lunedì 20 giugno 2016

LA PROFEZIA DEL POPOLO DI DIO





Paolo Cugini
Si vede da lontano che stiamo vivendo una fase di cambiamento culturale che sta coinvolgendo anche la chiesa. Quello che invece non è molto chiaro è la direzione, il cammino che dobbiamo intraprendere per non rimanere travolti dagli eventi. Sul territorio italiano sono in atto differenti e contradditorie esperienze con l’intento di arginare il problema della scarsità del clero. Ci sono diocesi che stanno risolvendo il problema del calo delle vocazioni sacerdotali importando preti da tutte le parti del modo. Altre diocesi invece, hanno deciso di affrontare il problema ristrutturando la geografia diocesana con la proposta delle unità pastorali. Naturalmente si tratta sempre di decisioni prese da vescovi, preti, consigli presbiterali, vale a dire dagli addetti ai lavori. Di chiedere qualcosa al popolo di Dio a nessuno viene in mente. Il popolo è così abituato a subire passivamente le decisioni che piovano dall’alto, che sembra proprio andar bene così.

 Che il problema delle comunità locali sia tutto legato alla scarsità di clero è molto discutibile, soprattutto se si comparano i dati con altre regioni del mondo. Senza dubbio, è numericamente scarso il clero diocesano per come viene intesa la sua funzione all’interno della comunità locale. Se, infatti, la comunità esiste se vi è un presbitero che vi celebra i sacramenti, allora la crisi è evidente. Forse però, il problema non è nel numero dei presbiteri, ma altrove, vale a dire da come osserviamo l’evento dell’evangelizzazione, da come valutiamo la possibilità di annunciare il Vangelo nel contesto attuale. È come se facessimo tutti gli sforzi possibili di imbrigliare la cultura postmoderna di recente formazione con l’apparato ecclesiologico in nostro possesso, che evidentemente non brilla di novità, di capacità di adattamento al nuovo. Dire che si tratta di roba vecchia, d’impostazione desueta, ormai incapace di rispondere alle esigenze del momento sembra di dire una bestemmia. I dati, però confermano la necessità di pensare qualcosa di nuovo, di tentare nuovi cammini per fare in modo che le comunità locali riacquistino il vigore delle origini, che diventino, cioè luoghi nei quali si percepisce la presenza del Signore, dove la fraternità e la condivisione sono il pane quotidiano.

C’è tutto un mondo cattolico che tutte le volte che sente la parola novità si sente male, dà segni d’insofferenza. Pensare che sia necessario cambiare impostazione a partire dal nuovo contesto è considerato un assurdo, perché metterebbe in discussione la verità che, per definizione, così pensano loro, è inalterabile, immobile. È interessante come dinanzi ad ogni problema emergano le diverse impostazioni teologiche di riferimento. Mi vengono in mente le parole di Papa pio XII che nell’Enciclica Humani Generis del 1950 si scagliava contro la nuova teologia, che in quel tempo si stava sforzando di dialogare con il mondo scientifico e con la cultura laica. Lo faceva tentando cammini nuovi grazie anche alle ricerche che un gruppo di teologici stava realizzando nel campo dell’esegesi, della patristica e della liturgia. Il nuovo fa paura a tutti coloro che identificano la verità con un’idea, con una teoria, dimenticando così che il nostro riferimento della verità è Gesù Cristo, che si è incarnato nella storia ed ha camminato con noi. È la storia il luogo nel quale è necessario pensare e cogliere la verità e gli eventi storici cambiano, come cambiano i contesti culturali.  Questo vale anche per il modello di chiesa che stiamo cercando in questo periodo di cambiamento epocale. Cambiare modello non significa dire addio alla verità, ma di coglierla nella sua attualità, nel suo modo di manifestarsi nell’oggi della storia.

Siamo come intrappolati dagli schemi ecclesiologici creati nel passato, incapaci di pensare qualcosa di differente, di guardare l’evento con occhiali diversi, da un’altra prospettiva da come l’abbiamo sempre osservato. Eppure i testi biblici sono pieni d’indicazioni che c’invitano a dimenticarci del passato e a guardare avanti, ad essere disponibili alle cose nuove che il Signore vuole creare con noi (cfr. Is 43,18-28; Fil 3,21). È certo che, se un cambiamento di rotta sarà necessario nel modo d’intendere la chiesa, la comunità locale, non lo potremo aspettare dall’Istituzione che, per definizione, si struttura per difendere la tradizione, la continuità. Anche vescovi illuminati o per così dire profetici, non riusciranno mai cambiare il modo di vedere, a porre delle scelte al passo con i temi, capaci di scardinare dall’interno modelli obsoleti. C’è bisogno di qualcosa d’altro.


 E allora, dove dovrebbero intervenire delle discontinuità nel modo d’intendere e di vivere la comunità locale? Chi ci potrà salvare dall’immobilismo ecclesiale? Chi potrà indicare la luce del nuovo cammino? Chi ci salverà dalla puzza di muffa che sembra soffocarci? Senza dubbio la base, vale a dire il popolo di Dio. È il popolo che possiede la luce della profezia.  Questo Popolo di Dio così significativo nell’impostazione del Concilio Vaticano II, ma che troppo alla svelta lo si è relegato negli studi teologici di alto livello, togliendolo dalla possibilità d’incidere nella storia, è la risorsa che abbiamo per inventare qualcosa di nuovo.  Non c’è bisogno, infatti, del consenso del vescovo per annunciare il Vangelo, per proporre delle liturgie più inculturate, per pensare a cammini nuovi per vivere la comunità in un mondo sempre più secolarizzato e scristianizzato. Forse ci potrà venire in mente di non far coincidere la comunità con il ministro consacrato, ma di ritenere che il vero cuore della comunità sia il Signore. Detta così non sembra una novità sconvolgente, ma provando a pensare la comunità locale a partire da questo semplice dato originario, si può sognare e guardare lontano. 

mercoledì 15 giugno 2016

LA CHIESA IN USCITA E LA COMUNITÀ DI DISCEPOLI MISSIONARI



PAPA FRANCESCO E LA RIFORMA DELLA CHIESA
VERONA – CUM 15 GIUGNO 2016



Relatore: Severino Dianich
Sintesi: Paolo Cugini

Riferimento alla storia. Elezione di Giovanni XXIII. Analogie con l’elezione di papa Francesco.
Visione tradizionale della missione che è giunta fino all’inizio del ‘900: tutti gli adulti non battezzati anno all’inferno. Senza la grazia del battesimo nessuno sarebbe rimasto senza colpa. Identificazione tra fede e cultura mediterranea. La cultura dei paesi cristiani con la loro struttura civile e i loro ethos era da portare in gioco nei paesi non cristiani. Salvezza comprendeva la plantatio ecclesia che diventava la fonte del battesimo. Pur con questi condizionamenti il movimento missionario ha avuto una presenza significativa. Tutto ciò ha potuto realizzarsi senza che si toccasse il fondo teoretico. Il consolidarsi di una prassi di una società intera che possa definirsi cristiana si era sostenuta originariamente che tutto il mondo ormai la chiesa è presente (San Tommaso, sec. XIII d. C.). Ciò dipendeva dalla scarsa conoscenza dell’Asia, delle Americhe e dell’Africa.
Le novità sono avvenute con la scoperta delle Americhe, che hanno riproposto la spinta missionaria, con quella impostazione teologica di cui si accennava sopra. L’idea di missione che si è sviluppata è stata quella di una divisione del mondo in due: cristiani e non. Obiettivo era cristianizzare il mondo. L’intreccio con la cultura ed economia era indissolubile. Questo era il paradigma ecclesiologico. La formazione ai ministeri avveniva in seminari distinti. La formazione incideva sul tipo di spiritualità. Il prete diocesano non era missionario e non era interessato ad esserlo.
I padri conciliari vedevano tutto questo. Il Concilio dopo tante discussioni sembrò voler risolvere la questione riducendo a 14 sezioni. Paolo VI sostenne la tesi ma fu bocciato dai padri. Ad Gentes è il frutto di questo travaglio. Il popolo di Dio diviene il soggetto della missione.
Come mai la spinta di papa Francesco non trova accoglienza? Non possiamo dimenticare il nostro retaggio culturale ed ecclesiale.
La chiesa in uscita non è una novità. Padre Leone Dehon: uscire dalle sagrestie (1870).
1977: nuova coscienza della missione (congresso ATI).
Dianich: chiesa estroversa (1978).
Si tratta di riprendere la definizione della chiesa del Concilio. La chiesa non è un assoluto. La chiesa è simile ad un sacramento che è relativo, perché è segno e strumento. Chiesa è una realtà strumentale e non si può definire se non a cui è strumentale e cioè nel suo rapporto con il mondo.
Nel 1968 si diceva che era necessario chiudere le missioni. Alla stagione degli anni ’70 è seguito il periodo della preoccupazione della bioetica. Si vuole difendere la societas cristiana.
Fenomeni nuovi:
1.     Presenza crescente di cittadini di altre religioni
2.     presenza di cittadini di nessuna religione
3.     Crescita numerica di abbandono della fede nei paesi cristiani
4.     Scollamento tra costume e morale cattolica
5.     Il matrimonio religioso è dimezzato
6.     Anche il battesimo è sceso al 70%

Alcune esigenze:
Evangelizzare in Europa: che cosa dignifica?
L’evangelizzazione deve fare i conti in Europa con la storia della Chiesa. Anche nei paesi che non hanno una tradizione cristiana, c’è una chiesa piantata: vescovi, preti, ecc.
Altro punto delicato: le culture diverse della cultura occidentale hanno un futuro o no? Stiamo assistendo alla vittoria della cultura ricca con le culture povere.
Papa Francesco punta ad una riforma della chiesa con il concetto di evangelizzazione.
Il tema dell’evangelizzazione ci guadagnerebbe se in questa articolazione si cogliesse il vero punto sorgivo di tutta la missione e dell’esistenza della chiesa.
La parola non è eliminabile. Il cuore della missione è che ci sia un credente e un non credente che comunicano tra di loro e che venga comunicata la fede. Se questo avviene il cristianesimo ha un futuro. Tutti gli aspetti della missione devono confrontarsi su questo punto.
Evangeli Gaudium ha presente questo punto anche se non fa questo passaggio.
Spesso i nostri discorsi presuppongono la fede e non la presentano.
Le nostre strutture portanti: è stato un grave errore dei teologi di snobbare il diritto canonico. Occorre guardare con molta attenzione alle strutture. La prima funzione del diritto è la difesa dei più deboli. Quanto il codice ha recepito le idee del Concilio? I cammini dei due percorsi della teologia e del diritto Canonico si sono scarsamente incontrati.
L’evangelizzazione è prima di tutto un evento interpersonale. La missione però non può essere lasciata solo all’iniziativa delle singole persone.
Comunità di discepoli missionari. La comunità porta la vita comunitaria. La comunità che esce porta le parole e la trasmissione dell’esperienza di vita. Qui s’impone la questione della presenza dei fedeli laici. Il coinvolgimento dei laici nella missione è qualcosa che nasce dall’interno del cammino della chiesa.
L’esperienza cristiana sente l’esigenza di essere portata dove non c’è. Per questo i carismi dei laici sono fondamentali.
Come un’esperienza integrale di chiesa può essere veramente cristiana? Problema del porsi nella società che sia innovativa.






IL TEMA DELLA MISERICORDIA NELLA PROSPETTIVA PASTORALE DI PAPA FRANCESCO



CUM VERONA 15 GIUGNO 2016

Don Giuliano Zanchi

Sintesi: Paolo Cugini
[L’Arte di accendere la luce, Vita e pensiero 12 euro]

Evangeli Gaudium (EG) è un testo scritto in maniera ellittica: i temi ritorno in modo a spirale. Che cosa intende papa Francesco nell’EG quando parla di Evangelizzazione?
Come ripensare i ministeri? Quali nuovi equilibri? Come ripensare la comunità?
Francesco ha ribaltato la gerarchia delle preoccupazioni ecclesiali, rimettendo a fuoco il senso della presenza cristiana nella storia, i destinatari dell’azione evangelizzatrice. C’è il dato di fatto che la base resiste. Resistenza oggettiva e inaspettata. È un’aspirazione che non si sta traducendo in un metodo pastorale. Positivo è il clima di libertà.
Francesco ha dissotterrato il filo nascosto della teologia conciliare; ha dato concretezza allo spirito riformatore del Concilio. Ricomponendo i pezzi del compito pastorale. Prima di tutto la costruzione di una comunità che possa essere ospitale dei vissuti delle persone.
Asse del tema della misericordia intesa come tema sintetico della rivelazione cristiana, della rivelazione biblica. Rivelazione come qualcosa che non sapevamo e che ci deve essere comunicata da Dio. Dio si china a restituire integrità alla condizione umana, rendendo manifesta la misericordia la natura di Dio e il dover essere dell’uomo. Questo ha trovato forma nella natura umana di Gesù. La rivelazione ha disintegrato tutte le immaginazioni dell’uomo su Dio. Il cuore del Vangelo è stato proprio su questo punto. La battaglia di Gesù fra l’uomo e il sabato, fra l’amore a Dio e l’amore al prossimo: che cosa dobbiamo scegliere? Il grande comandamento di Gesù è: amatevi gli uni gli altri come io ho amato voi (Gv 13,34). La morte di Gesù come la sua disponibilità a lasciarsi morire indifeso per non infrangere l’immagine di Dio rivelata dalla sua vita.
Buona notizia: Dio non è come lo pensiamo noi. Saremmo consegnati all’implacabilità della legge di Dio nelle mani degli uomini.

Il tema cristiano della misericordia rischia di essere un tema frequentato dalla retorica e molto tollerato attraverso una specie di libertà vigilata. Il tema della misericordia come sintesi del vangelo ha a che fare con il dibattito sul rapporto tra grazia e libertà.
Qual è il compito che culturalmente ci viene assegnato al tema della misericordia? È un sentimento che interviene in alternativa al dovere della giustizia. La misericordia interviene là dove si deroga al dovere della giustizia. Culturalmente misericordia significa venir meno al dovere della giustizia. Alle istituzioni politiche tocca custodire il rispetto della vita civile ostaggio dell’economia globale. I salvagenti esistenziali sono temi di un’azione legata al sentimento individuale. Questo è il paradosso.
Questa antinomia tra giustizia e misericordia domina anche le precomprensioni della cultura credente nel discernimento di molte questione anche disciplinare.
Mettere la misericordia la centro della vita cristiana.

Tre grandi parole d’ordine che hanno fondato l’ortodossia civile dell’occidente: libertà, uguaglianza, fraternità. Nel bene e nel male abbiamo assimilato questi principi, sono categorie di chiara ascendenza evangelica. Di queste tre grandi categorie due sono diventati effettivi pilastri della grammatica di base della convivenza civile: libertà (senso individuale, coscienza del singolo, arbitrio individuale) e uguaglianza (contro la schiavitù. Estensione indifferenziata dell’individuale senza coscienza. Tutti voglio tutto come tutti. Solitudine di massa). Il modello sociale che nasce fondata sull’individuo che estende i diritti su tutti significa una vita sociale competitiva. È la filosofia neo-liberista che istituzionalizza la selezione naturale. Questo modello è funzionale alla cultura del consumo.
La fraternità, che dovrebbe essere il correttivo dei primi due, non è mai diventato una categoria civile, ma è rimasta una parola religiosa, circonfusa di un alone d’ingenuità. La nostra società per come si costruita non valorizza i legami sociali, ma li ostacola. Prima l’individuo e i suoi diritti e poi la società e i suoi problemi.
Qui s’inseriscono le idee di papa Francesco: cultura dello scarto, globalizzazione dell’indifferenza.

Restituire la centralità del patto umano e dei legami sociali è il kairòs testimoniale a cui l’epoca attuale chiama la testimonianza dell’evangelizzazione. Il dovere e il compito dei cristiani oggi passa attraverso la restituzione del patto umano dei legami sociali: la misericordia. Difendere questo profilo fondamentale della convivenza umana. La misericordia non è un sentimento in aggiunta della misura utilitarista dei rapporti umani. Non è una pratica suppletiva. La misericordia è la norma della vita quando la vita conserva la sua forma propriamente umana. Non è l’eccezione, ma la norma. Misericordia diventa capace di andare contro alla selezione del caso e contro il cinismo di fortunati, di quelli che solo intelligenti, belli, e pensano che questa sia la norma dell’esistenza e pensa che sia un merito.
EG 178: intima connessione tra evangelizzazione e promozione umana. Tutto il senso di ciò che dio vuole per il mondo può essere difeso e testimoniato tutte le volte che la vita umana viene assunto come scommessa. Tocca il corpo ferito dell’uomo e lo cura. È nel fare la carità che si annuncia la resurrezione dei corpi. Tema dei poveri, perché sono emblema vivente dell’umanità ferita. L’opzione per i poveri è una categoria teologica, prima che sociale, perché Dio concede loro la sua misericordia.

Essere categoria teologica della condizione del povero non rimane nell'empireo astratto. Il punto è rimuovere le condizioni dell’ingiustizia: questo è il compito dell’evangelizzazione cristiana. Per capire i problema dei poveri c’è bisogno di analisi sociologiche, economiche, ecc. La laudato sii (LS) è già dentro all’EG. Nella LS papa Francesco fa due cose semplici: prende due questioni che erano morte sorpassate: il tema della giustizia sociale (tema reso retorico ed estenuate della vittoria del modello neo liberale) e la questione ecologica (era finito nel dimenticatoio). Il papa prende queste due questioni e le mette insieme ridando vita ad entrambe. Questo è il compito dei cristiani nel mondo.





lunedì 13 giugno 2016

PRIME EUCARISTIE: IL FRUTTO DI SCELTE PASTORALI




Paolo Cugini


Con la domenica 29 di maggio, abbiamo concluso le prime eucaristie nelle cinque comunità dell’Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli. E’ giunto, allora il momento di fare qualche bilancio e proporre qualche riflessione. In primo luogo, abbiamo realizzato le prime comunioni in ogni comunità e non abbiamo riunito tutti i bambini in un’unica chiesa. Questa scelta è in linea con le scelte che stiamo realizzando all’interno del consiglio pastorale dell’Unità Pastorale, vale a dire di salvaguardare il cammino di ogni singola comunità e di vincere la tentazione dell’ammucchiata per facilitare le cose e guadagnare tempo. Senza dubbio durante questo primo anno di cammino insieme abbiamo attivato momenti comunitari, come le lectio di avvento, i coordinamenti per la pastorale giovanile, la catechesi e la Caritas, ecc. Abbiamo, però, soprattutto ascoltato il grido delle comunità, la loro storia, il loro cammino. La scelta è sulla linea di ciò che scrivevo il mese scorso, vale a dire che non è il prete che fa la comunità, ma il Signore. E allora, la grande sfida che è allo stesso tempo il grande obiettivo che abbiamo dinanzi in questo periodo di svolte pastorali è quello di non perdere il senso dell’orizzonte. Se è Cristo il centro di una comunità ciò significa che occorre fare di tutto affinché la comunità non perda la sua identità e che in questo nuovo cammino di chiesa, accetti di lasciarsi contaminare positivamente dai cammini delle altre comunità. 
Le prime eucaristie realizzate nelle cinque comunità hanno rappresentato il culmine di un percorso pensato dalla commissione catechesi dell’unità pastorale a partire dal mese di marzo dello scorso anno. Da uno stimolo educativo che mi era stato offerto durante un incontro con i responsabili scout di Reggio 4, abbiamo proposto una catechesi itinerante. Più che dire e spiegare che cos’è l’Eucarestia, abbiamo deciso di visitare dei posti dove l’eucarestia si vive quotidianamente e da lì procedere per la condivisione e la comprensione. Abbiamo poi chiesto a don Enrico Mazza di spiegarci il significato delle parole di Gesù pronunciate da Gesù nell’ultima cena. E’ sorto così il percorso di tre tappe rivolto a catechisti e genitori. Ascoltando don Enrico abbiamo capito che non sappiamo mai abbastanza sul mistero al quale partecipiamo tutte le domeniche. Mazza ha evidenziato, tra le altre cose, l’aspetto della comunione, delle relazioni nuove che devono sorgere tra coloro che partecipano al banchetto del Signore. Il “fate questo in memoria di me” non può essere appiattito nella ritualità o nel precetto, ma indica un cammino da compiere verso il Signore, per vivere come lui ha vissuto, per amare come lui ha amato. Tutto questo e altro è confluito nel giorno della celebrazione, che ha avuto una sintonia di stile nelle varie comunità, anche se ognuna poi l’ha vissuto e interpretata in modo diverso.
 La scelta di mettere i bambini attorno alla mensa – posta in mezzo alla chiesa – apparecchiata nell’ora dell’offertorio dai genitori con piatti e bicchieri, è stata molto di più di una scelta coreografica. Abbiamo voluto lasciare il segno di un momento di comunione, che è poi il significato che san Paolo sottolinea nelle sue lettere. Ci alimentiamo del Corpo del Signore, che ha portato giustizia pace e comunione in mezzo a noi, per poter essere anche noi strumenti di pace, Giustizia e comunione. Detto come sant’ Agostino diceva ai suoi ascoltatori: vivete ciò che ricevete. 

venerdì 10 giugno 2016

DALLA COMUNITÀ AL MONDO



NUOVI ORIZZONTI PASTORALI

Paolo Cugini

Se è vero che il nuovo cammino pastorale intrapreso e cioè quello delle unità pastorali, deve sempre di più porre al centro il ruolo della comunità, è altrettanto vero che la comunità cristiana deve imparare ad aprirsi al mondo. Se c’è, infatti, una critica che spesso ascoltiamo nelle nostre comunità parrocchiali è di essere dei piccoli mondi chiusi su se stessi. A volte si tratta di critica gratuita, altre volte c’è del vero. Ci si abitua a stare sempre con le stesse persone, che si fa fatica ad aprirsi al nuovo. E’ questa la percezione che spesso hanno le persone arrivate sul territorio che tentano d’inserirsi nella comunità parrocchiale di riferimento: fanno fatica ad entrare. E’ la sindrome del campanile, se così vogliamo chiamarla, che si manifesta nel tipo di relazione chiuse tra i membri della comunità che, oltre ad assumere tutti i ruoli della parrocchia, non permettono ad altri di entrare.

La nuova impostazione ecclesiale delle Unità Pastorali – cercando di coglierne soprattutto gli aspetti positivi – dovrebbe aiutare a guarire da questa sindrome, o perlomeno dovrebbe aiutare le comunità ad un duplice cammino di apertura. Il primo cammino è all’interno delle comunità stesse per renderle luoghi aperti alle contaminazioni positive delle altre comunità dell’Unità Pastorale. Dovendo lavorare assieme nelle diversi coordinamenti della catechesi, delle pastorali giovanili, famigliare e altro, si dovrebbe apprendere ad uscire non solo dalla piccola cerchia dei pochi intimi, ma anche apprendere nuove modalità e contenuti. E’ questo a mio avviso, il primo e già visibile passo che le comunità stanno facendo per andarsi incontro, conoscersi, lavorare insieme. E’ il cammino indicato da san Paolo nella prima lettera ai Corinzi: unità nella diversità.
Il secondo cammino che le comunità sono chiamate a compiere è verso l’esterno. Le positive sinergie che il lavoro nelle Unità Pastorali sta producendo, soprattutto nello sforzo di dover lavorare assieme nei diversi settori della pastorale ordinaria, dovrebbe lentamente scardinare le tradizionali chiusure per aprirsi all’esterno. Verso quale mondo dovrebbero aprirsi le comunità cristiane? Verso i tanti mondi dell’immigrazione, inventando forme di accoglienza dal volto umano, superando in questo modo le secche asfittiche della burocrazia ordinaria. Qui a Reggio c’è anche il mondo della corruzione e della mafia che attende una risposta con la formazione di comunità che resistano alla tentazione dei soldi facili, che sappiano opporre alla logica del profitto cammini di comunione. Una comunità aperta sul mondo significa anche comunità in grado di lasciarsi contaminare positivamente dagli imput che riceve, come ad esempio le relazioni che si possono costruire con la comunità islamica presente sul territorio.
Tante sfide ci attendono: sta a noi saperle cogliere.


mercoledì 1 giugno 2016

GIUBILEO DELLA MISERICORDIA CON LE FAMIGLIE DELLA BURKINA FASO


Il Giubileo della Misericordia con le famiglie della Burkina Faso presenti sulla nostra unità pastorale è stato il frutto di un cammino spirituale che ormai va avanti da mesi. È  Francesco che c'invita ad alzare gli occhi per scorgere nuovi cammini di evangelizzazione e cioè a non concentrare tutti gli sforzi pastorali sulle stesse persone di sempre. Quando con un gruppo di famiglie visitiamo al lunedì sera le famiglie che si sono avvicinate alla Caritas per chiedere un pezzo di pane, ci  rendiamo conto che c'è un altro pane che dobbiamo condividere. E allora, senza trascurare ciò che si è sempre fatto, guardando ai percorsi nuovi iniziati quest'anno, mi viene da esclamare"Come sono belli i piedi del messaggero che reca lieti annunzi" (Isaia).

domenica 29 maggio 2016

BENVENUTI RIFUGIATI











Segnalo sul mio blog un'importante e significativa esperienza in atto in Italia sul tema dei rifugiati. 

Potete accompagnare sul sito: http://refugees-welcome.it/


Perché in Italia i rifugiati non possono vivere condividendo una casa con altri e non solo in un centro di accoglienza? Ci siamo fatti questa domanda e abbiamo trovato un modo per renderlo possibile!
Crediamo che accogliere le persone in casa consenta di attivare risorse e legami di comunità, favorendo reali percorsi di inclusione e di convivenza pacifica. Refugees Welcome è al momento attiva nei territori di Roma, Milano, Torino e Bologna. Ci stiamo adoperando per raggiungere chi di voi ci contatta da altre parti d'Italia.
Come funziona?
1. Registra la tua casa
Ospitando un richiedente asilo o un rifugiato avrai l’opportunità di entrare in contatto con una cultura diversa dalla tua e potrai aiutare concretamente una persona che si trova in difficoltà. Se sei interessato a partecipare registrati sul sito ( http://refugees-welcome.it/). Quando registrerai la tua stanza libera ti faremo alcune domande sulla tua situazione abitativa: quanti siete in casa? Quali lingue parlate? In quale città vi trovate? Queste informazioni saranno utilizzate per abbinare ospitanti e ospiti. Gli ospiti avranno la possibilità di trovare una sistemazione adeguata, imparare meglio la lingua e comprenderanno più facilmente il nuovo contesto sociale in cui vivono. Ci occuperemo di metterti in contatto con una persona con cui possiate trovarvi a vostro agio e che possa trovarsi bene con voi e nella vostra casa.

2. Vi mettiamo in contatto
Quando ti sarai registrato, un’organizzazione che si occupa di rifugiati nella tua città ti aiuterà a trovare un/a coinquilino/a idoneo/a per voi. In seguito vi metteremo in contatto per farvi conoscere. Se l’incontro sarà andato a buon fine, la persona ospite si trasferirà il prima possibile a casa vostra. Nell’ elenco delle domande più frequenti spieghiamo perché è importante che il trasferimento avvenga subito dopo l’incontro.

3. Iniziamo il finanziamento
Ci sono vari modi per finanziare il percorso di inclusione sociale, molto dipende dalla posizione legale del migrante . Attiveremo delle campagne di micro crowdfunding per sostenere le nuove convivenze, ma abbiamo bisogno anche della tua collaborazione e della tua generosità. Noi consigliamo le micro-donazioni: attivando una rete di amici e famigliari che vogliono aiutarti e sentirsi parte di questa esperienza, raccoglieremo piccole donazioni mensili per aiutati a sostenere le spese dell’affitto. Mandiamo delle richieste via mail ad amici e conoscenti ed entro l’arco di due settimane l’affitto per il primo anno sarà garantito. I contributi mensili variano dai 3 € ai 50€ e saranno versati attraverso bonifici bancari o donazioni anticipate.

4. Si comincia!
Dopo che vi siete conosciuti, il/la vostro/a nuovo/a coinquilino/a si trasferirà a casa vostra. Noi continueremo ad assistervi in ogni momento e ad essere reperibili per eventuali vostre domande. Alla vostra famiglia e al vostro ospite sarà assegnato un volontario a cui rivolgervi per ogni questione, se poi ci sono problemi, il referente locale o quelli nazionali saranno sempre a vostra disposizione. Infatti avete in ogni momento la possibilità di rivolgervi all’associazione per i rifugiati che ha reso possibile l’incontro. L'ente gestore, infatti, resta responsabile e referente del rifugiato: sia per tutti gli aspetti legati al suo iter legale, sia per il sostegno e la facilitazione del suo inserimento nella società e l'accesso alla formazione.


Fonte: http://refugees-welcome.it/#come-funziona

domenica 22 maggio 2016

LE PROVOCAZIONI DI FRANCESCO


Paolo Cugini

Papa Francesco ci stimola a pensare la parrocchia in un modo nuovo, a ripensare il modo di evangelizzare, non partendo esclusivamente dalle strutture del centro, ma dalle periferie. Il Papa c’invita ad abbandonare il criterio pastorale del “si è sempre fatto così”, per avere il coraggio di osare, di cercare e pensare strade nuove per riuscire a portare il vangelo dove ancora non è arrivato. Parrocchia come chiesa in uscita, come chiesa pensata e vissuta a partire dalle periferie, da quelle situazioni esistenziali nelle quali il Vangelo non arriva perché difficilmente la parrocchia pensa dei percorsi di evangelizzazione decentrando il proprio sforzo pastorale. D’altronde, siamo troppo abituati a fare le cose in casa, a gestire l’annuncio del Vangelo come un’attività da realizzare tra le mura costruite da noi e per noi.

Una cosa è, infatti, pensare e vivere la fede a partire dalle nostre strutture, aspettando le persone. Tutt’altra storia è uscire, andare incontro, cercare quella maggior parte di persone che non frequentano i nostri territori, e non entrano nelle nostre strutture. Sappiamo bene che la sfida lanciata dal Papa s’inserisce nel cammino della chiesa italiana che da alcuni anni sta cercando di ripensare la parrocchia in una prospettiva missionaria. Una cosa, comunque è pensare, e tutt’altra cosa è provare, verificare sul terreno se le idee hanno una consistenza a contatto con la realtà.
Sia da coloro che sono stati in Africa che in America Latina mettono spesso in evidenza l’esperienza delle piccole comunità di base, piccole realtà a dimensione comunitaria, nelle quali l’ascolto della Parola di Dio settimanale, o anche la semplice recita del rosario, diviene momento fondante e illuminante di tutta la comunità. Le comunità rappresentano lo sforzo di una chiesa che si decentra (altra idea molto cara a Papa Francesco), che porta il Vangelo nelle case, recuperando quella dimensione familiare e più umana, che a volte perdiamo negli schemi della pastorale ordinaria. Le piccole comunità divengono anche lo strumento privilegiato per suscitare vocazioni laicali, persone che sentono il desiderio e la responsabilità di aiutare la comunità a crescere nella fede e nell’attenzione ai più poveri. Nelle piccole comunità di base è inoltre più facile curare le relazioni, l’attenzione alle singole persone e raggiungerne di nuove. E così, la fede che si celebra va di pari passo con la vita, e le liturgie celebrate nelle comunità si aprono ai problemi reali delle stesse. Una parrocchia che si organizza per uscire dalla canonica e dalle sale parrocchiali e andare ad incontrare le famiglie là dove vivono, produrrebbe senza dubbio idee nuove e stimolerebbe il Consiglio Pastorale parrocchiale a ripensare la presenza della chiesa sul territorio ed elaborare proposte nuove. Una di queste potrebbe essere la possibilità di celebrare la messa quotidiana non solamente ed esclusivamente nella chiesa, ma anche nei quartieri, radunando assieme le persone incontrate. La chiesa in uscita, che s’interessa di annunciare il Vangelo a tutti, entrando in contatto con le tante periferie esistenziali delle nostre parrocchie, potrebbe anche avere un riflesso sul modo in cui pensiamo e gestiamo tante altre iniziative, tra le quali le nostre sagre.


Spesso ci si chiede a che cosa serve andare in missione o a che cosa servono mandare tanti preti, suore e laici in tante parti del mondo se poi, una volta tornati, è richiesto un rapido reinserimento in un cammino pastorale molto diverso. Spesso e volentieri al missionario ritornato dopo tanti anni di missione viene ricordato - non sempre in modo delicato -che non è più là, come se andare in missione fosse stata una colpa, uno sfizio personale e non invece una scelta diocesana. In molti casi sembra quasi che l’esperienza missionaria sia stata una bella esperienza, molto personale di chi l’ha vissuta, ma che poi, una volta tornati, bisogna rapidamente mettere da parte. Io credo che la nostra chiesa ha oggi bisogno più che mai di questi missionari per aiutare le comunità ad uscire per ritrovare se stesse; a mettersi in movimento per scrollarsi di dosso la polvere di secoli di tradizioni umane che hanno soffocato la Parola. La Chiesa ha bisogno dei missionari per ritrovare se stessa. 

domenica 15 maggio 2016

TENTAZIONI POSTMODERNE DEL CRISTIANESIMO





Paolo Cugini

Uscito dall'ubriacatura idealista del mondo moderno, il cristianesimo può guardare con occhi nuovi non tanto al proprio futuro, ma al proprio presente. In questo caso, però, dovrà guardarsi allo stesso tempo da alcune tentazioni che possono trasformarsi in altrettante crisi.
 La prima tentazione è quella di non accettare il presente, il cambiamento in atto e di conseguenza, rifugiarsi nel passato. Questa tentazione la si coglie a differenti livelli. Nella vita pastorale quotidiana, che non cambia nulla nei suoi programmi, che sembra non voler ascoltare le sfide che la postmodernitá sta proponendo creando, così, involontariamente spesso e volentieri una separazione tra fede e vita, tra il mistero che celebra e la storia nella quale è inserita. Smarrimento e svuotamento di senso, in questa prospettiva, non sono solamente frutto di una filosofia anti metafisica che nega nella sua essenza i fondamenti del discorso sull'essere, ma soprattutto il risultato di una vita che non trova più spazio nella liturgia, di un mondo che non é più espresso nel culto. L’esodo dei giovani fuori dal tempio può essere forse il risultato di questa tendenza. La crisi delle ideologie che la cultura postmoderna sta vivendo, sta provocando una concentrazione sul tempo presente, la vita nel frammento. Mi sembra che a questo punto del problema non si possa più continuare solamente demonizzando quello che é ormai considerato uno stile di vita. Si tratta forse di considerare il problema a partire dal dato di fatto e non solo nonostante questo. La vita nel frammento, schiacciata per così dire nel presente, non presenta solamente aspetti negativi. In fin dei conti viviamo la nostra vita nel tempo presente. L’epoca postmoderna forse ci può aiutare a guardare al tempo presente con più attenzione, a guardare al quotidiano non solo come momento di passaggio, o come meta di un fine, ma come il momento scelto dal Signore del tempo e della storia per manifestarsi. Il mistero dell’Incarnazione, centro di tutto il mistero cristiano, ha forse più di ogni altra epoca, la possibilità di essere compreso nella sua profondità. La carne, il tempo, il vissuto quotidiano sono elementi imprescindibili per coglier e accogliere il senso del mistero dell’Incarnazione. Sempre in questa prospettiva, e cioè di una maggiore attenzione al vissuto quotidiano come chiave ermeneutica per cogliere il mistero del Verbo Incarnato, si possono offrire alcune osservazioni sul mistero celebrato, vale a dire il legame imprescindibile tra liturgia e vita.

Questo nuovo quadro culturale che stiamo vivendo ormai da alcuni decenni potrebbe offrire l’opportunità di riflettere in una nuova prospettiva questo legame così importante tra la liturgia e la vita. E', infatti, una sensibilità nuova che si sta sviluppando, ben visibile nelle nuove generazioni, una sensibilità che dovrebbe trovare riscontro anche nella liturgia. Di che sensibilità si tratta? L’ho già accennato poco sopra, vale a dire un’attenzione preponderante sul tempo presente, su ciò che l’oggi può offrire, sull'utile che si può ricavare nell'immediato. Non basta a questo punto demonizzare, gridare contro il relativismo. Se si vuole condurre lo schiacciamento nel presente, la vita nel frammento, ad un’apertura verso il futuro, é necessario inculturarsi, mettersi in ascolto, capire che cosa sta avvenendo. Solo così potrà avvenire quell'incontro significativo nel quale il Vangelo potrà produrre i suoi frutti più maturi. Questo incontro, questa inculturazione, questo ascolto attento della cultura postmoderna dovrebbe essere visibile nel centro della vita cristiana, vale a dire nella celebrazione liturgica. E' al suo interno, infatti, che la storia viene assunto per essere trasformata, per partecipare del mistero della ricapitolazione in Cristo di tutto il creato e di tutta la storia. Liturgie, allora, meno asfittiche, meno preoccupate con i fronzoli, e più attente agli interlocutori e alle loro vite. Chi entra in una celebrazione eucaristica dovrebbe immediatamente capire che quello che si sta celebrando ha qualcosa in comune con ciò che si sta vivendo, con il vissuto, con i problemi che si affrontano nella vita quotidiana. Quando entriamo in Chiesa per partecipare ad una celebrazione Eucaristica dovremmo poter capire che il centro di tutto è Gesù Cristo, che non è appena il Signore della storia, ma della nostra storia una, della nostra esistenza chiamata ad essere trasformata in amore. Se non avviene questo incontro delle due umanità, quella di Cristo e la nostra,  in pericolo è tutto il progetto di Dio di ricapitolare in Cristo le cose.  Non si tratta di schiacciare al ribasso la liturgia, ma permettere al vissuto quotidiano di questo mondo sempre più postmoderno, di essere trasformato dal Vangelo. Compito della pastorale è portare Cristo al mondo e, allo stesso tempo, condurre il mondo a Cristo. ciò dovrebbe essere chiaramente visibile nella liturgia eucaristica. Mi sembra questo il significato di un’attenzione alla cultura postmoderna, anche nei suoi risvolti più negativi come il relativismo e la vita frammentata, che la pastorale ordinaria deve prendere sempre più a cuore.
É chiaro che queste affermazioni ci conducono verso un nuovo tipo di riflessione che é, allo stesso tempo, una nuova sfida che la cultura postmoderna sta dirigendo implicitamente al cristianesimo. Mi riferisco al modo d’intendere e di realizzare la pastorale ordinaria. Il nuovo quadro culturale che si sta sempre più delineando ci costringe ad uscire non solo dai nostri centri pastorali, dal tempio, ma anche e soprattutto dai nostri schemi pastorali. Non possiamo più permetterci di pensare la pastorale solamente a partire dai problemi interni: catechesi, liturgia. La parrocchia dovrebbe divenire sempre di più aperta al dialogo con le culture, le religioni, le forze sociali presenti sul territorio.

 La tentazione di rifugiarsi nel passato per difendersi dalla novità del presente la si coglie anche nelle forme spiritualiste che stanno accompagnando l’esperienza religiosa in questi ultimi tempi.  La fuga dalla storia, da tempo presente si traduce, sul piano spirituale, nella presa di distanza dall'impegno per la trasformazione della società nella quale si vive. É questa la caratteristica delle tante chiese  neo-pentecostali che s’incontrano in Africa e in America Latina, caratterizzate da una predicazione diretta soprattutto al singolo e non alla comunità. É la salvezza individuale la grande preoccupazione delle chiese neo-pentecostali, preoccupazione per una salvezza imminente, che produce il disinteresse per tutto ciò che riguarda la terra, il mondo. Questa fuga dalla storia la incontriamo anche in alcune forme spirituali della chiesa cattolica in Occidente, forme che si manifestano nell'identificazione dell’esperienza religiosa con l’ambito strettamente liturgico e devozionale. La ricaduta di questo atteggiamento di fuga la si trova anche qui nel disinteresse  per un impegno più attivo nella vita politica e civile.

Una’altra tentazione che accompagna il cristianesimo postmoderno è quella di non accettare il cambiamento in atto. Come già dicevo poco sopra, nei documenti ufficiali della Chiesa si coglie la percezione del cambiamento epocale in atto, ma poi non si compie il passo successivo di un dialogo impostato con criteri nuovi. Il mondo postmoderno sta ponendo da diversi anni nuove sfide al cristianesimo a differenti livelli: etico, politico, culturale, sociale. Le risposte che, però, incontra non sono ancora all’altezza della situazione. L’Istituzione non è più la voce unica alla quale tutti si sottomettono, come accadeva nella cristianità. Ci si attende dalla Chiesa una parola di carità, di comprensione, di amore. Ciò non significa lasciare andare, dire di si a tutto e a tutti. Quello che dalla Chiesa il mondo sta aspettando e sperando é una parola di misericordia, che purtroppo non sempre arriva. Come questo possa esprimersi nei documenti ufficiali é quello che deve essere scoperto nella pratica quotidiana dell’amore, nello sforzo di pensare in modo nuovo problemi antichi. É chiaro che con queste osservazioni non sto affermando la necessità di modificare i contenuti del dogma: ci mancherebbe altro. Solamente mi sembra opportuno un cambiamento di modalità, si potrebbe dire di stile. La cultura postmoderna ha bisogno di parole nuove non nel contenuto, ma nella forma. Abbandonare i discorsi e i documenti ufficiali per tentare di dire qualcosa di più personale, di più vero alle persone che vivono in un determinato contesto sociale e che necessitano di una parola misericordiosa, meno carica di fermezza e più attenta alla circostanza. Per questo tipo d’incontro forse sarebbe necessario decentrare sempre di più il potere ecclesiale, affinché appaia sempre meglio il significato di servizio del potere della Chiesa.

 Anche la teologia fa fatica ad uscire da un’impostazione classica, di tipo deduttivo e sistematico, per una più induttiva e, per certi aspetti, narrativa. Non è un caso allora, che dinnanzi a queste sfide irrisolte, gli interlocutori non procurino più i teologi ma bensì i filosofi. Se grande spazio hanno trovato nel dibattito scientifico contemporaneo le tesi di  Appel, Habermas, Rorty, solo per fare alcuni nomi, é forse anche perché in campo teologico, al di là di eccellentissime sintesi, non si trovano più degli spunti in grado di aprire il dibattito in forme nuove.  Si sente la necessità di una elaborazione del pensiero antropologico alla ricerca di un’idea di persona che possa offrire spunti nuovi al dibattito scientifico contemporaneo, spesso e volentieri impaludato in vecchi schemi ormai obsoleti. La cultura postmoderna ha bisogno di dialogare con idee teologiche che nascono dal contatto con la realtà, idee intuitive, dunque, e non mere elaborazioni concettuali che non riescono ad esprime più nulla di significativo, se non una semplice riproduzione del passato. Per dialogare con una cultura nichilista e relativista come è quella attuale, non servono più delle reiterate condanne, che si presentano come chiusure: occorre un cammino teologico nuovo. 

Oggi più che mai c’è bisogno di una riflessione teologica che riesca a discutere sui valori fondamentali dell’esistenza con un apparato concettuale legato al contesto storico, alle nuove categorie ermeneutiche, ai nuovi schemi di riferimento facilmente individuabili per coloro con i quali s’intenda dialogare. In parole semplici, oggi più che mai la cultura contemporanea ha bisogno di una riflessione teologica che venga dal basso, dalla terra. Affinché questo avvenga è necessario quello sforzo d’inculturazione simile a quello avvenuto nei primi secoli della storia della Chiesa, quando i grandi padri, per esprimere le verità di fede, utilizzavano i concetti della filosofia greca,modificandoli, riempendoli di nuovi significati. La crisi delle ideologie provocata dalla fine delle meta narrazioni, ha aperto lo spazio ad un vuoto culturale che se non verrà riempito con contenuti significativi nuovi, potrà produrre azioni in campo sociale e politico devastanti.


sabato 30 aprile 2016

DAL PRETE ALLA COMUNITÀ





NUOVI ORIZZONTI PASTORALI


Don Paolo Cugini
Ritengo importante riflettere sui cambiamenti in atto sia dal punto di vista culturale che pastorale, pur restando il fatto che si tratta solo di riflessioni e nulla di più. Parlare di unità pastorale non è la stessa cosa che parlare di parrocchia. Ciò significa che non è possibile trasferire le modalità pastorali utilizzate nella parrocchia sull'unità pastorale.
In questo processo di cambiamento di modalità pastorali un ruolo importante riguarda il parroco. Non è più possibile, infatti, il rapporto di uno a uno: un parroco una comunità. Essere presente su diverse comunità parrocchiali è la grande novità per molti presbiteri che si sono formati nei seminari per accompagnare una sola comunità alla volta. Il pensiero corre anche verso tutti quei presbiteri che per decenni hanno vissuto la propria esperienza pastorale a servizio di una comunità, identificando il proprio ministero con la stessa comunità.

Dicevo che non si può pretendere e, allo stesso tempo, non ha senso trasferire sulle unità pastorali le modalità progettuali e di relazione che avveniva nella parrocchia gestita dal parroco. Senza dubbia i parrocchiani abituati all'assistenza diretta del parroco si aspettano la continuità di quel modello. Si tratta di passare da un approccio pastorale personalizzato – è il parroco che fa le cose direttamente – ad un approccio più comunitario. Il parroco dell’unità pastorale dovrà avere la pazienza e l’intelligenza di attivare dei processi di evangelizzazione che non dipendano da lui, dalla sua presenza, ma di laici presenti sul posto. E’ vero che i laici, soprattutto le laiche – è sempre bene ricordarselo che le comunità parrocchiali hanno una presenza preponderante di donne nei settori chiave della pastorale – sono sempre stati presenti nelle parrocchie. Il problema, però non è la presenza o l’attività specifica, ma il modo di vivere un servizio.

Questo modo di abitare la pastorale, che richiede un presenza da parte del parroco meno da protagonista e più da stimolatore, coordinatore, ne orienta anche la spiritualità. Infatti, più che identificarsi con modelli di santi eroici, capaci di grandi gesti, protagonisti di imprese mirabolanti (alla Curato d’Ars, tanto per intenderci), dovrà ricercare un tipo di spiritualità che stimoli maggiormente cammini di condivisione, che provochi la capacità di mettersi da parte, di fare spazio. Creare spazi nuovi d’incontro e di evangelizzazione, nei quali chi agisce, chi è presente non è il parroco, ma i cristiani. La libertà dalla tirannia della presenza fisica a tutte le azioni pastorali è senza dubbio una delle conquiste più significative dei presbiteri che accompagnano le unità pastorali ed uno dei segni più evidenti della maturità sia della comunità che del presbitero. C’è da dire che non tutti, purtroppo, ci riescono: fanno fatica a non cedere alla tentazione gratificante di accontentare i parrocchiani.

Ciò vale anche per lo stile di accompagnamento spirituale, che dovrà essere sempre meno direttivo – che esige una presenza costante – e più orientativo, che fa leva cioè sia sulla libertà del laico di riferimento, che sulla maturità affettiva del presbitero.

Chiamati a servire comunità per un periodo circoscritto – i fatidici nove anni – e non più per tutta la vita, e a distribuire il proprio impegno pastorale su più comunità contemporaneamente, il presbitero dovrà apprendere a valorizzare al massimo i laici presenti sul territorio. Saranno, infatti loro a restare e a dar continuità ai progetti pastorali e di evangelizzazione messi in atto. L’esperienza insegna che quando i meccanismi non dipendono da qualcuno, ma hanno passato il vaglio di consigli pastorali, e degli strumenti pastorali che permettono un discernimento il più comunitario possibile, il progetto pensato rimane.