giovedì 19 novembre 2020

APPUNTI SULLA TEORIA ECONOMICA DI JOHN MAYNARD KEYNES



 

 

Paolo Cugini

Negli anni della golden age, anche grazie alla teoria economica dominante (la teoria keynesiana), le differenze tra zone ricche e zone povere del mondo, sia a livello internazionale sia a livello nazionale, tendono a ridursi per poi riprendere nel periodo successivo (nel periodo successivo viene abbandonata la teoria keynesiana e si torna alla teoria neoclassica).

Il ragionamento keynesiano. Keynes è preoccupato che ci sia equilibrio tra domanda e offerta nel mercato, le variabili sono i macro-aggregati, la domanda è domanda aggregata (consumi delle famiglie e investimenti delle imprese), l’offerta è offerta aggregata ossia la produzione nazionale. Mercato delle merci e mercato della moneta e relativo equilibrio. Produzione di piena occupazione, produzione che si avrebbe se tutte le persone che si offrono al mercato del lavoro lavorassero. L’obiettivo keynesiano è quello di stabilire come fare per aumentare la produzione e quindi, l’occupazione. Keynes afferma che non c’è alcuna ragione per cui il punto della produzione sia corrispondente a quello della piena occupazione, è possibile che tutto il sistema economico sia in equilibrio (domanda = offerta), ma che non ci sia piena occupazione (si parla di equilibrio di sotto – occupazione).

Se il sistema si trova in una situazione di equilibrio di sottoccupazione, Keynes si pone il problema di cosa sia necessario fare. Le componenti private del sistema economico non riescono a produrre una domanda aggregata sufficiente per far aumentare la produzione. La domanda aggregata è insufficiente ma è in equilibrio, famiglie e imprese non hanno interesse a modificare consumi e investimenti e, quindi, è necessario l’intervento di un soggetto terzo, lo stato attraverso la politica fiscale o la politica monetaria.



Cos’è la politica fiscale?

La politica fiscale è la determinazione del livello di spesa pubblica (G) e del livello di tassazione (T). Queste sono le variabili della politica fiscale e l’autorità della politica fiscale è lo Stato o il governo che gestisce il paese (nella teoria keynesiana è elemento fondamentale del sistema economico). La politica fiscale può agire attraverso la spesa pubblica o la tassazione. Lo stato è liberto di determinare il livello di spesa pubblica o di tasse. L’aumento della spesa pubblica determina un aumento del PIL, perché la spesa pubblica è un aumento della domanda che agisce sul mercato. La spesa pubblica è una componente della domanda aggregata. Oppure la politica fiscale può essere fatta attraverso la riduzione delle tasse, in questo caso la variazione deve essere negativa (ci deve essere una riduzione delle tasse) perché la riduzione delle tasse determina un aumento dei consumi delle famiglie (secondo la teoria keynesiana). Keynes ipotizza che i consumi delle famiglie siano proporzionali al reddito che le famiglie ricevono, se aumenta il reddito (perché diminuiscono le tasse) aumentano i consumi con conseguente aumento del PIL.

 

Questa è quella che viene definita una politica fiscale espansiva, che significa che avviene una variazione delle variabili della politica fiscale, che sono o la spesa pubblica o la tassazione che attiva dei meccanismi che determinato un aumento del PIL. Una politica fiscale che avvenga tramite una riduzione della spesa pubblica, quindi una variazione negativa della spesa pubblica, farà ridurre la domanda aggregata con una riduzione del PIL. Parimenti un aumento delle tasse determina una riduzione dei consumi delle famiglie, diminuiscono i consumi delle stesse e, quindi, contraggono la domanda aggregata. Queste sono politiche restrittive o di austerità. Secondo Keynes, l’austerità determina un aumento della disoccupazione, questa teoria è stata seguita fino alla fine degli anni ’90, poi sono comparsi economisti neoclassici che hanno applicato una teoria restrittiva per aumentare l’occupazione (austerità espansiva): è la teoria che è stata applicata negli ultimi anni con le politiche di austerità. L’austerità espansiva è considerata da alcuni economisti (tra cui la docente) una “favola”. Nella teoria keynesiana esiste un principio fondamentale che è principio cardine della teoria e ha rappresentato uno stravolgimento della teoria tradizionale: il principio della domanda effettiva. È un principio che vige solo nel mercato delle merci il cui equilibrio si verifica quando l’offerta aggregata è uguale alla domanda aggregata.

 


Cosa succede quando non c’è equilibrio?

Es. se offerta è inferiore alla domanda succede che le imprese hanno prodotto meno di quello che viene richiesto e quindi sono spinte ad aumentare la produzione, che continuerà fino a quando l’offerta non sarà uguale alla domanda. Al contrario, se l’offerta è superiore alla domanda, si verificherà una situazione di eccesso di merci, le imprese si trovano merci invendute, hanno prodotto troppo e quindi tenderanno a ridurre la loro produzione. L’andamento del sistema economico è determinato solo dalla domanda aggregata. Y (la produzione) è la variabile dipendente e la domanda aggregata è la variabile indipendente. Il che significa che, in casi di disequilibrio, è l’offerta che si adegua alla domanda aggregata, quindi, si produce di più o di meno a seconda della domanda. La teoria keynesiana è stata spesso chiamata l’economia dal lato della domanda: l’andamento del sistema economico è determinato dal lato della domanda.

 

Questa è una descrizione semplificata della teoria di Keynes, considerando che la domanda aggregata sia determinata solo da famiglie e imprese e poi l’intervento dello stato. Però, in un modello che considera tutte le variabili e le componenti della domanda aggregata, è molto più complesso perché ci sono le esportazioni nette (ossia le esportazioni – le importazioni), perché anche le esportazioni fanno parte della domanda, sono domanda di beni italiani da parte di altri paesi, mentre le importazioni sono la domanda dell’Italia di beni di altri paesi. Anche considerando le esportazioni nette, il principio della teoria keynesiana non cambia. Se la proposta keynesiana è nel momento in cui ci si trova in un punto di equilibrio di sottoccupazione, bisogna fare delle politiche fiscali espansive. Dette politiche, determinano un disavanzo del bilancio pubblico, perché le due variabili della politica fiscale (la spesa pubblica e le tasse) sono le componenti del bilancio dello stato. Il bilancio dello stato è dato da un confronto tra le entrate e le uscite, nel bilancio statale le entrate sono le tasse e le uscite è la spesa pubblica. Con le politiche fiscali espansive si tende ad avere che le entrate sono inferiori rispetto alle uscite e, quindi, tendono a creare disavanzi di bilancio pubblico. Questa è la critica fatta dai neoclassici alle politiche keynesiane in quei tempi. I neoclassici, soprattutto quelli dell’epoca keynesiana, si basavano sulla ortodossia del bilancio in pareggio, ossia ritenevano che lo stato potesse spendere solo quanto introitato con le tasse al fine di mantenere il pareggio di bilancio (deficit spending).

 

Keynes sapeva benissimo che i suggerimenti di politica economica creavano disavanzi, tanto che sosteneva proprio che, in stato di crisi, lo stato dovesse fare spesa pubblica e fare disavanzo (ciò anche in quanto si riteneva che in quel periodo vi era un accordo tra stato e banca centrale e quest’ultima stampava denaro per coprire i disavanzi), oppure riteneva che i disavanzi fossero temporanei, in quanto funzionali solo per far ripartire l’economia in stato di sotto occupazione. Una volta che l’economia fosse ripartita si assumono nuovi lavoratori, che a loro volta inizieranno a consumare e, quindi, l’aumento della spesa pubblica aumenta i consumi, i quali faranno aumentare la produzione delle imprese che assumeranno nuovi lavoratori e così via ecc. Quando l’economia riparte, lo stato smette di intervenire e lascia funzionale le componenti private del mercato e può aumentare nuovamente le tasse per coprire il deficit.

 


Ora, nella zona area euro, ci sono i vincoli di Maastricht e, quindi, vincolano la possibilità degli stati di fare politiche fiscali espansive. Per precisione, quando l’economia si trova in equilibrio di sotto occupazione, servono le politiche fiscali espansive che sono due o aumento della spesa pubblica o aumento delle tasse, ma andando avanti nella trattazione keynesiana, quello che Keynes dice è che lo stato, quando deve scegliere lo strumento più efficacie per far partire l’economia, dimostra che il più efficace è l’aumento della spesa pubblica (rispetto all’aumento delle tasse), ciò perché la spesa pubblica è una componente immediata della domanda aggregata e influisce direttamente sull’aumento del PIL, mentre l’aumento delle tasse non è immediato perché deve passare per l’aumento dei consumi. Inoltre, c’è il concetto del moltiplicatore keynesiano che dice: che quando c’è aumento della spesa pubblica di un certo valore es. di 100 l’aumento finale che si avrà sul PIL è di più di 100, l’effetto finale viene moltiplicato. Viceversa, lo stesso succede con le tasse ma in un modo minore, es. riduzione delle tasse di 100, alla fine l’aumento del PIL è di più di 100 ma questo aumento causato dall’aumento della spesa pubblica è molto maggiore dell’aumento del PIL causato dalla riduzione delle tasse. Quindi, se si vuole fare aumentare di molto il PIL, è meglio farlo con aumento della spesa pubblica rispetto alla riduzione delle tasse. C’è un moltiplicatore keynesiano per le tasse e un moltiplicatore per l’aumento della spesa pubblica. Va poi considerato che in un momento di crisi anche se si riducono le tasse non ne deriva un boom di consumi, in quanto i soggetti tendono a risparmiare i soldi per la consapevolezza di vivere in un momento di crisi. Quindi il risparmio delle tasse non sarà tradotto integralmente in consumi.

 

martedì 17 novembre 2020

LA TEORIA ECONOMICA NEOCLASSICA

 



(annotations)

 

Paolo Cugini

 

La teoria neoclassica nasce intorno alla seconda metà dell’800, ha una metodologia di analisi economica molto diversa dalla teoria keynesiana. È ossessionata dalla ricerca dell’equilibrio.

 

Due teorie:

-  Equilibrio generale (Walras): si pone l’obiettivo di individuare la situazione di equilibrio di tutti i mercati contemporaneamente ma non riesce a risolvere il problema matematicamente.

-  Equilibrio parziale (Marshall): l’equilibrio economico generale non si può calcolare, meglio concentrarsi su un mercato solo.

 

In genere oggi quando gli economisti neoclassici (ortodossi) tendono a fare analisi sono analisi di equilibrio economico parziale. Le basi teoriche della teoria neoclassica soprattutto quella sviluppata originariamente nella seconda metà del ‘700 sono importanti perché fanno capire le differenze rispetto alla teoria keynesiana.

 

La teoria neoclassica viene spesso chiamata anche teoria della scelta da definizione di Robbins che dice che cosa secondo lui l’economia dovrebbe studiare. Gli economisti classici (prima dei neoclassici) parlavano di politica economica perché ritenevano che il sistema economico si studiasse attraverso le classi sociali e fosse condizionato dalla politica. È la teoria che si sviluppa con la rivoluzione industriale. Col passaggio dalla political economy alla economics (economia) si abbandonano le classi sociali e si tende ad avvicinare l’economia alla scienza esatta, ossia alla fisica che ha la caratteristica di essere spiegata con leggi universali. Questo, infatti, è l’obiettivo dei neoclassici. Precisazione terminologica: in italiano usiamo il termine economia sia per indicare la scienza economica sia per indicare la realtà.

In inglese: economics (indica la scienza economica) economy (l’economia reale).

Cambiamento terminologico e metodologico.

 


Teoria della scelta: la scienza economica studia il comportamento umano come una relazione tra risorse limitate che hanno usi alternativi e bisogni illimitati = la scienza economica ha come obiettivo di studiare il comportamento umano tra risorse limitate con usi alternativi e bisogni illimitati. L’economia dovrebbe studiare il comportamento umano (si cancella il concetto di classi sociali o anche l’approccio keynesiano dei macro aggregati). In relazione al fatto che gli esseri umani hanno bisogni illimitati e risorse limitate con usi alternativi.

Es. il consumatore sceglie le merci da consumare in base al suo reddito che è una risorsa limitata. Quindi la teoria economica ortodossa si pone il problema di trovare il criterio che questa scelta sia una scelta soddisfacente, ossia sia la migliore scelta possibile in assoluto. Questo è l’obiettivo della scienza economica secondo i neoclassici.

 

Si cancella anche tutta la struttura sociale, secondo questo approccio chiamato individualismo metodologico, si parte dall’analisi del comportamento del singolo individuo e si cerca di analizzare il criterio migliore possibile, se tutti seguono questa scelta, si raggiungerà il sistema migliore. Si parte dal singolo individuo e trovata la legge che spiega il comportamento migliore del singolo si ipotizza che tutti gli individui si possano comportare così e si ricava una legge per l’intero sistema.

 

Il presupposto è che gli individui siano omogenei, siano uguali e siano tutti liberi di adottare le proprie scelte; quindi senza rapporti di interdipendenza e subordinazione tra un individuo e l’altro e senza conflitti tra i singoli individui. Non solo: l’individualismo metodologico cancella anche tutti i condizionamenti del comportamento sociale, quindi, parlando delle migrazioni, non si tiene conto che gli spostamenti dei migranti avvengano in base a condizioni imposte ma solo sulla base dell’assunto che in alcuni paesi i salari sono più alti rispetto ad altri. Cancellando le classi sociali e gli aggregati delle altre teorie, si cancellano i conflitti come ad es. il conflitto basato sull’assunto che gli interessi delle diverse classi sociali siano tra loro contrapposti per cui il sistema economico è un sistema disarmonico e conflittuale (es. contrapposizione tra capitalisti e lavoratori hanno interessi contrapporti). C’era anche chi si era concentrato sulla contrapposizione tra capitalisti e proprietari terrieri (Ricardo), perché i proprietari che affittavano le terre ai capitalisti aveva interessi contrapposti (i proprietari terrieri avevano l’interesse a che gli affitti dei terreni fossero alti, gli imprenditori che affittavano i terreni per metterci le proprie imprese avevano l’interesse opposto, ossia che i canoni fossero bassi). Per i neoclassici non esistono classi sociali, ci sono solo singoli individui, sono tutti uguali e tutti liberi di compiere qualsiasi scelta economica. L’individualismo del mercato pone una uguaglianza tra individui ex ante, ossia prima della scelta economica: tutti gli individui sono uguali ai nastri di partenza e la distinzione avverrà dopo il compimento della scelta economica, dopo questo momento gli individui si distinguono.




Teoria dell’astinenza (elaborata da Walras) che contraddistingue gli imprenditori (K) dai consumatori / lavoratoli (CL): tutti gli individui sono uguali, sono remunerati e coloro che utilizzano il reddito e lo consumano tutto diventeranno i consumatori (CL) e svolgeranno la funzione di consumo, coloro che invece non consumano tutto il reddito e lo utilizzano per intraprendere una attività produttiva, sono gli imprenditori (K). L’astinenza dall’utilizzare una parte del reddito introitato consente di diventare imprenditori, gli altri rimangono consumatori. Gli individui scelgono secondo degli assiomi di comportamento e questi assiomi di comportamento sono assunti presi per veri senza essere dimostrati.

 

Primo assioma:

Razionalità illimitata: nel momento della scelta tra le risorse limitate con usi alternativi per soddisfare i bisogni, il cervello umano deve essere in grado di processare tutte le informazioni, deve avere tutte le informazioni per la scelta, di processarle e di fare la scelta migliore.

Es. il consumatore deve decidere come spendere il proprio reddito, la teoria neoclassica dice che nel momento in cui il singolo consumatore effettua questa scelta in base alla razionalità illimitata, ossia conosce tutti i beni a disposizione sul mercato, è in grado di fare una graduatoria tra tutti i beni e quando compie la scelta del bene sceglie il bene che gli dà la soddisfazione massima. Per fare tutto questo si ipotizza la razionalità illimitata: una capacità del cervello del consumatore elevata. Questo assunto è stato criticato già da economisti neoclassici, Herbert Simon che incrociando la scienza economica con studi psicanalitici e neurologici mette in dubbio il concetto di razionalità illimitata sostenendo che il cervello del singolo essere umano funziona con la razionalità limitata, ossia è in grado di processare sono un numero limitato di informazioni.

 

Secondo assioma:

il comportamento ottimizzante: ottimizzare vuol dire raggiungere il massimo di una certa funzione. Il concetto di ottimizzante è come dire che: se il consumatore con la razionalità illimitata (conoscendo tutti i beni e i relativi prezzi) fa la lista dei beni secondo il grado della sua soddisfazione e, quindi, è anche in grado di applicare ai beni il grado di soddisfazione. Il comportamento ottimizzante vuol dire che una volta processate tutte queste informazioni, il consumatore sceglie i beni al vertice della classifica ossia i beni che danno al consumatore la massima soddisfazione. La razionalità illimitata precede il comportamento ottimizzante, solo se sono in grado di processare le informazioni sono in grado di acquistare i beni che danno la massima soddisfazione.

 

Comportamento soddisfacente: siccome l’individuo non ha la razionalità illimitata farà la scelta più soddisfacente che non è necessariamente la migliore (ossia non sarà la scelta ottimizzante).

Herbert Simon, prese il Nobel per l’economia.

 

sabato 14 novembre 2020

L’uomo e la sua dignità: dalla riflessione aristotelica a quella contemporanea

 




Paolo Cugini

La riflessione sulla dignità dell’uomo ha spinto la ricerca nella direzione di cogliere lo specifico nei confronti degli altri esserei viventi. Mentre la filosofia platonica, che ancora oggi è il punto di riferimento della cultura occidntale, presentava l’uomo in un’accezione negativa, vale a dire come copia imperfetta dell’idea perfetta di uomo, aprendo il varco in questo modo al dualismo antropologico tra corpo e anima, come realtà antitetiche a detrimento del corpo, Aristotele cambia di prospettiva. Se in Platone il cittadino e l'uomo sono ancora un tutt'uno, per il suo discepolo la distinzione si accentua sino al punto di affermare che: "l'uomo è per natura un animale politico" e che non sono politici né gli animali né gli dei: solo l'uomo lo è. La dimensione politica come caratteristica tipica dell’uomo ne pone in evidenza l’aspetto sociale, vale a dire la tendenza di formare e vivere in comunità. È importante sottolineare che per Aristotele le dimensioni politica e comunitaria non qualificano l’uomo e non costituiscono nemmeno uno specifico, perché non dicono dell’essenza. Sono condizioni necessarie ma non sufficienti, sono implicati materialmente dall’essenza della specie. Ciò che, invece, identifica l’uomo nell’essenza e ne definisce la diversità rispetto agli altri esseri viventi è il logos. Nella Politica (libro A) dopo aver ribadito che l'uomo è animale politico, distingue la voce, che è data anche agli altri animali, dal logos, che costituisce il proprio dell'uomo, che è l'unico ad avere coscienza del bene e del male. La definizione sembra ottenere completa compatibilità, e se leggiamo anche il libro E dell'Etica Nicomachea, vediamo come l'anima sia dotata di ragione: tuttavia per Aristotele anima è comunemente intesa come sinonimo di sinolo umano, dunque forse lògon èchon va anche qui inteso come l'uomo stesso, in quanto dotato della componente razionale dell'anima.

Queste definizioni ritenute “comode” nel discorso filosofico contemporaneo fanno fatica ad incontrare una breccia. Nel secolo scorso nella corrente filosofica denominata esistenzialismo, la ricerca sull’uomo non avviene più tanto analizzando la sua essenza, ma nel modo in cui l’uomo vive ed esercita la sua libertà. Famosa è l’affermazione di Jean Paul Sartre: “L’esistenza precede l’essenza” che rivela un modo di concepire l’uomo al di fuori non solo dell’orizzonte teologico, che aveva segnato il dibattitto antropologico occidentale, ma anche metafisico. L’uomo, nella prospettiva sartriana, non è altro che ciò che si fa, sorge nel mondo e si definisce dopo, è il frutto delle sue scelte e delle sue azioni e la sua originalità va cercata solamente a questo livello e non come conseguenza di un’azione creatrice o di un essere metafisico.

Il rifiuto dell’impostazione metafisica per rispondere alla domanda antropologica accompagna anche la riflessione del filosofo tedesco Helmuth Plessner, anche se lo sviluppo è differente rispetto a Sartre. Secondo Plessner, infatti, occorre rivedere l’impostazione epistemologica della domanda “chi è l’uomo?” e concepire una strumentazione concettuale adeguata a nuove esigenze. Lo sviluppo delle scienze della natura e l’affermazione di prospettive dell’indagine delle discipline sociali e storiche particolarmente attente alla realtà concreta, “rendono assai difficile il recupero di modalità filosofiche del passato, come quella metafisica” Per Plessner, per comprendere l’uomo occorre conoscere la sua struttura organica. Per comprendere la natura umana è decisivo il fenomeno della posizione eretta. Collochiamo l’uomo nell’ambiente, nella storia e nell’organico in cui viene individuata la posizione eretta, che permette uno sguardo diverso sulla realtà nonché l’uso libero della mano, del pollice, che ha un carattere oppositivo e prensile. Un’autentica riflessione antropologica non può che partire dalla vita e non da posizioni metafisiche, perché può esistere solo chi abbia vita. Ciò che preme a Plessner è ribadire una filosofia della vita, ovvero “una filosofia della natura doveva porsi a monte di una filosofia dell’uomo, perché la vita coinvolge l’uomo senza essere a lui riservata”.

Una posizione diversa come impostazione, ma che rappresenta un significativo contributo al dibattito antropologico contemporaneo è quella di Hannah Arendt. Muovendosi da una posizione di tipo fenomenologico. In Vita Activa la Arendt analizza l’uomo nel suo agire specifico che si manifesta nella politica l’uomo si relaziona, agisce e conduce la sua azione in un contesto sociale e in qualche modo la affida all’altro. Essere un vivente che nasce e muore, ha una temporalità, che ha un’apertura nel tempo ed una storicità. Queste sono, a detta dell’Arendt, le condizioni che devono accompagnare ogni esistenza umana. Ciò permette alla Arendt di riformulare, a partire da questa riflessione sulla condizione umana, la domanda metafisica “Che cosa è l’uomo?” in “Chi è l’uomo?”, sottraendo in questo modo alla prima domanda il rischio di oggettivare l’uomo. L’uomo non va mai oggettivato, l’uomo è un “chi”, non è una “cosa”. L’identità dell’uomo, dunque, dev’essere conquistata, perché il “chi è” di ogni individuo si manifesta attraverso l’azione: l’identità dell’io scaturisce dal suo agire. Secondo la Arendt agendo l’uomo manifesta la sua “unicità nella distinzione”. La radice dell’uomo si deve dunque incontrare nella sua storicità, nel suo sapersi relazionare, con il mondo, con la realtà, con la vita.

 

venerdì 13 novembre 2020

NELLA STESSA BARCA - CICLO D'INCONTRI


 

Il Cantiere Casa Comune della famiglia Comboniana invita a partecipare ad un percorso di WEBINARS sulla realtà delle migrazioni. Con testimoni diretti e anche con amici e professionisti in materia s’intende AIUTARE A CONOSCERE PER COMPRENDERE questi fratelli e sorelle che lottano per la vita e per i loro diritti e un futuro dignitoso.

Il percorso inizia VENERDI 20 NOVEMBRE alle 20.30 in zoom. A breve verrà segnalato il link. Intanto chi può faccia girare l’avviso dell’evento. Grazie


lunedì 9 novembre 2020

LA CHIESA COME OSPEDALE DA CAMPO

 




 Se si vuole amare il Signore, allora bi­sogna mettersi dentro a questo «ospedale da campo» che è la chiesa. La chiesa è tale non perché emana l’odore dell’incenso, ma perché – ad esempio – ha l’odore di feci dell’anziano da lavare; l’odore dell’incen­so viene soltanto dopo. Se prima si pulisce l’anziano che ha bisogno, allora può esserci anche l’odore dell’incenso; invece, se non è così, l’incenso puzza! Perché dove non c’è più lo Spirito del Signore, l’incenso puzza di ipocrisia” (Card. Matteo Zuppi, Bologna).

venerdì 30 ottobre 2020

VENGONO TUTTI IN ITALIA: TRA FAKE NEWS E QUALCHE VERITA'

 




Dietro ad affermazioni stereotipate come: “Vengono tutti in Italia. Non possiamo accoglierli tutti”, bisogna stare attenti a non correre il rischio di lasciarsi standardizzare al contrario, di dare per scontato che si tratti di un’affermazione falsa e, di conseguenza, di non ascoltare ciò che vuole indicare. Senza dubbio, affermazioni così categoriche e perentorie, dicono di un immaginario standardizzato e strumentalizzato che cela interessi di tipo politico e che fa leva sulla così detta “pancia” del popolo, sulle paure collettive, portatrici di un’immediatezza tale da non permettere il discernimento della bontà o negatività della notizia. Certamente i numeri parlano chiaro: nel 2018, i migranti arrivati in Italia sono stati 332 300, poco più di un terzo di quelli arrivati in Germania (893 900) e la metà di quelli arrivati in Spagna (643 700). La Francia si è attestata su numeri simili, con 386900 nuovi arrivi nel 2018 (fonte Eurostat 2019). Degli oltre 300000 arrivi totali del 2018, solo 22031 sono arrivati senza documenti sul territorio italiano. Non c’è traccia, dunque, della tanto proclamata invasione.

C’è però, anche da considerare il motivo per cui una frase come quella citata all’inizio, trova una breccia immediata nella coscienza collettiva di un popolo. Se, infatti, quella frase, come abbiamo visto, contiene falsità eclatanti, allo stesso tempo è in sintonia con ciò che le persone vedono con i loro occhi. Chi è abituato viaggiare in treno, senza dubbio si è imbattuto nei bivacchi di persone provenienti da altri paesi, adagiate sui marciapiedi delle stazioni (Roma, Napoli, Milano, ecc.). Dinanzi a questi scenari è facile chiedersi il senso di un’accoglienza che non permette a chi arriva d’inserirsi in un percorso formativo e lavorativo e di buttare il proprio tempo senza fare nulla. Davvero queste persone sognavano questa vita quando hanno deciso di partire?

Chi lavora da decenni, come il sottoscritto, con l’accoglienza di persone provenienti da altri paesi, ha diverse volte ascoltato la storia di coloro che sono arrivati immaginandosi qualcosa che poi si è rivelato l’esatto contrario. Ciò è dovuto, anche, alla narrazione che i compaesani emigrati fanno al ritorno nel proprio paese, nel quale si sentono obbligati a raccontare meraviglie sul proprio nuovo stile di vita, nascondendo la realtà di sfruttamenti e di miseria in cui spesso si trovano a vivere.

Basterebbe, allora, fermarsi e chiedersi perché i paesi europei non hanno problemi a sborsare milioni di euro ai paesi in prima linea nell’accoglienza di persone proveniente dall’Africa (ma poi tirarsi indietro sul tema della redistribuzione di queste persone e la difficoltà a modificare la convenzione di Dublino), mentre continuano indisturbati a depredare le risorse minerarie di quegli stessi paesi. Forse si tratta della fatica a rinunciare ad uno stile di vita, che necessita del sacrificio di altre vite. Con i soldi si pensa di fare tutto, persino di addormentare le coscienze. Fino a quando?

 


lunedì 26 ottobre 2020

STANDARDIZZAZIONE E LIBERTA'

 


UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BERGAMO

GLOBALIZZAZZIONE E SCIENZE SOCIALI

Venerdì 23 ottobre 2020

 

Prof: Stefano Tomelleri

Sintesi: Paolo Cugini

 

 

Standardizzazione: standard è un format, un algoritmo che decide chi dobbiamo veder. Non abbiamo una logica del funzionamento dell’algoritmo, che però ha un’influenza sulla nostra vita. Lo standard ci crea un ambiente umanamente sostenibile. La tecnologia ha raggiunto un livello di sofisticazione tale che hanno prodotto delle antropologie implicite. Ciò significa che accettando gli standard proposti, si accoglie una particolare visione dell’uomo, un modo di essere. Dove c’è sicurezza e confort c’è anche perdita della libertà.

O siamo dentro allo standard o siamo fuori. Gli algoritmi selezionano le notizie, idee, e condizionano il nostro immaginario. La Cina ha necessità di controllare gli algoritmi. La dittatura teme le altre dittature. Qual è il ruolo delle agenzie che filtrano le notizie, le immagini che filtrano le notizie?

Coca cola ha fatto una campagna sul movimento. Per smaltire un litro di coca-cola ci vogliono 8 ore di attività fisica. Sono i paradossi dello standard.

La capacità dello Standard è quello di prevedere la realtà. Gli standard tolgono lo spazio di libertà, creando l’illusione della libertà. Ciò non significa che dobbiamo togliere lo standard, perché abbiamo bisogno di modelli capaci di prefigurare il futuro. Lo standard è stato pervertito in uno strumento di influenza sulle persone. Occorre capacità critica.

Delirio del non senso, l’arte della fuffa: “mandami un’email”. Questa è la riproduzione del modello che dobbiamo rendicontare. Chi è il responsabile dello standard? Scompare nel sistema della standardizzazione.



Mary Douglas, come pensano le istituzioni? (Bologna: Il mulino 1990). Pensano come sistemi organizzativi.

Uno dei grandi temi di Goethe è quello di rendere disponibile l’anima. Oggi si crea lo scalpore moralistico. Il punto: perché si ritiene che il tuo corpo diventi disponibile al commercio? È una dimensione culturale.

Marc Augé: c’è una sensazione di eterno presente, senza un futuro, nel senso che ad un certo punto scompare il pensiero sul futuro che aveva caratterizzato i grandi sistemi filosofici prodotti nella modernità.

Siamo sempre disponibili h 24. È assurdo. Si è creato il problema del flusso permanente: devi essere sempre connesso, se no sei fuori.

A questo punto del discorso il problema è: come possiamo riappropriarci del tempo? Abbiamo reso anche il futuro disponibile. Il passato non esiste più e quando neghi il passato neghi l’eredità, che è tutto ciò che portiamo dal passato e dice di un’identità.  L’idea della disponibilità assoluta è nociva alla performance. Porta all’esaurimento delle persone che sono in una organizzazione. Occorre fermarsi. Occorre spegnere il cellulare, dice Marc Augé.

L’immigrato arriva nel nostro flusso e ci arriva a piedi pari e rischia di essere travolto dal capitalismo, da un sistema economico e di pensiero che non gli appartiene.

Domanda: in questo contesto i legami sociali sono ancora possibili?

 

domenica 25 ottobre 2020

MASS MEDIA E MIGRAZIONI

 




UNIVERSITA’ DEGLI STUDI DI BERGAMO

POLITICHE MIGRATORIE


 

Prof. GIANROBERTO GNESOTTO

 

 

Sabato 24 ottobre 2020

Sintesi Paolo Cugini

Ci rendiamo conto che la costruzione di una società multiculturale dipende da alcune condizioni e una di questa è la qualità dell’informazione. Scelta di determinati termini, discorsi che vanno declinati. Occorre superare la logica del mero mercato. In quest’ottica della comunicazione corretta nel caso italiano ha dei notevoli sbilanciamenti. Il rapporto tra mass media e migrazione si rivela problematico. In TV l’immigrato appare poche volte, non ha voce. Quando viene ascoltato viene fatto in situazioni problematiche. L’immigrato ha quindi l’aspetto del disperato. Di fronte all’immigrazione siamo dinanzi ad un problema. Rischio di un’incapacità di guardare il problema del fenomeno migratorio in modo obiettivo.

Rilevazione del 7o rapporto dell’associazione Carta di Roma che analizza come gli immigrati vengono trattati dai mezzi di comunicazione.  Assieme a questo aspetto e come conseguenza c’è il fenomeno di un netto distacco tra il dato reale e il dato immaginato. Ciò significa che il fenomeno migratorio viene sovrastimato dai cittadini europei. Difronte ad un 7,2% di presenze il cittadino europeo ha la percezione di un 16%. Il dato che riguarda l’Italia è ancora più problematico: presenza reale è il 10% e la percezione immaginata è del 30%.  Avere una sovrastima del dato significa avere un peggioramento delle problematiche collegate. Anche la Spagna, il Portogallo e l’Inghilterra hanno una percezione elevata delle stime sulle migrazioni. Il primo aspetto sotto i nostri occhi va imputato alla comunicazione e alla scarsa informazione, che alimentano i pregiudizi. La nostra conoscenza è limitata. Il meccanismo più facile è quello della semplificazione della realtà che si accumula attorno a determinati stereotipi. Lo stesso meccanismo viene attuato dai mezzi di comunicazione.

Altro dato è che il mezzo di comunicazione devono rispondere all’utenza. Ogni singolo mezzo di comunicazione funziona come un’azienda, rispondendo ai propri fruitori in modo tale che l’azienda non chiuda. Ciò dice delle condizioni in cui la notizia è veicolata. C’è un tempo di produzione e gli spazi: tutto ciò va ad influire sull’informazione. Occorre fare una selezione sul materiale ricevuto, oltre a tener conto alla sensibilità dei lettori di uno specifico giornale.  Spesso si mette l’accento su quanto colpisce l’immaginario collettivo. Spesso la migrazione è collocata come problema più che un fenomeno. Si potrebbe descrivere l’andamento del fenomeno migratorio in Italia dal punto di vista dell’informazione nei mass media a partire dal 1973. È questa la data che viene indicata come inizio delle migrazioni in Italia.

Circa 5 milioni sono gli immigrati presenti in Italia e altri 5 milioni di italiani che sono attualmente emigrati all’estero. Ci sono questi due movimenti. C’è un’identificazione in Italia dell’immigrato come marocchino. Qui si vede il processo di semplificazione e di stereotipo. Più tardi viene indicato l’immigrato come vu cumprà. Poi è stato suggerito un altro termine: extra-comunitario. Altro termine: clandestino. Cittadino non appartenente alla comunità europea: è la dizione corretta. Si passa ad una narrazione che genera allarmismo con alcuni termini: invasione, onda nera che avanza, marea montante. Emblematico come narrazione e scelta di termine prendere in considerazione su ciò che è avvenuto nel 1991 con lo sbarco degli albanesi in Italia, al porto di Bari. I discorsi, le parole che vengono scelte all’interno di un vocabolario, le immagini selezionate, il discorso che viene svolto, ha dirette conseguenze sulla decostruzione di un contesto culturale. In questa costruzione della realtà che risultata problematica, ad un certo punto interviene un documento che è la Carta di Roma. È il protocollo deontologico concernente i richiedenti asilo, rifugiasti, vittime della tratta, migranti. Siamo nel 2008. Si invitano i direttori delle testate nazionali. Viene fatto un incontro a Roma per cui si chiede che ci sia una funzione pedagogica per far si che questo fenomeno avesse una valenza importante per la costruzione del contesto italiano. Dire ai giornalisti che il loro compito è anche pedagogico è per il prof una strategia perdente. Altro aspetto problematico: insegnare ai giornalisti il loro lavoro chiedendo di dare notizie positive sul fenomeno migratorio.



Ci sono due eventi specifici che preparano la stesura della Carta di Roma:

Strage di Erba 2006. 4 persone tra cui un bambino di due anni vengono uccisi a coltellate. Nelle prime ore viene dato come colpevole un tunisino marito di una delle vittime e padre della donna uccisa. Viene detto: “se non è lui è uno come lui”. “Chi fa queste cose non può essere uno di noi”. C’è dunque il capro espiatorio designato: il marocchino.

2007: omicidio Reggiani (Roma).

Carta di Roma 2008: osservare la massima attenzione nel trattamento delle informazioni concernenti i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti nel territorio della Repubblica Italiana ed altrove.Questo tema viene specificato con quattro corollari:

a. Adottare termini giuridicamente appropriati sempre al fine di restituire al lettore ed all’utente la massima aderenza alla realtà dei fatti, evitando l’uso di termini impropri;

b. Evitare la diffusione di informazioni imprecise, sommarie o distorte riguardo a richiedenti asilo, rifugiati, vittime della tratta e migranti. CNOG e FNSI richiamano l’attenzione di tutti i colleghi, e dei responsabili di redazione in particolare, sul danno che può essere arrecato da comportamenti superficiali e non corretti, che possano suscitare allarmi ingiustificati, anche attraverso improprie associazioni di notizie, alle persone oggetto di notizia e servizio; e di riflesso alla credibilità della intera categoria dei giornalisti;

 c. Tutelare i richiedenti asilo, i rifugiati, le vittime della tratta ed i migranti che scelgono di parlare con i giornalisti, adottando quelle accortezze in merito all’identità ed all’immagine che non consentano l’identificazione della persona, onde evitare di esporla a ritorsioni contro la stessa e i familiari, tanto da parte di autorità del paese di origine, che di entità non statali o di organizzazioni criminali. Inoltre, va tenuto presente che chi proviene da contesti socioculturali diversi, nei quali il ruolo dei mezzi di informazione è limitato e circoscritto, può non conoscere le dinamiche mediatiche e non essere quindi in grado di valutare tutte le conseguenze dell’esposizione attraverso i media;

d. Interpellare, quando ciò sia possibile, esperti ed organizzazioni specializzate in materia, per poter fornire al pubblico l’informazione in un contesto chiaro e completo, che guardi anche alle cause dei fenomeni.

Il codice deontologico viene diretto all’ordine dei giornalisti, che hanno una ventina di protocolli deontologici. C’è anche la Carta di Treviso, di Perugia che riguarda il settore della trattazione di notizie per soggetti che riguardano la sanità. Poi la carta di Firenze, ecc.

La questione della carta protocollo deontologico di natura giuridica, per cui i codici deontologico sono norme giuridiche obbligatorie per gli iscritti all’ordine. Nel 2016 tutte le carte sono confluite in un compendio dei doveri del giornalista. Per quanto riguarda la carta di Roma nel compendio è entrato il glossario.



Carta di Roma, introduzione:

PROTOCOLLO DEONTOLOGICO CONCERNENTE RICHIEDENTI ASILO, RIFUGIATI, VITTIME DELLA TRATTA E MIGRAN Il Consiglio Nazionale dell’Ordine dei Giornalisti e la Federazione Nazionale della Stampa Italiana, condividendo le preoccupazioni dell’Alto Commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati (UNHCR) circa l’informazione concernente rifugiati, richiedenti asilo, vittime della tratta e migranti, richiamandosi ai dettati deontologici presenti nella Carta dei Doveri del giornalista - con particolare riguardo al dovere fondamentale di rispettare la persona e la sua dignità e di non discriminare nessuno per la razza, la religione, il sesso, le condizioni fisiche e mentali e le opinioni politiche - ed ai princìpi contenuti nelle norme nazionali ed internazionali sul tema; riconfermando la particolare tutela nei confronti dei minori così come stabilito dalla Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’infanzia e dai dettati deontologici della Carta di Treviso e del Vademecum aggiuntivo, invitano, in base al criterio deontologico fondamentale ‘del rispetto della verità sostanziale dei fatti osservati’ contenuto nell’articolo 2 della Legge istitutiva dell’Ordine, i giornalisti italiani

È un paragrafo troppo lungo come introduzione.  Qui c’è qualcosa di particolare. Nella sequenza di questa citazione sarebbe stato opportuno mettere in primo luogo migranti. Viene messo alla fine dando priorità ad altre categorie, perché l’alto commissariato dei rifugiati ha voluto marcare il terreno su questo.

Sono elementi contenuti alla Carta dei doveri dei giornalisti del 1993, n. 69.  Articolo 1 della Dichiarazioni dei diritti dell’uomo art 1. Si parla di fratellanza. Costituzione Italiana 1948 art 3 (si parla di cittadini: anche gli stranieri?). Valerio Onida a questo punto afferma: La Costituzione parla di tutti i cittadini, anche di nuovi italiani. C’è la dignità della persona sottolineato dall’artico 3. Giovanni Maria Flik, Elogio della dignità: è il fondamento dello stato democratico, del vivere in un contesto di diritti.

Età inferiore ai 18 anni. Questa tutela è tra la fascia di persone che hanno maggiormente bisogno. Dettati deontologici della Carta di Treviso (è il codice deontologico che riguarda tutti i minori: 1990) e del Vademecum aggiuntivo. Convenzione delle Nazioni Unite sui diritti dell’Infanzia. La carta di Treviso fu redatta dopo un fatto di cronaca: Serena Cruz (1988) in Piemonte a Torino degli assistenti sociali segnalano che un territorio aveva acquisito una bambina filippina di un anno. C’era il sospetto di un’acquisizione mascherata. Questa sentenza entra nel cuore della tutela dei minori. C’è un principio: il diritto di cronaca non è superiore al diritto dei bambini. La Carta di Treviso ha un Vademecum aggiuntivo del 1995: vuole dire che per 5 anni non era stata osservata da parte dei giornalisti. C’è un altro allegato del 2006 della Carta di Treviso. Si dice che siccome il contesto sociale è cambiato vuole dire che si deve specificare meglio. Si dice al numero 7 dell’allegato: nel caso di minori malati, feriti, svantaggiati o in difficoltà occorre porre attenzione alla diffusione delle immagini e delle vicende al fine di evitare che in nome di un sentimento pietoso si arrivi allo sfruttamento della persona.



Articolo 2 della Carta di Treviso: va garantito l'anonimato del minore coinvolto in fatti di cronaca, anche non aventi rilevanza penale, ma lesivi della sua personalità, come autore, vittima o teste; tale garanzia viene meno allorché la pubblicazione sia tesa a dare positivo risalto a qualità del minore e/o al contesto familiare e sociale in cui si sta formando.

Ci sono parole da mettere al bando: extra-comunitario, clandestino, straniero, persona di colore, minoranze, zingaro. Vanno criticate e messe al bando.

Extracomunitario: non va utilizzata perché è scorretta. Cittadino non appartenente all’unione europea. Extra: indica esclusione, un estraneo, fuori dalla comunità. Ha a che vedere con una persona fuori dal consorzio di persone conosciute e si convive. E ‘ un termine superato dai fatti. C’è stata una commistione tra africano, gente di colore e extra comunitario. Svizzeri e americani di fatto non vengono mai apostrofati con questa terminologia che diviene discriminatorio.

Clandestino: non ha aggancio nei testi giuridici. Porta con sé delle presunzioni, che evita segretezza, legami con la criminalità, nulla a che vedere con persone che non possono avere accesso ai documenti.

Straniero: è all’esterno rispetto ad uno che sta dentro. Straniero è l’estraneo rispetto alla terra, al territorio, non è il cittadino e per questo è l’inquietante.

Minoranze: capitolo 2 di fratelli tutti. Capitolo 4. Numero 131 viene criticato il termine minoranze: uso discriminatorio.

Uomo di colore: c'è una poesia di Léopold Sédar Senghor che mette in ridicolo questa espressione.

Zingaro: è termine eteronimo. È usato nel linguaggio popolare in modo dispregiativo, negativo e discriminatorio.

Nomadi: di circa 170 mila presenza di Rom e Sinti e in Italia sono il 20% vive in campi Rom.

 

 

 

 

 



[1] Ci sono stati una serie d’incontri prima di arrivare a questa Carta.

martedì 20 ottobre 2020

DIBATTITO SUL CASO BIBBIANO


 Conferenza in diretta da radio radicale. Il link sarà fornito un'ora prima dell'evento sulla pagina di radio radicale:

https://www.radioradicale.it/

martedì 29 settembre 2020

Incontriamoci on line al Forum dei Cristiani LGBT 2020

 



Ecco il programma del Forum dei cristiani LGBT on line 2020 (2 – 4 ottobre 2020) che ha subito un ampliamento rispetto a quanto comunicato in precedenza in quanto venerdì 2 ottobre avremo come ospite don Luigi Ciotti, presbitero e fondatore del gruppo Abele e dell’associazione Libera.

 

Questa sesta edizione, complice il fatto che sarà esclusivamente on line, sarà anche un’occasione per i Cristiani LGBT, per i loro genitori e gli operatori pastorali che li accompagnano per mettersi in “In cammino verso una Chiesa inclusiva… Da ogni tribù popolo lingua e nazione” (Ap 5,9), che è l’invito intorno a cui ruoterà tutta questa edizione.

La tre giorni on line del Forum dei Cristiani LGBT 2020 sarà scandita da tanti momenti diversi per incontrarsi, conoscersi e dialogare insieme.

Per chi vuole iscriversi gratuitamente e ricevere il programma per partecipare, a una parte o a tutti gli incontri previsti , deve compilare il modulo on line cliccando qui

Da ogni tribù popolo lingua e nazione” (Ap 5,9) arriverete, siete i benvenuti per fare un pezzo di strada insieme al Forum 2020. Vi aspettiamo.

 

 

Programma definitivo VI Forum Italiano dei cristiani LGBT, i loro familiari e gli operatori pastorali.

 

VENERDÌ 2 OTTOBRE

Sera – ore 21.00-22.30

Conferenza: Una pastorale inclusiva per i cristiani LGBT “uomini di ogni tribù, lingua, popolo e nazione” Ap 5,9
Relatori: Don Luigi Ciotti dialoga con Gianni Geraci

 

SABATO 3 OTTOBRE

Pomeriggio – Ore 16.50-19.00
Focus pastorale a due: Chiesa e Inclusione
Relatori: padre Alberto Maggi e Suor Anna Maria Vitagliani

Sera – Ore 21.00 – 22.30

Veglia a cura del Progetto Giovani Cristiani LGBT. “Il Signore, tuo Dio, è stato con te in questi quarant’anni” Dt 2,7

DOMENICA 4 OTTOBRE

Mattina – ore 10.00 – 12.00
Conferenza: Il Cammino dei Cristiani LGBT in Italia. Riflessione sui quarant’anni di storia del movimento dei credenti LGBT

Pomeriggio – ore 18.00-20.00

Conferenza: Approfondimento biblico al femminile. Relatrici: prof.ssa Silvia Zanconato e pastora Daniela di Carlo

 

Comitato Forum dei Cristiani LGBT

Sito Web: https://forumcristianilgbt.wordpress.com/

Facebook: https://www.facebook.com/ForumCristianiLgbt

Email: forumcristianilgbt@gmail.com

 


 Questo è  il link per accedere alla piattaforma informatica sulla quale si terrà il Forum italiano dei cristiani LGBT 2020.

https://us02web.zoom.us/j/5678065258

La piattaforma di collegamento scelta per il collegamento è Zoom Meetings, strumento che in molti già hanno utilizzato, disponibile per tutte i dispositivi Android, Windows ed iOS, scaricabile gratuitamente o utilizzabile anche come servizio online sul browser Chrome. In allegato le istruzioni di base per l'installazione e la registrazione al primo utilizzo.

Raccomandiamo di scaricare l'applicazione nei giorni prossimi in modo da non avere all'ultimo difficoltà tecniche che possano impedire la partecipazione.

 

I partecipanti sono invitati a collegarsi secondo il calendario almeno 10-15 minuti prima dell'inizio delle conferenze per permettere ai vari relatori di iniziare in orario i vari interventi.

La partecipazione è riservata a coloro che sono iscritti all'evento.

 

Ricordiamo, per coloro che non potranno prendere parte a tutti gli eventi che le conferenze verranno registrate e saranno successivamente rese disponibili.

Per coloro che prenderanno parte alle conferenze la registrazione riguarderà coloro che prenderanno parola, e chi porrà eventualmente un quesito durante i dibattiti.

Nel rispetto della privacy non verrà in alcun modo diffuso l'elenco dei partecipanti a conclusione dell'evento.