venerdì 7 maggio 2021
giovedì 6 maggio 2021
UN MODO DIVERSO DI VEDERE DIO: LA TEOLOGIA DELLE DONNE
CUGINI,
PAOLO (a cura di), Uno sguardo diverso su Dio: la teologia
delle donne, Edizioni san Lorenzo, Reggio Emilia
2021.
Il volume contiene le relazioni del
percorso svolto a Reggio Emilia nel 2019, proposto dal gruppo cristiani LGBT
della città sul tema della teologia delle donne. L’idea che fa da sfondo alla
proposta, consiste nella possibilità di offrire ai lettori alcune chiavi di
lettura, che aiutino a cogliere il tema della donna nella società e nella
chiesa, a partire dalle stesse donne. C’è un pensiero femminile da sempre
soffocato all’interno della cultura occidentale, che è marcatamente
patriarcale, che sta emergendo negli ultimi decenni, mostrando il valore di un
contributo culturale e spirituale che per troppo tempo la società si è privato.
Come tutti i pensieri diversi che provengono da lontano, quando appaiono sulla
scena culturale, provocano disagio, turbamento. Quelle del presente saggio,
sono dunque pagine scomode, frutto di quel cammino diverso che le donne stanno
realizzando, condividendo e meritando, quindi, tutta la nostra attenzione.
La teologia è espressione dell'ascolto della rivelazione e dell'esperienza della fede, le donne sperimentano la fede in modo diverso. Solo il corpo femminile è in grado di generare un altro essere, da nutrirsi e cioè l'Eucaristia: Dio nutre il suo popolo con il proprio corpo. La femminilità è super evocativa in questo senso. Julia Kristeva dice che l'Occidente ha perso il discorso sulla maternità e l'unico settore che può salvarlo è il cattolicesimo, con la Vergine Maria. E c'è un modo per le donne di fare teologia, perché è segnato dall'esperienza corporea. Queste brevissime considerazioni per dire che è dalla parte della realtà che si tenta di fare teologia, di narrare in modo comprensibile il modo di Dio di apparire nell’orizzonte della vita umana.
Se per molti secoli si è fatta teologa
dall’alto al basso, applicando sistemi deduttivi alla realtà, lasciando fuori
dai sistemi quelle situazioni considerate marginali, è forse giunta l’ora di
tentare il cammino opposto. Del resto, ce lo ha insegnato l’unico Maestro Gesù,
a parlare di Dio a partire dal basso, dagli ultimi, gli esclusi, perché l’amore
di Dio non accetta di lasciare fuori dal discorso proprio coloro che per primi
devono stare dentro al discorso. Infatti, come ci ha ricordato Simone Weil:
"solo i folli e i poveri, con assoluta limpidezza di sguardo, contemplano
la verità del mondo e ne colgono tutto lo splendore.".
Non possiamo, allora, che ringraziare tutte quelle donne di buone volontà che, come quelle che hanno contribuito in questo percorso teologico, ci stanno aiutando nel cammino di una profonda conoscenza del Signore, nella certezza che Lui “si lascia trovare da quelli che lo cercano e si lascia vedere da coloro che lo amano” (cfr. Sap 6, 12).
https://www.lafeltrinelli.it/libri/uno-sguardo-diverso-su-dio/9788880712565
martedì 4 maggio 2021
IL SACRIFICIO DEL KIPPUR E LA CENA DEL SIGNORE
ENRICO MAZZA
Una ricerca in Paolo e
nella liturgia antica
Secondo Convegno
annuale in memoria di Pietro Lombardini (1941-2007) presso il Teatro della
Fondazione Collegio San Carlo, via San Carlo 5, Modena.
Sintesi: Paolo Cugini
Scoperta dei rotoli di
Qumran ci permette di conoscere il giudaismo del II tempio, che appare essere
una realtà molto ben strutturata. Paolo va interpretato in base al giudaismo
del II tempio. Nei Vangeli (Mc e Gv) il titolo che viene dato a Gesù e che egli
stesso si applica è Figlio dell’uomo. Le lettere paoline, che sono state
scritte prima, non ha questo titolo. Perché Paolo non ha questo titolo?
Se
guardiamo alla cultura del II Tempio dobbiamo capire a quale ambiente culturale
Paolo potesse aver fatto riferimento. E stato fatto notare che c’è una frase
curiosa alla fine dell’Inno cristologico della lettera ai Filippesi: a gloria
di Dio Padre. È una frase che esiste solo in un’altra opera giudaica: la vita
greca di Adamo ed Eva. Fa parte della letteratura del secondo Tempio. C’è un’aggiunta:
sia nell’inno di Filippesi che nella vita greca di Adamo ed Eva: la frase
occupa la medesima posizione in entrambi i testi.
Ipotesi: qual è il concetto di redenzione
nella vita greca. Il concetto di peccato è la disobbedienza di Adamo. Anche in
Paolo il peccato è la disobbedienza di Adamo, a causa del quale tutti
peccarono. Il concetto di redenzione sta
in Cristo. Nella vita greca sta nella penitenza di Adamo che sta per 47 giorni
immerso fino al collo nel Giordano.
Il
modello dell’uomo nuovo non è l’Adamo penitente, ma l’uomo in Cristo che fu
obbediente fino alla morte. Paolo di suo dice: e alla morte di croce. La specificazione
è importante perché questo concetto torna con i riti del sangue. L’unica
redenzione è l’obbedienza. Tutti i biblisti
riconoscono che l’inno di Filippesi è prepaolino che suppone una comunità che
si evolve a partire dalla Vita Greca di Adamo ed Eva, ambiente culturale del II
Tempio. Gesù fu obbediente. La morte fu
redentiva? Il testo prepaolino è modificato da Paolo: ha donato se stesso,
cioè, è stato obbediente. È per questo che Dio lo ha esaltato. Ogni ginocchio si pieghi: contesto liturgico c’è
la genuflessione. A Gesù compete che ogni ginocchio si pieghi.
Se
è il rito del sangue che è messo in rapporto con il propiziatorio,
ilasterion, nel sangue. Ci vuole il rito del sangue. Nella fede. Paolo sta
parlando della giustificazione gratuita per fede.
Libro
delle parabole: i giusti, i peccatori, i giustificati.
I
giustificati: si sono pentiti. Paolo ha il tema della giustificazione e lo coniuga
con il coperchio dell’alleanza.
Liturgia
egiziana: prende la frase di Rom 12,1 e dice presentate
i vostri corpi. Presentatevi, comportatevi come un sacrificio viventi.
Culto secondo ragione. Il termine sacrifico vivente spiegato con il
termine culto.
Vediamo
che quando Paolo parla della vita vissuta dei cristiani applica il sacrificio
vivente. La liturgia egiziana riporta questa idea di Paolo, ma toglie
vivente: sacrificio razionale, secondo il logos, culto incruento, per dire che
cosa? Noi offriamo il sacrificio razionale, culto incruento e si cita Malachia 1
e non l’ultima cena, cioè sacrificio accetto a Dio. Viene usato Malachia e non
temi legati alla croce. Questo tema
resta nei codici e c’è la difficoltà ad utilizzare il termine sacrificio.
Da
Rom 3 viene ricavata un’altra cosa. Secondo
Paolo è superato il giudaismo apocalittico escatologico del Secondo Tempio. In
Paolo non troviamo la morte sacrificale come concetto messianico, nella cultura
di quel tempo. Non troviamo la morte sacrificale come concetto messianico. Croce come sacrificio del Kippur. La
giustificazione non avviene placando Dio irato, ma avviene con le immagini
della croce letta come se fosse il rito del Kippur.
Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=q3kpsJPoR-k
giovedì 29 aprile 2021
MAGGIO, MESE DELLE VEGLIE DI PREGHIERA PER LE VITTIME DELL'OMOFOBIA, LA TRANSFOBIA E OGNI DISCRIMINAZIONE
Anche quest’anno in
Italia ed in Europa, come accade dal 2007, i cristiani LGBT e i loro genitori
insieme alle loro comunità di fede organizzeranno nei giorni precedenti in
occasione del 17 maggio, giornata internazionale per il superamento dell’omotransbifobia,
tante veglie di preghiera ecumeniche e culti domenicali uniti dal versetto
biblico «Amatevi gli uni gli altri, come
io vi ho amati» (Giovanni 15:12), per contribuire a superare la
violenza dell’omotransbifobia che, come ci ricordano i ragazzi dell’Azione Cattolica di Tusa (Messina), è un dolore “causato dall’odio
pregiudizievole verso persone colpevoli soltanto di esprimere loro stesse”.
Anche quest’anno i cristiani di tante comunità diverse (cattoliche,
valdesi, battiste, metodiste, etc…) e di tanti paesi diversi (Spagna, Germania,
Olanda, etc…) si ritroveranno insieme, in presenza e on line, e veglieranno in
preghiera perché le nostre comunità siano “sempre più ‘santuari’ di accoglienza e sostegno verso le persone
LGBT e verso ogni persona raggiunta da discriminazione”, come già
auspicavano nel 2017 l’Opera per le Chiese Evangeliche Metodiste in Italia, la
Federazione delle Chiese evangeliche in Italia, l’Unione delle Chiese
evangeliche battiste e la Chiesa evangelica luterana in Italia, perché “le gioie e le speranze, le
tristezze e le angosce degli uomini d’oggi, dei poveri soprattutto e di tutti
coloro che soffrono, sono pure le gioie e le speranze, le tristezze e le
angosce dei discepoli di Cristo” (Gaudium et spes, 7 dicembre 1965).
Perché
c’è ancora bisogno di vegliare nelle nostre comunità cristiane contro
l’omotransfobia? Scrive Carmine, un giovane
cristiano LGBT:
“Innanzitutto,
per mostrare a chi è solo che esiste un’ampia comunità di persone che abbraccia
l’Italia tutta intera, che esiste e che ha fede che le cose cambieranno.
Secondariamente per alzare
una voce all’unisono al di là dell’indifferenza politica e sociale in cui siamo
immersi, indifferenza personificata in chi sente di poter parlare in generale,
perdendo di vista un dato molto importante: dietro la sigla LGBTQ+ ci sono
sempre persone uniche, con un proprio bagaglio di sofferenze e rifiuti, amore e
amicizie. Allora vi chiedo, … vegliamo insieme?”.
Chi desidera maggiori
informazioni può entrare nel sito del progetto Gionata:
[l’articolo
pubblicato è preso da materiale pubblicato sul progetto Gionata]
mercoledì 28 aprile 2021
LA RELIGIONE COME TENTAZIONE
Paolo Cugini
È
la difficoltà nell’attendere le risposte ai quesiti della vita, che ci fa
correre incontro alla prima religione che ci capita sotto il naso che, nella
stragrande maggioranza delle volte, coincide con quella che troviamo in
famiglia. È la regione a basso prezzo, che ci costa poco, se non il prezzo di
una misera candela elettrica. In fin dei conti, basta poco per tranquillizzare
la nostra coscienza e tornare alla svelta al nostro lavoro quotidiano, che
consiste, per dirla alla spicciolata, nel perdere tempo, nel far passare il
tempo, senza pensare esattamente al perché delle cose, ai motivi per cui
facciamo una cosa invece di un’altra. E il tempo passa, e a noi sembra lento,
ci sembra fermo.
Tentati
continuamente dalla religione per non pensare, per metterci al riparo, per
trovare un rifugio sicuro, con la garanzia della tradizione e, soprattutto, con
altra gente che, forse, è la maggiore garanzia per chi fa fatica a cercare le
proprie risposte. È la droga del senso comune, del si è sempre fatto così, del
pensiero bell’e fatto. E poi ci sono i riti sempre uguali, con le stesse
identiche parole che danno una grande sicurezza per tutti coloro che, impauriti
dalla vita, cercano un sofà per riposare tranquilli, lontani dagli affanni.
Bisogna
aver imparato a camminare in solitudine alla ricerca di se stessi, di un senso
delle cose che si vivono. Occorre aver iniziato a percorrere questo cammino sin
dall’adolescenza, per divenire giovani che non indietreggiano dinanzi alla
stupidità di massa, al senso comune che vuole entrare nei meandri della
coscienza, per fagocitare tutto.
Contro
la forza dell'evidenza fatta religione, non c’è ragione che tenga. Quando
il pensiero di un gruppo diventa uniforme, non è più possibile ragionare e, il
pensiero diverso, il pensiero che pone domande e s’interroga, diventa
pericoloso per l’intera comunità. In questi casi, per lo spirito libero, per
colui che semplicemente cerca il senso delle cose, è meglio cambiare aria,
andare altrove.
CONFESSIONE E SACRIFICIO
PAOLO SQUIZZATO
Sintesi:
Paolo Cugini
Paolo
Farinella, Il peccato e il perdono. Racconta quello che sente quando si
mette nel confessionale. Abbiamo ridicolizzato il sacramento della confessione.
È un sacramento in crisi. È un sacramento istituito dalla Chiesa tardivamente.
Giacomo: confessate i peccati gli uni gli altri. È un sacramento che ha avuto
vari cambiamenti. All’inizio avveniva una volta nella vita e quindi le
penitenze si davano una volta nella vita e quindi ci si confessava alla fine
della vita.
Nascono
i libri penitenziali, i tariffari: ad ogni colpa la penitenza. Le penitenze
erano molto dure. Ad un certo punto la pena si trasforma in denaro: nascono le
indulgenze. Il purgatorio nasce per giustificare la pena che continua anche
dopo la morte.
Riforma
del sacramento. Malgrado la riforma c’è ancora grande
crisi, perché la riforma non è stata applicata. Pensiamo ancora il sacramento
com’era nel medioevo. Cosa ci dice il nuovo Ordo? Non si parla più di
confessione: dire l’elenco del peccato. Ora il centro del sacramento non è il
peccato, la colpa. Al centro del nuovo rito c’è la Parola di Dio e l’importanza
dell’imposizione delle mani, l’effusione dello Spirito. I Vangeli ricordano la
bontà di dio che è misericordia. Cambia tutto. Il sacramento significa
comunicazione di vita divina.
Sperimentiamo
che la vita è fragile, difficile, perché sono difficili le relazioni. La fatica
delle ferite. E allora facciamo esperienza di un amore che ci abbraccia e ci
risintonizza con Dio e poi, dopo questa esperienza, è tornare nel mondo
riconciliato. Il frutto della confessione è come usciamo, come amiamo i
fratelli e le sorelle. C’è un perdono ricevuto, che esige di essere donato. La confessione
dell’elenco della spesa, e non ci cambia, siamo sempre gli stessi. Non si
cresce in questo modo, se non c’è un’esperienza riversata sulle persone.
Confessione
è risintonizzarsi sul cuore di Dio e lo fa non minacciando con dei castighi, ma
con un’iniezione della sua vita in noi. Ecco perché è importante l’imposizione
delle mani. Centro del sacramento non è il peccato, anche perché il peccato non
offende la santità di Dio. Ci riconciliamo con i fratelli e sorelle attraverso
l’amore che il Signore ci dona. L’amore non si può offendere.
Il
criterio del sacramento è l’amore del Padre. Come ci si prepara? Con Luca 15 e
Luca 19. Luca 15: il figlio esce di casa, tocca il fondo e vuole tornare. Dal
padre riceve solo un abbraccio, non gli interessa dov’è stato, cos’ha fatto.
Quello che è importante è l’esperienza presente, come figlio di nuovo del re e
il figlio ricomincia a vivere.
Il
peccato ha offeso me, non Dio. Ho bisogno di un amore che cura le ferite,
davvero. L’amore è infinito.
Zaccheo.
Uomo caduto e Gesù lo avvolge a casa sua. L’amore previene. Non gli chiede
pentimento.
SACRIFICIO
C’è
in sottofondo l’A.T. Gesù vede a Gerusalemme una situazione specifica della
religione del tempio. Intorno al tempio di Gerusalemme vi era una organizzazione
spaventosa: venti mila sacerdoti vi lavoravano, 24 turni settimanali. C’erano i
leviti, che erano aiutanti. Nel Tempio lavoravano tra 50/ 60 mila persone. Le
loro funzioni cominciavano prima dell’alba con la pulizia. Solo all’alba si
portava l’agnello da sacrificare. L’agnello doveva essere perfetto in tutte le
sue parti. Poi venivano aperte le porte del santuario. Ci volevano decine di
persone per aprire i portali. Il rumore dell’apertura delle porte si sentiva
fino a Gerico (25 km).
Sacrifici:
si tratta di animali domestici, che vengono sgozzati. Il sangue veniva versato
sull’altare e il resto macellato. L’animale bruciato viene chiamato olocausto. L’idea
di sacrificare una vittima è richiesta dalla Torah per avvicinarsi a Dio. Anche
Gesù è stato allevato in una famiglia osservante, religiosa: era questo il
clima naturale di una coppia d’Israele. Si sacrificava per diversi motivi:
salute, ringraziamento, lode. Tutto veniva donato al sacerdote. Offrire, sacrificare
qualcosa di sé per far piacere alla divinità. È un’idea comune alle grandi
culture. In alcune culture era sacrificato il primogenito per aggraziarsi la
divinità.
Sacrificio
di Isacco. Abramo lo fa, sale il monte Moria, che oggi è la parte più alta di
Gerusalemme. Questo episodio è significativo perché si suppone che all’epoca in cui è stato
scritto vigessero i sacrifici umani e per interromperli è stato scritto questo
testo.
Gesù
ha sperimentato tutto questo, ha visto tutte queste scene di violenza. Ha visto
i sacerdoti arricchirsi con questo sistema commerciale dei sacrifici. Gesù
spettatore ad un certo punto dice basta.
Nel
film “Io sono con te” c’è questo aspetto del sacrificio, di Gesù che
assiste a questo spettacolo del sacrificio e si chiede: perché Dio ha bisogno
di tutto questo sangue. Dio non è il dio dei sacrifici. Dio non ha bisogno dei
nostri sacrifici. Con Gesù si passa dalla logica del sacrificio alla logica evangelica
del dono. Il Dio di Gesù chiede il dono di sé e non del sacrificio. Nella
dinamica del dono si condivide ciò che è prezioso. Dare le primizie alla
divinità per far piacere alla divinità, con Gesù cade. Nella dinamica del dono
si dona ciò che è prezioso ampliando la propria vita, non la consumazione, la
frantumazione, Nel dono c’è l’intensificazione della vita. Nel donare c’è un
atto di accrescimento. Nel sacrificio c’è l’idea di mortificazione. Faccio
morire una cosa sperando che Dio mi dia vita. Nella croce ad essere salvifica
non è la morte, ma il dono d’amore di sé. È l’amore che scavalca la morte, non
un atto mortificante. La mortificazione non produce nulla. L’amore è fecondo.
Misericordia
io voglio, non il sacrificio: più chiaro di così!
Sacrificio:
sacrifcium: sacrum facere: azione sacra per unirsi alla divinità. Rendo sacro
un’azione per potermi legare a Dio in un atto religioso. Torna l’idea del fare
l’azione sacra per essere ben accetti a Dio. Questa idea, molto forte nella religione
ebraica, è passata ed è rimasta nel cristianesimo. Non si offre più nel
cristianesimo animali, ma peggio ancora, si sacrifica se stessi. È passata l’idea
del disprezzo di sé. Più mi disprezzo, più Dio è contento. Si dà importanza
alle rinunce, Alle mortificazioni. È la logica del fioretto. È un’idea che non
è evangelica, perché ha il sapore di morte. Gesù dice e annuncia il Dio dei
vivi e non dei morti. Aggiunge vita e non la toglie. Che idea di Dio ci siamo
portati entro per secoli? Como può avere senso un Dio che è contento della mia
mortificazione, della rinuncia a vivere?
Quando
Gesù banchettava e diceva che non c’è nessun elemento che rene impuro l’uomo, stava rompendo lo schema sacrificale. Amare Dio con tutto il
cuore, con tutta la forza e amare il prossimo come se stesso vale più di tutti
gli olocausti e sacrifici. Già i profeti lo dicevano che Dio non accetta i
sacrifici, gli olocausti. Dio desidera l’amore, la vita. Il Vangelo è
chiarissimo: l’unica azione capace di donare la salvezza, non è il sacrificio, ma l’amore misericordioso
verso gli uomini e le donne. Non si può parlare di croce come sacrificio, perché
la croce è un atto d’amore. La croce non tocca Dio.
Il
problema è con Paolo, che gli rimane tutto il vocabolario sacrificale. Paolo
non è stato capace di abbandonare il bagaglio della cultura ebraica di cui era
inzuppato. Paolo è certo che Dio salva attraverso il sacrificio.
Sacrificio:
dobbiamo capire il senso. L’unico sacrificio è quello di Gesù. Sulla croce Gesù
ha vissuto la croce come conseguenza ultima dell’amore. Gesù ha amato sino alla
fine gli uomini e le donne. Solo l’amore per gli altri è Vangelo.
Gc
1,27: una religione pura e senza macchia è visitare gli orfani e le vedove.
Tutto il resto non tiene. Chi perde la vita per gli altri, per amore, la
acquista.
Cristo
come sacerdote. Gesù non era sacerdote. Nel Vangelo non se ne parla. Gesù non
ha istituito i sacerdoti. I presbiteri sono un’altra cosa dai sacerdoti. I
presbiteri sono gli anziani della comunità, anziani come carisma. Gesù non è
mai al tempio, oppure lo si trova a guarire e a insegnare, perdonare, mai a
celebrare.
Il
tempio come spelonca di ladri. Gesù non ha mai letto la sua morte come sacrificio
gradito a Dio. Gesù è il profeta contro il sacerdote. Profeta è colui che
denuncia un potere. Tutto questo è passato all’eucarestia: il sacrificio
eucaristico.
Nella
messa si parla tantissimo di sacrifico. Nel NT non c’è la parola sacrificio.
Siamo
vittime di questa tradizione che ci pesa sulle spalle. Non è solo di parole, ma
il fatto che le parole hanno un peso.
Misericordia:
aiutare a far respirare.
martedì 27 aprile 2021
IL PECCATO ORIGINALE - PAOLO SQUIZZATO
17 DICEMBRE 2017
Sintesi: Paolo Cugini
Che cosa è venuto a fare
Gesù sulla terra? È venuto a deporre i potenti dai troni e ad innalzare gli
umili (Lc 1). Gesù ha provato a contestare un ordinamento politico e religioso
ingiusto, un potere che sfigurava l’uomo. Gesù si è reso conto che c’era un
mondo di donne e uomini che avevano bisogno di assaporare un po' più di
felicità, perché schiacciati dal potere politico e religioso. Gesù incarna,
attualizza e attua la profezia di Isaia 61. Ha reato uno spazio di libertà; è
venuto ad instaurare il regno di Dio. Gesù è venuto a fare questo.
Gesù ha risposto al bisogno
degli uomini più che al dovere a Dio, per questo lo hanno ucciso.
La croce in questa ottica,
è la conseguenza del tentativo di Gesù di amare l’umanità per risollevarla alla
piena dignità. Croce conseguenza naturale che l’amore di Gesù per gli uomini e
le donne. La teologia della croce non c’è nel Vangelo. Gesù non ci ha salvati
con la sua croce, quindi la croce non ha nulla di redentivo.
L’impegno di Gesù avrebbe
dovuto passare ai suoi, ai discepoli. “Voi farete cose più grandi di me”
(Mt 10). Portare la propria croce significa portare le conseguenze dell’amore.
Se cominci ad amare, sperimenterai la croce. La croce conseguenza di chi si
mette sulla strada dell’amore e non un atto redentivo di per sé.
Subito dopo Gesù è successo
qualcosa di devastante. Abbiamo cominciato a dare alla croce un significato più
nobile. Lc chiama Gesù il giusto sofferente. Paolo lo considera un capro
espiatorio. Giovanni lo vede come agnello pasquale. È come se l’amore non
valesse più. Si è fatto della croce come qualcosa di religioso, come offerta di
Gesù. Cadiamo nell’assurdo, perché facciamo di Gesù un autolesionista. Croce
come offerta di Gesù alla divinità per ottenere dei favori: è il capro
espiatorio. Questo ragionamento non ha nulla di evangelico, anche se è stato
affermato da Paolo e da Giovanni. Si è fatta saltare l’azione di Gesù con una
teologia veterotestamentaria. Gesù passa dall’essere il liberatore (Lc 4), l’amico
dei disperati, a Cristo redentore, salvatore ed eterno sacerdote: cosa che Gesù
non è stato. Perché la Chiesa subito si è sentita in dovere di dare alla croce
e all’eucarestia un significato diverso? Gesù è morto perché ha voluto
risollevare i poveri e il potere glielo ha impedito.
Dt 21,23: chi
pende dal legno è maledetto. Morire crocefisso è una maledizione divino. I
primi cristiani predicano un Cristo redentore, dando un significato più grande
di quello che aveva. La croce era riservata ai ribelli. Hanno interpretato la
croce con le categorie del giudaismo con le categorie del sacrificio e con l’espiazione.
Dal III sec si è aggiunto anche la soddisfazione. Si è incominciato ad interpretare
la croce come atto sacrificale, di espiazione e di soddisfazione., La teologia
della redenzione e salvezza nasce da qui. Il peccato diventa il centro di
tutto. La sofferenza di Gesù non conta più nulla.
Visto che c’è un’umanità
peccatrice, c’era bisogno che Dio mettesse le cose a posto. Lo ha fatto con suo
Figlio che ha redento, riacquistato, pagato lui per tutti così l’umanità può
ripresentarsi pulita davanti a Dio. Gesù ha pagato per tutti. Gesù con la
croce, ha calmato l’ira di Dio. Questo ragionamento è follia. Decisivo era
eliminare il peccato, anche a costo di sofferenze. Anche oggi diciamo che Gesù
ci ha salvati con la sua croce. C’è dietro l’idea che l’umanità fosse bisognosa
di essere salvata: non è vero, perché non era razza dannata. Gesù morì come un
maledetto, espulso, morto fuori, come un reietto, tra atroci sofferenze,
abbandonato da tutti, anche da Dio (Mc 15,34). Morendo così Gesù diventa un
simbolo degli umiliati della storia. Gesù morendo così ha compiuto il disegno
di Dio, non per guarire, redimere l’umanità. Dio che manda suo figlio a morire
è un dittatore. Non siamo stati salvati dal sangue di Cristo. La sofferenza non
salva, non redime. Salva e redime l’amore. Gesù compie il disegno di Dio, perché
Dio si mettesse dalla parte degli ultimi, dei diseredati sino alla fine. Gesù
ha portato le conseguenze ultime del suo mettersi dalla parte degli ultimi: non
si è tirato indietro.
Mettersi dalla parte dei
poveri e poi si comincia a vivere la via dell’amore. Se questa croce mi fa
morire, significa che è l’unico modo per avere indietro la vita. Gesù ci ha
salvato, dandoci un esempio.
Resurrezione.
Gesù era già il risorto quando è salito sulla croce: per questo è vissuto per
sempre. È l’amore che vince la morte, non la sofferenza. Non ci ha salvati con
il suo sangue, ma con il suo amore. Ci ha salvati il suo esempio: se viviamo da
Dio, con amore, allora non conosceremo la morte. La morte di croce è l’estrema
solidarizzazione con l’umanità.
Costantino:
la croce diventa trofeo che chiede rispetto. Vivere la nostra vita sulla
modalità dell’amore.
Ha senso parlare di Cristo
redentore? Teologicamente no. La morte è una conseguenza, non il fine.
C’è dietro la visione sacrificale. Dal punto di vista del Vangelo non regge,
non tiene.
Agnello di Dio:
capro espiatorio degli antichi ebrei. La croce è stata letta in maniera
giudaica, perché arriva da tutta questa teologia.
Il peccato originale è
questa visione, questa massa dannata che ha bisogno di essere redenta.
Peccato originale:
quando è nata questa idea? È stato agostino nel V secolo. Questa dottrina è
nata a scopo apologetico, per salvare Dio dall’accusa di aver introdotto il
male. È colpa degli uomini. Adamo ed Eva, i primi due, hanno disobbedito, hanno
commesso un peccato, che per Agostino era un peccato sessuale, hanno offeso Dio
e questo peccato è passato ai figli, nipoti, ecc. Ha inzuppato tutti gli uomini
venuti al mondo.
Oggi una spiegazione del
genere fa sorridere. Drammatico è il catechismo della Chiesa Cattolica, che su questa
cosa è un disastro, perché passa l’idea che sia veramente vissuto Adamo ed Eva.
Nel Catechismo c’è Adamo ed Eva, ma non c’è la parola evoluzione. Perché la
gente non segue più la chiesa: ma come fai?
CCC 397: l’uomo
tentato dal diavolo. Gli ebrei non credono al peccato originale, perché è un’invenzione
dei cattolici. È un testo recente Gen 3, ed ha uno scopo didattico.
CCC 400: la
morte entra nella storia dell’umanità. I bambini che nascono devono scontare la
pena del peccato di Adamo ed Eva. Il Battesimo toglie il peccato originale.
CCC 403-404:
Il bambino nasce con un peccato contratto, ma non commesso. È molto strano.
Genesi 3: non
è un racconto storico. Ha uno scopo didattico. L’autore vuole dire che l’uomo –
adam – e donna sono esseri che all’inizio di ogni giorno fanno esperienza nella
propria carne della fatica di andare avanti.
Il mondo non scaturisce da
un peccato originale, ma da un amore originante. Siamo in costruzione da migliaia
e migliaia d’anni. Ci stiamo sviluppando, stiamo crescendo. Siamo in divenire.
Si cresce per prove ed errori.
Eden: c’è in
tutte le grandi civiltà, non sta alle spalle, ma davanti. Siamo in tensione
verso un paradiso, il regno di Dio. Stiamo lottando perché s’instauri
attraverso la nostra crescita personale, affinché gli umili, i poveri possano
ricuperare dignità.
Ortensio da Spinetoli:
il testo di Gen 3 è una pagina sapienziale che un libro storico. L’uomo è un
capolavoro dell’altissimo. Non abbiamo bisogno della zattera della croce di
Cristo. Siamo capolavoro dell’altissimo.
Esistere:
stare in tensione verso il futuro. Siamo in cammino. Fallibilità creaturale.
Siamo povere creature che ogni giorno cercano di crescere un po' di più.
Se facciamo cadere il
peccato originale, cade l’immacolata concezione, questa donna, che è nata senza
la macchia di peccato originale e ci è stata fornita come modello. Sembra un
Dio che fa preferenze. Salta soprattutto
l’idea di Gesù Salvatore e redentore. Va in crisi la teologia, non il Vangelo.
Gesù non è la vittima di espiazione, perché Dio non l’ha mai chiesto.
Non basta obbedire ai
dettami della Chiesa. Dio ci vuole persone intelligenti.
Fonte: https://www.youtube.com/watch?v=wP7PTIezgRE
L’INGRESSO DEL PECCATO NEL MONDO – VITO MANCUSO
Sintesi: Paolo Cugini
[L'intervento integrale di Vito Mancuso,
ordinario di Storia delle dottrine teologiche all'Università di Padova, in
occasione della quinta edizione di Colloquia, il Festival delle Idee
organizzato dalla Fondazione Banca del Monte 'Domenico Siniscalco Ceci' di
Foggia e dalla Biblioteca Provinciale di Foggia 'La Magna Capitana'. Il tema
della relazione sviluppata sabato 24 marzo da Vito Mancuso è stato:
"L'ingresso del peccato nel mondo'"].
Mito
della perfezione iniziale, che non conosci il darsi effettivo delle
rivoluzioni, che ha portato all’idea del peccato originale e ad una visione del
mondo insostenibile.
L’ingresso del peccato nel mondo: è valido solo per
determinate scuole di pensiero.
Posizione
monista: nega che nel mondo ci sia il male. Il peccato non c’è
nel mondo. Spinoza: l’idea di un bene che si contrappone al male è infondato.
Spinoza nella sua Etica dice: la realtà e la perfezione sono la medesima cosa. Il
pensare che nel mondo ci sia il male è perché ragioniamo dal nostro piccolo punto
di vista, senza riuscire ad elevarci al punto di vista del tutto, dell’insieme.
La malattia è la conseguenza di una logica evolutiva alla quale dobbiamo la
vita. Se non ci fosse quella mutazione che dentro di me si chiama tumore, non
ci sarebbe stato nel passato quella mutazione che ha originato gli esseri
umani. La medesima logica che sta alla base delle malattie genetiche, l’evoluzione
non ci sarebbe, perché l’evoluzione ha bisogno delle mutazioni. La domanda etica
che distingue tra bene e male è immatura.
Marco
Vannini: è il mio egoismo che mi fa pensare che
ci sia bene e male. Il pensiero del male è radicato nell’io. Tutto ha un logos,
una ragione. Non c’è irrazionale, il male. Pensare il male è pensare male.
Mancuso: Pensare
il male non è per niente pensare male, perché l’uomo come essere capace di
oltrepassare le determinazioni della biologia, l’uomo fa il male. Compito del
pensiero umano è pensare il male.
Posizione
dualista: dire mondo e dire male è la stessa cosa. Non c’è un
mondo necessariamente buono per cui il male entra. È il mondo in quanto tale, è
la vita che è male. Questa vita per esserci deve sopprimere la vita. Perché ci
sia vita ci dev’essere morte. L’esperienza di chi attende il bene provoca il
pensiero che il male struttura ogni cosa. Manicheismo, gnosticismo: nascono da
questo pensiero. Il creatore del mondo è malvagio, in questa prospettiva di
pensiero.
Platone
contiene entrambe queste visioni.
Il
problema vero ce l’ha il cristianesimo, perché per il
cristianesimo il mondo è creato buono per il bene dell’uomo. Ireneo: la gloria
di Dio è l’uomo vivente. Il mondo è intriso di male: la Bibbia lo sa. Problema:
se Dio c’è, da dove viene il male? Questo è il problema di fondo del
cristianesimo. È una questione complessa della teodicea, che ancora oggi non è
risolto. È il problema. Come si esce? Smontando la risposta ufficiale che sostiene
il peccato originale: originante e originato. Originante: è l’evento
del mangiare il frutto proibito, che ha provocato l’uscita dal mondo perfetto.
Questo elemento non tiene, perché storicamente inconsistente: monogenismo.
Veniamo da molteplici soggetti umani e non da un’unica coppia. Implausibilità
dello stato originario. Adamo era del tutto perfetto: la scienza ci mostra che
il passato evolutivo dice dell’imperfezione iniziale. L’idea di una perfezione
iniziale è un mito. L’ebraismo non ha mai letto Gen 3 come la fondazione di un
peccato originale originante. Nella Bibbia non c’è nessun profeta che ne parla.
Quella pagina non parla del peccato originale. La cosa più catastrofica
riguarda il peccato originale originato: il bambino che viene al
mondo è soggetto ad una colpa originaria, che gli viene trasmesso a seguito del
peccato di Adamo ed Eva. Si nasce gravati da una colpa. Nascere significa
essere colpevoli, perché si parla di peccato. Quali sono le cose che non
reggono? In primo luogo non si capisce la logica della trasmissione. In che
modo glielo trasmettono i genitori (attraverso la libido dell’atto sessuale, si
diceva). La teologia tradizionale non sa rispondere. È un problema che va
superato. Tutto ciò è in contraddizione con la logica della morale: è in
contraddizione con il principio della libertà. Nella misura in cui noi agiamo
responsabilmente nel mondo, agiamo in maniera interessata. Si deve parlare di
caos originale. Così come il mondo inizialmente non è stato creato del tutto
perfetto, così la vita è logos più caos. La vita nell’evolvere ha bisogno di
mutazione, di piccole catastrofi. L’intreccio: logos più caos. La parte
cattolica sottolinea molto la dimensione del logos e la parte laica sottolinea
la dimensione del caos che diventa caso. Occorre smontare la teologia: non c’è
un peccato originale, perché non c’è la perfezione originale. Ci sono delle
leggi fisiche, ma l’evoluzione avviene attraverso una continua modificazione, disordine
più ordine. Non c’è un ingresso del peccato nel mondo; c’è un mondo che evolve,
produce la libertà e a seguito dell’apparire della libertà umana appare il
peccato.
lunedì 5 aprile 2021
CONSIGLIO DI LETTURA: INTRODUZIONE AL PENSIERO DI CHARLES PÉGUY
Paolo Cugini
In queste righe desidero motivare il consiglio di lettura
del libro che ho scritto sul pensiero filosofico e religioso di Charles
Péguy pubblicato dalle Edizioni
San Lorenzo.
Sfogliando le pagine dell’opera di Charles Péguy (1873-1914),
si ritrovano anticipate quelle critiche alla modernità, che hanno
caratterizzato il dibattito filosofico sulla postmodernità degli ultimi
decenni. La pluralità delle visioni, dei modi di dire e di narrare la realtà, è
spesso stata identificata come apertura alle derive relativiste e, di
conseguenze, un ostacolo per la comprensione della verità. Abituati da millenni
a leggere la realtà con gli schemi della logica aristotelica, del principio di non
contraddizione, facciamo ancora oggi molta fatica a vedere nella posizione
differente dalla nostra, nel punto di vista altro, non un limite, una
limitazione, una contraddizione, ma un valore, un aspetto di verità da porre a
lato del nostro, senza voler a tutti i costi fare una sintesi. Péguy ci aiuta a
porci in quell’unico punto della storia in cui diventa possibile ascoltare la
realtà così come si manifesta, nella sua dinamicità e pluralità: il presente.
La realtà esige di essere ascoltata, direbbe Péguy. Non si possono fare i conti senza l’oste.
Quello che è sotto gli occhi di tutti è un mondo che, più che essere ascoltato,
è stato interpretato. La storia di questi ultimi decenni ci sta insegnando che
non possiamo pensare di prevedere il futuro dell’umanità escludendo dai nostri
calcoli la realtà, la vita. Soprattutto però, questa triste e drammatica
esperienza che stiamo vivendo, c’insegna che la vita, la natura, la realtà
sfuggono al tentativo di essere ingabbiate e interpretate da una semplice serie
di logiche. C’è tutta un’imprevedibilità che la vita porta con sé che, più che
interpretata dev’essere ascoltata, accompagnata. Cercare un pensiero che ha
percorso questo cammino, che si è messo in ascolto della realtà, che ha
considerato la pluralità dei punti di vista come una ricchezza più che un
limite, che in definitiva si è messo a servizio della vita e della natura più
che servirsi di essa: è questo, forse uno dei grandi compiti della cultura
Occidentale ed è per questo motivo che ancora oggi sfogliamo le pagine di
Péguy.
Affascinanti sono le sue pagine che dedica alla riflessione sui
vangeli. Come nelle pagine di
poesia e di prosa, anche in queste più specificamente spirituali o, per alcuni,
mistiche, Péguy riesce a scoprire novità di significati e di contenuti,
analizzando testi ascoltati da sempre e che in apparenza non avrebbero la
possibilità di dire nulla di nuovo. Se è vero che è importante ascoltare la
realtà, senza volerla anticipare con angusti sistemi di pensiero, che rischiano
costantemente di reprimerla, lo stesso vale nel rapporto con la Sacra
Scrittura. Troppe volte, secondo Péguy, si è trattato la Scrittura come se
fosse un pezzo di materia freddo e distaccato, anticipandone il senso
attraverso una griglia concettuale. Ascoltare la Scrittura significa, per Péguy,
anzitutto liberarla dagli schemi freddi del metodo moderno, per seguirla
pazientemente dove lei vuole condurre il lettore, e cioè alla conversione nel
cuore. Questa relazione stretta tra
filosofia e religione, tra metodo intuitivo e poesia, mi sembra una delle
caratteristiche specifiche dell’opera di Péguy.
Più si legge Péguy più si rimane
meravigliati dal suo percorso culturale, che allo stesso tempo è esistenziale e
spirituale. Amante
della vita, ha guidato per mano – una mano spesso ruvida – la propria
generazione tra le selve oscure del mondo moderno, per riuscire a cogliere quei
barlumi di verità che esso lasciava trapelare. Immerso nel presente, gli è
venuto incontro l’Autore del tempo. Dal momento in cui Péguy si è sentito
avvolto dall’amore del Padre, non ha più smesso di guardarlo. Le sue ultime
opere possono essere lette come un inno estatico d’amore. La scoperta inattesa
di vivere nel presente fianco a fianco con il Figlio di Dio fatto uomo, lo ha
sconvolto a tal punto da non abbandonare mai la riflessione su questo mistero
insondabile. Egli che ha cercato affannosamente e tra mille difficoltà e
incomprensioni la Verità è stato scoperto e trovato dalla stessa. La sua opera
è la testimonianza di questo incontro d’amore e, per questo ne consiglio la
lettura.
Chi
volesse leggere le pagine del mio libro di presentazione del pensiero filosofico
e religioso di Charles Péguy può cliccare qui:
Edizioni san Lorenzo:
https://www.edizionisanlorenzo.it/products/mondo-moderno-e-religione-di-paolo-cugini
Feltrinelli:
https://www.lafeltrinelli.it/libri/mondo-moderno-e-religione-introduzione/9788880713227
venerdì 2 aprile 2021
SOPRAVVIVERE ALLE FERITE MORTALI
Paolo Cugini
Un
conto sono le ferite lievi, quelle che le curi anche leccandotele, quelle
ferite che lo vedi subito che non saranno troppo dannose e quasi ci ridi sopra.
Poi, ci sono quelle un po' più profonde, quelle che lasciano il segno e un po'
ti spaventano perché ti costringono a fermarti e non le puoi curare solamente
con una leccata. Esigono una visita, un medico, delle cuciture: insomma, una
cosa seria.
Poi,
a volte, arriva il giorno della ferita, che capisci subito che sembra senza
cura, sembra qualcosa d’irreversibile e che farai fatica a saltarci fuori. Ci
sono degli eventi, che alcune persone vivono nella vita, che producono ferite
di una tale forza, con una tale violenza, che non hanno cura, sono senza
ritorno, definitive. Con il tempo, per chi sopravvive, si possono cicatrizzare,
lenire, ma faranno per sempre male. Quante notti piangerai, quanti giorni
passerai pensando a quegli eventi, a quel dolore che ti prende l’anima e non ti
lascia in pace. In quanti momenti cercherai di capire com’è potuto succedere.
Quanta disperazione invaderà il cuore, per la percezione che non c’è cura, non
c’è rimedio, che il dolore sarà infinito, per sempre.
E
allora c’è chi non resite, che non riesce ad aspettare. Come biasimarli. Anche
perché è facile parlare del dolore dell’altro, dare consigli sul dolore altrui,
quando tu non sai nemmeno che cos’è, non capisci neanche di che cosa si sta
parlando. Se almeno tacessi, faresti meno male e farebbe meno male! C’è chi invece,
ed è la maggioranza, cerca il cammino della dimenticanza, dello stordimento, proprio
perché ha capito che non c’è cura ed è stufo di sentire il dolore venire su
dall’anima.
Ci sono altri, infine, che proprio dentro questo cammino di eterno dolore, percepiscono la presenza di colui che solo può guarire le ferite mortali ed arrivano a gridare: felice ferita che mi ha permesso di rinascere!









