sabato 18 aprile 2026

LE PIOGGE TORRENZIALI STANNO DEVASTANDO LA FAVELA

 

Un angolo della favela meu bem e meu mal


Paolo Cugini

 

Non se ne può più di tutta quest’acqua. Sono piogge anormali che stanno castigando Manaus e, in modo particolare, quelle zone, che sono tante, in cui ci sono agglomerati urbani costruiti mediante invasioni di terreno e, quindi, senza un paino regolatore e un minimo di infrastruttura. È il caso, per esempio, della favela Meu Bem e Meu Mal, che appartiene al territorio della parrocchia e nel quale, da circa un anno, stiamo tentando di strutturare una comunità.

Alle 11 di venerdì 17 aprile mi arriva un messaggio avvisandomi di uno smottamento nella favela meu Bem e meu Mal, dove una casa è crollata. Sono immediatamente andato sul posto e una coppia raccontava la paura nel momento del crollo. “Eran le 4 del mattino e all’improvviso tutto è crollato sotto una pioggia battente, Ci siamo fatti male e, in pochi secondi abbiamo perduto tutto”. Con la Caritas stiamo organizzando una raccolta di vestiti. Con la signora Day, che ha un contatto diretto con le famiglie della favela, abbiamo iniziato a muoverci per provvedere un posto letto temporaneo per la coppia. Il comune ci ha detto che entra in azione solamente dopo le feste che terminano martedì, quindi ci dobbiamo arrangiare noi. Dopo vai tentativi falliti, abbiamo trovato una pensione. La Caritas parrocchiale paga l’alloggio sino a quando il comune deciderà di intervenire.

Il luogo della favela dove è caduta l'ultima casa


 È un bel segnale che stiamo dando alle famiglie della favela, gli stiamo dicendo che non sono sole, ma che la Chiesa sta vigilando con loro. Negli eventi accaduti questa settimana, infatti, alcuni hanno sparso la voce che la parrocchia non voleva aprire le porte della chiesa per accogliere coloro che avevano perso la casa. Sono dovuto intervenire di persona, organizzando una riunione nella comunità di san Pietro con Day e sua cugina, che da alcuni mesi fanno parte di un’associazione che organizza attività di aiuto sociale. Dopo un primo chiarimento di idee ho chiesto a Day di chiamare il capo della favela, che si chiama Leo. Per fortuna è arrivato e così abbiamo avuto modo di chiarirci. Ho chiesto poi al gruppo di andare assieme nella favela. Volevo che la gente mi vedesse insieme a Leo e a Day, per capire che non sono un nemico, ma un amico. Abbiamo visitato alcune famiglie e poi ci siamo diretti a casa di Leo per conoscere la sua famiglia. Proprio vicino alla sua casa, abbiamo visto i resti di due case venute giù a causa delle piogge torrenziali di questi giorni. “Se c’è bisogno le porte della Chiesa dono aperte”, ho detto loro.

Uno degli scaloni per arrivare alla favela 


Da circa un anno nella favela abbiamo iniziato un cammino per creare una comunità. Sono poche le persone che stanno accompagnando il cammino, ma quelle poche sono entusiaste. C’è una ragazza di 20 anni di nome Fernanda, che è l’unica della favela a fare l’università. Poi c’è Flavia, una giovane signora madre di due figlie, costretta due anni fa ad andare via dalla favela perché minacciata dal traffico. Per fortuna è tornata, perché si è messa a disposizione per la catechesi, visto che ha svolto il servizio di catechista per vari anni nella comunità di san Pietro, vicino alla favela. Mi hanno chiesto di celebrare la messa l’ultima domenica del mese e di inviare un ministro della Parola per celebrare una domenica al mese. Da circa un mese abbiamo preso in affitto una costruzione della favela, che anticamente serviva come cappella degli evangelici. Neanche loro sono riusciti a realizzare un cammino dentro questo territorio, dominato dai trafficanti di droga. “I giovani, fin dall’adolescenza, - raccontava Fernanda – vengono coinvolti nel traffico di droga e, quindi, è impossibile coinvolgerli. Gli adulti sono totalmente disinteressati da un discorso religioso, troppo presi dai loro problemi famigliari, di mancanza di lavoro e dalla paura di vivere in un luogo come questo. L’unica speranza sono i bambini: con loro possiamo fare qualcosa”.

Funzionari del comune tentando di sistemare la parte delle case venute giù


È a partire da queste parole che abbiamo deciso di prendere in affitto quello spazio (50 euro al mese) per iniziare qualche attività con i bambini: disegno, giochi, Catechesi. Forse le voci negative sulla chiesa, sparse in questi giorni, sono state fatte circolare perché non ci vogliono tra i piedi. Da quello che ci raccontava Fernanda è stato così anche per la chiesa evangelica. Del resto, è chiaro, pensando al fatto che i primi nove mesi non mi hanno fatto entrare e non mi hanno permesso di celebrare la messa. Se lo sto facendo è grazie a Fernanda, che ci sta ospitando a casa sua. Ora il messaggio che stiamo dando è chiaro: siamo qui per aiutarvi, perché vediamo la situazione in cui vivete, soprattutto in questi giorni di forti piogge che hanno provocato la caduta di quattro case. È vero che c’è il servizio del comune, ma non arriva dappertutto ed è manipolato da qualcuno di dentro della favela. Ancora devo capire bene il ruolo di Day, questa donna che abita davanti alla cappella di san Pietro e che da due anni ha smesso di frequentarla, per dedicarsi ad un’associazione che ha chiare mire politiche. I poveri sono merce di scambio soprattutto negli anni di elezioni politiche e, quest’anno, è proprio no di questi. L’importante, comunque, è essere entrati, aiutare queste famiglie in modo silenzioso e gratuito, come abbiamo fatto in questi giorni, poi il resto verrà.

 

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