martedì 10 maggio 2022

GENITORI FORTUNATI. VIVERE DA CREDENTI IL COMING OUT DEI FIGLI- UN LIBRO DA LEGGERE E MEDITARE

 





La Tenda di Gionata (a cura di), Genitori fortunati. Vivere da credenti il coming out dei figli, Effatà, Torino 2022.

Recensione di: Paolo Cugini

Non c’è verità più grande che quella sperimentata di persona. La forza della testimonianza personale non ammette discorsi che tentino di confutarla: è la forza dell’evidenza. È questo dato che si percepisce leggendo le testimonianze di alcuni genitori “fortunati”, per dirla con il titolo del libro, testimonianza che ribalta il modo di sentire comune, impastato di pregiudizi a basso prezzo. È il principio di realtà che è capace di scardinare le presunte certezze, che sembrano invincibili quando sono sorrette da dottrine religiose e supportate dalla cultura patriarcale. È il cuore di una mamma, l’amore di un padre che sono capaci di cogliere la realtà delle cose, comprendere la verità di un figlio, una figlia che fa coming out, liberandoli, così, dal dolore provocato dall’isolamento e dal giudizio del mondo circostante. Le testimonianze di Mara e Agostino, Dea, Corrado e Michela, Maria Rosaria, Anna, Serenella e Salvatore, in modi diversi sono rivelative, nel senso che manifestano la presenza del Mistero nelle situazioni più impensabili. Leggendo queste pagine si coglie tutta la sofferenza e il timore dei giovani che vanno dai loro genitori per dire-rivelare la propria identità e, dall’altra parte, la sofferenza, lo smarrimento di adulti impreparati dinanzi a tali rivelazioni. Pagine cariche di amore, di persone che decidono di lasciarsi guidare dal cuore, di dar valore ai propri sentimenti, le proprie sensazioni, di ascoltare la propria coscienza, per mettere in grado l’intelligenza di riconoscere ciò che è autentico e, in questo modo, iniziare il processo di smascheramento e di decostruzione delle pseudo verità assimilate inconsciamente dalla cultura e dalla religione. Accettare il coming out dei figl*, soprattutto per chi vive in un ambito religioso, esiger coraggio, amor proprio, fiducia in se stessi, fede in Dio e nei suoi progetti misteriosi, la percezione che non si è mai arrivati e che le verità più profonde esigono umiltà, disponibilità all’ascolto, la decisione intelligente di dedicare tempo alla novità emersa. Tutto questo percorso non è segnato esclusivamente dalla sofferenza interiore, da un malessere generalizzato, dalla sensazione di aver sbagliato tutto. Il cammino intrapreso da questi genitori li conduce ad essere persone nuove, a scoprire mondi nuovi e, così, a giungere a ringraziare Dio per il dono di una figlia lesbica, di un figlio omosessuale e di essere, in fin dei conti, dei genitori fortunati, sommamente fortunati, benedetti da Dio. C’è di più. Leggendo queste testimonianze e ascoltandole di persona, come in alcuni casi mi è capitato, c’è la percezione che questi genitori avvertono la responsabilità di non tenere solamente per sé questa gioia, questa preziosa scoperta inaudita, ma di comunicarla, di aiutare altri genitori ad avere l’umiltà e la pazienza di mettersi in cammino con i propri figl*.

Il volume, che era nato come raccolta di alcune testimonianze di genitori con figl* LGBT+, è stato in seguito arricchito da alcuni contributi significativi, che aiutano i credenti a cogliere più in profondità il fenomeno in questione. Tra questi, intendo evidenziarne due. Il primo, è del biblista di Torino Gian Luca Carrega, da anni impegnato ad accompagnare i cristiani LGBT+ della sua diocesi, analizza i testi che parlano nella Bibbia di omosessualità. In modo particolare, sono da segnalare l’analisi proposta per i due brani più famosi, che spesso vengono utilizzati dai cattolici tradizionalisti per sostenere tesi omofobe. Il primo è Genesi 19,1-11, che narra il tentativo da parte degli abitanti di Sodoma di abusare sessualmente di due ospiti della casa di Lot. Carrega fa notare che: “lo stupro degli ospiti non è legato ad una attrazione nei loro confronti, ma al desiderio di sottometterli fisicamente e di esprimere il dominio sugli stranieri” (p.70).  L’analisi comparata con un altro testo della Scrittura, vale a dire Giudici 19,15-28, mostra come i violentatori non fanno alcuna differenza tra maschi e femmine, “ma desiderano soltanto imporre la legge del branco che non tollera la presenza di stranieri nel proprio territorio” (p. 71). Uno dei grandi insegnamenti della Dei Verbum, il documento del Concilio Vaticano II sulla Parola di Dio, è stato proprio quello di uscire da una lettura fondamentalista della Scrittura, per imparare a contestualizzare i testi, per cercare di cogliere quello che Dio voleva dire alla comunità in quel determinato contesto culturale. Spesso il rischio, nelle comunità cristiane, abituate a leggere la Parola alla lettera, consiste nel far passare come parola di Dio ciò che, invece, ad una lettura attenta, emerge come dato culturale dell’epoca dell’autore. È proprio ciò che viene messo in risalto dall’analisi di Carrega del brano indicato e anche dall’altro brano famoso: Romani 1, 26-27. In questi versetti c’è un’affermazione piuttosto dura di Paolo nei confronti delle donne “che hanno cambiano i rapporti naturali in quelli contro natura”. Secondo Carrega, anche in questo caso occorre inquadrare il testo all’interno del contesto culturale del tempo di Paolo. “L’apostolo non biasima le donne che si concedono a questi rapporti, ma censura i loro mariti che permettono questi comportamenti” (p.75). In una società maschilista è l’uomo che deve vigilare sulla condotta della donna e, le sue eventuali trasgressioni, ricadono sotto la sua diretta responsabilità. Carrega aiuta il lettore, dunque, a leggere in modo più attento e approfondito questi e altri passi biblici, per imparare ad uscire dalla logica di forzare la Bibbia per ottenere un sostegno alle proprie presunte ragioni e immettersi, così, in un cammino di ascolto, che è l’unico modo per permettere alla Parola di penetrare nel cuore e cambiarlo.



L’altro contributo che desidero indicare come apporto significativo per la comprensione delle testimonianze, che si trovano nella prima parte del libro, è quello del giovane filosofo Damiano Migliorini: spunti di antropologia relazionale. Il tema dell’omosessualità chiama in causa non solo la prospettiva religiosa, ma anche l’idea di uomo, donna, in una parola: la prospettiva antropologica. Anche in questo caso, come per la Bibbia, molte idee strane ce le facciamo assorbendo dal contesto culturale e sociale in cui viviamo e, con questo armamentario superficiale, pronunciamo sentenze inappellabili su realtà che a mala pena conosciamo. Nonostante la giovane età, sono ormai alcuni anni che Migliorini sta proponendo una riflessione antropologica che prenda le distanze dal dualismo di tipo platonico, che ha modellato la cultura occidentale, per sperimentare il cammino della relazionalità, vale a dire, della percezione che la nostra identità si modella a partire dalle relazioni che vive. “Il soggetto è costitutivamente relazionale: dai gesti, alle esperienze nel grembo, attraverso tutte le interazioni soggettive” (p. 95). Facendo riferimento alla filosofa Martha Nussbaum, Migliorini ci ricorda che nelle relazioni entrano in gioco le emozioni che, a differenza di ciò che si pensa, non sono mai pure, ma anch’esse vengono costruite socialmente già al tempo dell’infanzia. C’è un cammino che compiamo nel quale abbiamo la possibilità di apprendere dalle nostre emozioni, provocate anche dalle relazioni che ci troviamo a vivere. Dalla complessa interazione di fattori corporei e psicologici “si determinano molte esistenze umane, varianti naturali dell’unica umanità: intersessuali, transessuali, omosessuali, eterosessuali…e la lista sarebbe piuttosto lunga” (p.102). La riflessione antropologica deve, a sua volta, aiutare l’etica a non formulare indicazioni astratte, ma che sappiano tener conto che, la definizione di ciò che è normale e patologico “è sempre legata al momento storico e ai dispositivi di potere in essi presenti”. Il discorso sull’omosessualità coinvolge aspetti culturali che, se non analizzati in profondità, rischiano di essere assolutizzati e condizionare il dibattito antropologico a scapito di una comprensione distorta della realtà delle cose. Questo pericolo è ben evidente tutte le volte che si entra nel campo della determinazione della natura dell’uomo. Spesso si spaccia come verità assoluta sulla natura umana, ciò che, in realtà, non è altro che, come ricorda Migliorini, un “deposito culturale”, una “curvatura epistemica” (p.105). Il contributo dell’antropologia culturale da una parte e delle scienze storiche dall’altra, hanno permesso al dibattito sul tema della natura umana, di non scivolare nelle sabbie mobili delle culture, per riuscire a portare il discorso sulla natura nell’ambito dell’antropologia relazionale, svincolandolo, in questo modo, da presupposti metafisici ormai obsoleti.



Il libro contiene anche alcune sagge raccomandazioni ai genitori con figli LGBT+, di Gianni Geraci, che da decenni accompagna il cammino ecclesiale di tanti cristiani LGBT+; le riflessioni della pedagogista Alessandra Bialetti sul coming out in famiglia e la toccante testimonianza di suor Jeannine Gramick, che condivide alcune considerazioni sull’esperienza fatta assieme a padre Robert Nugent con un gruppo di lesbiche e gay a Philadelphia. Si tratta, dunque, di un testo nuovo nel suo genere, che offre spunti di riflessione e un materiale approfondito, utile sia per la lettura personale che per cammini formativi con gruppi.

 

 

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