sabato 31 gennaio 2015

LA SPERANZA DELLA SALVEZZA IN CHARLES PEGUY





Paolo Cugini

La speranza non è una virtù come le altre. Nella speranza Péguy legge il mistero dell’amore infinito di Dio per le sue creature. La speranza dice anche il senso autentico e specifico del Dio di Gesù che è racchiuso nel mistero dell’Incarnazione. Il Dio che ha inviato il suo Figlio per la salvezza dell’uomo non può che essere il suo creatore. Lo si riconosce dall’amore, dalla sofferenza, dalla speranza con cui segue la sua creatura. Chi avverte la sofferenza di Dio nel proprio cuore, per la possibile dannazione della propria anima, non può che lasciarsi andare e correre verso le braccia dell’unico Padre. Questa profonda sensibilità spirituale è sottesa in tutta l’opera mistica di Péguy e inizia a manifestarsi con tutto il suo vigore nelle riflessioni che svolge a proposito della speranza. Il peccatore è la situazione spirituale che mostra chiaramente il punto nel qale Dio si è collocato: “Dio che è tutto ha avuto qualcosa da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore; Da quel nulla. Da noi. E’ stato messo a questo punto, in questa condizione da aver da sperare, da attendere da quel miserabile peccatore. Colui che tutto ha bisogno di ciò che non è nulla. Colui che può tutto non può nulla senza colei che non può nulla”.

La speranza è la virtù più importante perché ha stravolto il senso della creazione. Da quando, infatti, esiste una pecora smarrita Dio si è messo al suo servizio: il Creatore dipende dalla sua creatura. Il senso di questo radicale stravolgimento è ancora più ampio se si pensa a ciò che Dio ha fatto e provato per lui nel momento dello smarrimento. Elei, la speranza, che ha fatto questo capovolgimento più forte di tutto, questo rivolgimento che tutto ciò che dobbiamo fare per Dio, è Dio che ci previene, che comincia a farlo per noi. L’uomo è libero di essere infedele a Dio e così facendo può perdersi, dannarsi. Dio freme per questa possibile dannazione e spera che l’uomo ritrovi la strada della salvezza. L’uomo può, così, mandare a monte il progetto di salvezza di Dio: l’uomo può far fallire i piani di Dio! L’uomo può, dunque, far fallire tutto perché può non essere presente nel giorno della sua chiamata. Péguy sembra quasi arrabbiarsi con Dio per quello che lui chiama un’imprudenza, un’eccessiva fiducia, una mancanza di previsione. Bisogna, però, aver fiducia anche perché in cielo con Dio vi sono due razze di santi – quelli che provengono dai giusti e quelli che provengono dai peccatori – a pregare affinché nulla vada perduto. 

Delle tre parabole sulla speranza – la parabola della pecorella smarrita, la parabola della dracma smarrita, la parabola del figliol prodigo – quest’ultima è per Péguy la più bella e la più cara. Nessuno può resistere alla grazia contenuta in questa parabola. La parabola del figliol prodigo racchiude in sé una forza particolare: “solo a pensarci un singhiozzo vi sale in gola”. Non solamente è la parola di Gesù che è arrivata più lontana, ma è la sola che il peccatore non ha mai fatto tacere nel suo cuore. Quando, infatti, il peccatore si allontana non ha più riguardo di nulla e getta via i beni più preziosi come una zavorra ingombrante. C’è, però, una parola che nemmeno il peccatore avrà la forza di gettare nei rovi e questa parola è la parabola del figliol prodigo, che ha come caratteristica peculiare quella di seguire l’uomo dovunque vada, persino nei più grandi allontanamenti.

La grandezza della parabola del figliol prodigo sta dunque nel fatto che è lei che insegna che non tutto è perduto. Ed è qui che il dilemma della dannazione eterna trova una risposta risolutiva. Questa parabola, infatti, insegna – così come la legge Péguy – che non esiste peccato tanto grande da far disperare Dio e di abbandonare per sempre la sua creatura. Dio spera che il figlio torni e, in questa attesa, soffre per il suo smarrimento. L’uomo non deve temere, non deve disperare perché troverà sempre, in qualsiasi momento lui vorrà, il Padre pronto ad accoglierlo tra le proprie braccia. 

Se Péguy insiste tanto sulla speranza è perché conosce molto bene in che condizione l’uomo vive la propria esistenza di ogni giorno. La legge della materia, infatti, è la degradazione e l’uomo rischia in ogni istante di ritenere che persino lo spirito partecipi a questa legge. Del resto, il progressivo invecchiamento, le abitudini non sono altro che l’esperienza quotidiana della finitudine che predispone l’uomo alla rassegnazione o, nel peggiore dei casi, alla disperazione. Ecco, allora, il grande compito della Speranza. Essa deve continuamente spezzare gli irrigidimenti che l’abitudine costruisce e che non permette alla grazia di penetrare, deve immettere la fiducia “che andrà meglio nell’indomani mattina. Proprio l’indomani mattina. Tutti i giorni da quando ci sono i giorni. E che si leverà un sole migliore”. Compito davvero ingrato quello della speranza, perché sono innumerevoli i giorni che possono smentire questa illusione, questa convinzione assurda che il giorno di oggi sarà un giorno migliore.

La speranza, però, non guarda all’apparenza e non ragiona secondo la logica dell’uomo. Differisce, inoltre, dalle altre due virtù, le sorelle maggiori, “che camminano come le persone grandi […] si comportano con decenza”. La speranza, invece, è come una bambina che partecipa ad una processione; “Lei non è mai stanca. Guardate un po’. Come cammina. Corre avanti venti volte, come un cagnolino, ritorna riparte, fa la strada venti volte. Lei si diverte con le ghirlande della processione[…] Vorrebbe camminare tutto il tempo. Andare avanti. Saltare. Danzare. Lei è così felice”. La speranza è il dono più grande che Dio poteva fare all’uomo, perché non gli dà pace. Non gli permette, infatti, di stancarsi della strada percorsa e di sedersi sulle macerie dei propri fallimenti, delle proprie disillusioni, delle proprie abitudini. La speranza prende continuamente l’uomo per mano e gli fa percorrere venti volte la stessa strada che è la strada che dallo smarrimento, passando per il pentimento, giunge al perdono. Se è vero che ad uno sguardo umano questo continuo ripercorrere gli stessi passi, la stessa strada può apparire un fallimento, dobbiamo stare attenti, però, a non traviare il senso che Dio vuole dare anche a questo modo di camminare. Sulla via della santità l’uomo non deve preoccuparsi di percorrere tante volte lo stesso cammino del pentimento. L’inganno che la speranza sembra operare ai danni dell’uomo in realtà si rivela come un lavoro preziosissimo per la sua salvezza. L’uomo, però, non subisce passivamente l’irruenza di questa bambina che lo prende per mano e sembra quasi obbligarlo a percorrere una strada che lui non vuole. In realtà segretamente nel nostro cuore ci facciamo suoi complici: “Affinché ci inganni. In fondo sappiamo benissimo cosa significhi tutto ciò. E quella sorda complicità che abbiamo con lei. E’ ciò che abbiamo in noi di più gradito a Dio”. Lasciarsi prendere per mano dalla speranza significa lasciarsi condurre alla propria essenza. A questo punto del discorso Péguy trova la risposta ad uno dei problemi fondamentali del suo pensiero: quale senso, quale direzione offrire all’inquietudine strutturale dell’uomo? Solo nel presente l’uomo può percepire ed ascoltare il fragore che l’Incarnazione del Verbo ha prodotto. Per potere cogliere i suoni di trascendenza presenti nella realtà, occorre all’uomo quel lungo tirocinio di spoliazione, di abbandono che solo la bambina speranza può produrre. Lo scopo della speranza consiste proprio nel fiaccare le resistenze dell’uomo, che tende a non fidarsi di nessuno se non di se stesso.  C’è una la logica perversa che attanaglia il cuore dell’uomo e gli fa credere che la vera saggezza sia contenuta nella massima: non rimandare a domani ciò che puoi fare oggi stesso. È la logica che tiene sveglio l’uomo e non lo lascia dormire e così adagiarsi sul letto della Provvidenza divina, che si trova in una logica diametralmente opposta a quella umana: “E io dico: colui che sa rimandare al domani è quello che è più gradito a Dio. Colui che dorme come un bambino è anche colui che dorme come la mia cara Speranza. E io dico: rimandate a domani quelle preoccupazioni e quelle pene che oggi vi rodono e oggi potrebbero divorarvi. Rimandate a domani quei singhiozzi che vi soffocano quando vedete l’infelicità di oggi”.

Solamente l’uomo che ha già assaporato l’amore misericordioso di Dio, solamente colui che ha già percorso il cammino dell’abbandono e della spoliazione può indicare agli altri il coraggio di rischiare. Le pagine di Péguy qui commentate, possiedono quella forza che non è semplicemente persuasiva. E l’invito appassionato di un uomo che con sua grande sorpresa si trova avvolto da un amore immenso, insospettate e desidera che tutti partecipino alla sua gioia. E’ lo stupore del figliol prodigo che per tutto il tragitto del ritorno pensa a tutti i lavori più umili da eseguire pur di rimanere nei pressi della casa, e ritrova fra le braccia del Padre festeggiato da tutti.

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