mercoledì 30 novembre 2016

PREGIUDIZIO E VANGELO




Paolo Cugini

Lo dice la parola stessa: il pregiudizio è qualcosa che precede. Prima di conoscere l’oggetto lo precedo con un giudizio. Il pregiudizio è dunque, innanzi tutto, un difetto di conoscenza, vale a dire un’affermazione d’ignoranza nei confronti di qualcosa. Il pregiudizio è il modo di affrontare la realtà di colui che si accontenta del poco che sa o del nulla che presuppone di sapere e non ha intenzione di compiere alcun passo verso la conoscenza dell’oggetto in questione. Il pregiudizio si appoggia sulla pigrizia, che va a braccetto con la stupidità. Il problema è che, con l’andar del tempo, il pregiudizio si consolida, diventa rigido e viene confuso con la verità. È in questa fase che, la persona abitata dal pregiudizio, si scatena per difenderlo contro qualsiasi forma di posizione contraria.

Perché Il pregiudizio è così duro a morire? Soprattutto è bene chiedersi, perché la persona abitata dal pregiudizio, fa fatica a prendere le distanze da questo difetto di conoscenza? Il pregiudizio dice di un modo ben preciso di porsi dinanzi alla realtà. È un modo di essere, in un certo senso, uno stile di vita. Il pregiudizio, infatti, non è mai isolato. Quando trova spazio in una persona, non è a caso. C’è già tutto un terreno preparato, coltivato da anni di pigrizia, di chiusure mentali, di barriere alzate contro ogni tipo di novità, di resistenze sistematiche su tutti i fronti. Non si tratta, quindi, di una presa di posizione isolata nei confronti di qualcosa o di qualcuno, ma di uno schema di riferimento, di un modo di porsi. Il pregiudizio trova dunque spazio nelle vite adagiate, tranquille, nelle persone che non vogliono nessun problema, in una parola, nelle persone abituate. Non è che l’abitudine sia qualcosa di negativo, ma l’abitudine a qualcosa dev’essere continuamente verificata, rinnovata per non correre il rischio di vivere su schemi anchilosati e che non riflettono più la realtà. La persona abitata dal pregiudizio vive proteggendosi dalla realtà, perché questa con la sua dinamicità e pluralità provoca la persona al cambiamento, che esige fatica, sforzo di adattamento al nuovo contesto. Il pregiudizio è il contrario della novità: non l’accetta proprio.

In un certo senso il pregiudizio è una forma grezza d’idealismo. Come l’idealismo, infatti, il pregiudizio non ascolta la realtà, ma la precede con un giudizio. L’idealismo elabora un sistema di pensiero a partire da alcuni presupposti teoretici e con questo sistema interpreta la realtà, ne orienta il cammino. Molto meno elaborato e sofisticato è il processo di formazione del pregiudizio, che si alimenta di ciò che trova e non fa il minimo sforzo per approfondire il contenuto trovato. Sia l’idealismo che il pregiudizio sorvolano la realtà, non la considerano come fonte del pensiero e, quindi, della vita. Semplicemente la interpretano, la anticipano. C’è un pensiero bell’e fatto, come direbbe Péguy, che fa comodo a coloro che si lasciano guidare dal bisogno di sicurezza e non c’è nulla di più sicuro che le verità eterne, che i giudizi consolidati nel tempo, che non cambiano mai. La realtà, in questa prospettiva, diventa un problema perché muta continuamente, è soggetta a divenire del tempo e della storia. Per sua costituzione la realtà non è univoca, ma plurale, dinamica: tutte caratteristiche che si trovano agli antipodi con il pensiero fisso dell’idealismo o delle sue forme grezze come il pregiudizio.


Il Vangelo offre la cura per ogni forma di pregiudizio. Nel Vangelo, infatti, la realtà precede l’idea, nel senso che Gesù, la Verità definitiva del Padre, si fa uomo ed entra nella storia, nell’oggi degli uomini e delle donne. A partire da Lui, la Verità smette di essere un concetto astratto, ma diviene concreto, e per coglierla occorre mettersi in ascolto della realtà e non precederla. La Verità di Gesù che si manifesta nella storia è l’annichilimento di ogni forma di pregiudizio e di verità astratta. San Pietro nella sua prima lettera ci ricorda che i cristiani sono pellegrini nel mondo e quindi in continuo movimento: non si fermano mai. Negli atti degli Apostoli le prime comunità cristiane vengono definite il Cammino. C’è una percezione nella chiesa delle origini che il farsi discepolo e discepola del Signore esige la disponibilità a lasciarsi guidare, a camminare, ad alzarsi ed uscire dalle sicurezze precostituite di cui si alimenta l’anima. Seguire il Vangelo richiede l’attitudine al cambiamento, alla costante verifica delle proprie posizioni, alla disponibilità a mettersi in discussione. Il Vangelo non è fatto per persone adagiate, che cercano la tranquillità. La fede in Gesù significa inquietudine, desiderio di autenticità, desiderio di uscire dai cammini torbidi del pensiero precostituito. 

lunedì 21 novembre 2016

INTERVISTA AL PROGRAMMA UOMINI DI DIO



Nella sesta puntata di “Uomini di Dio”, l’ospite in studio è don Paolo Cugini, parroco della unità pastorale “Santa Maria degli Angeli” di Reggio Emilia, che comprende le parrocchie di Regina Pacis, Roncina, Spirito Santo, Codemondo, San Bartolomeo. Nel colloquio con Emanuele Borghi don Paolo parla del suo servizio di pastore di diverse comunità, come dell’impegno missionario, delle prospettive e delle sfide della Chiesa sulle strade indicate da papa Francesco.

giovedì 17 novembre 2016

DIVERSITÀ E UNITA'



PERCHÉ FACCIAMO COSI’ FATICA AD ABITARE LA PLURALITÀ?

Paolo Cugini


Da dove deriva la durezza culturale, l’incapacità di convivere con le diversità di opinione, l’intolleranza nei confronti di un pensiero plurale? Elaborare processi educativi in grado di aiutare le persone a confrontarsi in modo sereno con persone che la pensano in modo diverso, ad un pensiero inclusivo: è una delle grandi sfide della cultura contemporanea. Nonostante la stagione delle idee forti sia finita da un pezzo, la capacità di convivere con un pensiero differente senza volerlo stravolgere ed adeguarlo al proprio schema di riferimento, sembra un’ardua impresa. Questa difficoltà la constatiamo nelle relazioni della vita quotidiana, che è divenuta sempre più complessa. Il rifiuto dell’altro lo si può leggere come forma di difesa della propria identità, in un contesto in cui la molteplicità delle posizioni non permette più di fare sintesi e di assimilare in modo coerente la diversità, che arriva a noi in modo massiccio. Diviene, allora, sempre più facile schierarsi contro qualcuno o qualcosa, piuttosto che apprendere a convivere con le differenze.

Questo atteggiamento di durezza culturale colpisce maggiormente quando proviene da coloro che si definiscono cristiani. L’intolleranza che si esprime ne confronti di coloro che la pensano diversamente su di un aspetto della religione, raggiunge a volte livelli parossistici. C’è, però un aspetto di questo problema che merita una riflessione più approfondita. Questo aspetto riguarda l’intolleranza, o meglio l’incapacità di accettare la diversità d’interpretazione dell’altro. Quante divisioni sono sorte nella storia della chiesa a causa di questo punto fondamentale. Ci si chiede come mai l’interpretazione su di un determinato testo del Vangelo possa essere differente, o possa avere più interpretazioni. Ancora. C’è chi rimane scandalizzato per la diversità d’impostazione liturgica da un luogo ad un altro e chi invece va in crisi di fede quando non trova più le cose al loro posto nella chiesa. Ecco perché facciamo così fatica a lasciarci contaminare dalle ricchezze che l’altro porta con sé, ma anzi facciamo di tutto per difendere la purezza culturale, l’originalità di una specificità che arriviamo a difendere anche in modo aggressivo. Come mai questa difficoltà di accettare la diversità e di convivere con la diversità d’interpretazione?

A mio avviso il problema ha la sua radice nel modo di concepire la verità, vale a dire tutto sorge dal tipo d’idea che ci siamo fatti sul concetto di verità. Esiste un’idea di verità mutuata dalla filosofia e uno dal Vangelo. Quello mutuato dalla filosofia e, in modo speciale dalla metafisica classica, c’insegna che la verità è assoluta, perfetta, unica e irripetibile, statica e uniforme. Chi pensa all’idea di verità in questi termini può dormire sonni tranquilli, perché vive nell’illusione che niente cambierà, che i suoi punti di riferimento rimarranno sempre uguali. Il concetto di verità elaborato dalla tradizione occidentale è in contrapposizione al movimento e alla realtà materiale. Si tratta in definitiva, di un concetto di verità a-storico, che non tiene conto della realtà, ma la scavalca, ci passa sopra.  Una verità così piace a chi fa fatica ad adattarsi ai cambiamenti, a chi è abituato ad imporre la propria idea, a chi non tollera di essere contraddetto, perché ritiene di avere la verità in tasca. Una verità immobile, infatti, è riconoscibile nella stessa forma in tutte le epoche e in tutti tempi. Si tratta di quel tipo di verità assiomatico, che non permette discussioni: è così e basta.  È da questa visione della verità come idea fissa e permanente che sorge l’elaborazione dei valori indiscutibili. Una simile idea di verità sorge da quello che il filosofo e poeta francese Charles Péguy definiva il mostruoso bisogno di sicurezza. In questa prospettiva, non si tratta di ricercare la verità, ma di difenderla. Se, infatti, la verità si pone come qualcosa d’indiscutibile, allora non ci rimane altro che proteggerla e difenderla dagli attacchi di coloro che la mettono in discussione.

La verità che incontriamo nel Vangelo è invece di tutt’altro tipo. In Gesù Cristo Dio si è fatto presente ed è venuto ad abitare in mezzo a noi. Ciò significa che se vogliamo comprendere la verità di Dio manifestata in Gesù Cristo, che è per i cristiani l’unica possibilità di comprendere la Verità, dobbiamo guardare agli eventi storici che hanno caratterizzato la sua vita. Si tratta, quindi, di un’impostazione che si trova agli antipodi rispetto a quella filosofica analizzata in precedenza. Se, infatti, nella prospettiva metafisica la Verità per essere conosciuta necessita di uno sforzo di astrazione dalla realtà, per la verità che incontriamo nel Vangelo l’attenzione alla realtà e alla dimensione storica è fondamentale. Fare riferimento alla realtà e al cammino della storia significa tenere in considerazione il cambiamento. Le verità di tipo storico cambiano nel tempo perché sono soggette al cammino della storia, ai cambiamenti culturali, alle dinamiche della storicità. Per cogliere la loro essenza e l’universalità del loro messaggio è necessario, quindi, verificarne continuamente l’impatto con gli eventi storici, la novità che gli eventi portano con sé. Se Dio si è offerto come dono nella storia di Gesù, ciò significa che proprio perché dono non è mai totalmente raggiungibile dalla percezione umana. C’è sempre qualcosa che ci sfugge e che rimane altro da noi nella manifestazione della Verità evangelica. Per questo coloro che seguono il Signore non possono che alzarsi e andare dietro di Lui per tutta la Vita. Non c’è, allora, esperienza o situazione che possa esaurire la possibilità di conoscenza che il Signore ha immesso dentro la storia, ma c’è un cammino lento che dev’essere realizzato. In questa prospettiva storica per conoscere la verità del Vangelo divengono di fondamentale importanza i testimoni, sia coloro che hanno vissuto al tempo di Gesù, sia coloro che ne hanno colto deli aspetti significativi anche dopo la sua morte. Infatti, il Signore è risorto e dunque è il vivente che cammina con noi sino alla fine dei tempi e, sino a quando i tempi non termineranno sarà presente nella storia per incontrare gli uomini e le donne nel cammino della vita. E allora, seguendo il Signore, ascoltando i suoi testimoni si può tranquillamente affermare che c’è sempre e ci sarà sempre qualcosa da imparare, perché la Verità che il Signore ha donato e continua a donare all’umanità non si esaurisce mai. Gli amici e le amiche del Signore sono dei cercatori di Verità, animati da quella disposizione che ci pone aperti alla novità, nella consapevolezza che la Verità ci farà liberi da ogni tentativo di fissarla con le forme storiche e culturali.

È lo stesso Signore Gesù, la Verità che si è fatta uomo, che è venuta ad abitare in mezzo a noi, che ci ha offerto il metodo per conoscerla in profondità. Gesù venendo ad abitare in mezzo a noi ci ha rivelato in primo luogo che è la storia, gli eventi storici il luogo in cui conoscere e amare la Verità. Ciò che era inconcepibile per i filosofi greci è divenuto realtà in Gesù Cristo. Lo stile di Gesù ci rivela inoltre che per conoscere la Verità occorre mettersi in cammino. Ciò significa che, lungi dall’essere una verità assiomatica, la Verità che troviamo nel Vangelo esige il tempo, l’ascolto della realtà presente, l’attenzione. Questa dimensione del cammino ci dice che ciò che incontriamo più avanti nel cammino della vita o ciò che incontrano oggi gli uomini e le donne, non è migliore o diverso o in contraddizione con ciò che coglievamo noi in passato. C’è, infatti, un rapporto di continuità e differenza nella Verità che si rivela nella storia. Continuità tra il Vangelo e quello che lo Spirto Santo rivela alla Chiesa; differenza per la profondità d contenuti che il tempo porta con sé. È ciò che ad esempio, constatiamo nella storia dei dogmi, di quelle verità di fede che la chiesa ci dona come frutto di un attento ascolto della realtà, della Parola e di quello che lo Spirito Santo rivela alla luce degli eventi storici. Sempre in questa prospettiva, è possibile cogliere il motivo delle pluralità d’interpretazioni che la Scrittura offre a coloro che vi si accostano. La ricchezza d’interpretazioni differenti e complementari, non diminuisce lo spessore veritativo del testo sacro, ma anzi ne arricchisce la qualità e ne rivela l’essenza.

La ricerca della Verità presente nella persona di Gesù Cristo, manifestatosi nella storia degli uomini e delle donne, ci rende persone dinamiche, attente a valorizzare la pluralità delle manifestazioni della Verità, che rimane sempre più grande di noi. La pluralità delle manifestazioni lungi d’essere una contraddizione della realtà della verità, ne rappresenta invece il senso profondo del suo significato. Non si capisce, allora, come coloro che si definiscono i seguaci di Gesù, vale a dire i cristiani, non siano per antonomasia persone aperte e accoglienti, capaci di abitare in ogni momento e in ogni circostanza della vita la differenza.
  

sabato 29 ottobre 2016

LOTTARE CONTRO LA CORRUZIONE POLITICA: INCONTRO A BRESCELLO-RE



Giovedì 3 novembre alle ore 21 a Brescello nella sala Prampolini si terrà la presentazione del libro Rivoluzione. Diario di una rivoluzione politica nel Nordest brasiliano. L'incontro fa parte di una serie d'incontri organizzati dal gruppo SCIOGLIERE L'INDIFFERENZA. QUI ED ORA PER BRESCELLO, che ha l'obiettivo di sensibilizzare l'opinione pubblica sui temi della mafia e della corruzione politica. 

sabato 22 ottobre 2016

PARTECIPARE E ANNUNCIARE





CONVEGNO NAZIONALE – RETE VIANDANTI
CHIESA DI CHE GENERE SEI?
BOLOGNA 22 OTTOBRE 2016

PARTECIPARE E ANNUNCIARE. NUOVA CONSAPEVOLEZZA DEL SACERDOZIO UNIVERSALE
Relatrice: Cettina Militello
Sintesi: Paolo Cugini

Manuale di Ecclesiologia, Dehoniane 2013

Non ci sarebbe un convegno sulla Chiesa se non ci fosse stato il Vaticano II. Partecipazione e annuncio possono essere fatti propri dai laici a partire dalla grazia battesimali, grazie alle riflessioni emerse al Concilio. Il punto di partenza per appartenere alla chiesa è il Battesimo. Il rito del Battesimo, soprattutto il RICA,  ha un grandissimo valore per comprendere il legame tra battesimo e annuncio.
Si tratta di un cambio di passo, passare da un’immagine di chiesa ad un altro. Quello che il Rito attiva è il comune sacerdozio. 1 Pt 2,9-10. Disegno di Dio sul popolo che Dio stesso si è scelto. Sacerdozio, profezia, regalità disegnano la dinamica del popolo. Regalità, profezia e sacerdozio è unita nel cammino del popolo di Dio.
La ferita più lacerante è quella sul piano della regalità divenuta potenza, che serve i propri interessi. Corre nella Chiesa l’aspirazione di una piena uguaglianza. La condizione filiale è fondamentale.
Regalità, sacerdozio e profezia si concretizzano in Gesù. L’unzione è un momento importante. La profezia conosce una ritualità visibile. Il tema dell’unzione è presente in 1gv 2, 20-27. La percezione d’essere profeti, re e sacerdoti conoscerà un’eclisse nella sacramentaria di età scolastica. L’antagonismo di papato e re provoca questo svilimento.

La teoria dei tria munera è affermazione del magistero del Vaticano II, che l’applica anche ai laici. Lumen Gentium (LG) 34-36. Nessuno è escluso dall’identità dei tria munera. All’interno di LG 3 i tria munera è enfatizzato ponendo il vescovo nell’ottica del sommo magistero.
LG 10-11: legge la soggettualità del popolo di Dio nel vissuto sacramentale, nella direzione della profezia e ha il suo luogo proprio nell’affermazione del sensus fidei.
LG 13: parla di chiese.

I tria munera come chiave interpretativa della soggettualità ecclesiale. Sintassi battesimale. Il dato generativo è il battesimo. L’ecclesiogenesi battesimale fa la chiesa: la chiesa non solo nasce dalla Eucaristia. In che rapporto stanno i due sacerdozi, comune e ordinato? Lettura tipologica. A partire dalla nostra necessità antropo-sociale, che giustifica anche la distinzione dei poteri legislativo e giudiziale, come segnaletica di sacerdozio e profezia comune. Nella chiesa lo sviluppo abnorme del ministero sacerdotale ne ha stravolto il senso originario. Abbiamo ontologizzato un compito, un ufficio, che ha senso di guida, di segnaletica di ciò che tutti devono condividere. Munus significa dono, ministero di grazia. Il ministero ordinato tipicizza i munera: suo compito è indicare ciò che a tutti è proprio. Il ministero diaconale ipotizza il servizio. Il presbitero, l’anziano, ha nella comunità il compito di testimoniare il Cristo attraverso i segni sacramentali. Il vescovo è il sorvegliante che rappresenta. Il ministero del Vescovo è fare in modo di rendere le persone partecipi della vita della chiesa.
Facciamo fatica a liberarci di modelli che si sono dogmatizzati. Il ministero è chiamato all’annuncio. Abbiamo fatto diventare l’annuncio dottrina.

Un popolo profetico. Esercizio della profezia comune è l’ascolto, ricevere la Parola di Dio, avere davanti la Parola con l’obbligo di studiarla per comprenderla e viverla. Già i catecumeni sono chiamati ad annunciare.
L’ascolto si traduce in testimonianza, perché la comunità non può vivere ripiegata su sé stessa. Parola diretta al mondo. Il testimone è colui che traduce la Parola.
Ciò si accompagna al discernimento dei segni dei tempi che riguarda tutti noi. Profezia dei bisogni è il farsi carico di ogni tipo d’indigenza.

Un popolo sacerdotale. Partecipazione attiva, tutto il popolo di Dio è soggetto dell’azione liturgica. Partecipazione che non si esaurisce nei ministeri. Il popolo di Dio è soggetto del convergere insieme. Ci riuniamo per acquisire coscienza. È il popolo di Dio il soggetto. LG 11: i battezzati sono soggetti attivi. Colletta: farsi carico degli altri, esprime la solidarietà tra le chiese nel segno dell’unità.

Un popolo regale. La regalità di Cristo è anomala, Cristo regna dal legno della croce. Sappiamo che Cristo è re non solo per le profezie messianiche, ma perché lo sostiene la potenza dello Spirito. La comunità eredità la regalità di Cristo e la esercita a partire dalla libertà. Regalità è autonomia e condivisone decisionale. Se il popolo di Dio si esprime non può essere consultivo.
Il vero modello della regalità è quello della sobrietà.
Dobbiamo rifondare la chiesa senza preoccuparci di demolire la chiesa ufficiale, lasciandola andare dove va e cioè verso l’autodistruzione. Occorre fondare comunità nuove, dove c’è uguaglianza e reciproco servizio. L’unica via è quella ecclesiogenetica dal basso, per imprimere la svolta che viene fuori da una coscienza piena, vale a dire dalla consapevolezza che come battezzati non abbiamo bisogno di autorizzazioni per ascoltare la Parola.
Visione perdente della catechesi: ne ha fatto un percorso parallelo della scolarizzazione. Se gruppi familiari si mettessero insieme e si assumessero l’onere della formazione dei loro figli sarebbe più efficace.
La grazia sacramentale ci è stata data: bisogna viverla. Occorre agire. La crisi delle vocazioni è provvidenziale come lo è la richiesta delle donne al sacerdozio. Una chiesa che baratta i valori del Regno non ha posto nel futuro.


martedì 18 ottobre 2016

PRESENTAZIONE DEL LIBRO SULL'OPERAZIONE AEMILIA



Segnalo un'importante iniziativa che si terrà a Brescello sabato 22 ottobre alle ore 17 dove verrà presentato il libro di SABRINA PIGNEDOLI sull'operazione AEMILIA. Conoscere meglio il fenomeno della mafia sul nostro territorio è un modo significativo per prevenirlo.

lunedì 17 ottobre 2016

VERITÀ E REALTÀ




PERCHÉ' LA MISSIONE E' INDISPENSABILE ALLA CHIESA


Paolo Cugini

Ci sono dei dati, anche nella vita spirituale, che risentono dei tempi, dei cambiamenti. E in fin dei conti è giusto così. Se è vero che la Verità si è incarnata, è entrata nella storia, allora è proprio la storia, gli eventi l’ambito privilegiato per comprenderla. La Verità non si dona, quindi, come qualcosa di statico, come un pezzo di marmo, ma si manifesta, si offre negli eventi quotidiani. Il cammino della storia porta con sé anche il cambiamento delle culture, delle tradizioni, dei modi di vedere e di agire. Anche la vita spirituale vive questi cambiamenti. Chi vuole relazionarsi con Dio deve apprendere a camminare dentro la storia, a non identificare la sua fede con i modelli culturali, o con le forme esterne. In fin dei conti, la stessa idea spirituale ed evangelica di conversione, passa attraverso la presa di coscienza del carattere storico delle Verità di fede espresse nel Vangelo, incarnate da Gesù. Se l’idea d’inculturazione, nata e sviluppatasi soprattutto nel mondo missionario, ha trovato sin dalla sua formulazione tanta resistenza, è a causa di una concezione statica dell’idea di Verità. Proviamo ad approfondire brevemente i motivi che conducono a resistere all’idea di una Verità che cammina nella storia e che esige di essere compresa ponendo attenzione agli eventi.

La tradizione culturale Occidentale ha da sempre pensato la realtà e la verità come poli contrapposti, inconciliabili. La prima grande spaccatura si ha con il pensiero di Parmenide, che pone l’essere in contrapposizione con il non essere, il mondo fenomenico. Da lì in poi il cammino tra questi due mondi diviene sempre più in contrapposizione. Il problema sorge dal modo in cui il pensiero Occidentale concepisce la Verità, e cioè come un’idea fissa a sé stante, immobile, staccata dalla realtà, percepita come mobile e quindi imperfetta. Se la verità deve avere lo stesso spessore metafisico di Dio, allora, siccome il dio dei filosofi è immobile, anche le verità che derivano da lui devono essere concepite in questo modo. Platone è considerato il punto di riferimento filosofico per comprendere la filosofia Occidentale. Secondo lui, il Demiurgo, nel momento di creare le cose, ha dinanzi a sé due realtà preesistenti: la materia informe e le idee. Il demiurgo contempla le idee perfette e preesistenti e modella la materia per fare le cose. In questo modo, le cose della realtà sono copie imperfette di idee perfette. È importante riflettere su questi passaggi storici della nostra cultura, perché hanno influenzato pesantemente anche il pensiero cristiano e la sua spiritualità. Nel sistema plotiniano – siamo già nel terzo secolo dell’epoca cristiana -, sistema filosofico chiamato appunto neo-platonico, Plotino nelle Enneadi spiega la realtà come una mancanza di luce. Il Nous nel suo discendere (procedere) e dare consistenza ai diversi livelli della realtà, giunge progressivamente senza energia, senza luce. Ebbene per Plotino la realtà è esattamente questa situazione che si viene a creare quando il Nous è totalmente svuotato di energia. Se il sistema neoplatonico porta a maturazione un cammino della cultura Occidentale durato circa otto secoli, il risultato è la totale separazione e inconciliabilità tra dio e il mondo, tra Verità e realtà.

Interessante notare, quando si sfogliano i testi dei padri della chiesa dei primi cinque secoli, come la loro conoscenza filosofica, che era prevalentemente platonica e neoplatonica, filtri l’interpretazione che loro fanno delle Scritture. Questa mediazione filosofica la si vede soprattutto per quanto riguarda la riflessione sulle pagine della Genesi che narra la creazione del mondo e nella concezione dell’uomo. La svalutazione del corpo a vantaggio dell’anima, con le conseguenti indicazioni mistiche di fuga dal mondo e disprezzo del corpo, hanno più un sapore platonico che evangelico. Siamo sempre nell’ambito delle contrapposizioni: corpo e anima, verità e realtà. La cultura Occidentale non riesce ad elaborare un pensiero capace di conciliare aspetti che percepisce e interpreta come contrapposti. Anche il cristianesimo, pur avendo nella proposta del Vangelo questa visone unitaria della realtà, nel mondo Occidentale viene costantemente riletto a partire dalle categorie filosofiche.

Gesù è il verbo incarnato, l’eterno che entra nel tempo, l’idea immobile che entra nella realtà mobile. Dal punto di vista filosofico è un dato inconcepibile e inconciliabile, anzi è la negazione di quanto era stato pensato sino a quel momento. Come può Dio, da sempre pensato in contrapposizione al tempo e alla storia, venire ad abitare in mezzo a noi? Com'è possibile che la Verità da sempre pensata immobile, uguale a sé stessa in ogni momento e in ogni epoca, entri nel tempo e, di conseguenza, si adatta al cammino della storia che è in continuo divenire? Dice il Vangelo di Giovanni che “Il Verbo si fece Carne e venne ad abitare in mezzo a noi”. Non solo, ma Gesù, sempre nel Vangelo di Giovanni, si definisce la Verità: “Io sono la Via, la Verità e la vita”. Ciò significa che d’ora innanzi Dio non va cercato sulle nubi del cielo o sui libri dei filosofi, ma lo incontriamo nella persona di Gesù Cristo, nella sua storia, nelle sue parole e nei suoi gesti. D’ora innanzi la perfezione non è più un’idea astratta e immobile, ma va cercata nel cammino del tempo, nell’evolversi degli eventi.

Non c’è da stupirsi se ancora oggi tante persone che si definiscono cattoliche, resistono all'idea di una verità che si è fatta storia, rimanendo strettamente ancorati ad un’idea di verità più filosofica (platonica) che cristiana. Ecco perché rimangono meravigliati, anzi scandalizzati se la Chiesa, pensata da loro come un’istituzione fissa nel tempo, una verità fuori dalla storia e dal tempo, ogni tanto per adeguarsi ai cambiamenti della storia, modifica i contenuti, sposta gli accenti, indica nuovi percorsi. Probabilmente è più comodo ed è meno faticoso rimanere avvinghiati ad una verità immobile, che alla Verità che si è fatta storia e che esige continuamente di mettersi in discussione, di cambiare, di convertirsi. Sempre in questa prospettiva, si comprende molto bene se la più profonda esperienza d’inculturazione del Vangelo sia avvenuta nei primi secoli della chiesa per poi, salvi rari esempi, fermarsi lì. Purtroppo sono comprensibile, ma assolutamente non giustificabili, i disastri umani e culturali realizzati dai cattolicissimi spagnoli e portoghesi nelle terre latinoamericane.


Se ancora oggi la chiesa fa così tanta fatica ad inculturarsi, ad accogliere nei suoi riti e nelle sue formulazioni le novità che lo Spirito Santo ha preparato nelle culture dei popoli che incontra, è forse a causa di una cecità provocata dalle concezioni filosofiche e poco evangeliche, che riempiono da secoli le nostre menti. Ecco perché la missione è indispensabile nel cammino della chiesa: per convertirsi, per cominciare a vedere e a leggere in modo nuovo quel Vangelo donato a noi gratuitamente, ma che facciamo fatica a coglierne la profondità a causa delle nostre pre-comprensioni, che ci chiudono gli occhi e la mente. La missione è come il collirio che ci permette di vedere in modo autentico, o perlomeno in modo nuovo quel messaggio evangelico che diciamo di conoscere, ma che poi, alla prova dei fatti facciamo fatica a vivere spesso e volentieri perché mal consigliati. La missione è, allora, per noi una grande speranza: manteniamola viva!

lunedì 26 settembre 2016

LETTERA AI GENITORI CHE CHIEDONO I SACRAMENTI PER I LORO FIGLI






Carissimi mamma e papà,
avete bussato alla porta della Chiesa per chiedere i sacramenti per i vostri figli: a nome della comunità vi ringrazio per questo passo, perché significa che per voi la nostra proposta è positiva.
Ne approfitto, allora, per spiegarvi il gesto che avete compiuto.

Bussare alla chiesa per chiedere i sacramenti dei vostri figli significa, prima di tutto, il desiderio di permettere loro di entrare a far parte della nostra comunità, del nostro cammino. Noi siamo una comunità di persone che cercano di vivere il messaggio di Gesù Cristo. Per noi questo messaggio è una proposta di vita nuova, che trova nel Vangelo i suoi contenuti principali. Nella comunità ci sforziamo, pur consapevoli dei nostri limiti, di vivere il più possibile in comunione, cercando di creare ponti di pace con tutti coloro che ci circondano. Desideriamo un mondo di giustizia, per questo lottiamo contro le disuguaglianze, impegnandoci per un mondo più giusto e solidale. Come ci ha insegnato il Signore Gesù siamo attenti ai nostri fratelli e sorelle più deboli: ci organizziamo per aiutare i poveri (Caritas), per visitare i malati e le persone sole (ministri straordinari dell’Eucarestia). Nelle nostre strutture (Oratorio) accogliamo tutti i giorni i bambini di ogni nazione e religione, che chiedono aiuto per i compiti o che vogliono trascorrere qualche ora a giocare. Proponiamo ai ragazzi e ai giovani percorsi formativi per crescere in umanità e spiritualità.

Come ci ha chiesto il Signore (Fate questo in memoria di me) ci troviamo alla domenica per ascoltare la sua Parola e alimentarci di Lui. È questo il momento centrale nella comunità e una bambino che chiede di ricevere i sacramenti dovrebbe essere aiutato a capire l’importanza di partecipare. Prepariamo la messa domenicale con molta cura. Durante la settimana (al martedì dalle 21 alle 22 a Roncina) ci troviamo per leggere e meditare le letture della domenica successiva. La messa domenicale è poi animata da canti, da persone che leggono, da gente che si dà da fare affinché tutto proceda bene. Senza la domenica noi non siamo nulla. È una frase molto forte utilizzata dai cristiani delle prime comunità per esprimere l’importanza che loro attribuivano al giorno del Signore. È la domenica che ci dà l’identità di cristiani, perché ci permette di stare con Lui, ascoltare la sua Parola, sentire la sua presenza. Nella nostra comunità tutto nasce e si sviluppa dalla messa della domenica. Per questo più che un obbligo, noi cristiani lo sentiamo come una necessità, una priorità della nostra vita. Come faremmo, infatti, ad affrontare l’egoismo di questo mondo, le cattiverie, le gelosie, le invidie, le ingiustizie se non avessimo la possibilità d’interiorizzare il pensiero del Signore, di stare con Lui, di vivere come Lui e di Lui?

Per questo noi della comunità rimaniamo molto confusi quando constatiamo che i bambini che avevano chiesto di ricevere i sacramenti della comunione e della cresima, non frequentano la messa domenicale. Anche perché ricevere i sacramenti non è un obbligo, ma un desiderio di vivere lo stile del Signore. E allora ci chiediamo: perché chiedete che i vostri figli ricevano i sacramenti e poi non frequentano la comunità e, soprattutto, il giorno del Signore che è la fonte e il culmine di tutta la nostra vita, del nostro cammino? I sacramenti sono i segni che il Signore ha lasciato della sua presenza. Non sono quindi cose che si possono acquistare, ma doni che si possono solo accogliere e li accoglie chi li desidera e li desidera chi vuole seguire il Signore per stare con Lui e vivere di Lui.

La catechesi settimanale e la messa domenicale sono in sintonia tra di loro: l’una ha bisogno dell’altra. Infatti, durante la catechesi proponiamo percorsi che cercano di presentare quello stile di vita di Gesù che poi incontriamo alla messa della domenica.

Carissimo papà e carissima mamma, siamo molto contenti della vostra presenza. Se siete abituati a frequentare, queste parole hanno semplicemente rafforzato la vostra scelta. Se invece, per tanti motivi, non frequentate molto la Chiesa, queste parole hanno l’obiettivo di aiutarvi nel discernimento, nel capire se è proprio questo che volete per i vostri figli. Nel rispetto delle reciproche libertà vorremmo che prendeste sul serio queste parole. Ancora una volta vi diciamo: non siamo una bottega che distribuisce cose, ma una comunità felice di vivere il Vangelo del Signore.

A nome della comunità vi saluto. La pace del Signore sia con voi

Reggio Emilia, 26/09/2016 
Don Paolo Cugini


domenica 25 settembre 2016

ORIENTAMENTI PER L'ANNUNCIO E LA CATECHESI IN ITALIA


SINTESI




INCONTRIAMO GESÙ
 ( CEI - 2014)

Sintesi: Paolo Cugini

Incontriamo Gesù è un documento che vuole orientare la pastorale catechistica per quanto le compete aiutandola a ridefinire i suoi compiti all’interno dell’azione evangelizzatrice della Chiesa, intesa come orizzonte e processo.

L’obiettivo dell’annuncio e della catechesi è la conversione e la formazione e l’assunzione del pensiero di Cristo: «Pensare secondo Cristo e pensare Cristo attraverso tutte le cose» (San Massimo il Confessore). Per questo l’azione catechistica necessita di legami integranti con l’esperienza celebrativa e con quella caritativa, nonché della valorizzazione di particolari momenti – quali la richiesta del Battesimo, della Confermazione e della prima Comunione – per un cammino di relazione e di incontro con la famiglia, in una prospettiva pastorale attenta a mantenere il carattere popolare dell’esperienza ecclesiale.
Il titolo «Incontriamo Gesù» esprime sinteticamente l’obiettivo cui tende la formazione cristiana: l’incontro di grazia con Gesù. Il verbo posto alla prima persona plurale sottolinea (come nei simboli di fede) la dimensione ecclesiale di questo incontro, intendendo mostrare sia la dimensione del discepolato sia la dinamica della testimonianza.

Incontriamo Gesù vuole aiutare le nostre chiese, oggi, a cinquant’anni dal Concilio Vaticano II, a quarantacinque anni dal DB, nel tempo di una rinnovata evangelizzazione, e dopo l’Esortazione apostolica Evangelii gaudium, a rafforzare una comune azione pastorale nell’ambito della catechesi ed uno slancio comune nell’annuncio del Vangelo.
Il testo presenta un indice assai semplice. Una breve analisi di 1Ts 1-2 accompagna i singoli capitoli: si tratta di un testo denso di significato, probabilmente il più antico del Nuovo Testamento, che mostra come l’avventura dell’evangelizzazione sia una dimensione originaria nonché originante della Chiesa. In quattro capitoli Incontriamo Gesù vuole descrivere l’azione evangelizzatrice dalla comunità cristiana ed il primato della formazione cristiana di adulti e giovani (I cap.), si sofferma sul primo annuncio (II cap.), si concentra sull’Iniziazione cristiana (III cap.), ed infine  evidenzia (IV cap.).

Incontriamo Gesù presenta quattro caratterizzazioni fondamentali. L’assoluta precedenza della catechesi e della formazione cristiana degli adulti, e, all’interno di essa, del coinvolgimento delle famiglie nella catechesi dei piccoli. Si tratta di valorizzare tutta l’azione formativa (che comprende anche liturgia e testimonianza della carità) in chiave «adulta». L’ispirazione catecumenale della catechesi con una esplicita attenzione all’Iniziazione cristiana degli adulti (Catecumenato) ed insieme una forte attenzione al dono di grazia operato da Dio, alla scelta di fede, agli itinerari, ai riti, alle celebrazioni e ai passaggi che scandiscono il cammino. La formazione di evangelizzatori e catechisti e – in forma curriculare e permanente – la formazione dei presbiteri e dei diaconi. La proposta mistagogica ai preadolescenti, agli adolescenti ed ai giovani, caratterizzata da una non scontata continuità con la catechesi per l’Iniziazione cristiana ma anche dalla considerazione della realtà di «nuovi inizi» esistenziali.
Sono molto sottolineate alcune dimensioni. L’invito all’ascolto/lettura della Scrittura nella Chiesa, anche con attenzioni ad armonizzare tale prospettiva con un corretto approccio liturgico e catechistico. La dimensione kerigmatica, in chiave fortemente cristocentrica, dell’annuncio e della catechesi viene sottolineata come “cuore” dell’azione evangelizzatrice. La proposta che i padrini e le madrine siano figure veramente «scelte, qualificate e valorizzate».

La Chiesa non evangelizza se non si lascia continuamente evangelizzare. È indispensabile che la Parola di Dio “diventi sempre più il cuore di ogni attività ecclesiale”. La Parola di Dio ascoltata e celebrata, soprattutto nell’Eucaristia, alimenta e rafforza interiormente i cristiani e li rende capaci di un’autentica testimonianza evangelica nella vita quotidiana. (…) Lo studio della Sacra Scrittura dev’essere una porta aperta a tutti i credenti. È fondamentale che la Parola rivelata fecondi radicalmente la catechesi e tutti gli sforzi per trasmettere la fede.
I presenti Orientamenti desiderano stimolare una riflessione sulla centralità dell’annuncio, sugli itinerari per chi chiede il Battesimo, sul significato e la fisionomia dei percorsi di iniziazione cristiana dei piccoli e sull’importanza della catechesi in ogni fase della vita. Resta prioritario il riferimento alla famiglia, prima ed insostituibile comunità educante, autentica scuola di Vangelo.

CAPITOLO 1 - ABITARE CON SPERANZA IL NOSTRO TEMPO

La nuova evangelizzazione – dove l’aggettivo «nuova» ci stimola a recuperare, nei doni dello Spirito, energie, volontà, freschezza e ingegno – chiede a tutti i soggetti ecclesiali una verifica dell’azione pastorale, assumendo come punto prospettico il mandato missionario che è all’origine dell’istituzione della Chiesa da parte di Gesù (Mt 28,18-20). 
In concreto, questo esame intende stimolare e potenziare tre attitudini fondamentali:
v   la capacità di discernere, ovvero l'attitudine di porsi, come singoli e come comunità, dentro il presente, convinti che anche in questo tempo è possibile annunciare il Vangelo e vivere la fede cristiana;
v   la capacità di vivere forme di conversione della pastorale e di adesione reale e genuina alla fede cristiana, che testimoniano la forza trasformatrice di Dio nella nostra storia;
v   un chiaro ed esplicito legame con la Chiesa, in grado di renderne visibile il carattere apostolico e missionario.

La comunità cristiana
L’annuncio del Regno di Dio è, secondo la testimonianza unanime dei Vangeli, il centro della predicazione di Gesù, e le comunità cristiane devono sempre più prendere coscienza di essere a servizio del Regno, e delle sue prerogative: la comunione fraterna, la libertà, la pace, la gioia. Compito della Chiesa è, dunque, «portare la buona novella in tutti gli strati dell’umanità e con il suo influsso trasformarla dal di dentro, rendere nuova l’umanità stessa». Questa missione chiede di: 
v   annunciare l’amore di Dio, che si è rivelato in Gesù Cristo crocifisso e risorto e che ci chiama a collaborare per costruire il Regno e introdurre tutti gli uomini nella comunione con Lui;
v   permeare la cultura del nostro tempo con l’annuncio del Vangelo, per rinnovare stili di vita, criteri di giudizio, modelli di comportamento e ridare fondamento cristiano a quei valori che fanno parte integrante della nostra tradizione, ispirata dal cristianesimo; 
v   testimoniare fiducia, gioia e speranza: in tal senso la Chiesa è promotrice di «alleanze educative» con tutti coloro che hanno come finalità lo sviluppo armonico della persona e della società.
Tale dinamismo caratterizza – secondo le parole del Papa – una Chiesa  «in uscita», rendendola «comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano»; la comunità evangelizzatrice, preceduta nell’amore dal Signore, «sa fare il primo passo, sa prendere l’iniziativa senza paura, andare incontro, cercare i lontani e arrivare agli incroci delle strade per invitare gli esclusi. Vive un desiderio inesauribile di offrire misericordia, frutto dell’aver sperimentato l’infinita misericordia del Padre e la sua forza diffusiva.
L’intima natura della Chiesa si esprime in un triplice compito: annuncio della Parola di Dio (kerygma), celebrazione dei Sacramenti (leiturgia), servizio della carità (diakonia). Sono compiti che si presuppongono a vicenda e non possono essere separati l’uno dall’altro.
I quattro «pilastri» della catechesi 
I contenuti fondamentali della catechesi si possono intravedere anche nel rimando ai quattro «pilastri», che hanno caratterizzato la catechesi nella tradizione cristiana, gli stessi che strutturano il Catechismo della Chiesa Cattolica: il Simbolo, i Sacramenti, il Decalogo, il Padre nostro. Essi si qualificano come passaggi: esprimono il dinamismo dell’uomo cercato da Dio e in ricerca di Dio, per giungere ad una fede professata, celebrata, vissuta e pregata.
Prima sono i catechisti e poi i catechismi; anzi, prima ancora, sono le comunità ecclesiali. Infatti, non è pensabile una buona catechesi senza la partecipazione dell’intera comunità.
La comunità cristiana è l’origine, il luogo e la meta della catechesi. È sempre dalla comunità cristiana che nasce l’annunzio del Vangelo, che invita gli uomini e le donne a convertirsi e a seguire Cristo. Ed è la stessa comunità che accoglie coloro che desiderano conoscere il Signore e impegnarsi in una vita nuova.
In questa prospettiva di comunità, un ruolo primario e fondamentale appartiene alla famiglia cristiana in quanto Chiesa domestica. Essa, proprio come la Chiesa, è «uno spazio in cui il Vangelo è trasmesso e da cui si irradia» e ha una «prerogativa unica: trasmette il Vangelo radicandolo nel contesto di profondi valori umani.
La parrocchia è, senza dubbio, il luogo più significativo, in cui si forma e si manifesta la comunità cristiana. Essa è chiamata a essere una casa fraterna e accogliente, dove i cristiani diventano consapevoli di essere popolo di Dio. Nella parrocchia, infatti, si fondono insieme tutte le differenze umane che vi si trovano e si innestano nell’universalità della Chiesa. Essa è, d’altra parte, l’ambito ordinario dove si nasce e si cresce nella fede.

CAPITOLO 2 – ANNUNCIARE IL VANGELO

Si parla del primo annuncio.

CAPITOLO 3 - INIZIARE, ACCOMPAGNARE E SOSTENERE L’ESPERIENZA DELLA FEDE


Coinvolgimento dei genitori
Si tratta non solo di fissare veri e propri itinerari di catechesi per i genitori, ma anche e soprattutto di responsabilizzarli a partire dalla loro domanda dei Sacramenti. Molte esperienze in questi anni hanno mostrato l’efficacia che deriva dal coinvolgere genitori e figli nella condivisione di alcuni appuntamenti di preghiera, di riflessione e di approfondimento, suffragati da una sussidiazione semplice e mirata, vissuti in ambito domestico, in gruppi, nella comunità.
Fruttuosi sono pure quei metodi che convocano genitori e figli in appuntamenti periodici, dove si approfondisce il medesimo tema con attività diversificate, rimandando poi al confronto in famiglia. Si tratta di non lasciare sole le famiglie, ma di accompagnarle, aiutando i genitori a trasmettere ai loro piccoli uno sguardo credente con cui leggere i momenti della vita.

La celebrazione dei sacramenti
L’iniziazione alla vita cristiana è data dall’unità dei tre sacramenti e la piena partecipazione all’assemblea eucaristica costituisce il culmine a cui tendono il Battesimo e la Confermazione.


CAPITOLO 4 – TESTIMONIARE E NARRARE. FORMARE SERVITORI DEL VANGELO

IDENTITÀ E VOCAZIONE DEI CATECHISTI


 Credenti autentici 
Dal Concilio Vaticano II i contributi volti a specificare il ministero ecclesiale del catechista sono stati molteplici: il Direttorio  Generale per la Catechesi afferma che egli «è intrinsecamente un mediatore che facilita la comunicazione tra le persone e il mistero di Dio e dei soggetti tra loro e con la comunità». La Nota dell’UCN La Formazione dei catechisti per l'Iniziazione cristiana dei fanciulli e dei ragazzi  (2006) afferma che è «una persona trasformata dalla fede che, per questo, rende ragione della propria speranza instaurando con coloro che iniziano il cammino un rapporto di maternità/paternità nella fede dentro un’esperienza comune di fraternità». 
In generale, il catechista è un credente che si colloca dentro il progetto amorevole di Dio e si rende disponibile a seguirlo; come testimone di fede, egli:
v   vive la risposta alla chiamata dentro una comunità, con la quale è unito in modo vitale, che lo convoca e lo invia ad annunciare l’amore di Dio; 
v   è capace di un’identità relazionale, in grado di realizzare sinergie con gli altri agenti dell’educazione; 
v   svolge il compito specifico di promuovere itinerari organici e progressivi per favorire la maturazione globale della fede in un determinato gruppo di interlocutori; 
v   con una certa competenza pastorale, elabora, verifica e confronta costantemente la sua azione educativa nel gruppo dei catechisti e con i presbiteri della comunità; 
v   armonizza i linguaggi della fede – narrativo, biblico, teologico, simbolico-liturgico, simbolico-esperienziale, estetico, argomentativo – per impostare un’azione catechistica che tenga conto del soggetto nella integralità della sua capacità di apprendimento e di comunicazione; 
v   si pone in ascolto degli stimoli e delle provocazioni che provengono dall’ambiente culturale in cui si trova a vivere. 

Uomo e donna della memoria
Il catechista è persona della memoria e della sintesi: dottrina e vita, annuncio e dialogo, accoglienza e testimonianza di fede trovano in lui una vera esperienza di carità: «Chi è il catechista? È colui che custodisce e alimenta la memoria di Dio; la custodisce in se stesso e la sa risvegliare negli altri.
Nell’ambito di una Chiesa che si fa compagna di viaggio dei contemporanei, il catechista e la catechista evangelizzano narrando la propria esperienza nella fede della comunità ecclesiale. Essi favoriscono l’apertura del cuore alla Parola di Dio, ne stimolano l’apprendimento, ne accompagnano l’interiorizzazione, ne mediano la personalizzazione, sostengono e accompagnano la maturazione della risposta di fede. In tale senso i catechisti sono evangelizzatori, perché chiamati ad annunciare la Parola che li plasma, e sono educatori perché il loro ministero si declina nell’accompagnare l’interiorizzazione della Parola annunciata, nella vita dei soggetti. Per questo ha un rilievo nodale la formazione pastorale nella Chiesa e in specie a livello di annuncio e catechesi: alla formazione vanno riservate le migliori energie in termini di dedizione, competenze e risorse.
 Non si capisce un catechista che non sia creativo. (…) Per essere fedeli, per essere creativi, bisogna saper cambiare. Saper cambiare. E perché devo cambiare? È per adeguarmi alle circostanze nelle quali devo annunziare il Vangelo. Per rimanere con Dio bisogna saper uscire, non aver paura di uscire.

Quattro dimensioni formative: essere, sapere, saper fare, saper stare con
Il Direttorio Generale per la Catechesi indica le dimensioni della formazione del catechista con tre verbi:  essere, sapere e saper fare. A queste ne va aggiunta una quarta: il saper stare con. Esse riguardano, rispettivamente, la maturazione umano-cristiana del catechista e le sue competenze a livello di conoscenze e di abilità metodologica nella trasmissione della fede. In particolare: l’essere sottolinea la maturazione di una vera identità cristiana, fondata su di una spiritualità cristocentrica; il sapere è inteso come intelligenza integrale dei contenuti della fede; il saper fare concerne l’acquisizione di una mentalità educativa e la maturazione della capacità di mediare l’appartenenza alla comunità ecclesiale, di animare il gruppo e di lavorare in équipe; il sapere stare con rinvia alla sfera relazionale, cioè alla capacità di comunicazione e di relazioni educative: «Il cuore del catechista vive sempre questo movimento di “sistole – diastole”: unione con Gesù – incontro con l’altro. Sono le due cose: io mi unisco a Gesù ed esco all’incontro con gli altri.
Il lavoro formativo di cui si è detto ha come meta la maturazione dei catechisti «nell’equilibrio affettivo, nel senso critico, nell’unità interiore, nella capacità di rapporti e di dialogo, nello spirito costruttivo e nel lavoro di gruppo.