mercoledì 20 febbraio 2019

ECOTEOLOGIA AMAZONICA - NUOVI CAMMINI DI EVANGELIZZAZIONE INCULTURATA






CORSO SULLA REALTÀ AMAZZONICA

MANAUS - 20 FEBBRAIO 2019



Prof: Padre Riccardo Gonçalves Castro

Sintesi: Paolo Cugini


Il cristianesimo è la religione più antropocentrica dell’umanità. Il cristianesimo deve chiedere perdono alla natura. Ecologia integrale. Dio non può essere solo in un altro mondo.

Regno di Dio e creazione. Questo significato si trova nelle parabole di Gesù. La realtà del Regno si percepisce da come Gesù guarda la creazione. La libertà di Dio continua nella creazione e nella storia. C’è una dinamica fraterna di crescita, trasformazione e scoperta. Il Regno è esperienza della scoperta, della misericordia, è compassione, è fonte di vita.

Il simbolo del bambino per il Regno di Dio è un simbolo della natura. Bambini come elemento della sapienza. Il bambino deve giocare e così sperimenta l’allegria di vivere. È questo che perdiamo quando diventiamo adulti. Nella vita adulta spesso perdiamo il significato ludico della vita, le dinamiche dell’immaginazione.


La foresta è una fonte grande della rivelazione di Dio. Nella foresta è impossibile essere agnostici. Qui la relazione con Dio è semplice e spontanea. La foresta permette di avere i piedi sulla terra, il contatto con la realtà, percepire la compatibilità della terra con la natura umana. Siamo terra, pianta, alberi: c’è una dimensione vegetale che dev’essere recuperata (indicazione del libro di Genesi).
Ci sono esperienze che parlano di un’unione vegetale: AYAWASKA. La natura ci insegna nella contemplazione. La foresta è fonte di sapienza, possiede un’anima che può insegnarci. La contemplazione della natura aiuta ad entrare in contatto con Dio. Agli indios è stata negato di vivere la loro spiritualità, le loro espressioni religiose e culturali e questo ha lasciato un grande impatto negativo sui popoli indigeni.
Nel ritmo dei fiumi. L’Amazzonia vive sui fiumi. Ci sono momenti di piene e di secche. La vita cambia quando un fiume riempie. Cambia l’alimentazione, i ritmi degli animali e degli uomini. In Amazzonia dovrebbe esserci una liturgia differente, ritmata dai tempi dei fiumi. La liturgia deve accompagnare la vita e quindi i ritmi della natura. Non può Roma capire i ritmi del popolo amazzonico e, quindi, imporre dei ritmi che non conosce. C’è una liturgia del fiume, dei suoi tempi e momenti.

C’è anche la mescolanza tra indigeni e popoli di provenienza africana, che occorre tenere in considerazione. L’indo e l’afro e poi il cattolicesimo tradizionale.
La grande sfida è conservare le acque: ci vuole una teologia dell’acqua, che ha una dimensione religiosa, perché sostiene tutta la creazione. Dobbiamo ringraziare il Signore per la sorella acqua. Spesso non rispettiamo l’acqua anche nei riti religiosi. Nel Candomblè e nell’umubanda l’acqua è molto più valorizzata. Sarebbe interessante portare la gente vicino al fiume per il battesimo dei bambini. L’Amazzonia è un ambiente che permette di recuperare la sacralità dell’acqua.
Ci sono delle forme sincretiche che troviamo in Amazzonia.



Pajelança: è una forma di xamanismo. Gli sciamani hanno rituali che pretendono una connessione con la Madre Natura e il mondo spirituale. Gli spiriti possono essere alleati o avversari. Questa è una dinamica fondamentale nei popoli indigeni. La pajelança è un sistema di cura e di credenze: c’è una specie di sincretismo con le forme religiose del cattolicesimo popolare.

Xamanismo: la realtà è piena di spiriti
Xamano: è colui che entra in contatto con lo spirito.
Il Xamano entra in transe attraverso l’uso di allucinogeni e invoca gli spiriti.

Cultura ribeirina (dei villaggi dei fiumi). Qui s’incontra una mistura di riti e usanze mescolate con le devozioni importate dai portoghesi.

Incantados: gli spiriti della foresta che incantano le persone. Sono questi incantati che fanno un bambino diventare ammalati o che lasciano ammalate le persone. Si possono togliere questo tipo di malattia con color che sono addetti a benedire.
Pegadores: fanno massaggi.

Sono tutte pratiche con un fondo religioso. C’è tutto il discorso del malocchio.

Il santo cattolico ti toglie i problemi dentro questa religiosità: c’è tutto il discorso del pagare le promesse. Quando si passa al pentecostalismo entra la logica della decima. C’è una base una religiosa che transita per forme religiose moderne.

Mescolanza – interculturazione: La ricchezza autentica dell’Amazzonia è nella mescolanza che esiste tra biodiversità, cultura e religiosità tradizionale dei suoi popoli. Questo impone alla Chiesa in Amazzonia un cammino, una mistica, un progetto di vita che dev’essere incarnato nelle metodologie dell’evangelizzazione. Ci dev’essere, dunque, un riscatto della cultura, dell’identità amazzonica a partire della mitologia e del simbolismo religioso. Occorre promuovere un’educazione teologica, spazi di riflessione affinché si possa elaborare una teologia amazzonica, una spiritualità e teologia della sequela di Gesù nel contesto amazzonico.

Senza cammino di inserimento non riusciamo a camminare con il popolo amazzonico.

Equilibrio: è fondamentale nella mitologia amazzonica. C’è una necessità di compensazione. Come la natura, tutto è necessario convivere con il suo opposto: luce e tenebra. Il giorno ha bisogno della notte e viceversa.



Chiesa evangelizzatrice in Amazzonia: C’è il desiderio dell’ascolto della Parola di Dio che si comprende con la dinamica dell’incarnazione. La Chiesa, come il Logos, deve incarnarsi in Amazzonia, rivestirsi dei suoi elementi sacramentali, dei suoi codici linguistici, della sua corporeità, della sua percezione della creazione. Nel superamento del modello della chiesa colonizzatrice, la comunità ecclesiale desidera la valorizzazione e l’autonomia creativa per ascoltare la Parola, relazionare con la sua vita e applicare a partire del suo modo di essere nella realtà locale.
La chiesa in Amazzonia vuole comprendere la sua natura e missione a partire dal paradigma della creazione. Una comprensione più profonda della relazione tra fede e creazione è la base affinché la Chiesa amazzonica sviluppi attitudini e strategie attente alla biodiversità.

Impegno interecclesialePorto Velho (2014). Camminiamo o con il popolo di Dio accogliendo tutte le espressioni della vita. Ci impegniamo a rafforzare le lotte dei movimenti sociali popolari. Ci impegniamo a promuovere modelli economici alternativi.


venerdì 15 febbraio 2019

LINGUE INDIGENE IN AMAZZONIA E RORAIMA






Giovedì 14 febbraio 2019
MANAUS – corso sulla realtà amazzonica

Prof.: Sanderson Castro Soares de Oliveira
Sintesi: Paolo Cugini
Quante lingue sono parlate in Brasile? 197
Ci sono lingue indigene, lingue di immigrazione (varietà di tedesco, giapponese, italiano, ecc.).
Quante lingue sono parlate in Amazzonia? Circa 60
Quanti popoli indigeni esistono in Brasile? Circa 274
Ci sono 42 unità genetiche.

Indigena è legato alla terra. Questo è anche il significato del movimento indigena che lotta per il riconoscimento delle terre indigene. Ci sono molte terre indigene che non sono ancora omologate.  La maggioranza delle lingue del Brasile sono parlate da comunità piccole con poche persone che le parlano.  La lingua più parlata in territorio brasiliano è il tikuna (50 mila). Ci sono Tikuna a san Paolo, Tabatinga, Tefè.

Ci sono anche delle lingue in pericolo di estinzione. Ci vogliono meno di cento mila parlanti, quindi tutte le lingue indigene in Brasile sono in pericolo di estinzione.  Secondo le stime c’erano 1500 idiomi in Brasile prima dell’arrivo dei colonizzatori. Oggi è rimasto il 10% delle lingue.
Il luogo in cui si sono mantenute il maggior parte di lingue è l’Amazzonia, anche perché è una regione che non fu molto colonizzata a causa della difficoltà di vivere.

Ci sono anche le lingue generali che sono le lingue parlate in una regione, che servivano per comunicare con i vari popoli. Non c’è stato un processo in Brasile di valorizzare le lingue specifiche, ma quelle generali. La morte di una lingua è anche dovuta alla morte fisica di un popolo.  I fattori che hanno portato alla morte della lingua generale in Amazzonia. Fino al XIX secolo l’Amazzonia non era incluso nel Brasile.

Il pericolo della borsa famiglia è che toglie gli indios dall’aldeia e li porta in città. Molti indigeni si sono inseriti nei settori importanti della società.

Famiglia linguistica.
Appartenere alla stessa famiglia linguistica non vuole dire che le lingue sono uguali. In Brasile ci sono 19 famiglie linguistiche indigene. Popoli indigeni isolati in Brasile. Gli europei hanno sterminato i popoli indigeni e le loro culture, hanno rubato le loro mogli. Molti popoli sono fuggiti all’interno della foresta per poter sopravvivere.
Indigeni isolati è una categoria amministrativa. Un indio isolato è un popolo con assenza di relazione permanente con la società. In Amazzonia c’è la maggior concentrazioni di popoli indigeni isolati.

giovedì 14 febbraio 2019

TEMPO E SPAZIO IN AMAZZONIA











MANAUS - AMAZZONIA
CORSO DI INCULTURAZIONE
13 FEBBRAIO 2019



Prof.: Tatiana Schor
Sintesi Paolo Cugini

È interessante in Amazzonia come sono collegate tra loro le città, sono dipendenti tra loro.
Farina in Amazzonia è conoscenza, perché in ogni città c’è un tipo di farina e un modo per lavorarla. È importante partecipare al lavoro della farina nei luoghi in cui avviene. C’è una grande quantità di tipi di farina. Le élite delle città delle regioni dell’Amazzonia sono i commercianti. Il prezzo delle farine è molto interessante per capire la differenza tra chi produce e chi vende. L’Amazzonia sembra una regione che non è mai pronta, che è sempre in movimento.

Quando si parla di Amazzonia occorre capire di che Amazzonia stiamo parlando. L’ Amazzonia ha una grande complessità di natura molto ricca. C’è una quantità di elementi che sono ancora sconosciuti. La natura dell’Amazzonia è molto importante. Si parla molto della foresta culturale. Ci sono alcuni alberi ipes, che sono utilizzati molto. Gli uomini che abitavano qui milioni di anni fa facevano maneggio della foresta. Eduardo Neves ha rivoluzionato l’archeologia dell’Amazzonia. Oggi abbiamo in Amazzonia una grande diversità di popoli indigeni, con una storia particolare e religioni diverse. Molti popoli sono stati eliminati. Ci sono poi i popoli riberini (sul fiume). Le persone che vivono sul fiume fanno della foresta la loro sicurezza, soprattutto dal punto di vista dell’alimentazione.

Quale Amazzonia? Non è una regione omogenea, ma è complessa e diversa. È meglio parlare di Amazzonie.

Spazialità: forme con cui le persone occupano uno spazio. La siccità è problema, mentre le piene è allegria per il popolo. La questione dell’acqua potabile è molto seria. Si vive una vita fluida, in cui la acqua è il centro. I prezzi variano dal livello di acqua de fiume. C’è una grande dispersione di cibo.
C’è una grande movimento di prodotti soprattutto nei territori di frontiera. A Tabatinga si trova quindi una grande varietà di frutta, perché ci sono prodotti della Colombia e del Perù.
Il 70 % della foresta Amazzonica è in Brasile (Bolivia 8%, Perù 10%, Colombia 5,5%).
Amazzonia Legale: definita per la legislazione (articolo 199 Costituzione 1946; Legge 1806/1953
Estensione: 5.020.000 Km2
In Amazzonia abitano 4 milioni di abitanti, di cui 2 milioni sono a Manaus.

Problema socioculturale: capire che mappa ha in testa l’abitante di una zona e confrontarla con la realtà geografica.
La prima idea che oggi abbiamo dell’Amazzonia è uno spazio vuoto. C’è stato un processo di disabitazione, stermino di popoli indigeni e chi è rimasto se ne è andato. È questo il frutto del processo di colonizzazione.
Diario dell’Amazzonia (Asman). È inglese. Racconta come vengono sterminati gli indigeni con il lavoro schiavo. Il vuoto demografico è la conseguenza del processo di colonizzazione. Interessante è l’archeologia perché testimonia la presenza degli indigeni nel territorio. Anche il suolo mostra dei cammini che si sono sedimentati.



Problema della terra nera: residui umani. Dimostra che nei secoli passati c’era un’occupazione intensa del territorio amazzonico.

Gli Incas erano più sviluppati degli europei, per la loro organizzazione sociale. In Amazzonia l’organizzazione è molto più complessa. Video: gli indios prima del Brasile. Esistono marche spaziali significativi che dicono di una presenza: i geroglifici dell’Acre.
Ci sono anche delle cose che non sono rimaste. La colonizzazione è stata una catastrofe demografica. Ci sono evidenze di 11 mila anni, anche se ci sono difficoltà nella ricostruzione. Si cerca oggi di ricostruire la foresta com’era prima della colonizzazione.

Ci sono due ambienti chiari in Amazzonia:
Terra ferma: 98%
Varzea: 1,5%
La Varzea è l’area di maggior concentrazione di popolazione
Amazzonia spagnola: sembra che prima di Cabral, gli spagnoli erano già arrivati in Amazzonia

Si comincia a trasformare gli indigeni in schiavi. Creazione della capitania. Creazione dei forti e delle ville. La Chiesa cattolica ha avuto un ruolo importante.
Modello mercantile portoghese:
Obbedienza all'assolutismo: il re è signore di tutti
Territorio è potere. L’occupazione portoghese si è data per mezzo di forti militari e dalle missioni religiose.
C’è poi un periodo di stagnazione tra il XVIII e XIX secolo, dove c’è l’estinzione della Compagnia Generale del Gran Parà Maranhão e di san Giovanni del Rio Negro. Viene creata la Comarca di Alto Amazzonia. Ci sono dei nuclei popolati nelle valli.

Amazzonia brasiliana

Nel 1822 quando è stata proclamata l’indipendenza del Brasile, l’Amazzonia non faceva parte del Brasile perché continuava ad appartenere al Portogallo.

Nella prima metà del secolo XIX avviene una rivoluzione delle capanne: ci furono 40 mila morti. Venne distrutto la possibilità di organizzazione sociale. Questo ha segnato profondamente la società indigena.
1850: l’Amazzonia è elevata a Provincia
1866: viene aperta la navigazione straniera in Amazzonia
1850-1920: estrazione della gomma. Coincide con l’arretramento dei popoli indigeni
Catena produttiva. Nasce anche quello che viene chiamato: avviamento, vale a dire un sistema di credito che indebitava gli estrattori di gomma, che diventavano schiavi.

C’è una concentrazione a Manaus e Belém.
Interessante è il movimento degli europei che arrivano per la gomma e i cimiteri raccontano molto di questa epoca, perché consegnano i personaggi, i gruppi sociali che abitavano in quel periodo, in modo particolare l’esistenza di gruppi di origine ebraica, degli ebrei dell’Est europeo. C’è stato un impulso di creazione di ricchezza, ma non ha segnato un processo di crescita. Le attività estrattivista non ha prodotto crescita, ma solo accumulo per pochi. Gli edifici che ci sono a Manaus dicono di una storia che sembra non avere relazione con il presente della città. Manaus sembra una città che non vuole ricordare il proprio passato, per questo non vengono messi in ordine gli edifici antichi dell’epoca florida dell’estrazione della gomma.



La crisi della gomma: nel 1876 cominciano a coltivare la gomma da un’altra parte, perché gli inglesi prendono le sementi e le piantano nelle loro colonie. La crisi della gomma, per gli storici, ha provocato una riorganizzazione dell’economia familiare, e quindi non è vista così negativa.

sabato 9 febbraio 2019

FINALMENTE A CASA

Isola della pietra furata: una delle tante isole intorno a Barra Grande

                                                                                                       

                                                                                                            Paolo Cugini

Oltre agli incontri con amici e amiche che da tempo non vedevo e che hanno rallegrato i nostri cuori, ci sono stati due incontri che in un certo modo mi hanno fatto sentire a casa, in tutti i sensi e con tutto me stesso.

Il primo è stata la messa di domenica 3 febbraio alle 19 a Barra Grande, nel Sud dello Stato della Bahia. Avevo chiesto a Leo - l’amico di Miguel Calmon, professore di Storia e inventore del giornale di critica politica Virus, che dal 2011 vive a Barra Grande dopo aver vinto un concorso statale come professore di storia – di avvisare il parroco che ero disponibile a celebrare la Messa. Come di costume, sono giunto sul posto una ventina di minuti prima per conoscere le persone del luogo. È stato bello entrare nella cappella della comunità, semplice ma in ordine, salutare le ministre della Parola, dell’Eucarestia e della decima (quante donne, Madonna mia!). Poi, entrando, mi sono venuti incontro i giovani membri del coro che hanno animato la messa. Prima della celebrazione eucaristica una signora ha letto un commentario nel quale, oltre al tema della liturgia, si spiegava ai presenti il motivo della mia presenza. Durante la celebrazione, ero uno dei collaboratori della liturgia, preparata e animata da molte persone della comunità. Alla fine della Messa, dopo l’oremus, un signore ha dato gli avvisi ricordando l’incontro di preparazione delle liturgie delle prossime domeniche. Questo signore è omosessuale e convive con il suo compagno. In questa comunità cattolica tutti lo sanno e trova spazio perché, tra le persone semplici, quello che conta non è la diversità sessuale, ma l’essere figlia e figlio di Dio.

 Su mia sollecitazione, la ministra della Parola responsabile della comunità, mi ha ricordato che la comunità si trova al mercoledì per il rosario degli uomini, al giovedì sera per l’adorazione eucaristica animata dai laici e la domenica per la celebrazione della Parola in assenza del presbitero. Quando alla domenica c’è la messa – avviene due volte al mese perché il parroco deve attendere a 22 parrocchie (Bau!!!) – la comunità celebra la Parola al venerdì sera. Piccola comunità, dunque, ma piena di vita, con molte persone che si mettono a disposizione per animarla. Comunità che sa ritrovarsi in qualsiasi circostanza, anche in assenza del parroco. Forse gli ancora troppi preti delle nostre diocesi italiane, educati a guidare le comunità accentrando tutto su di loro, non stanno favorendo la formazione di comunità con laici e laiche capaci di trasmettere la fede, di animare la comunità perché al centro della comunità, purtroppo, c’è un ministro ordinato e non Gesù Cristo. Per questo motivo servirebbero i missionari. Servirebbero…


Il secondo evento che mi ha fatto sentire a casa è stato alle paoline il giorno 8 di febbraio, prima di imbarcare per Manaus. Ero andato dalle paoline per cercare qualcosa sull’Amazzonia e mi sono imbattuto sul testo-base della Campagna della Fraternità, che guiderà la quaresima di quest’anno. È dal 1962 che la Chiesa brasiliana ha deciso di dedicare un tema sociale da meditare durante il periodo della quaresima. Viene scelto un tema e, su questo, viene preparato un inno da cantare nelle messe, e un CD con i canti da fare durante le domeniche di quaresima. Oltre a ciò, viene preparato un testo base che sviluppa il tema scelto con il metodo Vedere-Giudicare- Agire, in modo tale da mettere i leaders delle comunità in condizioni di poter accompagnare le persone negli incontri. Il materiale della CF prevede anche libretti per i circoli biblici, per le adorazioni oltre a materiale specifico per i giovani e per le scuole.

 Il tema della Campagna della Fraternità 2019 è: FRATERNITA’ E POLITICHE PUBBLICHE. È stato questo tema che mi ha fatto sentire a casa. Che stufata, infatti, negli ultimi anni, dover a che fare con persone che mi rompevano l’anima con le rubriche liturgiche, con coloro che pensano che liturgia si riduca ad una ripetizione formale di gesti, che il problema maggiore sembra essere se nell’avvicinarci al corpo di Cristo bisogna inginocchiarsi o stare in piedi, tenere le manine chiuse o aperte. È la vittoria della sterilità della fede che va da un’altra parte rispetto alla vita.

Che bello, invece, prendere per mano un testo voluto dai vescovi brasiliani che durante il tempo liturgico della quaresima chiedono ai fedeli non di mettere le manine giunte, ma di riflettere sulle politiche pubbliche messe in atto non solo nel Paese, ma nelle proprie città, nei propri quartieri. Chi sta leggendo queste parole in Italia si chiederà immediatamente: ma che cosa c’entra la liturgia con le politiche pubbliche? Tesoro della mamma, ti capisco sai; se ti hanno fatto credere per tutta la vita che la liturgia sia una cosa che riguarda il sacro e che tutto è fatto per far risaltare l’onnipotenza di un Dio che vuole distanza e sacrifici, allora non puoi che storcere il naso dinanzi ad una simile proposta, che sembra una vera e propria blasfemia. Se ci fermiamo un attimino, però, a riflettere sul mistero di Dio che si è fatto uomo e che è venuto ad abitare in mezzo a noi per stare con noi, perché è l’Emmanuele, il Dio con noi, allora capiamo che è la vita quotidiana che Gesù è venuto sia a valorizzare che a trasformare. Non ci può, allora, più essere separazione tra fede e vita, liturgia ed esistenza quotidiana, perché in Gesù la vita si compie e si dona con abbondanza (Gv 10,10). Che forza avrebbero le liturgie italiane se dalla Messa domenicale ci si prendesse l’impegno per lavorare contro le mafie, contro la corruzione politica, per impegnarsi attivamente per un mondo più giusto e più vero? Che bello sarebbero le nostre liturgie domenicali se al loro interno fosse portata la vita vera, quella che viviamo ogni giorno e che Gesù è venuto a valorizzare, più che stare attenti all’osservanza delle rubriche! Mentre scrivo non ho in mente solo le liturgie del Brasile, ma anche di alcune comunità italiane che porto nel cuore e che hanno fatto un cammino in questa direzione. Anche perché se la liturgia non esprime la vita del popolo di Dio, così come ci ha insegnato il Concilio Vaticano II, per “tenere i fedeli” e a non perdere i giovani, saremo obbligati ad inventarci altre cose o a sterilizzare ai massimi livelli la vita liturgica.

Leo è il primo a sinistra: sempre sorridente


lunedì 21 gennaio 2019

missione missionari

IL BISOGNO DI PROFETI NELLA SOCIETÀ POSTCRISTIANA






Paolo Cugini

Leggendo la storia del popolo di Israele, storia tutt’altro che lineare e di facile comprensione, ma colma di sorprese e novità, si coglie un dato a mio avviso molto significativo. Nei momenti più delicati di questa storia, c’è sempre stato qualcuno, nella maggior parte dei casi un profeta, capace di vedere quello che gli altri non riuscivano a vedere. Nelle più grandi catastrofi, come ad esempio l’esilio in Babilonia del 587 a.C., i profeti riuscivano a vedere una sorta di itinerario nascosto dentro la storia, che avrebbe mutato il destino del popolo, trasformandolo da negativo in positivo. I profeti, in definitiva, iniettavano speranza nel popolo, erano coloro che riuscivano a tenere alto il morale, a non permettere che il popolo si abbattesse sotto i colpi della dura realtà.

Oggi, a mio avviso, c’è più che mai bisogno di profeti, di visionari, di persone capaci di vedere dove nessuno riesce a cogliere nulla. C’è un mondo che sta andando in frantumi, e coloro che sono chiamati ad esercitare una guida spirituale non lo vogliono ammettere. La società e la cultura Occidentale giorno dopo giorno, a passi sempre più veloci si sta secolarizzando. Ciò che si percepiva già negli anni ’50-’60 del secolo scorso, vale a dire un processo inarrestabile di secolarizzazione, oggi è palpabile in tutti i settori della società, persino nella religione. Sembra un paradosso, ma non più di tanto.
L’incapacità cronica dell’istituzione ecclesiale di capire il cambiamento, sta creando lo spazio per tutti quei movimenti tradizionalisti che si aggrappano al nulla pur di mantenere in piedi ciò che ormai è crollato al suolo (grazie a Dio). E così, mentre ci sarebbe bisogno di porre le basi per un nuovo cammino ecclesiale e spirituale, nell’oggi di questa fase così delicata, sono i movimenti di tipo fondamentalista a trovare spazio e ad alzare la voce nella Chiesa. Si avverte nell’Occidente secolarizzato, una Chiesa ostaggio del passato, nella ricerca ostentata e, per questo ridicola, di mantenere in piedi quello che è rumorosamente fracassato al suolo.

Si parla sempre di più di società postcristiana per il fatto che si ha la netta sensazione che siamo entrati in un’epoca nuova, in cui la cristianità così come si era venuta a strutturare dal medioevo in poi, non esiste più. Certamente, chi si guarda intorno può affermare che in realtà non sembra notare un grande cambiamento. Tale cambiamento è più interno che esterno, più culturale e spirituale, che materiale. I sociologi ci ricordano anche con le statistiche alla mano, che nell’Occidente secolarizzato i cristiani sono sempre più una minoranza. Le percentuali di coloro che frequentano le chiese cala a vista d’occhio. Allo stesso tempo, si constata il calo vertiginoso dell’accesso alla vita sacramentale. Battesimi, matrimoni, confessioni: sono sempre meno le persone che partecipano a ciò che da sempre sono considerati i cardini della vita ecclesiale.  Sono soprattutto le giovani generazioni a disertare le chiese che, ormai, vedono la presenza di bambini e anziani. Per quanto riguarda i bambini basterà aspettare ancora qualche anno per non vederne quasi più. Quando la cristianità avrà perso la sua presa sulla società Occidentale, non ci sarà più bisogno di catechizzare i propri figli. Spariti i bambini che riempiono le chiese nel periodo scolastico con cui vengono fatti coincidere i percorsi di catechesi, spariranno dalle chiese anche i loro genitori, perlomeno quelli che sono abituati ad accompagnare il percorso religioso dei loro figli, al di là dei loro specifici interessi personali.

Considero un bellissimo dono del Signore la possibilità di poter vivere in quest’epoca di cambiamento epocale, perché i cristiani avranno la possibilità di vivere il Vangelo in un modo più autentico e profondo rispetto a prima. Nella società postcristiana, così come si sta delineando, perdendo l’aspetto culturale di evento di massa, e di necessità sociale, l’essere cristiano, discepolo e discepola del Signore, sarà sempre di più una scelta personale, più che una necessità sociale. Per questo il futuro del cristianesimo, il futuro della Chiesa sarà nei piccoli gruppi, più che nelle grandi cattedrali. Sono già molti i luoghi di culto che, a causa del calo vertiginoso delle frequenze, vengono venduti o dati in affitto per un altro tipo di utilizzo. Mentre le città Occidentali piene zeppe di monumenti ecclesiali, diventeranno mete turistiche per ammirare un passato glorioso, noi, i cristiani, avremo modo di sperimentare la bellezza della vita evangelica rimanendo sotto i riflettori dello sguardo amoroso del Padre.


sabato 19 gennaio 2019

GENERE E TEOLOGIA





LA TEOLOGIA DELLE DONNE – II CICLO
REGGIO EMILIA – 18 GENNAIO 2019


SELENE ZORZI



Sintesi: Paolo Cugini

Quando si parla di genere si parla di cose che non si capiscono.
Qual è l’obiettivo di questa sera? Capire il contributo della teologia quando la categoria di genere impatta sulla teologia.

Femminismo e cristianesimo: questo binomio va fatto risalire a Gesù: ha incluso donne tra i suoi discepoli. Regressione patriarcale successiva: proprio per permettere una diffusione del Vangelo, la Chiesa ha avuto una sorte di regressione patriarcale rispetto al messaggio di Gesù. Questo fenomeno è visibile nella letteratura paolina tardiva, quelle per intenderci delle lettere pastorali. Le donne perdono sempre più peso all’interno della Chiesa, sino a subire una vera e propria persecuzione.
Nella storia della teologia c’è una cultura patriarcale portata avanti anche dalla filosofia. Significativa è l’antropologia aristotelica che era convinta che le donne erano dei maschi mancati.

Con il movimento delle donne che hanno ripreso in mano la Bibbia, è nata l’esegesi femminile. Nasce l’esegesi del sospetto. La sensibilità femminile porta a svelare e a correggere alcune interpretazioni correnti. In campo protestante la riflessione femminile è iniziata prima. Si pongono al testo biblico nuovi interrogativi. Con nuovi interrogativi anche sulle donne, la sensibilità femminile ha portato a correggere alcune interpretazioni fatte dai maschi. L’entrata delle donne in teologia non è stata indolore.

Ermeneutica:
·         leggere il testo all’interno di un contesto, compreso il contesto patriarcale.
·         Leggere i silenzi (discepoli: e le discepole?)
·         Maggiore attenzione alle narrazioni complesse (Salmo: come un bimbo svezzato in braccio alla madre: chi l’ha scritto il testo?)

·         Cercare di leggere il testo maschile inclusivo
Ermeneutica del sospetto: i testi sono stati scritti da uomini con la mentalità misogina, in un contesto patriarcale. Cercare i testi in cui le donne sono messe in positivo. Dio libera l’uomo, tutta la Bibbia è una storia di liberazione. La questione femminile ci aiuta a capire che un testo scritto ha la capacità di essere collocato in contesti diversi, e viene illuminato in modo nuovo. Il testo letterale è aperto a sviluppi nuovi.

Il Genere in Teologia

Che impatto ha parlare di genere in teologia? Sapere che Dio è spirito e dunque non ha sesso. Se Dio non ha sesso, devo parlare di lui a partire dalla mia esperienza, che adesso inizia ad essere anche un’esperienza femminile. Problema del linguaggio teologico. Quando parliamo di Dio, come ne possiamo parlare? Sappiamo di essere creati ad immagine di Dio e quindi che modelli antropologici escono? Abbiamo tre tipi di interpretazioni diversi, che indicano modelli antropologici diversi.

Immagine di Dio:
1.      Uomo
2.      Asessuato
3.      Forse ad immagine di Dio non è solo il maschio, ma anche la donna
Dio è padre, madre, come?
Ci sono molte immagini al femminile di Dio nell’AT.

Immagini femminili di Dio:
·         Ruah
·         Madre
·         Divina Sapienza
Immagini al maschile;
·         Se Dio è maschio, il maschio è Dio.

·         La mascolinità di Dio è genere e non sessuale. Vedremo un padre tenero.
·         Gesù era un maschio atipico. Se Gesù non si è sposato significa che è stato atipico, mettendo in crisi il modello maschile. Gesù è capace di ascoltare il desiderio femminile.
·         La questione è il collegamento quasi inconsapevole tra una sorte di legame di maschilità e potere. Per la femmina viene messo in dubbio per le donne.
È stata la cultura che ha reso indelebile il binomio maschilità e potere.

Problema del genere della Trinità. Maschile e femminile appartengono a tutta la Trinità. Possiamo usare il femminile e il maschile per le tre persone.
Maria ha sofferto moltissimo l’immaginario maschile dei celibi preti e vescovi che hanno parlato di lei elaborando una riflessione fortemente segnata dal modello maschile e dalla cultura patriarcale. La teologia femminile ha riscoperto molti aspetti nuovi su Maria.


Vergine-Madre

Eva-Maria: binomio che non regge e penalizza tutte le donne che non sono Maria
Genio femminile: è una categoria problematica. Nel magistero le donne sono escluse dal sacerdozio. Il genio femminile sembra essere la più grande categorizzazione del maschilismo sulla donna.

Dio creò l’uomo a sua immagine

A immagine di Dio lo creò
Maschio e femmina li creò
Prima dell’ottocento si interpretava come se Dio avesse creato prima l’uomo e poi la donna con l’unico scopo di generare figli. Di pende da dove si mettono le virgole e nascono interpretazioni differenti.
San Tommaso sosteneva che la donna è stata creata per la procreazione.
Modelli antropologici nella storia della teologia
1.      Un solo sesso. Dio ha creato Adamo, maschio. Le donne non sono credute ad immagine di Dio, ma possono essere redente.
2.      Le donne possono anticipare questo stato tramite una andrizzazione


Adamo-Cristo
Eva-Maria
Per sposo e sposa si intendeva che il maschio era il capo della donna: lo sposo è il creatore e la sposa Israele.
Adamo è creatura come Eva: il parallelismo non funziona con Maria e Cristo.


Nella riflessione patristica chi fa la figura peggiore è Eva, cioè la donna. Anche per Maria le teologhe hanno fatto una decostruzione.

C’è un recupero di Maria.
·         Figura controcorrente: donna incinta prima del matrimonio e ha portato avanti una gravidanza scomoda.
·         Profetessa: il magnificat è il manifesto della teologia della liberazione
·         Donna “normale”: anche nel rapporto con suo figlio (se lo dimentica a Gerusalemme per tre giorni). Ci sono vari episodi in cui si vede che Maria non capisce che cosa stia facendo suo figlio.
·         È una Maria che è sorella, in cui si riscopre la sessualità ed è l’inizio di un modello di una Chiesa a due voci.
·         C’è un femminile che è modello anche degli uomini.

Genere femminile e Dio

Ruah: ha a che fare anche con la Shekinah (la nube). Questa shekinah.
Oggi Cristo è la tenda: una cristologia al femminile.
Dio madre: Os 11, Dt 32. Anche la mistica Giuliana parla di Dio come madre. Anche Giovanni Paolo I.
Divina sapienza: Gb 28; Sap 7.
Regno di Dio: in greco si dice al femminile: Basileia
Due parabole:
Lc 15, 8-10 (perde
Mt 13, 33-35: lievito (è una donna senza un uomo, immagine del Regno di Dio)

Giovanni Paolo II: IL generare è di natura divina, perché Dio è spirito. Anche la paternità è divina.
Concilio de Toledo: 675 d.C. Gesù che esce dall’utero del Padre. Possiamo dire di un Padre che partorisce
Le donne sono degli ospiti nella Chiesa, ancora oggi.
Rischio di avere solo un’immagine di Dio: idolatria. Più immagini abbiamo per esprimere Dio, maggiore è la ricchezza della nostra esperienza di Dio.


venerdì 11 gennaio 2019

NUOVI ORIZZONTI DELLA MISSIONE





Sintesi: Paolo Cugini
Nel libro di Mario Menin: Missione, Cittadella editrice, Assisi 2016, presentato a Reggio Emilia nel mese di novembre 2018, in un evento organizzato dal Centro Missionario Diocesano, l’autore, dopo aver presentato i diversi modelli di missione che si sono succeduti nel tempo e dopo aver approfondito i documenti magisteriali più significativi sul tema della missione, si sofferma a riflettere sulle nuove prospettive della missione a partire dal nuovo quadro socio. - culturale. E’ su questa, a mio avviso, interessante analisi, che intendo soffermare l’attenzione.

A cinquant’anni dalla fine del Concilio la missione è molto cambiata. È possibile individuare tre sfide che il nuovo contesto culturale propone alla Chiesa.

a.       Con quale Chiesa? Il problema consiste nel capire in che modo la Chiesa è chiamata ad essere presente nel mondo nel nuovo contesto culturale scristianizzato che alcuni definiscono come epoca post-cristiana. Si tratta di inserire la Chiesa nell’orizzonte del mondo, perché possa rendere ragione di sé dall’interno della storia. La sfida missionaria dell’Europa consiste nel riportare il Vangelo nella vita quotidiana delle persone e nei suoi nuovi areopaghi culturali. In questa prospettiva non basta esserci come Chiesa. La semplice presenza non è più di per sé garanzia di evangelizzazione. Occorre un nuovo rapporto vangelo-culture, un ritorno della Chiesa al Vangelo e del Vangelo nella società. Ciò richiede un costante processo di inculturazione della fede e di evangelizzazione delle culture, attraverso un approccio più mirato e attento alle persone per riconoscere l’intima sete di senso che esse sperimentano e soffrono, aiutandole a discernere tale sete nella loro vita, presentando il Vangelo non come un pacchetto di norme canoniche da osservare, ma come risposta inclusiva della loro ricerca e sofferenza. Ciò richiede una Chiesa più modesta, più umile, più decentrata sulla Parola e sull’altro come aveva proposta il Concilio. Non si tratta di rinunciare all’istituzione Chiesa, quanto piuttosto di ripensarla a partire dalla sua natura missionaria, da quella “attività” che fino al Vaticano II era considerata periferica e riservata a pochi.

b.      Con quale Cristo? L’avvento del pluralismo religioso e del dialogo interreligioso hanno provocato un profondo ripensamento nel modo d’intendere la missione. Il tentativo attuale consiste nel ricomprendere il pluralismo dentro l’unico piano salvifico di Dio, dal momento che non si può escludere l’opera di Dio da nessun contesto e da nessuna esperienza umana. Ciò non significa imboccare la via della relativizzazione del mistero di Cristo, ma piuttosto di una rinnovata intelligenza, dall’interno della fede, della sua unicità sia a livello teologico, sia a livello storico. Con il passaggio dal cristocentrismo conciliare alle posizioni teocentriche e pluraliste del post-concilio, il rischio è quello di relativizzare il Gesù della storia rispetto al Logos eterno di Dio. La missione nell’orizzonte delle religioni rischia di trasformarsi in una missione senza Cristo. Il problema a questo punto diventa il seguente: con quale Cristo essere presenti nell’orizzonte delle religioni? Non certo con il Cristo che le esclude aprioristicamente tutte, ma con quello che tutte le interpella e da tutte si lascia interpellare attraverso l’incontro, l’ascolto, il dialogo e il cammino insieme. L’unicità di Cristo, scrive C. Theobald, non è escludente, ma ospitale, inclusiva, nel senso che dà compimento all’unicità di ciascuno.

c.       Con quale cultura? Fino al Concilio la Chiesa di Roma immaginava che la propria maniera di inculturare il Vangelo avesse un valore paradigmatico assoluto. La nuova autocomprensione della Chiesa nei confronti del mondo in ordine alla salvezza e soprattutto la scoperta di essere per la prima volta una “chiesa mondiale e multiculturale hanno incrementato gli interventi del magistero sulla questione, ora per frenare eccessivi entusiasmi, ora per lanciare la missione verso nuovi orizzonti. Il magistero si è mosso tra richiami per garantire l’unità della fede e della chiesa e nuovi progetti di inculturazione; tra avvenimenti per salvaguardare il ricco patrimonio del cristianesimo occidentale e appelli per non imporlo sic et simpliciter a tutte le chiese locali. Il processo di scristianizzazione del continente europeo ha costretto l’Occidente cristiano a porsi la domanda sulla propria identità cristiana. Non si è cristiani solo culturalmente, una volta e per sempre, ma grazie ad una costante rigenerazione nella fede, soprattutto in un continente di antica evangelizzazione, che vede svilupparsi nuovi areopaghi culturali, in cui è più difficile comunicare e trasmettere il Vangelo. Se per incarnarsi il vangelo deve entrare nell’orizzonte del mondo, delle culture e delle religioni, va però detto che l’utopia del Regno di Dio che esso annuncia non si esaurisce in un progetto politico, per quanto nobile, e nemmeno in una cultura, per quanto elaborata. C’è una differenza, eccedenza del Vangelo rispetto a tutte le culture e religioni.

domenica 6 gennaio 2019

GENERE E TEOLOGIA - II CICLO DI CONFERENZE: LA TEOLOGIA DELLE DONNE






Paolo Cugini



Anche quest’anno il Gruppo Amiche legato al cammino dei cristiani LGBT di Reggio Emilia propone un ciclo di conferenze di Teologia delle Donne. Il successo dello scorso anno, sia per i contenuti proposti che per la partecipazione, hanno fatto sì che il gruppo ritenesse opportuno un nuovo cammino di riflessione. Che cos’è che ha colpito maggiormente nel percorso proposto lo scorso anno? Senza dubbio, lo sguardo diverso del pensiero femminile sui temi del delicato rapporto tra sessualità e teologia e, in modo particolare, la riflessione teologica sull’omosessualità. Le teologhe invitate hanno proposto cammini che hanno il coraggio di osare sentieri nuovi, senza trascurare quelli già battuti. In fin dei conti, l’idea del Gruppo Amiche consiste proprio nel proporre percorsi nuovi, osservando il tema della sessualità e dell’omosessualità da angolature diverse. Uscire dal pensiero unico, dalla teologia delle cose già dette e risapute, per mettersi in ascolto di ciò che Dio desidera dirci in questo nuovo contesto culturale post-cristiano e secolarizzato: è questo l’obiettivo dei cicli di teologia delle donne. Mettersi sul serio ad ascoltare la sofferenza di tanti fratelli e sorelle maltrattati e umiliati per il semplice fatto di essere nati diversi; capire che cosa Dio ha da dire dinanzi a queste sofferenze, che cosa c’insegna con la diversità sessuale. La proposta è quella di affidare alla teologia femminile non tanto delle risposte definitive sul tema così delicato, quanto di offrirci il loro sguardo diverso, il loro modo di approcciare il problema.

Nella prima serata, vale a dire VENERDI 18 GENNAIO 2019 alle ore 20,45, sarà con noi la teologa Selene Zorzi. Selene è stata nostra ospite anche lo scorso anno quando la invitammo a presentare un suo significativo libro: Il genere di Dio. La Chiesa e la teologia alla prova del gender. Selene ha un dottorato in teologia e insegna dal 2006 filosofia e teologia. Ha ottenuto il Diploma da Coach presso la U2Coach Academy si è certificata ACC presso la ICF, specializzandosi in Team Coaching.

Tutti gli incontri di questo secondo ciclo di Teologia delle donne si svolgeranno presso il Palazzo Dossetti dove ha sede l’università di Reggio Emilia (Via Antonio Allegri, 9. Aula D 0.1).

L'Associazione la Tenda dio Gionata e la collana Cammini della diversità delle Edizioni San Lorenzo di Reggio Emilia, appoggiano l'iniziativa, con l'intenzione di pubblicare in un testo l'intero percorso. 

Il Gruppo Amiche di Reggio sta realizzando un servizio alla città di grande spessore culturale, oserei dire innovativo: aprire lo spazio al pensiero teologico femminile. Grazie infinite per questa opportunità.