giovedì 23 febbraio 2017

NUOVE GENERAZIONI IN CERCA DI ALTRE GENERATIVITA'


SINTESI




Ragionamenti verso il secondo appuntamento «Cose da fare con i giovani»
ROVERETO 24-25 FEBBRAIO 2017

a cura di Andrea Marchesi Michele Marmo Franco Flori

Sintesi: Paolo Cugini


1. Traiettorie.
a.       La prima traiettoria indica il passaggio dall’analisi dei bisogni all’ascolto dei desideri. Si tratta dell’invito urgente a congedare ogni pretesa di conoscere la condizione dei giovani e i loro bisogni, per mettersi in una posizione curiosa di ascolto nei confronti di chi è un soggetto in formazione, in ricerca, spesso portatore sano di desideri.
b.       La seconda traiettoria suggerisce un passaggio dallo sguardo postumo ancorato al passato a un’attenzione al presente, alla prefigurazione nel presente dei segnali di futuro. La posta in gioco è la possibilità di alimentare la capacità di prefigurazione di scenari altri, riconoscendo ciò che è già eppure non è ancora pensato, resistendo all’omologazione, al pensiero unico, all’assenza di alternative.

c.       La terza traiettoria entra nel merito delle proposte e raccomanda il passaggio dalla fiction alla presa sulla realtà.

2. Le condizioni per inediti sguardi Dire semplicemente che dobbiamo cambiare sguardo rischia di essere un’ingiunzione paradossale. Non si cambia sguardo semplicemente decidendolo, con un atto di volontà, guardandosi una mattina allo specchio e decidendo che da oggi in poi si assumono nuove lenti per interpretare la realtà

a.       La prima condizione che può facilitare il cambiamento di approccio è lo sconfinamento. Si tratta di confrontarsi con altri mondi, altri saperi, altri contesti, lasciando i perimetri dei servizi sociali e delle politiche giovanili, per uscire di casa, disporsi a incontri inattesi, al confronto con altri linguaggi.
b.       La seconda condizione investe la disponibilità alla contaminazione e all’ibridazione. È un movimento di apertura dei propri spazi, progetti e servizi all’incontro inatteso con altre competenze e risorse che si muovono sul territorio, provando a sperimentare forme di collaborazione attorno a un problema comune.

c.       La terza condizione è di ordine culturale e formativo e riguarda la necessità di nutrire il proprio sguardo attraverso la ricerca della bellezza e delle domande di senso, cercando – in questa direzione – alleanza con chi è sintonizzato su questo stesso piano di ricerca, selezionando incontri con testimoni autorevoli del nostro tempo, frequentando proposte culturali, artistiche, spirituali con le quali interagire insieme ai giovani con i quali si intende operare.

3. Costellazioni tematiche che possono risultare particolarmente in grado di generare una riflessione che dalla particolarità delle esperienze ci può consegnare spunti e significati più generalizzabili.

a.       La prima riguarda due categorie rilevanti nel dibattito antropologico contemporaneo: la capacitazione da una parte e l’aspirazione, la capacità di aspirare dall’altra. Sappiamo, grazie al contributo di Appadurai, che la capacità di aspirare è quella competenza culturale che rintraccia il futuro nel quotidiano, prendendo forma, nella prassi, attraverso la ricerca di soluzioni possibili ai problemi concreti che investono la vita dei soggetti.

b.       La seconda è la costellazione che comprende le nuove frontiere della collaborazione e della condivisone. Proveremo a sfogliare questi termini nelle loro inevitabili ambivalenze, cercando di capire cosa significhi oggi collaborare e condividere e come queste pratiche stiano, per certi aspetti, mettendo in discussione i confini, le appartenenze, le delimitazioni di campo: tra formazione e lavoro, tra gioco e impegno, tra gruppalità e individualità, tra solidarietà e competizione, ad esempio.

c.       La terza costellazione si addensa attorno alle retoriche della generatività. Proveremo a capire quali contesti e quali modalità esperienziali risultano maggiormente generativi, ovvero capaci di generare cambiamenti, impatti, trasformazioni che investono sia i soggetti che ne sono coinvolti come protagonisti, sia gli ambienti sociali che ne sono attraversati.

4. Snodi e dubbi nel cambiamento di sguardo.
a.       Il primo punto investe la questione della disparità, delle diseguaglianze, dei veri e propri solchi che si stanno aprendo nella società e quindi anche – e forse in forme ancora più accentuate – all’interno dei mondi giovanili. Dare attenzione ai movimenti, alle forme più creative e generative che caratterizzano i mondi giovanili, non può farci dimenticare la diseguale distribuzione delle vulnerabilità che ci caratterizza.

b.       il secondo punto di attenzione riguarda il rapporto tra innovazione e inclusione: come e se diventa possibile innovare le pratiche di inclusione – tornando a interrogare il significato possibile dell’essere inclusi oggi – così come interrogarsi sulla possibilità che nell’innovazione trovi spazio la capacità di inclusione, il coinvolgimento di chi ha meno voce e meno strumenti per accedere a contesti capacitanti. Si tratta di provare a comprendere come non fermare una sana tensione all’innovazione che abbia con sé la capacità e gli strumenti di «garanzia» tali da permettere di tenere il passo anche a chi è più distante, più lontano, con meno possibilità

c.       Terzo punto di attenzione riguarda la relazione tra eredità e prefigurazione.

5. tagli tematici, ovvero questioni non rinunciabili per lavorare ancora con i giovani.
a.       In prima istanza troviamo i luoghi che ci sembra stiano tornando a essere una presenza cruciale.

b.       La seconda focalizzazione riguarda specificamente il cambiamento che investe il modo di apprendere e di produrre sapere, proprio con particolare riferimento al rapporto tra esperienza e conoscenza.


c.       Una terza focalizzazione coinvolge un aspetto che appare sempre meno presente nelle rappresentazioni sociali dominanti e nel campo di visibilità: l’impegno politico, l’agire sociale.

lunedì 20 febbraio 2017

CONVERSIONE COMUNITARIA




Paolo Cugini


Ogni anno la quaresima ci permette di compiere nuovi passi nella direzione del Signore. Le letture proclamate, le occasioni di ritiri spirituali, di Lectio e altri momenti spirituali, ci consentono di rivedere le nostre scelte affinché la nostra vita sia sempre più aderente alla volontà del Signore. Ogni quaresima è, per certi aspetti, un nuovo inizio, un nuovo ritorno alle origini, per ritornare da dove eravamo partiti. Siamo tutti nati dal battesimo, dall’immersione nella vita di Cristo.

San Paolo, a proposito del battesimo, ci ricorda che: noi tutti siamo stati battezzati in un solo Spirito per formare un solo corpo” (1 Cor 12,13). È un’affermazione che Paolo pone all’inizio dell’argomentazione della Chiesa come un corpo nel quale tutti hanno posto e un ruolo. L’idea di Paolo è che il corpo, che è la Chiesa, vive nella misura in cui tutti i membri vivono conforme al dono ricevuto. I battezzati sono chiamati a formare il corpo di Cristo, a rendere visibile nel mondo lo stile di Gesù. Questa idea è ben differente da quella che ci siamo fatti, vale a dire, di un sacramento che riceviamo come un dato sociale, come qualcosa che bisogna avere per fare in modo che qualcuno non si senta diverso dagli altri. Seguendo la logica del discorso di Paolo, il sacramento del Battesimo andrebbe celebrato all’interno della vita della comunità, per fare in modo che sia visibile il senso comunitario del sacramento.

Recuperare la dimensione comunitaria del Battesimo comporta tutta una serie di attenzioni, che potrebbero aiutarci nel cammino di conversione di questa quaresima. Se il Battesimo è intrinsecamente legato alla comunità, allora, dovremmo prestare maggior attenzione a come viviamo l’eucarestia domenicale. È poco evangelico e molto mondano “prendere” la messa dove ci fa più comodo e all’orario che più è consono ai nostri impegni. Per chi ragiona in questo modo è palese che la messa sia vista come un dovere di secondaria importanza, da collocare dopo le cose primarie. Coloro che hanno assunto un impegno nella comunità – catechisti, educatori, ministri dell’Eucaristia, ecc. – non dovrebbero essere assenti alla messa domenicale della comunità. È, infatti, attorno al banchetto eucaristico che la comunità trova e plasma la sua identità, il senso della propria direzione. È nella messa della comunità che le persone hanno la possibilità d’incontrarsi, di ascoltare la stessa Parola, di manifestare la propria fede, di costruire assieme quel Copro al quale appartengono in virtù del Battesimo. Come l’anima ha bisogno del corpo per esprime ciò che sente, così la Chiesa ha bisogno dei suoi membri per crescere e rendere visibile l’amore che la anima.

Durante questa quaresima siamo invitati ad un cammino di conversione comunitaria, che dovrà mettere in discussione anche le nostre abitudini. Conversione da un modo individualista di considerare la fede, per camminare insieme verso uno stile più comunitario, più conforme allo stile vissuto e insegnato da Gesù. Dalla comunità eucaristica è più facile comprendere il senso di una vita spesa per gli altri, una vita donata per amore; è più facile comprendere il motivo di scelte radicali, di scelte che vanno nella direzione del dono totale di sé. Fino a quando rimarremo chiusi nei nostri gusci, difficilmente sapremo compiere dei passi verso gli altri, dei passi nascosti, senza il bisogno di riflettori. Fino a quando gestiamo la nostra fede come gestiamo qualsiasi cosa della nostra vita, difficilmente sapremo apprezzare ciò che Dio ci vuole mostrare attraverso la vita comunitaria. Quaresima vuole dire anche questo: scoprire l’evidenza nascosta dalle nostre abitudini erronee.   

venerdì 10 febbraio 2017

PAPA FRANCESCO AMORIS LAETITIA, CAPITOLO 6: ALCUNE PROSPETTIVE PASTORALI

SINTESI





Sintesi: Paolo Cugini

Sintesi del capitolo 6 dell’Amoris Laetitia di Papa Francesco, presentata all’incontro dei preti del Vicariato Urbano venerdì 10 febbraio 2017 a Pieve Modolena.

Saranno le diverse comunità a dover elaborare proposte più pratiche ed efficaci, che tengano conto sia degli insegnamenti della Chiesa sia dei bisogni e delle sfide locali (199)
 Il principale contributo alla pastorale familiare viene offerto dalla parrocchia, che è una famiglia di famiglie, dove si armonizzano i contributi delle piccole comunità, dei movimenti e delle associazioni ecclesiali (202)

GUIDARE I FIDANZATI NEL CAMMINO DI PREPARAZIONE AL MATRIMONIO

1.       Maggior coinvolgimento della comunità nel cammino di preparazione
2.      Radicare il percorso formativo nel cammino dell’iniziazione cristiana
3.      Si è parimenti evidenziata la necessità di programmi specifici per la preparazione prossima al matrimonio che siano vera esperienza di partecipazione alla vita ecclesiale e approfondiscano i diversi aspetti della vita familiare
Non si tratta di dare loro tutto il Catechismo, né di saturarli con troppi argomenti.
·         È inoltre trovare i modi, attraverso le famiglie missionarie, le famiglie stesse dei fidanzati e varie risorse pastorali, per offrire una preparazione remota che faccia maturare il loro amore con un accompagnamento ricco di vicinanza e testimonianza.
·         Sono spesso molto utili i gruppi di fidanzati
·          proposte di conferenze facoltative su una varietà di temi che interessano realmente ai giovani. 
·         sono indispensabili alcuni momenti personalizzati
·         Contributo della pastorale popolare (San Valentino)
·         I fidanzati dovrebbero essere stimolati e aiutati a poter esprimere ciò che ognuno si aspetta da un eventuale matrimonio, il proprio modo di intendere quello che è l’amore e l’impegno, ciò che si desidera dall’altro, il tipo di vita in comune che si vorrebbe progettare.
·         Molti arrivano alle nozze senza conoscersi
Preparazione della celebrazione
·         Scegliere un festeggiamento semplice e sobrio, per mettere l’amore al di sopra di tutto
·         Occorre arrivare al matrimonio dopo aver pregato insieme

ACCOMPAGNARE NEI PRIMI ANNI DELLA VITA MATRIMOIALE (217-230)
·         È importante la presenza di coppie con esperienza che possano affiancare quelle più giovani
·         Coltivare la spiritualità familiare
·         Valorizzare l’anniversario di matrimonio
·         Aiutare le giovani coppie a darsi il tempo per coltivare la loro relazione
·         Aiutare i giovani sposi a crearsi delle proprie abitudini, rituali quotidiani condivisi
·         Aiutare le giovani coppie a creare spazi di preghiera familiare
·         Tutta la pastorale familiare dovrà lasciarsi modellare dall’ascolto della Parola di Dio
·         Ritiri brevi per sposi
·         Riunioni su problematiche della famiglia
·         Sfruttare le occasioni esistenti: battesimo figlio; benedizioni; visita di un’immagine della Vergine
RISCHARARE CRISI, ANGOSCE E DIFFICOLTA’ (231-2529)
1.       La sfida delle crisi (232-238)
v  Non si vive insieme per essere sempre meno felici, ma per imparare ad essere felici in modo nuovo.
v  Non bisogna rassegnarsi ad una curva discendente
v  I coniugi esperti e formati devono essere disposti ad accompagnare altri in questa scoperta, in modo che le crisi non li spaventino
v  Ogni crisi nasconde una buona notizia che occorre saper ascoltare
v  Per affrontare una crisi bisogna essere presenti
v  Bisogna aiutare a scoprire le cause più nascoste nel cuore dei coniugi
v  Diversi tipi di crisi:
·         Crisi comuni (arrivo di un figlio; adolescenza dei figli; nido vuoto; vecchiaia dei genitori)
·         Crisi personali (difficoltà economiche, lavoro, affettive, sociali)
v  Occorre saper mettere sul campo la faticosa arte della riconciliazione
v  Oggi basta pochissimo per rompere una relazione
v  Urgente: un ministero dedicato a coloro la cui relazione matrimoniale si è infranta

2.      Vecchie Ferite (239-240)
Ø  La propria infanzia e la propria adolescenza vissute male sono terreno fertile per crisi personali che finiscono per danneggiare il matrimonio
Ø  Rapporto con i propri genitori
Ø  Occorre realizzare un cammino di cura della propria storia
Ø  Riconoscere la necessità di guarire, di accettare aiuto e cercare nuove motivazioni
Ø  Occorre anche interrogarsi sulle cose che uno potrebbe personalmente maturare

3.      Accompagnare dopo le rotture e i divorzi (241-246)
§  Ci sono casi in cui bisogna riconoscere che la separazione è inevitabile
§  La separazione dev’essere considerata come estremo rimedio
§  Pastorale della riconciliazione e della mediazione attraverso centri di ascolto specializzati
§  Ai divorziati che vivono una nuova unione è importante far sentire che sono parte della Chiesa
§  Rendere agili e gratuite le procedure per il riconoscimento dei casi di nullità
§  Il vescovo è giudice tra i fedeli a lui affidati
§  Preparazione di un personale composto di chierici e laici che si consacri in modo prioritario a questo servizio ecclesiale
§  Cura dei genitori separati. Aiutarli a non prendere come ostaggio i figli
§  Le comunità cristiane non devono lasciare soli i genitori divorziati che vivono una nuova unione

4.      Alcune situazioni complesse (247-252)
o   Matrimoni misti con cristiani
o   Matrimoni misti con disparità di culto: luogo privilegiato di dialogo interreligioso
o   Fare in modo che la libertà religiosa sia rispettata nei confronti di tutti
o   Accesso al battesimo di persone che si trovano in una condizione matrimoniale complessa. Ruolo dei vescovi
o   Famiglie che vivono l’esperienza di avere al loro interno persone con tendenza omosessuale, che va rispettata nella sua dignità e accolta con rispetto
o   Famiglie monoparentali

QUANDO LA MORTE PIANTA IL SUO PUNGILIONE (253-258)
*      A volte la famiglia è interpellata dalla morte di una persona cara
*      Coloro che non possono contare sulla presenza di familiari a cui dedicarsi e dai quali ricevere affetto e vicinanza devono essere sostenuti dalla comunità cristiana
*      Pregare per i morti

PPer comprendere la proposta pastorale del Capitolo 6, è necessario far riferimento ad alcune chiavi di lettura dell'Amoris Laetitia presenti nel capitolo 8: Accompagnare, Discernere, e integrare la fragilità. Qui di seguito alcune idee chiave del capitolo 8 e alcune citazioni.

Chiavi di lettura (si trovano nel Cap. 8)
·         Legge della gradualità
·         Primato della persona sulla legge
·         Principio dell’integrazione e dell’inclusione
·         Nessuna condanna
·         Discernimento personale e pastorale
·         Innumerevole varietà di situazioni concrete
·         Grado di responsabilità
·         La logica della misericordia pastorale
·         Ci sono circostanze che attenuano la responsabilità morale
·         Peso dei condizionamenti concreti
·         Coinvolgimento della coscienza delle persone nella prassi della Chiesa
·         Universale/particolare

CITAZIONI DAL CAP. 8

-          Poiché il grado di responsabilità non è uguale in tutti i casi, le conseguenze o gli effetti di una norma non necessariamente devono essere sempre gli stessi (300).

-          Bisogna incoraggiare la maturazione di una coscienza illuminata, formata e accompagnata dal discernimento responsabile e serio del Pastore e proporre una sempre maggiore fiducia nella grazia (303)

-          È meschino soffermarsi a considerare solo se l’agire di una persona risponda o meno a una legge o a una norma generale, perché questo non basta a discernere e assicurare una piena fedeltà a Dio nell’esistenza concreta di un essere umano (304)

-          È vero che le norme generali presentano un bene che non si deve mai disattendere né trascurare, ma nella loro formulazione non possono abbracciare assolutamente tutte le situazioni particolari (304)

-          Un pastore non può sentirsi soddisfatto solo applicando leggi morali a coloro che vivono in situazioni irregolari (305)

-          E’ possibile che dentro una situazione oggettiva di peccato- che non sia soggettivamente colpevole o che non lo sia in modo pieno – si possa vivere in grazia di Dio, si possa amare e si possa anche crescere nella vita di grazia e di carità, ricevendo a tale scopo l’aiuto della Chiesa (305)

-          In qualunque circostanza davanti a quanti hanno difficoltà a vivere pienamente la legge divina, deve risuonare l’invito a percorrere la via caritatis (306)

-          Tuttavia, dalla nostra consapevolezza del peso delle circostanze attenuanti ne segue che, senza sminuire il valore dell’ideale evangelico, bisogna accompagnare con misericordia e pazienza le possibili tappe di crescita delle persone che si vanno costruendo giorno per giorno, lasciando spazio alla misericordia del Signore che ci stimola a fare il bene possibile (308)

-          I pastori che propongono ai fedeli l’ideale pieno del Vangelo e la dottrina della Chiesa devono aiutarli anche ad assumere la logica della compassione verso le persone fragili e ad evitare persecuzioni o giudizi troppo duri e impazienti (309)

-          A volte ci costa molto dare spazio nella pastorale all’amore incondizionato di Dio. Poniamo tante condizioni alla misericordia che la svuotiamo di senso concreto e di significato reale (311)

giovedì 2 febbraio 2017

IL DIFFICILE RAPPORTO TRA I GIOVANI E LA FEDE





ALLA RICERCA DI UN SENSO DELLA VITA

Paolo Cugini



Non c’è bisogno di ricorrere alle statistiche per capire la difficoltà che oggi la Chiesa incontra nel tentativo di evangelizzare i giovani. Sono tante le cause di questo allontanamento dei giovani dalla fede. Senza dubbio, il processo di scristianizzazione dell’Occidente ha creato quel clima sempre più secolarizzato che non permette alle giovani generazioni di identificarsi immediatamente con i valori del Vangelo. C’è uno scollamento progressivo tra la proposta cristiana e il mondo Occidentale, che sta sempre di più andando verso una deriva materialista. Il consumismo esasperato degli ultimi decenni diffusosi nel mondo Occidentale, è divenuto lentamente la vera religione, il nuovo culto con i suoi adepti e i suoi sacerdoti. Culto materialista che, facendo leva sull’immediatezza dei sensi crea, alla distanza, un vuoto di riflessione e di pensiero. È all’interno di questo vuoto che occorre spingere la nostra riflessione, per tentare di comprendere gli spazi che restano per una proposta plausibile di fede. Questo vuoto, infatti, che è allo stesso tempo culturale e spirituale, era per certi aspetti stato profetizzato da coloro che annunciavano il nichilismo. Nietzsche, già alla fine dell’’800, annunciava la morte di Do, vale a dire, la fine del mondo dei valori prodotti dal cristianesimo. Sulla stessa linea si era mosso qualche decennio dopo Martin Heidegger, quando preconizzava l’Occidente come storia della fine della metafisica. Recentemente Gianni Vattimo, prendendo spunto dai due filosofi tedeschi sopra citati, ha affermato che la croce di Cristo è il simbolo dell’annuncio del nichilismo nell’Occidente. La croce, infatti, simbolizza la morte di quell’Essere che la filosofia Occidentale, in altre parole la metafisica classica, aveva indicato come fondamento della realtà sensibile. Ebbene, proprio in quell’atto supremo che i cristiani indicano come completamento della vita terrena di Gesù, diviene nient’altro che l’annuncio definitivo della fine di ogni significato dell’esistenza, vale a dire l’annuncio del nichilismo. Secondo Vattimo, paradossalmente è stato proprio il cristianesimo, e cioè la religione che per antonomasia ha inventato il senso della vita, a divenire la fine di ogni significato dell’esistenza.
Quel grido disperato che usciva alle pagine di Nietzsche e, in modo particolare, dal famoso aforisma 625 della Gaia Scienza, oggi, nel contesto di un mondo secolarizzato, quel grido non fa più nessuno scalpore. Non esiste più una cultura cristiana nel senso stretto del termine, ovvero un mondo cristiano nel quale le persone s’identificano. È vero che ancora oggi molte persone chiedono di battezzare i loro figli e di ammetterli ai sacramenti. È altrettanto vero, però, che questa richiesta non è per nulla accompagnata da un’appartenenza ecclesiale. Si tratta, dunque, di un fatto culturale più che ecclesiale o addirittura spirituale. La poca aderenza ai valori religiosi, spesso e volentieri triturati dal materialismo consumista, che ne stravolge il senso trasformandoli in situazioni di folclore spesso di cattivo gusto, non permette alle giovani generazioni di percepire l’autenticità del messaggio evangelico. Dall’altra parte, poi, a peggiorare la situazione, c’è anche quella fetta di Chiesa tradizionalista che non riuscendo ad accompagnare l’evoluzione della storia, vive trincerata nel passato, non permettendo alcuna forma di attualizzazione. Sena dubbio, la cristianità in Occidente non è più il riferimento valoriale della cultura dominante. I giovani non nascono più in famiglie praticanti, in un contesto quasi totalmente religioso. Lentamente e progressivamente l’essere cristiani e l’appartenere ad una comunità cristiana sta divenendo sempre di più una scelta. Questo non è male, anzi. Il processo di secolarizzazione in atto, se in apparenza può sembrare deleterio per la religione, in realtà permette al cristianesimo di recuperare la propria identità. Il cristianesimo, non è infatti nato per essere la religione di un impero, ma una proposta di vita. Il Vangelo presenta delle proposte esigenti e radicali, che esigono ponderazione e, soprattutto, un lento cammino di conversione e di adeguamento al progetto proposto. In questa prospettiva, la comunità cristiana deve sempre di più abituarsi a vivere nel modo come una minoranza, il cui valore non stara più quindi nel numero, ma nella qualità della sua proposta e del suo stile di vita. Quando il battesimo dei bambini e la sacramentalizzazione smetterà di essere un fenomeno obbligatorio e di massa, sarà il segno evidente che il processo di secolarizzazione e di scristianizzazione della cultura Occidentale, è arrivato al termine.

Questa nuova situazione culturale ha prodotto una nuova visone del mondo. Più che prospettive future, valgono le situazioni che nel presente l’individuo può sfruttare. L’identità non si forma più per poter vivere per sempre i valori scelti, ma per poter usufruire il massimo del presente. Visione del mondo che attinge tutti gli aspetti della vita, dalla politica alla religione, dalla società alla vita quotidiana. Questa nuova visone del mondo non ha più al centro Dio o i valori metafisici come in quella precedente, ma la materia, le cose che consumiamo. Al centro c’è dunque, il soggetto e i suoi bisogni immediati, che dipendono dalla cultura in cui una persona vive. Se i valori erano assoluti, i bisogni, al contrario, sono relativi al luogo e alla cultura di appartenenza. C’è una grande mobilità di situazioni in cui l’individuo si trova immerso, per cui accanto alla rapidità dei cambiamenti culturali in atto, l’individuo è sollecitato alla capacità di adattamento alle nuove situazioni. Ancora una volta mi preme sottolineare che in questa nuova visione del mondo venutasi a formare negli ultimi decenni e che è ancora in formazione, i valori assoluti non sono determinanti, anzi spesso costituiscono un ostacolo per l’adattamento alle nuove situazioni che è richiesto. Un dato che può essere considerato segno specifico di questo nuovo culturale è il movimento costante di milioni di persone. Le migrazioni sono ormai un fenomeno che non avviene solamente nei paesi poveri verso i paesi ricchi, ma questo movimento avviene anche all’interno degli stessi paesi cosiddetti ricchi. Se l’antica visione del mondo era caratterizzata dalla stabilità delle persone nel loro territorio, stabilità che generava tradizioni e valori locali percepiti come assoluti e inviolabili, ben diversamente è la percezione dei valori in un simile contesto di continuo movimento. Lo sradicamento sociale, culturale e religioso è uno dei fattori che dicono della condizione umana in questo nuovo quadro culturale. Le nuove generazioni nascono e si muovono in questo contesto in continuo movimento, nel quale non ci sono valori e tradizioni che fondano la cultura, ma una pluralità, che spesso è discordante e dissonante, di elementi che divengono significativi nella misura che rispondono ai bisogni del presente.

All’interno di questa nuova visione del mondo la Chiesa fa fatica a trovare il passo giusto nel cammino della nuova evangelizzazione. Paga lo scotto di secoli di pesantezza secolare, secoli duranti i quali ha cercato più la presenza politica che lo stile evangelico. Ha assaporato così a lungo l’ebrezza di essere la maggioranza e di contare qualcosa, che non riesce a prendere le distanze da questa ubriacatura. In realtà, da diversi parti ci sono esperienze significative di comunità cristiane che tentano di vivere il Vangelo, incarnandolo nel loro vissuto quotidiano. Sono esperienze che non fanno rumore e notizia, ma che dicono della possibilità di vivere la proposta di Gesù. Segnale positivo è anche la figura di Papa Francesco: i suoi gesti e le sue parole rimettono la Chiesa nel cammino di un Concilio troppo alla svelta messo nel dimenticatoio. Il problema è come aiutare i giovani a percepire nel Vangelo una proposta reale di vita diversa da quella che offre il mondo. Come presentare un cammino che conduce a scelte definitive in un contesto culturale nel quale il per sempre e il definitivo sono percepiti come disvalori? Più che ad eventi eclatanti, anche se esperienze simili possono essere positive, quello che una comunità cristiana può fare consiste nell’aiutare i ragazzi a mantenere i piedi per terra, a rimanere a contatto con la realtà in tutte le sue forme, comprese il dolore, il sacrificio, la sofferenza. Se, infatti, la cultura postmoderna tende a proporre continui e vari modelli, spingendo le persone a decisione rapide che non richiedono una riflessone molto profonda, il Vangelo, al contrario, per essere assimilato ha bisogno di tempo e di un contatto costante con la realtà. Forse è questa la sfida maggiore, vale a dire quella di non perdere di vista la realtà, per non finire intrappolati nella rete virtuale di proposte allettanti, ma che non permettono alle persone d’incontrare se stesse e di vivere in autenticità.


lunedì 16 gennaio 2017

LA MINISTERIALITÀ NELLE NOSTRE COMUNITÀ


Paolo Cugini
Nel cammino di Chiesa che abbiamo intrapreso con le Unità Pastorali è importante capire la direzione che vogliamo imboccare. In questo cammino ci sono offerte delle indicazioni diocesane, che abbiamo già letto e fatto nostre. Soprattutto, però, il cammino che stiamo percorrendo, lo dobbiamo pensare insieme, lasciandoci ispirare dalla Parola di Dio e condurre dallo Spirito Santo. Pensare insieme significa essere presenti nei momenti di confronto, come i Consigli Pastorali o le Lectio del martedì. Essere cristiani adulti nella fede significa assumersi le proprie responsabilità, uscire dall’infantilismo spirituale che pretende sempre di ricevere tutto come qualcosa di dovuto. Costruire un cammino insieme, significa anche che nessuno ha la verità in tasca, ma che la dobbiamo cercare insieme. Inoltre, siccome il cammino indica una meta, significa che camminiamo in avanti e non indietro, guardando a ciò che c’è dinanzi a noi e non a ciò che c’è dietro.

 Il cammino lo costruiamo insieme, cristiani membri di più comunità, che provengono da esperienze diverse e, di conseguenza, abbiamo la possibilità di arricchirci di doni nuovi gli uni gli altri. Confrontandosi con altre esperienze pastorali si percepisce un rischio in questo nuovo cammino ecclesiale, vale a dire la possibilità di perdere il valore della comunità parrocchiale. Se l’Unità Pastorale, infatti, diviene il sostituto della parrocchia e tutto viene deciso in quella sede, il rischio grave è quello di perdere la propria identità di comunità, il rapporto con le persone che sono accanto a noi. Ecco perché dobbiamo interrogarci sulle modalità di ministerialità che la situazione pastorale attuale richiede alle nostre comunità, per mantenersi in vita. Questo vuole dire che, oltre ai sacerdoti e ai diaconi permanenti, occorre interrogarsi sui ministeri che oggi sono necessari per mantenere viva la comunità locale. Attraverso la parrocchia, la Chiesa è sempre riuscita a mantenere un contatto con le persone presenti nel territorio, arrivando loro attraverso i sacramenti e i cammini di evangelizzazione. Parrocchia che, per diversi secoli, si è identificata in Occidente con il parroco. 

L’attuale situazione ecclesiale chiede a tutti i cristiani di recuperare il significato profondo del proprio battesimo, per capire in che modo siamo chiamati ad esercitare i nostri doni profetici, sacerdotali e regali. Lo facciamo insieme, in ascolto di quel sensus fidei del quale tutti siamo dotati in virtù del battesimo. Ascolto che non si esaurisce in un Consiglio Pastorale, ma che richiede un atteggiamento costante di discernimento comunitario dei segni del tempo. Gli Atti degli Apostoli ci ricordano che le prime comunità venivano denominate così: il Cammino. Comunità in cammino, allora, per essere un segno visibile nel mondo della presenza del Signore; comunità capaci di rimanere in ascolto del Signore che ci chiede di rimanere con lo sguardo fisso su di Lui, che si trova sempre dinnanzi a noi e non dietro. 

venerdì 13 gennaio 2017

I CRISTIANI NEL MONDO: DIVERGENTI E LIBERI




Paolo Cugini
Divergent e il nome di un film del 2014 diretto da Neil Burger, ambientato in un futuro distopico post-apocalittico. Il film racconta le vicende di una coppia di giovani che appartengono ad una società divisa in caste. La narrazione è rivolta ad un modo futuro, si parla dunque di fantascienza, di ipotesi di civiltà future. Ebbene, dentro questo mondo volutamente studiato per essere diviso in caste dalle più nobili alle più umili, per mantenere l’armonia nella società, ci sono i divergenti che, come dice la stessa parola, sfuggono ad ogni tipo di inquadramento di classe. Soprattutto la ragazza, Beatrice, interpretata da Shailene Woodley, è divergente al 100% e viene ricercata per leggere e interpretare un testo lasciato dagli antenati e riguardante il futuro della specie. Ebbene, dopo aver dovuto passare per prove incredibili, finalmente Beatrice riesce ad aprire il testo dove esce una voce che afferma che, diversamente di come sosteneva la governate, i divergenti furono creati proprio per salvare il pianeta. Sono i divergenti, infatti, che a motivo della loro capacità di porsi contro, di non accettare quietamente le ingiustizie prodotte dalla società divise in classe, riescono a salvare il pianeta dalle leggi ingiuste e dagli usurpatori. Non è un caso che la divergente pura e autentica sia una donna. In un mondo e in una cultura i cui valori sono dettati dalla mentalità patriarcale che contagia anche le donne, che nel regime immaginato dal film sono al potere, la donna manifesta la diversità per antonomasia e, quando riesce ad esprimerla, sconvolge con la sua imprevedibilità i rigidi meccanismi del sistema. Sarà questa donna divergente ad aiutare l’umanità ad andare al di là delle barriere difensive costruite dal sistema per difendersi da fantomatici nemici. È proprio lei, la divergente, che non si è mai fidata del sistema a scoprire che dietro ai proclami del regime c’era tutta una farsa, la menzogna di un mondo di paura costruito apposta per controllare le persone.

Una simile immagine si trova anche nell’opera Umano troppo Umano di Nietzsche. Nei quasi 1400 aforismi che caratterizzano i due volumi del filosofo tedesco, viene presentato un personaggio, lo spirito libero, che sin da giovane manifesta un atteggiamento di disagio nei confronti delle regole della comunità. A dire il vero i responsabili della comunità percepisco l’autenticità delle critiche della giovane anima – Nietzsche chiama spesso in questo modo lo spirito libero -, ma per proteggerla decidono di metterlo fuori. Agli occhi dei capi della comunità, la diversità di vedute apportata dallo spirito libero, potrebbero col tempo mettere in pericolo la sopravvivenza della stessa. Lo spirito Libero non se la prende più di tanto per aver subito una decisione ingiusta, anzi da questa triste storia capisce che lo spirito libero, per il suo modo di essere e di vedere la realtà, è preferibile che cammini da solo. Sono famose le pagine nietzschiane nelle quali traspira una profonda misoginia, dovuta senza dubbio anche dalle sue travagliate e penose storie con le donne, nelle quali sostiene che le donne non possono accompagnare lo spirito libero nella sua avventura, perché ne ostacolano il cammino, cercandolo di proteggerlo dai pericoli mentre lo spirito libero è uscito dalla comunità proprio per incontrarli. Alla tranquillità e serenità tipica della fanciullezza e per un certo verso anche dell’adolescenza, alla soglia della maturità si contrappone un momento di smarrimento ove tutto viene messo in discussione. È molto importante notare questo, perché Nietzsche sembra voler dire che spiriti liberi non si nasce. Occorre saper cogliere il momento di transizione per rifondare la propria esistenza su basi nuove, che permetteranno al singolo individuo di librarsi disinvolto verso mondi sconosciuti, considerati tabù per la gente normale o meglio, per coloro che hanno avuto paura di compiere il primo “volo”, compromettendo in modo definitivo ed irreparabile la grande possibilità di vivere in libertà. Solo da questa nuova situazione di libertà, lo spirito libero potrà comprendere il senso profondo delle cose e mostrare a coloro che sono rimasti dentro la comunità gli errori della morale e della religione.

Che cos’è stato Gesù se non un divergente rispetto al mondo e uno spirito libero nei confronti della comunità? Il suo messaggio era così diverso dai contenuti che l’istituzione politica e religiosa passavano, che non ha resistito più di tre anni. Quello che Gesù manifestava con le sue parole e i suoi gesti non era altro che il frutto di quello che aveva appreso negli anni dell’adolescenza e della giovinezza, trascorsi nel silenzio a cercare il senso autentico delle cose. Questo silenzio e questa ricerca aveva impresso in Gesù una chiarezza di vedute che gli permettevano di affrontare senza paure i potenti del tempo. Quante polemiche leggiamo nei vangeli, polemiche nelle quali Gesù smaschera il tentativo compiuto dai dottori della legge di sostituire la Parola di Dio con tradizioni umane. Quante divergenze di vedute tra il potere istituito, sia politico che religioso, e la profonda parola di Gesù, che tanto affascinava le moltitudini che lo stavano ad ascoltare.  E’, però, a causa del suo essere divergente, che Gesù ha pagato a caro prezzo, che il mondo si è salvato una volta per tutte dall’essere inabissato nella mediocrità e nell’ipocrisia. Con le sue parole e il suo stile divergente di vita ha offerto uno sguardo differente della realtà, rivelandone il senso autentico, un punto di vista che ha permesso all’umanità di smascherare le menzogne del potere politico e religioso. Anche lui, come lo spirito libero nietzschiano, negli anni della giovinezza ha camminato da solo, si è posto in un cammino di ricerca, per cogliere l’essenza della vita nella sua realtà esistenziale e sociale. È la libertà il frutto più maturo del cammino spirituale che ha condotto Gesù ad essere nel mondo segno divergente di contraddizione, esattamente come gli era stato profetizzato quando ancora era bambino.
Anche i cristiani sono chiamati per vocazione e identità ad essere nel mondo dei divergenti, ad essere voci fuori dal coro, voci che la pensano in modo diverso, che non si lasciano avvolgere dalle soffici e mortali parole del pensiero unico, ma che lo smascherano, con quella Parola che viene dall’alto e che assimilano giorno dopo giorno sino a farla propria, sino ad assumere il pensiero nuovo di Cristo. I cristiani nel mondo sono degli spiriti liberi, che nessuna legge o ideologia può ingabbiare e fermare, propria perché la loro forza e la loro motivazione non deriva da logiche terrene, ma dall’alto. Quando i cristiani riescono a vivere in pienezza la loro identità di persone divergenti, divengono scomodi al mondo, detestati da coloro che hanno fatto della menzogna il loro stile di vita. Vivendo disinteressati delle proposte e delle seduzioni del mondo, alla ricerca continua dell’essenzialità delle cose, i cristiani sono vittime dell’odio del mondo, perseguitati a causa della loro fede nel progetto del Signore Gesù. Del resto non può essere differente. Per la loro sete di giustizia sono considerati una minaccia dal sistema di corruzione che il mondo costruisce ogni giorno, lasciando dietro di sé un’umanità divisa dalle ingiustizie e dai soprusi. Per essere dei costruttori di pace, cercando in ogni situazione di conciliare le tensioni con il metodo della non violenza, sono odiatissimi dai costruttori di muri, dagli artefici delle guerre, dai produttori di armi. Vivendo cercando il benessere di tutti, aiutando i poveri ad alzarsi dalle loro vite di miseria adottando uno stile di vita di condivisione, provocano il disprezzo di coloro che vivono solamente pensando a sé stessi e a curare i loro interessi. Vivendo alimentandosi dell’amore del Padre che li libera da ogni cupidigia e da ogni ricerca affannosa di dominio e di possesso, i cristiani sono lo sberleffo di coloro che hanno identificato il loro essere con le cose che possiedono, divenendone schiavi.


È questo il nostro compito ed il senso della nostra vita: essere segno della libertà di Dio manifestata nella vita di Gesù, libertà che assimiliamo accogliendo il suo spirito e alimentandoci della sua Parola, che ci fa essere persone diverse, il cui pensiero diverge per antonomasia dal pensiero unico nel quale è immersa la massa. In nome di questa libertà siamo disposti a rischiare la vita, così come Gesù ha fatto per noi.