiare per due anni a 1200 haitiani”. Padre Gonzalo ridendo ci dice che a causa di questo servizio era stato indagato per traffico di haitiani. In quel periodo a Tabatinga erano spariti i gatti (Miaooo!). 

martedì 12 marzo 2019

VISITA ALLA FUTURA PARROCCHIA CHE SERVIREMO: SANTO ANTONIO DI IÇA

La casa parrocchiale


Paolo Cugini

Martedì 5 marzo. Partenza alle 8 da Tabatinga con il battello e arrivo alle 17 a santo Antnio di Iça. Viaggio tranquillo con il fiume Solimoes calmo in una giornata serena. All’arrivo ci ha accolto calorosamente il vescovo Adolfo e i frati della parrocchia.

Alla sera messa in un quartiere della città – Indipendente – con la cappella gremita di gente per l’occasione: era la prima volta che un vescovo celebrava nella comunità. Celebrazione molto ben preparata con la partecipazione della comunità.
Alla notte confusione pazzesca. Festa di carnevale nella piazza adiacente alla chiesa e alla casa parrocchiale. 

Mercoledì 6. Partenza alle 8 per la visita a due comunità poste sulla riva del fiume Iça. Dopo due ore circa arrivo alla comunità San Giovanni. Sulla barca a più riprese confronto con don Gabriele e il vescovo Adolfo sulla Chiesa. “L’anno scorso ero in visita pastorale ad una parrocchia e, ad un certo punto, sono arrivato con la barca in una comunità dove si vedevano tante canoe ferme sulla piccola spiaggia. Mi sono fermato e sono entrato nella cappella della comunità. È stato bellissimo vedere queste persone riunite alla domenica per celebrare il giorno del Signore. È vero che non c’era l’Eucaristia, ma c’era la Parola, che dice della presenza del Signore! Bisogna accompagnare le comunità con la formazione, per mettere in grado i laici di celebrare la Parola”. 

Pe Gabriel condivide anche lui una piccola esperienza. “Ad Utinga, la parrocchia delle diocesi di Ruy Barbosa che ho servito per molti anni, alla domenica mattina celebravamo l’Eucaristia dove venivano distribuite dei pani che i ministri dell’eucaristia portavano nelle comunità di base per realizzare la celebrazione nelle comunità. La cosa interessante è che i ministri dell’eucarestia spezzavano il pane e lo distribuivano nelle comunità dicendo: il corpo di Cristo”. Il vescovo annuisce e sorride. Mentre li ascolto penso che il male della Chiesa sia mettere vescovi a capo delle diocesi che non hanno mai avuto alcuna esperienza pastorale, vale a dire che non sono mai stati parroci, non hanno mai dovuto sporcarsi le mani con i problemi quotidiani della gente, non hanno mai accompagnato da vicino il cammino di una comunità con i suoi problemi, la creatività che lo Spirito opera in mezzo al popolo di Dio. Per questo, quando si tratta di prendere qualche decisione pastorale, è difficile trovare un vescovo che la prenda ascoltando il popolo di Dio, proprio perché non viene dal popolo, ma da un ufficio curiale.


Arriviamo alla comunità di San Giovanni di Japacuà, del gruppo indigena Tikuna, che è una delle popolazioni indigene più numerose del territorio amazzonico (si parla di circa 40 mila persone). Da quello che ci dice una signora nella comunità ci sono 8 famiglie con un totale di 93 persone. Ciò significa che ogni famiglia è composta da più di 10 persone. In effetti, appena scesi dalla barca nella prima casa incontrata abbiamo incontrato un gruppetto di una decina di bambini con alcune mamme giovani presenti. Sono case sulle palafitte per riuscire a viere anche nei momenti di alta del fiume Iça. Una signora ci ha mostrato il segno sulle pareti della casa di una delle ultime piene. In questi periodi di acqua alta la gente si organizza mettendo delle tavole tra il pavimento (chiamiamolo così!) e il tetto. È il metodo detto “maromba”, nell’attesa che l’acqua scenda e tornare a vivere nella situazione normale. Immaginatevi come si deve stare in una casa così a un metro dal tetto! 
Siamo rimasti poco nella comunità san Giovanni: il sufficiente per conoscere chi era presente e dare la possibilità a frate Gino di avvisare l’orario della prossima messa.



Frate Gino è una figura che bisognerebbe conoscere. È dal 1972 che periodicamente scende il fiume di350 km per visitare le circa 40 comunità che vivono sulla riva del fiume. Per realizzare questo viaggio che dura circa un mese, si è fatto donare una barca attrezzata di cucina, bagno e camera. Con lui nel viaggio sono sempre presenti il pilota, un cuoco o cuoca, e qualcuno della città che lo aiuta nella catechesi. 
Nelle comunità c’è l’energia. Non è un dato scontato, visto la distanza. Abbiamo impiegato due ore e mezza per giungere alla comunità più vicina, in un giorno soleggiato. Chissà cosa com’è il viaggio nei giorni di pioggia. Ho chiesto a frei Gino se viaggia anche nei giorni di pioggia e mi ha risposto: “è chiaro”. A posto. Che sia arrivata l’energia ha i suoi lati positivi e negativi. Positivi perché adesso le famiglie possono permettersi un frigorifero. Negativo, perché il rischio è spappolarsi daventi alla tv. Assieme a due ragazzine della comunità ho fatto un rapido giro per salutare le persone delle famiglie raggiungibili e, nelle tre case incontrate, la gente che era in casa era sdraiata davanti alla tv alle 10,30 del mattino. L’alternativa quale sarebbe? Non lo so. Pescare, cacciare, lavori domestici sono le attività delle comunità del fiume. Come diceva una persona incontrata in città, i benefici elargiti dal governo alle famiglie povere – qui si chiama borsa famiglia, che corrisponde al reddito di cittadinanza che sta iniziando in Italia – hanno rammollito le persone. “Nessuno vuole più lavorare – diceva il signore incontrato la sera prima in piazza di Santo Antnio do Iça - . Adesso che ricevono il beneficio, nessuno vuole più fare nulla., Se andiamo avanti così i popoli indigeni non sapranno più cacciare o pescare”. 

Al centro con la camici azzurra il vescovo Adolfo durante l'incontro nella comunitá Nazaré

Salutiamo le persone e i bambini della comunità san Giovanni per dirigerci verso la comunità Nazaré-Içaquera. È una comunità del popolo kokama. Da quello che è emerso nei vari incontri, i kokama non parlano più la lingua originaria, ma solo il portoghese. C’è un progetto dei kokama che vivono in Perù di recuperare l’idioma. Dopo i primi saluti, il cachiqui Dejandir (capo della comunità) ha invitato tutti i presenti nel salone. La nostra comitiva è composta di dieci persone: il vescovo Adolfo, i tre frati della parrocchia, due novizi di passaggio, il pilota, la cuoca (che è sua moglie), don Gabriele e il sottoscritto. Il cachiqui ha ringraziato per la nostra presenza perché la ritiene un dono di Dio visto i problemi che dovranno affrontare nella riunione. Nell’ordine del giorno Dejandir ha posto una lista di sette punti. Il caso più grave è l’invasione del loro territorio da parte di un tizio- che poi abbiamo scoperto essere suo cugino che abita nella comunità san Vincenzo, vicino alla loro – e l’accusa che la loro comunità non è registrata dall’organo competente (FUNAI).
 Molto interessante è stata la dinamica dell’incontro, molto democratico, lasciando spazio a chiunque volesse intervenire. Erano presenti anche il maestro della comunità San Giovanni e il capo (cachiqui) che, in diverse occasioni hanno preso la parola. Siccome che sta invadendo il loro spazio per pescare è un loro parente, si è deciso di realizzare un incontro tra le due comunità coinvolte, mostrando anche che in questo incontro erano presenti il vescovo della diocesi e i frati con alcuni preti (per questo hanno raccolto le nostre firme). Se non sarà ascoltato nemmeno questo appello si è deciso di passare per le vie legali. Tra i consigli che le persone della comunità hanno suggerito, c’è stato quello di un signore che ha invitato il vice cachiqui a non agire da solo quando ci sono dei problemi, ma di coinvolgere la comunità, per non esporsi eccessivamente ai pericoli. il cachiqui Dejandir ha posto all’ordine del giorno anche la sua delicata situazione di salute. Da alcuni anni, infatti, soffre di epilessia e ogni tre mesi deve andare a Manaus – tre giorni di barca- per curarsi, perché nelle città vicine (si fa per dire) non ci sono cure adeguate. Dejandir ha messo a disposizione della comunità il suo mandato di cachiqui, chiedendo se qualcuno si offriva per sostituirlo, ma nessuno ha accettato. Ci è sembrata una persona giovane, molto preparata, adatta al ruolo di responsabile di una comunità.

Al ritorno, sulla barca, assieme al vescovo Adolfo riflettevamo sul fatto che ci siamo venuti a trovare coinvolti in questa comunità con problemi concreti di politiche pubbliche, proprio nel giorno in cui per la Chiesa inizia la quaresima e, per la Chiesa brasiliana, la Campagna della Fraternità che quest’anno ha per tema proprio: fraternità e politiche pubbliche. 


Se avevo qualche dubbio sulla mia venuta in questa realtà, dopo questo primo viaggio sono svaniti tutti. Chi verrebbe, infatti, ad aiutare questa gente sperduta nel fiume Iça? Chi potrebbe essere voce di queste persone abbandonate al loro destino, con scarsissima possibilità di salute, educazione? Essere voce di chi non ha voce, essere presenza costante in mezzo a coloro che non sono visitati da nessuno: è questa la mia missione nel nome del Vangelo. La missione sul fiume Iça prima di essere un atto religioso, è un gesto di umanità. 

Venerdì 8. Alla mattina visita ad un laboratorio in una fattoria in cui si prepara il pesce da vendere e poi incontro con i frati sulla realtà delle comunità nella città. Ce ne sono dieci, di cui cinque sono fornite di cappelle e in altre tre c’è già il terreno. Abbiamo cercato di capire com’è organizzata la parrocchia sia dal punto di vista del cammino delle singole comunità, che dal punto di vista economico. 
Nel pomeriggio visita alle comunità nei quartieri della città. Visita più che altro all’infrastruttura e ai luoghi in cui si trovano le comunità. L’impressione che abbiamo avuto è che si tratta di una città con territorio molto ampio. Dal punto di vista puramente esterno la città non è tenuta bene: strade fatiscenti e, in generale, un senso di abbandono. Eppure, a detta di frate Assilvio (sic!), l’attuale parroco che ci ha accompagnato in questo primo giro di ricognizione, è la città che nella regione sta crescendo di più. Non oso immaginare come sono conciate le altre!
 Una bella impressione ci hanno lasciato le persone incontrate nelle comunità che ci aspettavano: accoglienti e con un forte senso di appartenenza. Bello è stato vedere molta gente coinvolta nei preparativi della festa del patrono nella comunità san Giuseppe. C’erano gli uomini intenti ai lavori manuali per sistemare la cappella che è in via di costruzione. Le donne intente a preparare il pesce per la cena comunitaria e, i tanti bambini, a preparare le decorazioni. Frei Arnaldo, un frate giovane, in parrocchia da due anni e in partenza nella casa madre di Manaus per svolgere la funzione di economo, ci diceva: “qui vi troverete molto bene. La gente è accogliente e buona. Se, oltre alla messa, in occasione delle feste avrete la pazienza di stare un po' con la gente, conquisterete la loro simpatia e stima”. 


Sabato 9. Alla mattina verso le otto, assieme a Gabriele, abbiamo accompagnato al porto il Vescovo Adolfo, che si deve imbarcare per visitare un’altra parrocchia: san Paolo di Olivenza. Sono tre ore di barca. “Ho deciso che svolgerò il mio ministero episcopale non chiuso in un ufficio, ma rimanendo in contatto con le comunità, visitando le parrocchie, stando vicino ai preti, frati e suore che, con tanta dedicazione, so donano al Regno di Dio”. In questi giorni che abbiamo trascorso assieme a Santo Antonio do Iça, ci ha ripetuto varie volte che ritiene un miracolo la nostra presenza in Amazzonia, per il fatto che siamo preti diocesani che sanno già il portoghese e che vengono da una prolungata esperienza in Brasile. Ci ha ripetuto in diverse occasioni il seguente ritornello: “Per lavorare pastoralmente da queste parti occorrono tre cose fondamentali: pazienza, ancora pazienza e poi molta pazienza”. 

lunedì 4 marzo 2019

IL SINODO PAN-AMAZZONICO: QUALE EUCARESTIA PER QUALE CHIESA?




Paolo Cugini


Lo stanno dicendo in tanti che il Sinodo Pan-amazzonico, che si svolgerà nel mese di ottobre a Roma, non riguarda solamente l’Amazzonia ma, per tanti motivi, il cammino di tuta la Chiesa. Tra i vari temi trattati nel testo preparatorio ce n’è uno che è al centro del dibattito teologico nei vari incontri preparatori al Sinodo, vale a dire il tema dei ministeri. Per la Chiesa in Amazzonia è uno dei temi centrali. La scarsità numerica del clero locale non permette che alle comunità di base giunga in modo regolare l’Eucarestia. Non è questo dell’Eucarestia un problema da poco perché, nel cammino della Chiesa cattolica, è proprio l’Eucarestia che fa la Chiesa, perché la Chiesa si alimenta della presenza di Cristo e, nell'Eucarestia, lo incontriamo nella forma più significativa.
Nelle tante comunità di base dell’immenso territorio amazzonico, l’eucarestia arriva raramente. C’è un senso di ingiustizia che si respira visitando queste comunità, provenendo dall’occidente sempre più scristianizzato e secolarizzato, ma che può offrire moltissime eucaristie nelle sue comunità sia in città che in periferia.
Il problema dell’accesso all’eucarestia, soprattutto nelle tante comunità ecclesiali dell’immenso territorio amazzonico è delicato e, rimanendo all’interno di questo paradigma ecclesiale che lo fa identificare con i presbiteri celibatari, di difficile soluzione. Come è emerso nel recente corso d’inculturazione nella realtà amazzonica tenuto a Manaus nel mese di febbraio, rivolto ai missionari che andranno a lavorare pastoralmente in questa regione, per una persona celibataria è molto duro resistere alla tanta solitudine che il ministero prevede in questa regione. Parrocchie con molte comunità seminate su un territorio immenso, molte delle quali raggiungibili solo sul fiume, senza contare lo stile di vita austero richiesto. Mentre diversi presbiteri, dopo alcuni anni del ministero in queste zone chiedono di essere trasferiti in città, oppure abbandonano il ministero (ci sono molti casi di dipendenza dall'alcool), dall'altra parte i pastori delle chiese neo-pentecostali, riescono ad inserirsi in ogni luogo. La forza attuale delle chiese protestanti di recente fondazione è tanta che si pensa di fare di Manaus la capitale protestante dell’America Latina.



Occorre ripensare il ministero presbiterale a partire dall’ascolto delle realtà locali e, in questo caso, dai popoli indigeni dell’Amazzonia. Sembra che ci sia stato un’imposizione di un modello di Chiesa in un contesto in cui questo modello non funziona. Mons. Edson Damian, vescovo di san Gabriel da Cachoeira, una delle diocesi dell’Amazzonia, diceva in un recente incontro sui temi del Sinodo che: “Noi vescovi dobbiamo portare a questo Sinodo quello che viene dalla base, ciò che le comunità rappresentano e soprattutto i popoli indigeni, i popoli che vivono lungo il fiume, i popoli tradizionali, perché sono loro i principali protagonisti di questo Sinodo e noi vogliamo ascoltarli con molto rispetto e sensibilità pastorale”. È certamente questa una grande sfida del Sinodo: offrire risposte pastorali preoccupandosi del cammino delle comunità ecclesiali dell’Amazzonia, più che pensare a far rispettare delle tradizioni e delle rubriche. 

Dello stesso parere è suor Guaracema Tupinambá, Provinciale delle Cônegas di Santo Agostinho, che ha lavorato pastoralmente per molti anni nella regione amazzonica, intervistata dal giornalista spagnolo Luis Miguel Modino, che dallo scorso anno lavora presso la REPAM – Rete Ecclesiale Panamazzonica –, quando riflette sui ministeri ritiene che  non si tratta di portare ministeri alle comunità, ma di "uno scambio molto rispettoso e questo scambio è un processo molto lento di riflessione e apertura di tutte le parti. È necessario, secondo i religiosi, spogliarci dei modelli che abbiamo, imparare da esperienze che hanno promosso una convivenza dal rispetto e dalla volontà di imparare gli uni dagli altri. Anche per raggiungere tutti, specialmente le pecore che sono del gregge, che non erano incluse nel gregge". È senza dubbio un modo diverso di pensare la Chiesa, il suo cammino assieme al popolo di Dio, che si aspetta dai suoi ministri quell’attenzione e quella capacità di ascolto che lo stesso Signore Gesù ha mostrato nelle narrazioni dei vangeli. Per certi aspetti, possiamo affermare che nell’ascolto del popolo di Dio ci viene suggerito quello che lo Spirito sta indicando per il cammino della sua Chiesa.




Anche mons. Pedro Conti, vescovo di Macapà nella regione amazzonica è dello stesso parere, azzardando anche qualche proposta. Mons Conti sostiene che tutte le volte che si spera in un aumento del clero diocesano, significa avere la mente ancora rivolta a quella mentalità clericale, così criticata da Papa Francesco, in cui il prete è colui che realizza i sacramenti. Nel suo modo di vedere il cammino della chiesa in Amazzonia, il prete dovrebbe essere colui che, per gli studi fatti, si occupa della formazione dei laici nelle comunità, mentre l’eucarestia e lo stesso sacramento della confessione potrebbe essere affidata agli stessi laici, a persone che vivono nella comunità. Anche ai diaconi permanenti potrebbe essere affidato il compito di celebrare l’eucarestia nelle comunità in cui vivono. Mons Conti insiste sullo stile del presbitero inserito nella comunità, che lavora in collaborazione con i laici che assumono vari ministeri. “In questo modo non è più necessaria una dedicazione totale e, quindi, non è necessario il celibato. Il presbitero della comunità potrebbe lavorare come insegnate nella scuola e occuparsi della formazione. Bisogna rifarsi continuamente allo stile di Gesù, che non organizzò nulla, ma camminava assieme alla gente”. 

Occorre imparare a guardare all’eucarestia come un dono legato alla vita della comunità, più che all’esercizio di un ministero specifico. L’Amazzonia ci aiuta a vedere il tema dell’Eucarestia da una prospettiva differente e, di conseguenza, ci invita a cambiare paradigma, mettendo al centro la comunità, più che il ministro che la celebra. Mons Conti riflette sul fatto che nelle comunità dell’immensa Amazzonia, i fedeli desiderano dal presbitero una persona che si fermi con loro a dialogare, più che quello di essere un organizzatore meraviglioso e un celebrante di riti. Per questo, la riflessione sulla ministerialità nelle comunità locali pensata sul campo, più che imposta da Roma, aiuterebbe a vivere la creatività dello Spirito e a pensare uno stile di Chiesa in sintonia con la vita del popolo di Dio. Solo in questo modo, vale a dire ascoltando la base delle comunità, è possibile realizzare un cammino ecclesiale nel quale il popolo di Dio si identifica.



Su questa linea si è mosso il Documento preparatorio del Sinodo che, rifacendosi alla dottrina del Concilio Vaticano II, ci ricorda che tutto il Popolo di Dio partecipa al sacerdozio di Cristo, benché distinguendo tra sacerdozio comune e sacerdozio ministeriale (cf. LG 10). “Per questo, è urgente valutare e ripensare i ministeri che oggi sono necessari per rispondere agli obiettivi di «una Chiesa con un volto amazzonico e una Chiesa con un volto indigeno” (Doc. Prep. N.14). Ancora una volta il Sinodo di ottobre avrà qualcosa da dire non solo per la Chiesa in Amazzonia, ma per tutto il popolo di Dio. Vale la pena accompagnare il dibattito in corso. 







venerdì 1 marzo 2019

VOGLIO MISERICORDIA E NON SACRIFICI: QUALE LITURGIA STIAMO VIVENDO?







Paolo Cugini


Ci sono delle situazioni che si ripetono nel tempo, con modalità diverse, ma si ripetono, anche perché la struttura umana, o se volgiamo antropologica, è sostanzialmente la stessa. Cambiano le situazioni culturali, i contesti socio-politici, ma l’uomo, la donna, permangono strutturalmente identici nel tempo. Siamo mossi dagli istinti e sono proprio loro a stimolare il nostro pensiero e le nostre scelte. La forza della spiritualità autentica è capace di modificare questa forza istintuale e dirigerla verso significati nuovi, antitetici all’istinto. Amare il nemico è uno di questi significati antitetici all’istinto si sopravvivenza, che solo una grandissima forza spirituale può inserire nella struttura antropologica. Quando parliamo di conversione intendiamo proprio questo cambiamento radicale e, allo stesso tempo, strutturale, al punto che i contenuti dello spirito sono più forti dell’istinto. Un esempio di questa forza di cambiamento la troviamo in Gesù. Al momento della morte sulla croce, in una situazione di grande sofferenza, invece di chiudersi in sé stesso, la sua umanità si dirige non solo verso gli altri, ma trova parole di perdono per coloro che lo stanno uccidendo. La forza spirituale che viene da Gesù produce un cammino di cambiamento capace di trasformare la struttura antropologica della persona e, in questo modo cambiare la storia.





Quello che è visibile in Gesù era già stato annunciato dai profeti. Isaia, ad esempio, si scaglia duramente contro un tipo di liturgia che non produce un cambiamento nelle persone, una liturgia sterile e formale che, più che avvicinare a Dio, serve per garantire sé stessi. “Smettete di presentare offerte inutili; l'incenso per me è un abominio, i noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità” (Is 1, 13). È un Dio che implora il popolo di smettere di celebrare liturgie che non traducono nella vita quello che celebrano nei riti, un Dio che non può sopportare delle persone che celebrano solennemente con incenso la gloria di Dio e poi si macchiano di delitti. Interessante questo aspetto che lega insieme la liturgia con la vita, perché rivela che la liturgia non può essere considerata come un corpo a sé stante, che funziona per conto proprio e regole proprie. Da questo passaggio del profeta Isaia comprendiamo che se la liturgia non si traduce nella vita in ciò che esprime con la bocca, è vana. “Quando stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi, purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della vedova" (Isaia, 1,22-23). 

È vero che c’è tutta una letteratura nell’Antico Testamento che determina le regole della validità dei riti liturgici. È il pensiero profetico, comunque, che rivela il senso autentico della liturgia, sia nella sua dimensione comunitaria, che di relazione con ciò che è sacro. Se è vero, infatti, che nella liturgia attraverso riti specifici entriamo in contatto con il Sacro, è altrettanto vero che questo incontro dev’essere preceduto da uno stile di vita conforme a ciò he si desidera incontrare.
Il pensiero profetico c’insegna un altro aspetto importante della liturgia che spesso perdiamo di vista.




Le liturgie celebrate in occidente sembrano caratterizzate da un’esigenza formale, come se la liturgia derivasse la sua forza e autenticità dall’esecuzione di norme scritte. Ancora una volta, si ha l’impressione che ci sia un tipo d’insegnamento che identifichi la liturgia con aspetti esteriori, identificandoli con l’efficacia del rito. I profeti, invece, c’insegnano che è vero esattamente il contrario. “Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui. Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso. È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica? Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58, 4-6). Non è nel modo in cui mettiamo le mani o nel numero di volte che ci inginocchiamo che si decide il nostro rapporto con Dio: se fosse così sarebbe un gioco da ragazzi! Si tratta invece, di ben altro, di qualcosa di così profondo che arriva al nostro cuore e si manifesta in atteggiamenti significativi. Se, allora, la caratteristica dell’uomo e della donna che si contrappongono a Dio è l’egoismo, il pensare a sé stessi, coloro invece che aprono il cuore al Signore accogliendo la sua misericordia e la sua giustizia, sentono il desiderio di comunicarlo alle persone che incontrano, soprattutto i più poveri. Perché è questo che il Signore desidera: “sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58,6). La liturgia, dunque, non è alla mercé dell’uomo, nel senso che non è lui che la comanda – come vorrebbero gli amanti delle rubriche, che la cercano di controllare con le loro regole – ma è dono di Dio affinché le persone che lo amano si avvicinino a Lui con cuore sincero.



Altro grande rischio in cui ci si può imbattere nella liturgia è l’identificazione delle parole con il suo effetto, nel senso che non basta ripetere delle formule per ottenere quello che desideriamo. Ci sono esempi interessanti che troviamo nei profeti di questa tentazione. Il primo esempio lo troviamo nel profeta Osea. Al capitolo 6 Osea deride una celebrazione penitenziale del popolo d’Israele che esternamente esegue una celebrazione impeccabile, ma che non funziona, perché non produce gli effetti sperati. Nei primi tre versetti sono indicati implicitamente i motivi di un fallimento liturgico annunciato. Il popolo, infatti, non entra nella liturgia penitenziale con un cuore penitente: non si mette in discussione, ma pensa già al perdono che sarà ottenuto attraverso la celebrazione. E’, dunque, una celebrazione penitenziale senza contrizione del cuore, senza pentimento e, quindi, senza la disponibilità alla conversione, al cambiamento. «Venite, ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza. Affrettiamoci a conoscere il Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra» (Os 6, 1-3). È un popolo che sa già come andrà a finire e, di conseguenza, annulla l’intervento misericordioso di Dio. C’è quindi, la possibilità di realizzare celebrazione liturgiche che non funzionano perché, più che celebrare Dio, viene celebrato l’uomo, la donna, la sua autosufficienza, il fatto che sa già tutto.



Per questo, per mezzo del profeta Osea, l’intervento di Dio sarà piuttosto duro: Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la rugiada che all'alba svanisce. Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti, li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la luce: poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli olocausti” (Os 6,4-6). Siamo dinanzi ad un semitismo e quindi, più che negare l’olocausto, vale a dire la liturgia penitenziale citata, Dio esprime il desiderio di un olocausto, un sacrificio che produca la misericordia, la conoscenza del Signore. Le parole della liturgia non sono delle formule magiche, ma devono poter incontrare il cuore dell’uomo e della donna che si riuniscono come popolo per esprimere il desiderio che sgorga dal loro cuore di una vita conforme alla Parola del Signore. Ancora una volta viene manifestato il senso e l’importanza della liturgia come possibilità del popolo d’incontrare Dio, possibilità che viene da un cammino che nasce dal desiderio di una vita differente, attratti dall’amore misericordioso del Padre manifestato nella vita di Gesù. Partecipiamo alla liturgia non per mettere il cuore in pace recitando alla perfezione riti e formule magiche, ma per continuare il nostro cammino con Lui, autore e perfezionatore della nostra fede, il cui incontro ci aiuta ad essere persone diverse, meno egoiste e più misericordiose.


giovedì 28 febbraio 2019

QUESTIONE DI STILE. Riflessioni personali dal corso sulla realtà amazzonica



Paolo Cugini


Nel mese di febbraio si sta svolgendo (finisce venerdì 1° marzo) a Manaus il corso annuale sulla realtà amazzonica, aperto a tutti i missionari in partenza verso l’Amazzonia. Quest’anno il corso si arricchisce con le tematiche emergenti della preparazione del Sinodo Pan Amazzonico che si svolgerà a Roma nel mese di ottobre. Il corso si svolge presso gli ambienti del seminario san Giuseppe di Manaus, che è anche sede della Facoltà Claretiana e della REPAM, la rete di associazioni che sono coinvolte nella preparazione del sinodo. Partecipanti del corso, oltre a sei sacerdoti diocesani italiani – tre di Padova e tre di Reggio Emilia -, sono religiose, religiosi e preti di varie parti del Sud America (Messico, Argentina, Ecuador, Brasile), oltre ad una religiosa della Burkina Faso, due dell’India e un sacerdote della Nigeria.

Desidero condividere alcune riflessioni maturate in questi giorni. Da lontano si vedono le cose in un modo diverso. La distanza aiuta nella percezione della prospettiva e, quindi, a valorizzare e anche a relativizzare le esperienze che si vivono.

La prima è sul contenuto che è stato somministrato, che riguarda per la maggior parte dei casi, argomenti sulla situazione sociale e politica. Questo aspetto merita la nostra attenzione perché dice di un modo d’intendere la Chiesa e del suo posto nel mondo. Se questo corso o uno simile, fosse stato realizzato in Italia, senza dubbio la maggior parte degli argomenti avrebbe riguardato i temi interni alla Chiesa, come la liturgia, il modo di celebrare, la correttezza degli argomenti teologici. In fin dei conti si tratta di un corso di evangelizzazione di una realtà, corso rivolto a missionari, quasi tutti preti e suore. Il problema è come concepiamo il mandato missionario. In certe situazioni è possibile cogliere che cosa c’è dietro le nostre scelte e le nostre tante parole.



In Brasile, in America Latina il punto di partenza è sempre la realtà, il contesto socio-politico-culturale. Dietro questa impostazione c’è la grande lezione del Concilio Vaticano II della Chiesa come Popolo di Dio, di una Chiesa immersa nel mondo, chiamata ad essere semente e fermento affinché il Vangelo trasformi la realtà. Una Chiesa, dunque, chiamata a leggere e ad interpretare i segni dei tempi, per cogliere la presenza del Signore nella storia.  Affinché questo progetto si realizzi, e il Vangelo possa penetrare la storia, il principio che il Concilio ha preso come riferimento è l’incarnazione del Verbo, il cammino di abbassamento, il farsi carne e l’abitare in mezzo a noi. L’evangelizzazione per essere incarnata esige, dunque, che si conosca la realtà che si desidera incontrare. È questo che è avvenuto durante il mese di febbraio a Manaus. Si sono succeduti ricercatori, professori universitari, membri di associazioni umanitarie in difesa dei popoli indigeni e della foresta amazzonica, tutti preoccupati di aiutarci a capire dove stiamo mettendo i piedi, per non fare troppi danni e, soprattutto, per inculturare il messaggio del Vangelo nelle realtà in cui verremo a trovarci. 
Questo aspetto, che avevo già visto in Bahia dove ho trascorso 15 magnifici anni della mia vita, mi ha fatto riflettere molto. Ho trascorso, infatti, gli ultimi 5 anni in un contesto di Chiesa in cui il punto di partenza dell’Evangelizzazione non è la realtà da incontrare, ma il contenuto da offrire. Penso a come sarebbe stato significativo realizzare qualche consiglio pastorale dell’Unità Pastorale chiamando assistenti sociali o persone che lavorano sul territorio, per mostrarci le dinamiche socio-politiche del territorio. In realtà qualche volta ci ho pensato, ma ne stavo combinando così tante che ho lasciato perdere. Non si tratta di sapere chi è il migliore o chi ha ragione, ma semplicemente capire che lo Spirito Santo agisce in forme diverse e con una ricchezza e creatività incredibile. La missionarietà di una diocesi serve anche per questo, per mettere in circolo quelle esperienze di evangelizzazione incontrate, affinché possano contaminare positivamente un cammino e arricchirlo.


L’altra riflessione è su ciò che è accaduto in una di queste sere. È stata organizzata una notte culturale, come è costume da queste parti. Molte delle suore presenti si sono presentate con gli abiti del proprio paese (India, Sri Lanka, Burkina Faso, ecc.) e poi ogni paese ha presentato musiche e danze tipiche. Suore e presbiteri danzare insieme con tanta allegria: che spettacolo! Mentre vivevo la serata e io stesso con grande difficoltà provavo ad inserirmi nei passi di danza, pensavo che una scena come quella che stavo vivendo sarebbe stata improponibile nel contesto ecclesiale italiano, non solo per i preti e le suore, ma anche perché diversi laici bacchettoni (e ce n’è a chili nelle nostre parrocchie!) sarebbero rimasti scandalizzati. E così, mentre in un contesto ecclesiale si passa il tempo ad applicare a puntino la rubrica liturgica, rompendo l’anima ai poveri laici che adesso non possono nemmeno più uscire dal banco per darsi la pace (ma non ci sono dei problemi in Italia per cui valga la pena occuparsi? Mah), dall’altra parte del mondo si danza e si canta, anche nelle celebrazioni liturgiche, offrendo ai fedeli la possibilità di sentirsi a casa, liberi di muoversi perlomeno nella casa del Signore.





lunedì 25 febbraio 2019

POPOLI INDIGENI NEL BRASILE E NELL’AMAZZONIA





CORSO SULLA REALTA’ DELL’AMAZZONIA

MANAUS 25 FEVEREIRO 2019


CONSIGLIO INDIGENISTA MISSIONARIO (CIMI)


Sintesi: Paolo Cugini


IL CIMI è un organismo vincolato alla CNBB. Segna un nuovo modo di lavorare con i popoli indigeni. Fu creato nel 1972 nel periodo della dittatura militare. In quel periodo l’idea era integrare i popoli indigeni con il popolo brasiliano. Ciò significava la perdita d’identità di questi popoli. Il CIMI nasce proprio per salvaguardare l’identità dei popoli indigeni, la loro specificità. Annunciare il Vangelo denunciando lo sfruttamento dei popoli indigeni, è stato uno dei compiti importanti del CIMI, che ha approfondito il dialogo interculturale, inter-religioso. Il CIMI è presente in tutto il Brasile e, in modo particolare, nel Nord, dove c’è la presenza maggiore dei popoli indigeni.

Alcuni dati regione Pan-amazzonica (è l’Amazzonia internazionale che tocca 9 paesi)

Popolazione indigena: 2.779.478
Popoli indigena: 390
Popoli: Popoli isolati: 240
Famiglie linguistiche: 49 (le più numerose: Aruak, Karib, e Tupi-Guaranì)

Popoli indigeni amazzonia brasiliana

Popoli indigeni: 180
Popolazione indigena: 433.363
Lingue: 150 (all’inizio dell’invasione nel 1500 erano 1200 lingue)
In Brasile ci sono 114 popoli isolati. L’organo dello Stato ne riconosce solo 28.
Il 58% dei popoli indigeni vive dentro le terre indigena e il 42% fuori dalle terre, cioè nelle città.
48% dei popoli indigeni abitano nell’Amazzonia legale e, di questi la maggior parte è nello Stato dell’Amazzonia.

I Ticuna è il popolo indigena più numeroso, localizzato nella regione di Alto di Solimoes. La seconda è gli Yanomami.

Molti popoli indigeni che vivono fuori dalle terre indigene non parlano la lingua originale, ma conoscono appena il portoghese. Il 37% degli indigeni parlano in casa la propria lingua. Nel 1758 il Brasile proibì l’uso della lingua Tupì, che era la lingua generale brasiliana. La stessa popolazione in generale non riconosce il valore delle lingue dei popoli indigeni, chiamandole di dialetti. C’è, quindi, una grande discriminazione nei confronti dei popoli indigeni nello stesso Brasile.

Solo 5 delle 180 lingue indigene parlate in Brasile ha più di 10000 parlanti (Tikuna 34 mila; Guaranì 26 mila). Ci sono molto lingue vicino all’estinzione, lingue con meno di 10 persone parlanti l’idioma.



Situazione delle terre indigene: La FUNAI (è l’organismo ufficiale del Governo che si Occupa della delimitazione delle terre indigene) ne segnala 500 cerca. La FUNAI segnala una terra indigena quando è già strutturata. Il CIMI invece, conta le terre anche quando sono in un processo di formazione per ottenere la delimitazione legalizzata, quindi il numero è maggiore: 1300.

Per arrivare al riconoscimento di una terra c’è tutto un processo piuttosto lungo fatto di fasi. La maggior parte delle terre indigene non è in nessuna fase del processo di riconoscimento. La Costituzione brasiliana riconosce terra indigena anche se non è iniziato il processo.
La FUNAI ha inventato la nuova tappa della qualificazione della domanda, complicando ulteriormente il processo di riconoscimento delle terre indigene. Nell’Amazzonia brasiliana ci sono 127 terre regolarizzate, 8 omologate, 12 dichiarate, 3 identificate. Il processo di riconoscimento della terra indigena dura circa 10 anni. La conseguenza della non demarcazione delle terre è la vulnerabilità dei popoli indigeni.


Momento politico attuale

C’è una proposta di legge che proibisce il raggruppamento di diversi popoli in una sola terra. Questa proposta stabilisce che le Forze Armate potranno attuare nelle terre indigene indipendentemente dalla consulta nella Comunità. Questa proposta proibisce l’ampiamento di terre indigene e stabilisce il contraddittorio di qualsiasi cittadino in tutte le tappe della demarcazione. Nell’ambito del potere esecutivo ci sono dei cambiamenti della sistematica della demarcazione delle terre attraverso dei decreti presidenziali, portiere e pareri.
Ci sono stati vari tentativi di cambiare la sistematica della demarcazione delle terre.

Presidente Temer: parere n. 001/2017: parere che obbliga l’amministrazione pubblica federale ad applicare, a tutte le terre indigene del paese, condizionanti che il Supremo Tribunale Federale stabilì nel 2009 quando ha riconosciuto la costituzionalità della demarcazione della Terra Indigena Raposa Serra do Sol, in Roraima. Ciò significa non riconoscere la tradizionalità dell’occupazione indigena quando la comunità non stava nella terra data dalla promulgazione della Costituzione. Oltra a ciò afferma che non si possono correggere i limiti delle terre demarcate e anche la possibilità di decidere senza ascoltare la comunità nel caso di alcuni progetti e di problemi d’infrastruttura.

Presidente Bolsonaro: MP 870/2019 ha cambiato l’organogramma delle responsabilità in riferimento delle terre indigene. D’ora innanzi la responsabilità che era della FUNAI, è di responsabilità del ministero dell’Agricoltura. La FUNAI diventa integrata nel ministero della Famiglia e diritti umani e non più della Giustizia. Il problema sono i ministri di questi ministeri che si trovano agli antipodi delle problematiche dei popoli indigeni, per non dire contro. Bolsonaro ha già dichiarato che non demarcherà un solo cm di terra indigena e cercherà di rivedere le demarcazioni delle terre.
C’è quindi una strumentalizzazione degli organi politici responsabili per l’udienza dei popoli indigeni. È stato messo un Generale come presidente della FUNAI.
Altra strategia è la destrutturazione degli organi responsabili per la protezione dei popoli indigeni attraverso il taglio dei versamenti e l’estinzione degli incarichi e delle unità amministrative.



Strumenti dell’attacco ai diritti territoriali dei popoli indigeni:
1.      Tesi del marco temporale: Non sono considerate terre indigene quelle terre in cui nel 1988 non abitavano indigeni
2.      Negare l’accesso alla giustizia: Il giudizio nega alle comunità che partecipano del processo nonostante la Costituzione federale riconosca che sono soggetti capaci di entrare nel processo.
La realtà indigena è spesso invisibile e resa invisibile, anche perché negli ultimi decenni c’è stato un processo di mistura. I popoli indigeni in realtà sono perseguitati, maltrattati e esclusi a volte anche dalla stessa Chiesa.
In Brasile la storia della colonizzazione ha creato quei preconcetti che plasmano una cultura che rende la vita dei popoli indigeni molto dura. Ciò è visibile in modo particolare, nelle prese di posizione dell’ultimo presidente del Brasile, Bolsonaro che, come abbiamo visto, sta facendo di tutto per rendere la vita assurda ai popoli indigeni. Negli ultimi anni in Brasile si assiste al tentativo di smontare la politica indigena costruito negli ultimi decenni. È la grande pressione che arriva sui politici dalle grandi multinazionali interessati alle terre indigene per i loro obiettivi.