lunedì 29 aprile 2019

Le scelte pastorali della CNBB: la parrocchia come comunità di comunità


Paolo Cugini

Lo slancio propositivo di Aparecida ha prodotto come immediata conseguenza lo sforzo delle conferenze episcopali di America Latina e Caraibi di tradurre nel cammino delle chiese locali le indicazioni del documento finale. Su questa linea si è mossa anche la CNBB che, negli anni successivi alla V conferenza, si è impegnata a creare lo spazio per un cammino di attualizzazione dei temi proposti da Aparecida. Per promuovere il paradigma missionario occorreva, in primo luogo, rivedere la struttura della parrocchia, capire in secondo luogo come aiutare le CEB e i movimenti ecclesiali sorti negli ultimi decenni, a lavorare insieme nell’unico progetto di realizzazione del Regno di Dio, e infine come rendere i laici soggetti sempre più attivi del processo di evangelizzazione. Tutto ciò viene proposto nel documento 100 (d’ora in poi D100), pubblicato il 13 maggio 2014, frutto di un lungo lavoro di ascolto e di elaborazione durato alcuni anni, basato su un testo di studio elaborato l’anno precedente dalla CNBB, conosciuto come documento di studio n. 104.

CEB, Movimenti, associazioni di fedeli, comunità territoriali e transterritoriali


Il D100 della CNBB propone un nuovo stile parrocchiale, in grado di rispondere a esigenze nuove, senza tralasciare però ciò che lo Spirito Santo ha creato negli ultimi anni. Nel quadro ecclesiale latinoamericano, e in particolare in quello brasiliano, non ci sono più solamente le CEB, ma, accanto a queste, fioriscono numerosi movimenti, soprattutto di carattere carismatico, e comunità di nuova formazione sia territoriale che extraterritoriale., Prima di fare un passo fuori dal recinto del territorio parrocchiale, la parrocchia come comunità di comunità, deve non solo rendersi conto di cosa c’è sul proprio territorio, ma porre in atto quei cammini che permettano alle varie realtà ecclesiali di lavorare in comunione.
A proposito delle CEB, il testo non dice nulla di nuovo rispetto ai pronunciamenti anteriori del CELAM e della CNBB, ma ripropone e sottolinea alcune affermazioni del documento di Aparecida e dell’Evangelii Gaudium: parla del nuovo ardore evangelizzatore che le CEB hanno portato nella Chiesa brasiliana e, allo stesso tempo, chiede che non perdano il contatto con la realtà della parrocchia e con la comunione con il vescovo locale. La sottolineatura è una chiara risposta ai teorici delle CEB che ipotizzavano la parrocchia come rete di CEB, nella quale ogni comunità è autonoma, una piccola Chiesa a sé stante. Sia Aparecida che il D100 offrono una chiara risposta a questi tentativi di fare delle CEB strutture ecclesiali parallele alla vita pastorale della parrocchia. Viene, poi sottolineata l’importanza del servizio pastorale delle CEB a favore dei poveri. Infine, si riconosce che:
le CEB si caratterizzano in generale per la formazione delle comunità territorialmente stabilite, con forte accento missionario e legato all’impegno socio-trasformatore. Ponendo come centralità la Parola di Dio e l’Eucarestia e nel valore del piccolo gruppo che forma la comunità, la fraternità e la solidarietà, che impegnano il cristiano in favore del Regno di Dio, le CEB contribuiscono alla conversione pastorale della parrocchia.(D 100, 230).
I movimenti e le associazioni dei fedeli sono presentati come segnali della Provvidenza di Dio per la Chiesa di oggi. Questi movimenti ruotano intorno agli specifici carismi donati dallo Spirito Santo e offrono ai fedeli un cammino di vita spirituale. Anche a loro, il D100 raccomanda la comunione con la diocesi di riferimento e con i gruppi che collaborano all’interno delle parrocchie. Si assiste a volte ad una sorta di tensione negativa tra i movimenti, che rispondono prima di tutto ai loro coordinatori specifici, e il piano pastorale della diocesi che, in realtà, dovrebbe essere costruito con la partecipazione di tutti e, di conseguenza, dovrebbe vedere tutti gli operatori pastorali uniti nello stesso cammino. Il primo lavoro fondamentale è dunque quello della comunione: «questo suppone impegno e apertura dei movimenti e delle associazioni per integrarsi nelle comunità, così come apertura e accoglienza delle parrocchie per valorizzare persone e carismi differenti».(D 100, 234). Facendo riferimento all’esortazione apostolica Christifideles Laici, il D100 ricorda che i movimenti e le associazioni laicali non possono collocarsi sullo stesso piano delle comunità parrocchiali, come possibile alternativa. «Al contrario hanno il dovere del servizio nella parrocchia e nella Chiesa particolare» (D 100, 235).È la comunione il cammino e, allo stesso tempo, il lavoro pastorale da realizzare, che vede coinvolte tutte le entità pastorali presenti sul territorio. Senza questo preziosissimo lavoro è impossibile uscire verso la missione.
L’ultimo riferimento è alle comunità ambientali e transterritoriali. Queste comunità sono formate da gruppi di senza dimora, in Brasile chiamati “abitanti di strada”, universitari, studenti delle scuole superiori, impresari o artisti, infermi. È necessario pianificare un’azione evangelizzatrice non solo in questi ambienti vitali, ma anche in tutti quelli che si trovano sul territorio parrocchiale. Si esige quindi lo sforzo di tutti, per lavorare allo stesso progetto, senza divisioni e, soprattutto, senza competizioni.


La parrocchia come comunità di comunità


Se è necessario recuperare il primato di Dio e fare in modo che tutto il territorio parrocchiale possa vivere un incontro personale con Gesù, allora il cammino sarà quello della decentralizzazione della parrocchia. Non è solo un discorso ecclesiologico, ma prima di tutto umano. Infatti, «la grande comunità, praticamente impossibilitata a mantenere i vincoli umani e sociali tra tutti, può essere settorializzata in gruppi minori» (D 100, 244). Il processo di accentramento dell’azione pastorale della parrocchia può incentivare la formazione di nuove piccole comunità, oltre a valorizzare la presenza sul territorio di CEB e gruppi locali dei nuovi movimenti, in particolare di quelli carismatici. In questo modo la parrocchia crea le condizioni affinché le persone possano incontrare il Signore in spazi alla portata dei singoli, con una dimensione più umana e meno dispersiva. È decentralizzando l’azione pastorale che la parrocchia può annunciare il Vangelo là dove non è mai arrivata. Oltre a ciò, «la parrocchia che decentralizza il suo servizio favorisce la presenza di leader e ministri laici, e riesce in modo migliore a raggiungere coloro che si sono allontanati». Il testo lascia emergere una chiara presa di coscienza, rispetto alla necessità di non appesantire il lavoro dei presbiteri. La decentralizzazione della parrocchia ha due esigenze implicite: l’organizzazione di nuove piccole comunità, e la valorizzazione e formazione del laicato locale.[1]

Il problema che a questo punto si pone è il seguente: in che modo creare piccole comunità e quale relazione costruire con le CEB già esistenti? L’espressione “piccole comunità” indica piccoli gruppi di persone, che si conoscono tra loro e che condividono la vita come discepole missionarie di Cristo. Il riferimento del testo è alle comunità interne alle parrocchie latinoamericane; parrocchie che, a differenze di quelle europee, non sono formate esclusivamente dalla Chiesa centrale, ma da altre “cappelle” sparse sul territorio. In definitiva, le parrocchie latinoamericane hanno già una struttura decentrata sul territorio. Il D100, però, insiste su questo cammino di decentramento, invitando anche le cappelle che si trovano sul territorio, a promuovere piccole comunità costituite da persone già attive nei servizi pastorali della parrocchia. Questa ulteriore decentralizzazione ha l’obiettivo di attrarre coloro che sono lontani dalla vita parrocchiale, per accoglierli nella vita della piccola comunità: «Dove sia possibile settorizzare territorialmente la parrocchia che così sia fatto!» ( D 110, 248).  
E come procedere, laddove questo risulti impossibile? Una cosa, infatti, sono le parrocchie della zona rurale, costituite da comunità in cui le persone si conoscono. Molto spesso le piccole comunità della campagna sono composte da persone di poche famiglie molto grandi. Il problema si pone soprattutto nelle città, teatro di grandi afflussi dalle campagne, e di frequenti movimenti migratori, che non facilitano la relazione e la prossimità tra persone. Il tentativo di imporre una vita di comunità in un simile contesto così è molto arduo, e spesso sterile. Nelle grandi città la vicinanza geografica non significa necessariamente vicinanza di vita. Per questo motivo, il testo apre nuovi orizzonti che vanno al di là della territorialità. «Dove non si riesce a costituire una comunità, si può seguire il criterio dell’adesione per affetto o interesse. Possono esistere comunità affettive, organizzate a partire dal carisma, che trascendono i confini del territorio fisico e si organizzano intorno a spazi di interesse. Le affinità possono essere tra i giovani, gli universitari, gli anziani, gli sposi, ecc.».
Questa nuova prospettiva, che in realtà fa riferimento ad una proposta emersa dalla conferenza di Aparecida,  mostra che la nuova conformazione parrocchiale, non solo trascende l’idea di parrocchia come insieme o rete di CEB, o insieme di movimenti, ma promuove ed incentiva una riorganizzazione tale da provocare la formazione di nuove piccole comunità, che non necessariamente devono tenere in conto il territorio.
Le situazioni concrete nelle quali si formano le nuove piccole comunità, sia di tipo territoriale, sia di tipo affettivo, dettano i ritmi del cammino delle stesse. Se, a causa del ritmo di vita più lento nelle campagne, le persone della comunità potranno incontrarsi settimanalmente, nelle città questa cadenza settimanale è più difficile. «L’importante è garantire incontri regolari e una comunicazione tra i membri della comunità, in modo che si traducano in interesse e impegno di amicizia e di fraternità» ( D 100, 252). L’importante è creare comunità di persone che si relazionano, al fine di vivere al meglio la propria fede.




Vengono, poi, indicati i due fondamenti principali della comunità: la Parola di Dio e l’Eucarestia. I circoli biblici aiutano la comunità a trovare una propria identità e stimolano la nascita dei ministeri, di persone che si dispongono a servire la comunità, in base ai bisogni. Le persone accolte nella comunità superano in questo modo l’anonimato, caratteristica della vita nelle grandi città, e si riuniscono per crescere nello stile di vita proposto da Gesù. «L’incontro eucaristico, poi, può essere realizzato nella Chiesa parrocchiale o nella cappella che riunisce le molte comunità nell’unica comunità eucaristica, segno di unità e comunione» (D 100, 256).
Il documento riconosce inoltre che la conversione pastorale non riguarda una semplice organizzazione strutturale, ma richiede un continuo sforzo di conversione personale al Signore. Questo aspetto dev’essere ben visibile sia nelle comunità parrocchiali, che nelle nuove comunità. Spesso, infatti, le relazioni interpersonali tra i membri di una comunità cristiana sono corrose da sentimenti umani negativi, come l’invidia, la gelosia, il parlare male degli altri. Per poter attrarre, le comunità devono diventare sempre di più luogo del perdono: «la vita comunitaria non è basata sull’assumere incarichi o attuare servizi nella parrocchia: si tratta di essere autentico discepolo del Signore» (D 100, 258).  Non sarà possibile accogliere coloro che si sono allontanati, se non c’è comunione tra i membri. L’amore fraterno e il rispetto reciproco, tipico dell’esperienza delle prime comunità cristiane, dev’essere il segno visibile anche del nuovo cammino che la Chiesa desidera intraprendere.  Affinché le comunità siano rinnovate, devono essere casa di iniziazione cristiana. Il D100 afferma che la rivitalizzazione delle parrocchie come comunione di comunità, passa attraverso un lavoro costante di formazione, grazie a una catechesi incentrata sulla Parola di Dio e sulla lettura orante della Parola stessa.

Ogni comunità, anche la più piccola, deve non solo curare la spiritualità e la formazione dei suoi membri, ma divenire attenta alle persone più bisognose. L’attenzione alle persone bisognose spinge la comunità verso la difesa della vita. Non si tratta solo di un’attenzione ai poveri, ma anche ai grandi temi e alle grandi sfide che la società affronta, quali l’ecologia, l’etica della politica, l’economia solidale e la cultura della pace.
Per fare in modo che tutti i membri delle comunità possano esprimere la loro opinione sul cammino intrapreso, è necessario vigilare sugli spazi della sinodalità. Consigli parrocchiali, assemblee e consigli economici che svolgono la propria attività in un clima di trasparenza, sono strumenti necessari per rendere il cammino credibile: «la società attuale vive nell’interattività. Le persone partecipano, opinano e si posizionano nei confronti delle realtà del mondo. La conversione pastorale presuppone un alto grado di considerazione verso i processi partecipativi di tutti i membri della comunità parrocchiale» (D 100, 290).  Quanto maggiore sarà la partecipazione alle decisioni della comunità, tanto maggiore sarà la garanzia di continuità di un cammino condiviso da tutti. Il D100 della CNBB è molto attento alle modalità di interazione interne alla vita comunitaria e, per questo, non si ferma ad approfondire il piano teorico, ma offre indicazioni concrete, affinché i membri delle comunità possano vivere al loro interno in modo conforme all’insegnamento del Vangelo e allo stile delle prime comunità cristiane. In questa prospettiva, la sinodalità rivela un modo di intendere il cammino ecclesiale nella prospettiva del popolo di Dio, che persegue il discernimento in merito ai problemi emergenti, creando lo spazio affinché questo avvenga secondo una modalità comunitaria. Le parrocchie che intendono essere aperte sul territorio, creando spazi per le realtà ecclesiali già presenti e stimolando percorsi di decentramento, trovano nella sinodalità uno strumento fondamentale affinché il popolo di Dio possa esprimersi e percepire il protagonismo di un cammino ecclesiale.
La conversione della parrocchia esige anche un nuovo stile di formazione. Non si tratta semplicemente di pensare ai contenuti da trasmettere ai membri della comunità. È necessario trovare metodologie e processi che permettano di stimolare una conversione e, di conseguenza, un cambiamento nella comunità:
Oggi è indispensabile un’interazione, che facilita non solo un passaggio di informazioni, ma un processo di apprendimento che avviene in una formazione comunitaria. Metodi e pedagogie interattive e partecipative devono essere incentivati. Queste metodologie devono prendere in considerazione la particolare pratica delle comunità, e le esperienze della vita delle persone, formando le coscienze ai valori della vita comunitaria e della fede cristiana (D 100, 302).
L’attenzione alle pedagogie interattive, deve caratterizzare, secondo il D100, anche il percorso formativo dei seminaristi, che in quanto futuri pastori, persone chiamate ad entrare a contatto con la vita, soprattutto nelle situazioni in cui questa soffre o è minacciata, non possono accontentarsi di assimilare meri contenuti.

Il D100 si occupa infine della presenza dei laici e delle laiche nelle comunità e della loro ministerialità: «i ministeri laicali riflettono la dignità di tutti i battezzati e la corresponsabilità di tutti i cristiani nella comunità» (D 100, 306).  Ciò comporta la costruzione di comunità che sappiano stimolare la partecipazione dei laici in differenti ministeri e servizi. Tra questi servizi, il testo indica il ministero della Parola come fondamentale per il buon andamento della comunità, in quanto sostiene le comunità più piccole nella condivisione interna ai circoli biblici, e quelle maggiori nella celebrazione del culto domenicale in assenza di presbitero. Il documento richiama poi le considerazioni già riportate sui metodi formativi, valide anche per i laici e le laiche che svolgono servizi ministeriali all’interno della comunità.[2]
L’ultima parte del testo contiene una severa critica a quelli che definisce “cattolici non evangelizzati”, che non hanno fatto l’esperienza di un personale incontro con Gesù Cristo e, per questo, manifestano una debole identità cristiana e poco senso di appartenenza alla comunità. Questi cattolici sono, secondo il D100, i maggiori responsabili dell’allontanamento dalle comunità di tante persone che cercano nella variegata proposta di denominazioni neopentecostali, ciò che non hanno trovato nella Chiesa Cattolica: Dio. Per questo motivo il duplice dinamismo indicato dal testo in direzione della decentralizzazione e della cura delle relazioni umane, verso una conversione pastorale delle parrocchie, dovrebbe essere l’elemento portante della spinta missionaria auspicata da Aparecida e stimolata dal D100 della CNBB: «La grande sfida delle parrocchie – sostiene il testo nelle battute iniziali – è uscire in missione, smettere di occuparsi solamente delle cose ordinarie e delle persone già presenti nella comunità e uscire verso un incontro più ampio» (D 100, 31).





[1] Per dare continuità alle proposte del D100, la CNBB ha dato alle stampe, nel 2016, un documento interamente dedicato ai laici: Cristiani laici e laiche nella Chiesa e nella società. Sale della terra e luce nel mondo (Documento 105 della CNBB). I numeri 225-247 sono dedicati al tema della formazione dei laici. Interessante sottolineare la dicitura “laiche” accanto al termine “laiche” che rivela la delicatezza di un cammino di Chiesa, e sottolinea l’importanza della presenza femminile all’interno di questo cammino.
[2] L’aspetto della formazione dei laici sarà poi approfondito dal documento 105 della CNBB, interamente dedicato ai cristiani laici e laiche.

martedì 26 marzo 2019

PREPARANDO IL CONVEGNO MISSIONARIO DIOCESANO - DOMENICA 31 MARZO 2019





Domenica 31 marzo alle 15,30 si svolgerà presso il Centro Sacro Cuore il Convegno Missionario Diocesano che avrà come punto fondamentale la presentazione del nuovo cammino diocesano della missione in Brasile che, dalla Bahia si sposta in Amazzonia. 
Sarà con noi il Mons. Adolfo Zon Pereira, vescovo della diocesi di Alto di Solimões nella quale inizieremo una collaborazione a partire dal mese di ottobre di quest'anno. 
Per aiutarci a preparare il Convegno, qui di seguito alcune informazioni sia sulla diocesi che sul vescovo Adolfo. 


DIOCESI DI ALTO SOLIMÕES: ALCUNI DATI

Il nome Solimões deriva dal fiume che attraversa tutto il territorio diocesano ed è il nome che il rio delle Amazzoni assume quando passa in questo territorio. In realtà, la diocesi di Alto di Solimões oltre ad essere attraversata dal rio delle Amazzoni, ospita nel suo territorio un numero incalcolabile di altri fiumi e, tra questi, ci sono il fiume Iça che passa sul territorio della diocesi per 358 km e il fiume Yavarì di 1200 Km.

 La diocesi è attualmente guidata dal Vescovo Mons Adolfo Zon Pereira (classe 1956), saveriano di origine spagnola. La diocesi ha sede nella città di Tabatinga, che è una città di frontiera che confina con il Perù e la Colombia ed ha un’estensione di 131.600 kmq, con un totale di 216.000 abitanti. Negli ultimi 15 anni c’è stata una crescita della popolazione del 20%. Il 38% della popolazione è indigena. Molte comunità vivono sulle rive dei fiumi e vengono denominate: ribeirinhas.

La mappa della diocesi di Alto di Solimões 


Alto di Solimões è stata elevata a diocesi nel 1991. Il primo vescovo è stato mons. Alcimar Caldas Magalhaes, che  ha guidato la diocesi dal 1991 al 2015. Ora Mons Alcimar è emerito e vive nella casa episcopale con il vescovo Adolfo.

Religione: Oltre al cattolicesimo sono presenti anche molte denominazioni religiose protestanti e neo pentecostali: Luterana, Maranatà, Congregazionale, Chiesa Battista, Assemblea di Dio, Presbiteriana, Dio è amore e tante altre. Tra queste forme religiose è importante segnalare la presenza nella regione della fraternità della Santa Croce, denominata Cruzada e il gruppo denominato Israelita.  Il 5% della popolazione si dichiara senza religione.

Popolazione: Sul territorio sono presenti diversi gruppi indigeni: Tikunas, Marubu, Matses, Matis, Kulina Pano, Kurubu, Maguta, Kokama, Kambeba, Kaixana, Kanamari, Witoto.

Economia: Dal punto di vista economico la gente vive di pesca. In alcune zone ci sono alcune industri di legname. Il PIB pro capite è di mille euro, ciò significa che la popolazione è molto povera. Il Vescovo Adolfo si lamentava della scarsa presenza dello stato nella regione e della corruzione dei politici locali.

La cattedrale di Tabatinga 


Società: I maggiori problemi sociali della regione sono la droga, la disoccupazione, il traffico di persone. Negli ultimi anni si sono registrati molti suicidi tra i giovani.

SITUAZIONE ATTUALE

Attualmente la diocesi di Alto di Solimões, composta di otto parrocchie, è stata divisa in due zone (vicariati).Vicariato 1

Atalaia del Nord: Padre Alberto e Padre Lino (saveriani italiani)

Benjamin Costant: È una parrocchia accompagnata da sempre dai francescani. In queste settimane stanno cambiando formazione. Domenica 24 marzo è stato nominato il nuovo parroco: Frate Mario Ivon Ribeiro Ofmcap.

Tabatinga: don Valmir è il parroco coadiuvato da tre preti: Pedro, Elias (sono tutti e tre originari della regione) e Mariano (romeno). Ci sono inoltre cinque congregazioni religiose (tre femminili e due maschili)
Belem di Solimões: Fra Paolo (italiano)

Vicariato 2

Tonantins: padre Gonzalo (colombiano), suor Benice e suor Lucia
Santo Antonio do Iça: Fra Assilvio (Amazzonia) e fra Gino (italiano). Da novembre sarà guidata da tre preti di Reggio Emilia: Gabriele Carlotti, Gabriele Burani e Paolo Cugini
Amaturà: padre Washington (colombiano)
San Paolo di Olivenza: padre Marcello (sul del Brasile), ci sono due congregazioni femminili di suore.
Santa Rita: è una zona pastorale della parrocchia di san Paolo accompagnata da tre suore del PIME (Laura e Dora italiane, Odete del sud del Brasile)


MONS ADOLFO ZON PEREIRA



Classe 1956. Nato in Spagna nella città di Ourense.

Frequenta il seminario minore e lo studio della teologia nel seminario della citt. Durante l’ultimo anno di teologia entra nei saveriani. “Ho atteso due anni per causa della mamma che non voleva un prete missionario”.

Nel 1985 è a Pamplona per l’animazione missionaria e nel 1986 fa professione perpetua e l’ordinazione sacerdotale. Per 7 anni rimane in Spagna per l’animazione missionaria e vocazionale.
Nel 1993 arriva in Brasile a Belem nel Nord.

1994 è parroco della parrocchia delle isole nella diocesi di Abaetetuba (Stato del Parà-Brasile), dove rimane sino al 2001. Siamo già in territorio amazzonico. La parrocchia conta con 62 comunità con una popolazione di 35 mila abitanti.

2001-2003: studia teologia pastorale e dottrina sociale della Chiesa in Spagna a Madrid. È stato lui stesso a chiedere questo periodo di studio: “in questi anni di studio ho maturato la mia formazione e impostazione sociale e pastorale”.

2003: torna in Brasile e prende una parrocchia (Tailandia nel Paranà) assieme ad un altro saveriano. Don Adolfo assume la scuola di formazione dei laici e le lezioni sulla dottrina sociale della Chiesa nella facoltà teologica della zona e nell’IPAR.

Il Vescovo Adolfo mentre passa tra i fedeli per dare il segno della pace


Dal 1998 viene invitato dal vescovo ad assumere la coordinazione della pastorale sociale.

2010-2014: è il coordinatore della pastorale diocesana.

2014: viene nominato parroco della parrocchia di san Francesco a Belem.

27 Agosto 2014: è nominato vescovo coadiutore della diocesi di Alto di Solimões.

8 novembro 2014: è consacrato vescovo

14 dicembre 2014: arrivo nella diocesi di Alto di Solimões

24 maggio 2015: accettata la rinuncia di Mons Alcimar e, automaticamente, Mons Adolfo diventa vescovo di Alto di Solimões.


Lemma episcopale: Date voi stessi da mangiare.









lunedì 25 marzo 2019

ULTIMISSIMA TAPPA: ATALAIA DEL NORD



La chiesa di Atalaia del Nord


Domenica, 24 marzo. È un giorno speciale, è il ricordo del martirio di mons. Oscar Romero, martire della Chiesa, dichiarato santo nell’ottobre dello scorso anno. Per tanti motivi sono particolarmente legato a questo santo al punto da dedicare l’Unità Pastorale a cui ero stato affidato proprio a lui. Le reiterate proteste, però, di alcuni laici e soprattutto, con mia grande sorpresa, di alcuni giovani, mi condussero a decidere di non insistere su questo nome davvero scomodo, ma segno della Chiesa che amo, quella che si sporca le mani e si schiera senza mezzi termini dalla parte dei poveri. Lo scorso anno, alla fine di agosto, ho trascorso una decina di giorni a san Salvador con un gruppo di preti e suore, guidati da Maria Soave Buscemi, sulle orme della Chiesa dei martiri salvadoregni. Romero è, infatti, il personaggio più conosciuto di una Chiesa che è stata letteralmente massacrata durante dodici lunghissimi anni di dittatura militare, che ha visto la morte di circa settantamila persone, tra i quali preti, suore, laici impegnati nelle comunità di base e, soprattutto, tantissimo contadini poveri. Il martirio di Romero va ricordato perché la sua santificazione rischia di annacquare la forza del suo messaggio, di vescovo e pastore assassinato durante una messa per il suo impegno a favore dei contadini poveri della sua diocesi di San Salvador.
Un giovane Oscar Romero


 Forse il suo martirio più profondo è avvenuto dopo la sua morte, quando una fetta significativa della Chiesa salvadoregna ha imposto un vero e proprio ostracismo sulla vita e la morte di mons. Romero, ostracismo spezzato solamente da papa Francesco pochi anni fa. La sua morte è un grido dentro alla storia contro tutti gli impostori, tutti i potenti che non hanno il minor scrupolo a schiacciare i poveri indifesi e senza parole. Romero è morto per questo, perché ha dato voce con il suo esempio e il suo impegno a quelli che non hanno voce, è stato l’anima di un popolo povero e umiliato. La morte di Romero è anche il grido di Dio contro quella Chiesa che non si fa scrupolo di abbandonare il gregge, soprattutto le sue pecorelle più indifese, per andare a braccetto con i potenti, per trarne qualche beneficio. Romero con il suo sangue sparso per i poveri dice al mondo e alla Chiesa che è Cristo il Signore della storia, è a Lui che bisogna guardare ed è Lui solo che occorre seguire e dinnanzi al quale dobbiamo piegare le ginocchia: a Lui solo.

Le "scorciatoie" di Tebito

Giornata trascorsa nell’ultima parrocchia della diocesi di Alto Solimões: Atalaia del Nord. Il viaggio in barca per giungere ad Atalaia è stato il più suggestivo realizzato sino ad ora. Siamo partiti alle sei del mattino per riuscire ad essere presenti per la messa delle otto del mattino. Per arrivare in tempo ci siamo affidati all’esperienza di Tebito, l’autista della lancia-barca della diocesi che ci ha fatto passare in mezzo alla foresta amazzonica, attraversando ben sei scorciatoie. All’arrivo ci hanno accolti i due preti saveriani- Alberto e Pino – che da pochi mesi sono a servizio della parrocchia di Atalaia. Pino è una figura incredibile che ho conosciuto lo scorso anno nel mese di agosto a san Bartolomeo. 

Padre Pino (si intravede in fondo alla foto), padre Alberto e padre Gabriel

Padre Pino Leoni è un saveriano che è arrivato in Brasile nel 1968 e dopo 46 anno era stato richiamato in Italia dal suo ordine. In Italia è durato poco, sino a quando il Vescovo Adolfo, anche lui saveriano, conoscendo la “fibra” di padre Pino, gli ha chiesto di venirlo ad aiutare. Dicevo che Pino l’ho conosciuto lo scorso anno a san Bartolomeo in un modo stranissimo. Ci eravamo messaggiati alcune volte nei mesi precedenti perché padre Pino era venuto a sapere che stavo preparando le valige per l’Amazzonia. Una mattina presto padre Pino mi telefona dicendomi che sarebbe arrivato a Reggio verso le 11, per venirmi a trovare a san Bartolomeo. Verso le 9,30 sento suonare il campanello della canonica. Mi affaccio e che c’è alla porta? Proprio lui, padre Pino che dalla stazione di Reggio prese un tram per arrivare a Coviolo e da lì è venuto a piedi – sì proprio a piedi – a san Bartolomeo. Padre Pino ha 77 anni. Questa storia la riporto volentieri perché è un grande insegnamento. Quando vedo ragazzi di 16-18 anni pretendere dai loro genitori di scarrozzarli qua e là, mi viene in mente questo missionario sorridente che bussa alla mia porta dopo essersi fatto 5 km a piedi senza tante balle.

Paola e Ilaria


Mentre parliamo dopo la messa con le persone del posto, mi accorgo che ci sono due ragazze con l’accento italiano. Sono Ilaria di Firenze e Paola di Salerno. La mamma di quest’ultima è amica di vecchia data di padre Alberto e da parecchi anni desiderava fare un viaggio in Brasile. Quest’anno ha deciso di coinvolgere la sua amica di studi – Scienza della Pace a Pisa (facoltà che non avevo mai sentito nominare) – e così eccole qua a trascorre due mesi della loro giovane vita nella terra brasiliana. Dopo qualche giorno a San Paolo sono arrivate ad Atalaia del Nord, che è una città di 76 mila Kmq e conta circa 20 mila abitanti. Sono state Paola ed Ilaria a condurci sulla riva del fiume Yavarì per mostrarci le imbarcazioni di alcuni popoli indigeni che arrivano in città per ricevere i soldi del governo, fare la spesa, e altre attività, vivendo nel periodo che stanno in città sulle loro barche, che si trasformano in case ambulanti.

Le barche in cui vivono le famiglie dei popoli indigeni quando vengono in città


La caratteristica di questa parrocchia, che è la più grande del mondo, è il suo territorio immenso, percorsa dal fiume Yavarì che è lungo 1200 km. Chiaramente le tre suore e i due preti più una laica saveriana spagnola (Marta) non riescono a coprire con il lavoro di evangelizzazione tutto questo territorio immenso. Per ora, cercano di dare continuità al servizio pastorale avviato in città. L’immenso territorio che si trova sulle rive del fiume Yavari è abitato da sei popoli indigeni. Solamente gli agenti pastorali del CIMI (Consiglio Indigenista (pro Indios) Missionario) riescono ad entrare periodicamente a contatto con questi popoli, grazie ad un progetto di Mani Tese spagnolo. Il lavoro dei tre agenti del CIMI ha come obiettivi di aiutare i popoli indigeni ad avere coscienza dei loro diritti, ad offrire orientamenti sulla salute, oltre ad un accompagnamento sul modo di coltivare alcuni prodotti. È bene ricordare che in questo immenso territorio, oltre ai sei popoli indigeni ricordati prima, ce ne sono anche sedici che non voglio nessun contatto con il mondo
Nel ritorno breve visita all’esperienza delle quattro suore di tre congregazioni religiose, che avevamo visto nel mese di giugno nella comunità di Islandia che si trova in Perù. In casa ne abbiamo trovato solo due: Emilia e Fatima. Diversamente dal nostro primo incontro, in cui manifestavano una certa pesantezza del loro lavoro pastorale, a causa della resistenza dei popoli indigeni incontrati, ore le cose sembrano migliorate. “Primo del nostro arrivo – ci dice suor Emilia- le comunità indigene venivano vistate raramente: non c’era un accompagnamento religioso e pastorale regolare. Ora che andiamo almeno una volta al mese e a volte due, la gente si sta abituando alla nostra presenza: ci aspetta e ci riconosce”.

Andremo a lavorare in ina diocesi, se il Signore vorrà, dove non mancano le sfide. Credo sia importante per la Chiesa di Reggio mantenere aperta una finestra sul cammino della Chiesa latinoamericana e, in modo particolare, ora, sulla Chiesa in Amazzonia. La ministerialità della Chiesa ci interpella per la strutturazione di comunità che dovrebbero sempre più vedere la corresponsabilità di laici e laiche. L’incontro con i popoli indigeni, l’attenzione alla loro cultura e religiosità, ci stimola a confrontarci sempre con le diversità che incontriamo, per sfuggire alla tentazione di modellare la Chiesa a tinta unica, la tinta di coloro che sono la maggioranza, escludendo le minoranze. Infine, Il cammino con la Chiesa in Amazzonia ci ricorda ogni giorno che dobbiamo prenderci sempre cura di un pianeta che stiamo distruggendo e che l’attenzione con il creato, opera di Dio, è il primo modo di dire sì alla vita.

giovedì 21 marzo 2019

ULTIMA TAPPA DELLA VISITA ALLE PARROCCHIE DELLA DIOCESI DI ALTO DE SOLIMOES




Padre Marcello con a fianco il traduttore



SAN PAOLO DI OLIVENZA

Paolo Cugini
Venerdì 15 marzo. Alla mattina quasi perdiamo la lancia! Don Gabriele aveva detto a don Washington che la lancia sarebbe arrivata alle 8, mentre quest’ultimo insisteva nel dire che sarebbe arrivata alle 9 e che quindi saremmo riusciti tranquillamente a fare colazione. Mentre stavamo sorseggiando il caffè, arriva un signore invitandoci a fare alla svelta a prendere le nostre valigie perché la lancia per San Paulo di Olivenza – la nostra prossima meta – era già arrivata ed era già sul punto di partire. Ancora una volta, purtroppo, mi tocca scrivere che don Gabriele aveva ragione: pazienza.
Più di due ore di viaggio sul rio Solimões: che spettacolo! Mentre Gabriele leggeva il suo ennesimo libro (ne ha divorati parecchi in questo periodo e tutti sul tema dell’Amazzonia), io mi sono messo dietro a contemplare il panorama. Quante piante, quanto verde, quant’acqua! Mentre viaggiavamo e contemplavo questo panorama paradisiaco, mi venivano in mente i paesaggi della Bahia che ho visto per circa quindici anni: quanta siccità! Quanta voglia di acqua che non si decideva a scendere dal cielo! Nell’ultima città in cui sono stato come parroco e in cui si trova adesso don Luca Grassi – la città di Pintadas – negli ultimi tre anni non era caduta una goccia d’acqua: roba da pazzi. Qui invece, acqua a volontà, non solo nei tantissimi fiumi, ma anche durante il giorno: piove sempre a catinelle.
Arrivati al porto non troviamo nessuno ad attenderci: forse abbiamo sbagliato giorno? In ogni modo, visto che san Paulo di Olivenza non è Parigi, ci siamo incamminati puntando la chiesa. Non abbiamo sbagliato. Arrivati alla chiesa qualcuno, su nostra richiesta, ci indica la casa parrocchiale che troviamo subito, anche perché è enorme. San Paulo di Olivenza è stata la prima sede della diocesi di Alto Solimões, quindi la casa parrocchiale era la casa in cui abitava il vescovo. Il parroco attuale è un giovanissimo prete di 36 anni, 1,85 per 120 kg circa: insomma c’è proprio tutto.  Un prete simpatico, gioviale, diocesano del sud del Brasile, un fidei donum come noi. Ci sediamo e, dopo le presentazioni di rito, iniziamo a parlare e, soprattutto ad ascoltarlo. Padre Marcello e della diocesi di Uruaçu, nello Stato di Goiais. Dopo otto anni di presbiterato chiese al vescovo di venire nella diocesi di Alto di Solimões. Dal 2011 al 2013 Marcello ha lavorato nella Pontificie Opere Missionarie nella capitale del Brasile, a Brasilia, e in questo contesto ha avuto modo di percorrere il Brasile, facendo incontri missionari e, in questo contesto ebbe la possibilità di vedere la realtà amazzonica. Siccome la diocesi di origine era abbastanza guarnita di preti, chiese al suo vescovo di venire in missione in Amazzonia con il progetto di chiese sorelle, che in Brasile è attivo dal 1972. Il contratto è triennale con possibilità di rinnovo.

 La parrocchia ha sei comunità nella città e venti lungo il fiume, anche se in realtà sono 16. Il municipio ne ha 72 di comunità, ma molte sono delle chiese evangeliche: Battista, Assemblea di Dio e la Cruzada. In parrocchia ci sono anche tre congregazioni di suore, che aiutano nel lavoro pastorale, oltre a progetti specifici del loro carisma. Una di queste aiuta i popoli indigeni a coltivare senza appiccare il fuoco.


I cinque giovani in cammino vocazionale con padre Marcello


Nella casa parrocchiale, assieme a padre Marcello, vivono anche 5 giovani – dai 17 ai 30 anni – che stanno facendo una esperienza comunitaria per un anno, con l’obiettivo di discernere per verificare la vocazione. Sono arrivati da un cammino vocazionale nelle parrocchie. Se tutto va bene il prossimo anno andranno nel propedeutico a Manaus. Questi cinque giovani si chiamano: Alex di Santo Antonio di Iça con 17 anni; Adelsono (19) e Genilson (22) di san Paolo di Olivenza; Bartolomeo e Romas di trent’anni che sono della città di Amaturà.
In questa casa non ci sono giovani di origine indigena. Nella diocesi c’è n’è uno solo – Hercules – di origine indigena d’etnia tikuna che sta in un cammino vocazionale. Non si trova qui a san Paulo di Olivenza, ma a Belém di Solimões perché i Cappuccini in questo luogo hanno svolto un lavoro vocazionale specifico, tentando formare i giovani con interesse vocazionale nella comunità. Quando vanno fuori dalla comunità, i giovani indigeni solitamente non ritornano.

Anche per Marcello la difficoltà della Chiesa cattolica in questa regione amazzonica, è la mancanza di presenza. “I preti e le suore vanno per fare una visita, spesso raramente. Solamente quando ci saranno giovani indigeni religiosi o suore l’evangelizzazione sarà possibile, perché sapranno parlare con l’idioma che la gente conosce. Questo è il motivo della grande facilità che gli evangelici hanno per entrare nelle comunità. Sono persone del posto che conoscono, quindi la lingua, diventano pastori e rimangono con la gente ad accompagnarli nella fede”. Ci sarebbe da riflettere sul diverso stile di evangelizzazione tra cattolici e protestanti, ma mi porterebbe via molto tempo. Dico solo che, a causa dei problemi sopra descritti, vale a dire una scarsissima presenza, il lavoro missionario cattolico è stato strutturato su due poli fondamentali: la sacramentalizzazione, e la diffusione delle devozioni. Per i protestanti, invece, il grande lavoro che svolgono è la conoscenza della Parola di Dio, il Vangelo. Per questo quando arrivano in una comunità se li portano via tutta: perché gli annunciano il Vangelo, parlano di Gesù e non altre storie.

Padre Marcello parla anche della grande prospettiva del Sinodo. “Il modo di essere Chiesa che abbiamo, a volte rende difficile la propria evangelizzazione. Molte cose che per noi sono efficaci, come il tema della catechesi tutti i fini settimana, qui nelle comunità sul fiume è impossibile. Altro esempio è dalla parrocchia di Belém di Solimões che non hanno il sacrario, il tabernacolo, perché secondo i Cappuccini che stanno facendo servizio là, il popolo tikuna non è ancora in grado di comprendere il mistero eucaristico”.  Poi c’è la realtà dei ministri. “In Amazzonia non ci saranno mai preti a sufficienza, così come stanno le cose. Alcuni studi propongono la figura delle diaconesse, o dei diaconi permanenti e la validità dei presbiteri sposati per l’Amazzonia. Comunque vadano le cose nel Sinodo, è necessario pensare qualcosa di nuovo rispetto a quello che c’è oggi”. Padre Marcello sostiene anche che l’Amazzonia nella Chiesa del Brasile “è stata considerato come il purgatorio, in cui venivano inviati religiosi che venivano puniti. In realtà in Amazzonia dovrebbero venire i migliori presbiteri e religiosi, proprio per la durezza dell’esperienza che l’Amazzonia propone”.

Arrivo alla comunità Maria di Nazareth

Domenica 17 marzo. Dopo la preghiera e colazione il programma prevede la messa in una comunità del fiume: Maria di Nazareth. Sono un po' emozionato (è solo un modo di dire) perché sarà la prima messa che celebriamo in una comunità totalmente indigena. Quaranta minuti di barca assieme al parroco padre Marcello e ad altre quattro persone che vengono con noi. Il clima che si respira all’arrivo nella comunità è da film Mission. Tutti parlano la lingua nativa: solo qualcuno accenna a qualche frase di portoghese. Sono davvero curioso di vedere come si svolgerà la messa. Mi colpiscono subito i volti sorridenti di tutti, non solo dei tantissimi bambini. E poi i colori: che varietà! Mentre il coro canta diversi canti nella lingua locale tikuna, padre Marcello si intrattiene con i leader religiosi e sociali della comunità: il cachiqui. Finalmente inizia la messa. Padre Marcello parla e, un maestro locale, traduce. L’impressione avuta – dovuta al fatto che in diverse occasioni ho dovuto tradurre dal portoghese all’italiano e viceversa- è che padre Marcello diceva troppe cose prima di lasciare al traduttore la parola. Quindi, a mio avviso, più che ripetere le parole del prete, il traduttore interpretava a suo modo. La messa si è svolta nel modo classico, con l’interprete che è intervenuto solo in due momenti: il Vangelo e l’omelia. Ciò significa che nella gran parte della celebrazione la gente non ha partecipato.
Finita la messa ci siamo incontrati con Gabriele in mezzo alla cappella, mentre la gente usciva e la domanda è stata spontanea e immediata: ma a che cosa serve e a chi una messa così, dove i partecipanti non capiscono nulla perché non viene celebrata nella loro lingua? È mai possibile che in tutto questo tempo non si sia mai pensato a qualcosa di diverso, più inculturato, per fare in modo che i tikuna partecipino attivamente come, tra l’altro, è indicato dallo stesso Concilio Vaticano II? Ci toccherà mettere mano anche a questo.


Foto di gruppo dopo la messa


Mentre stavamo camminando per visitare la moglie del cachiqui, che si trova ammalata da qualche giorno – la diagnosi che poi ha fatto padre Marcello è appendicite: come trasportarla all’ospedale di San Paulo di Olivenza? – ho fatto due chiacchere con uno dei capi della comunità che si chiama Gabriel. È un uomo di 37 anni padre di 8 figli (la moglie ha 36 anni). Quando gli ho chiesto se erano sposati in qualche modo o rito mi ha risposto: “Siamo amigados (accompagnati). I tikuna non hanno un rito specifico di matrimonio. Quando due giovani desiderano vivere insieme riuniscono la comunità e chiedono ai rispettivi genitori la possibilità di vivere insieme”. C’è un forte senso comunitario nelle comunità indigene.
Ho parlato con suor Dora -un’italiana del Pime sull’impressione che ho avuto osservando con attenzione alcuni volti di bambine indigene, che avevano un’apparenza strana, triste. Ho avanzato l’ipotesi dell’abuso sessuale e lei me lo ha ampiamente confermato. “Ci sono alcune psicologhe che lavorano al campo base della salute indigena e stanno aiutando le bambine e le donne proprio in questo settore. Stanno consigliando le donne di non andare sole nei campi, ma di andare assieme. Il fenomeno dell’abuso sessuale è molto diffuso, legato al tema dell’alcolismo”. Pensavo che il problema fosse legato alla cultura patriarcale, ma lei non è molto d’accordo. “È vero che le donne nelle assemblee non parlano molto, ma se una donna non è d’accordo di una cosa che è stata decisa e ne parla in casa con il marito, viene rifatta un’altra riunione per ridiscutere tutto”. Del problema della violenza sessuale sui minori ne avevano parlato anche al corso a Manaus. Mi ricordo che ne aveva parlato suor Rose, che fa parte di una équipe allargata di missionarie che lavorano sulle problematiche legate al traffico di organi e nella regione detta delle tre frontiere, che sarebbe proprio Tabatinga. Tre frontiere perché in pochi metri si toccano i confini di tre paesi: Brasile, Colombia e Perù.


COMUNITÀ DI SANTA RITA

Lunedì, 18 marzo. Alla mattina salutiamo nella preghiera padre Marcello e i cinque giovani che stanno riflettendo sulla loro vocazione e salpiamo per santa Rita. Dopo un’ora circa di battello, arriviamo a destinazione. Santa Rita è una comunità che appartiene dal punto di vista ecclesiale alla parrocchia di San Paolo di Olivenza. In questa comunità vive una comunità di tre suore del PIME (Pontificio Istituto Missioni Estere) due italiane – Laura e Dora – e una brasiliana: Odete. Sono qui da circa un anno. “Quando siamo arrivate lo scorso anno – ci racconta suor Dora – nella casa c’era solo una stanza: il resto lo stavano mettendo a posto. Entrando in “casa” padre Marcello disse: ho un’idea, andiamo a trascorrere una settimana a san Paolo di Olivenza!”.
La chiesa della comunità santa Rita



La comunità di Santa Rita, dal punto di vista religioso è quasi tutta protestante. Dal punto di vista sociale è forse la realtà più povera incontrata sino ad ora: il che è tutto dire. La presenza delle te suore del PIME a santa Rita corrisponde all’intuizione pastorale del vescovo Adolfo: non si può più pensare di pretendere di fare missione solamente visitando ogni tanto le comunità come si è sempre fatto: occorre vivere in mezzo alla gente, occorre essere presenza. Don Adolfo sta invitando suore, laici e presbiteri da varie parti del Brasile a viere nelle comunità della diocesi, per essere vicini alle comunità indigene. Verso sera – cioè le 17, visto che il sole viene giù molto presto – facciamo un giro nel paesino, per avvisare alcune persone per la messa di domani. Ne approfittiamo anche per entrare in alcuni negozi. Suor Odete ci spiega che il commercio locale è tutto in mano ai peruani (abitanti del Perù). Ci spiega anche i meccanismi loschi che stanno avvenendo in questi negozi, che lei stessa ha potuto verificare. “La carta di credito delle famiglie povere che ricevono la pensione o i benefici del governo viene presa dai commercianti peruani, che trattengono metà della mensilità da spendere nei loro negozi. Questo tipo di atteggiamento è proibito per legge. Il problema è che qui siamo così fuori dal mondo che chiunque fa ciò che vuole e i poveri ci rimettono”.  Dalle parole di suor Odete capiamo che è anche difficile organizzare un lavoro di coscientizzazione. “I popoli kokama e tikuna che vivono qui, accettano passivamente la situazione: non sono abituati a ribellarsi dinanzi alle ingiustizie”.

Momento di preghiera con le suore del PIME

Martedì, 19 marzo. Alla mattina preghiamo insieme con le suore: lodi della solennità di san Giuseppe. Dopo colazione cerchiamo Nicanor, che è il cachiqui della comunità che, in canoa ci porta a visitare alcune comunità vicine. Se fosse stagione di bassa marea le comunità potrebbero essere raggiunte a piedi, ma essendo stagione di alta marea, il fiume si è alzato e sta allagando tutto il paese, comprese le strade. Con Nicanor (di anni 81), quindi, prendiamo una canoa: e qui comincia l’avventura. Infatti, appena entriamo nell’igarapé (è una parte del fiume che entra in uno spazio senza uscita) con la canoa, guidata da Nicanor e da una ragazzina di 13 anni chiamata Rita, cerchiamo di entrare nel fiume Solimões (che sarebbe il fiume delle Amazzoni). Nicanor e Rita, nonostante remino con tutte le forze, non riescono a remare contro corrente, in direzione della comunità di Porto Franco verso cui siamo diretti, e la canoa per alcuni momenti è trascinata dalla forte corrente del fiume. 
Don Gabriele al lavoro per non affondare!


Per fortuna, da lontano Nicanor vede la barca a motore di uno dei suoi 7 figli e lo invita ad affiancarsi. A quel punto Nicanor lega la nostra canoa alla barca del figlio, che lentamente ci trascina al posto desiderato. Appena arrivati suor Dora riconosce sulla strada della comunità, la psicologa Renata, di Manaus, che visita le famiglie, e soprattutto attende donne che hanno subito violenze. Oltre a ciò, entra nelle scuole per orientare i giovani sui temi dell’alcol e della droga. Assieme a Renata e ad alcune persone della sua équipe facciamo due passi per la comunità per conoscere un po' il territorio.
Don Gabriele e suor Laura in visita al quartiere allagato


Nel pomeriggio visita al quartiere di Santa Rita chiamato favela. È la zona più povera della comunità. Quasi tutto il quartiere è evangelico. Mentre passiamo vari bambini e signore riconoscono le suore, che salutano con calore. Tra una zona allagata e una no, attraversiamo il quartiere in mezzo a campetti di calcio improvvisati in cui giocano tanti bambini e ragazzi/e. Mentre camminiamo in mezzo a tanta povertà penso alla vita di queste tre suore. Ci vuole veramente tanta fede, tanto amore, anzi un amore per Dio fuori dal normale, per accettare la proposta di vivere in mezzo a questo nulla. È vero che sono tre donne con dell’iniziativa, ognuna con caratteristiche e doni diversi. In ogni modo, la loro presenza qui chiama in causa molte pagine del Vangelo, le pagine della sequela a Gesù che chiede di rinnegare se stessi, di rinunciare a tutto. Nella vita di queste tre donne a Santa Rita appare lo stile del seme gettato nel terreno, del fermento nella massa, di qualcosa che viene svolto in piena e pura fiducia, affidandosi a Dio, più che alla possibilità di controllare i risultati di un lavoro svolto. Per chi nasce qui forse è normale, ma per chi viene dall’Italia o dal sud del Brasile, molto normale non è.

Foto di gruppo dopo la messa nella cappella della comunità santa Rita

Alla sera messa nella cappella di santa Rita. Celebriamo la solennità di san Giuseppe. Nella piccola chiesetta arrivano lentamente alcune persone. Oltre alla celebrazione domenicale realizzata dalle suore, nella cappella durante la settimana viene celebrato il rosario, oltre alla catechesi dei bambini. Alla celebrazione guidata da don Gabriele e ben preparata, le persone si lasciano coinvolgere. È un bel momento che rimarrà senza dubbio segnato nella loro memoria.