Paolo
Cugini
Ci sono delle situazioni che si ripetono nel tempo, con modalità
diverse, ma si ripetono, anche perché la struttura umana, o se volgiamo
antropologica, è sostanzialmente la stessa. Cambiano le situazioni culturali, i
contesti socio-politici, ma l’uomo, la donna, permangono strutturalmente
identici nel tempo. Siamo mossi dagli istinti e sono proprio loro a stimolare
il nostro pensiero e le nostre scelte. La forza della spiritualità autentica è
capace di modificare questa forza istintuale e dirigerla verso significati
nuovi, antitetici all’istinto. Amare il nemico è uno di questi significati
antitetici all’istinto si sopravvivenza, che solo una grandissima forza
spirituale può inserire nella struttura antropologica. Quando parliamo di
conversione intendiamo proprio questo cambiamento radicale e, allo stesso
tempo, strutturale, al punto che i contenuti dello spirito sono più forti
dell’istinto. Un esempio di questa forza di cambiamento la troviamo in Gesù. Al
momento della morte sulla croce, in una situazione di grande sofferenza, invece
di chiudersi in sé stesso, la sua umanità si dirige non solo verso gli altri,
ma trova parole di perdono per coloro che lo stanno uccidendo. La forza
spirituale che viene da Gesù produce un cammino di cambiamento capace di trasformare
la struttura antropologica della persona e, in questo modo cambiare la storia.
Quello che è visibile in Gesù era già
stato annunciato dai profeti. Isaia, ad esempio, si scaglia duramente contro un
tipo di liturgia che non produce un cambiamento nelle persone, una liturgia
sterile e formale che, più che avvicinare a Dio, serve per garantire sé stessi.
“Smettete di presentare offerte inutili; l'incenso per me è un abominio, i
noviluni, i sabati e le assemblee sacre: non posso sopportare delitto e solennità” (Is
1, 13). È un Dio che implora il popolo di smettere di celebrare
liturgie che non traducono nella vita quello che celebrano nei riti, un Dio che
non può sopportare delle persone che celebrano solennemente con incenso la
gloria di Dio e poi si macchiano di delitti. Interessante questo aspetto che
lega insieme la liturgia con la vita, perché rivela che la liturgia non può
essere considerata come un corpo a sé stante, che funziona per conto proprio e
regole proprie. Da questo passaggio del profeta Isaia comprendiamo che se la
liturgia non si traduce nella vita in ciò che esprime con la bocca, è vana. “Quando
stendete le mani, io distolgo gli occhi da voi. Anche se moltiplicaste le
preghiere, io non ascolterei: le vostre mani grondano sangue. Lavatevi,
purificatevi, allontanate dai miei occhi il male delle vostre azioni. Cessate
di fare il male, imparate a fare il bene, cercate la giustizia, soccorrete
l'oppresso, rendete giustizia all'orfano, difendete la causa della
vedova" (Isaia, 1,22-23).
È vero che c’è tutta una letteratura
nell’Antico Testamento che determina le regole della validità dei riti
liturgici. È il pensiero profetico, comunque, che rivela il senso autentico
della liturgia, sia nella sua dimensione comunitaria, che di relazione con ciò
che è sacro. Se è vero, infatti, che nella liturgia attraverso riti specifici
entriamo in contatto con il Sacro, è altrettanto vero che questo incontro
dev’essere preceduto da uno stile di vita conforme a ciò he si desidera
incontrare.
Il pensiero profetico c’insegna un altro
aspetto importante della liturgia che spesso perdiamo di vista.
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Le liturgie celebrate in occidente sembrano
caratterizzate da un’esigenza formale, come se la liturgia derivasse la sua
forza e autenticità dall’esecuzione di norme scritte. Ancora una volta, si ha
l’impressione che ci sia un tipo d’insegnamento che identifichi la liturgia con
aspetti esteriori, identificandoli con l’efficacia del rito. I profeti, invece,
c’insegnano che è vero esattamente il contrario. “Ecco, voi digiunate fra litigi e alterchi e colpendo con pugni iniqui.
Non digiunate più come fate oggi, così da fare udire in alto il vostro chiasso.
È forse come questo il digiuno che bramo, il giorno in cui l'uomo si mortifica?
Piegare come un giunco il proprio capo, usare sacco e cenere per letto, forse
questo vorresti chiamare digiuno e giorno gradito al Signore? Non è piuttosto
questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del
giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58, 4-6).
Non è nel modo in cui mettiamo le mani o nel numero di volte che ci
inginocchiamo che si decide il nostro rapporto con Dio: se fosse così sarebbe
un gioco da ragazzi! Si tratta invece, di ben altro, di qualcosa di così
profondo che arriva al nostro cuore e si manifesta in atteggiamenti
significativi. Se, allora, la caratteristica dell’uomo e della donna che si
contrappongono a Dio è l’egoismo, il pensare a sé stessi, coloro invece che
aprono il cuore al Signore accogliendo la sua misericordia e la sua giustizia,
sentono il desiderio di comunicarlo alle persone che incontrano, soprattutto i
più poveri. Perché è questo che il Signore desidera: “sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare
liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo?” (Is 58,6). La liturgia, dunque,
non è alla mercé dell’uomo, nel senso che non è lui che la comanda – come
vorrebbero gli amanti delle rubriche, che la cercano di controllare con le loro
regole – ma è dono di Dio affinché le persone che lo amano si avvicinino a Lui
con cuore sincero.
Altro
grande rischio in cui ci si può imbattere nella liturgia è l’identificazione
delle parole con il suo effetto, nel senso che non basta ripetere delle formule
per ottenere quello che desideriamo. Ci sono esempi interessanti che troviamo
nei profeti di questa tentazione. Il primo esempio lo troviamo nel profeta
Osea. Al capitolo 6 Osea deride una celebrazione penitenziale del popolo
d’Israele che esternamente esegue una celebrazione impeccabile, ma che non
funziona, perché non produce gli effetti sperati. Nei primi tre versetti sono
indicati implicitamente i motivi di un fallimento liturgico annunciato. Il
popolo, infatti, non entra nella liturgia penitenziale con un cuore penitente:
non si mette in discussione, ma pensa già al perdono che sarà ottenuto
attraverso la celebrazione. E’, dunque, una celebrazione penitenziale senza
contrizione del cuore, senza pentimento e, quindi, senza la disponibilità alla
conversione, al cambiamento. «Venite,
ritorniamo al Signore: egli ci ha straziato ed egli ci guarirà. Egli ci ha
percosso ed egli ci fascerà. Dopo due giorni ci ridarà la vita e il terzo ci
farà rialzare e noi vivremo alla sua presenza. Affrettiamoci a conoscere il
Signore, la sua venuta è sicura come l'aurora. Verrà a noi come la pioggia di
autunno, come la pioggia di primavera, che feconda la terra» (Os 6, 1-3). È
un popolo che sa già come andrà a finire e, di conseguenza, annulla
l’intervento misericordioso di Dio. C’è quindi, la possibilità di realizzare
celebrazione liturgiche che non funzionano perché, più che celebrare Dio, viene
celebrato l’uomo, la donna, la sua autosufficienza, il fatto che sa già tutto.
Per
questo, per mezzo del profeta Osea, l’intervento di Dio sarà piuttosto duro: Che dovrò fare per te, Efraim, che dovrò
fare per te, Giuda? Il vostro amore è come una nube del mattino, come la
rugiada che all'alba svanisce. Per questo li ho colpiti per mezzo dei profeti,
li ho uccisi con le parole della mia bocca e il mio giudizio sorge come la
luce: poiché voglio l'amore e non il sacrificio, la conoscenza di Dio più degli
olocausti” (Os 6,4-6). Siamo dinanzi ad un semitismo e quindi, più che
negare l’olocausto, vale a dire la liturgia penitenziale citata, Dio esprime il
desiderio di un olocausto, un sacrificio che produca la misericordia, la
conoscenza del Signore. Le parole della liturgia non sono delle formule
magiche, ma devono poter incontrare il cuore dell’uomo e della donna che si
riuniscono come popolo per esprimere il desiderio che sgorga dal loro cuore di
una vita conforme alla Parola del Signore. Ancora una volta viene manifestato
il senso e l’importanza della liturgia come possibilità del popolo d’incontrare
Dio, possibilità che viene da un cammino che nasce dal desiderio di una vita
differente, attratti dall’amore misericordioso del Padre manifestato nella vita
di Gesù. Partecipiamo alla liturgia non per mettere il cuore in pace recitando
alla perfezione riti e formule magiche, ma per continuare il nostro cammino con
Lui, autore e perfezionatore della nostra fede, il cui incontro ci aiuta ad
essere persone diverse, meno egoiste e più misericordiose.























