lunedì 15 marzo 2021
Mondo moderno e religione in Charles Péguy di Paolo Cugini (Edizioni San Lorenzo)
venerdì 12 marzo 2021
IL BRASILE GRIDA AIUTO!
L’appello “La vita
prima di tutto” contro il presidente del Brasile Jair Bolsonaro e il suo
governo è sottoscritto da migliaia di firme.
«Viviamo
in tempi bui, dove le persone peggiori hanno perso la loro paura e le migliori
hanno perso la speranza» (Hannah Arendt).
Il Brasile grida aiuto. Brasiliane e brasiliani impegnati nella
difesa della vita sono ostaggio del genocida Jair Bolsonaro, che occupa la
presidenza del Brasile con una combriccola di fanatici guidati
dall’irrazionalità fascista. Quest’uomo senza umanità nega la scienza, la vita,
la protezione dell’ambiente e la compassione. L’odio verso l’altro è la ragione
che lo guida nell’esercizio del potere.
Il Brasile oggi soffre del collasso deliberato del sistema
sanitario. La noncuranza della vaccinazione e delle misure preventive di base,
l’incentivo agli assembramenti e la trasgressione del confinamento, insieme
alla totale mancanza di una politica sanitaria, creano l’ambiente ideale per
nuove mutazioni del virus e mettono a rischio i paesi vicini e tutta l’umanità.
Assistiamo con orrore allo sterminio sistematico della nostra popolazione, in
particolare dei poveri, dei quilombola e degli indigeni.
Siamo diventati una “camera a gas” a cielo aperto.
Il mostruoso governo genocida di Bolsonaro non è una minaccia per
il Brasile soltanto ma è diventato una minaccia globale. Facciamo appello agli
organismi nazionali – STF, OAB, Congresso Nazionale, CNBB – e alle Nazioni
Unite. Chiediamo urgentemente alla Corte penale internazionale (CPI) la
condanna della politica genocida di questo governo che minaccia la civiltà.
La vita prima di tutto!
giovedì 11 marzo 2021
IL DESERTO COME OPPORTUNITA’
Relatore:
Matteo Zuppi
Sintesi:
Paolo Cugini
Il
futuro del lavorare insieme non è meramente operativo, non è aggiornare le
regole del condominio è un problema che ci rigenera. Ci sono problemi che ci
possono schiacciare, divenire fonti di chiusura, tristezza. Se ci mettiamo con l’atteggiamento
di sempre di fronte alle sfide che viviamo, non ci saltiamo fuori.
A livello nazionale si calcola che la metà delle persone non
è tornata a Messa (soprattutto i giovani). Nell’ultimo consiglio permanente
della CEI è stata presentata un’inchiesta sul rapporto Chiesa- COVID e il 30%
si definiva non credente (dieci anni fa era il 15%). Il rapporto aumenta tra i
18-25 anni, la metà si definisce non credenti.
Chi
partecipa alla messa era il 12 % e ora sono il 7 %: una riduzione molte forte. È
il deserto che dobbiamo attraversare. Tentazione di tornare come prima, di
nuovo ci fa cancellare i programmi. Non possiamo tornare come eravamo. La non
comunicazione, della presenza, della paura, molte attività sono bloccate.
Questo
è il nostro deserto in questa quaresima così più vera,
che ci butta nella storia, nel conflitto con il male. Oggi sentiamo la
decisività della quaresima, in una situazione che ha cambiato le relazioni. Questo
deserto che ci fa sentire nuovamente la Provvidenza, l’esperienza del Dio buono
e fedele. Questo è un kairos, un tempo opportuno. In passato si faceva fatica
sentire la secolarizzazione come un’opportunità. Ormai questa tempesta ha
cambiato queste considerazioni, che ci facevano pensare che il mondo era
cambiato, che certe cose non si possono più fare.
La
pandemia ha fatto cadere tante foglie che stavano assieme solo per condizioni
sociologiche. Mi auguro che ricrescano. C’è la tentazione di fare noi un esame
dell’appartenenza cristiana e molte volte quello che definiamo appartenenza
sociologica si rivela qualcosa di più profondo. Teniamoci stretto tutto.
Evitiamo le definizioni a priori. Il Signore ha un popolo che supera i nostri
criteri. Penso al discorso del seminatore. Forse abbiamo seminato ancora di più
quest’anno in questa situazione di pandemia.
Fatica
nel deserto. In pochi sono abituati alla quaresima e
ad una tempesta come questa così prolungata, che chiede virtù e atteggiamenti
che non abbiamo: pazienza, perseveranza, resilienza, temperanza. La scelta del
seminatore è stata provvidenziale perché ci aiuta a capire che la pastorale non
è solo fare delle cose. Dobbiamo
continuare a seminare. Il deserto è il luogo della sofferenza. Deserto come
luogo che mette paura. Manifestare la vicinanza è la vera sfida.
La
presenza nostra si sente negli ospedali dove ci sono ricoverati i malati di
COVID ed aiutare il più che possiamo nelle situazioni di difficoltà è la cosa
più importante. Sta segnando la vita di tanti non poter toccare, abbracciare
chi sta morendo di COVID. In un momento così forte di deserto il nostro compito
è di operare il bene come se le nostre mani fossero le mani di Dio.
Nel
deserto c’è un ascolto forte della voce di Dio e anche della voce di chi sta
soffrendo. Leggere la sofferenza di questi mesi.
Diventiamo le mani di Dio quando lo ascoltiamo e ascoltiamo la gente. Il deserto
è la figura della vita. Siamo messi alla prova perché è una prova della nostra
fede. Non siamo dinanzi solo ad un problema operativo. Possiamo rispondere al
grido di sofferenza che ascoltiamo.
Nicodemo.
Molte volte abbiamo questa consapevolezza di Nicodemo, cioè è possibile che
cambi quello che è segnato. Questo momento è un’occasione dello spirito, di
grande rigenerazione. La notte dello smarrimento è il luogo dove Dio si
manifesta e abbiamo la possibilità di essere nuovi. Voglia anche di raccontare
questa notte, notte dello smarrimento, del rifiuto. Nella notte Nicodemo
incontra lo Spirito e lui vecchio può diventare nuovo. Occorre non avere paura
di lasciarci cambiare dallo Spirito, valorizzando il tempo che stiamo vivendo.
Quando sperimentiamo la difficoltà della tempesta possiamo sperimentare la
forza dello Spirito che lotta contro il male, che non è un’inutile resistenza,
ma il cammino della luce e credere che il Vangelo è capace di rispondere alle
domande che sono nel cuore dell’uomo e della donna.
In
questo tempo di quaresima sperimentiamo la possibilità di essere figli, La fraternità.
Prendiamo questa quaresima così differente come opportunità di cambiamento. Sfida
dell’annuncio e di rigenerazione. Nicodemo quando esce dal dialogo con Gesù,
vecchio com’era, diviene un uomo nuovo.
Se noi sogniamo le cose possono cambiare.
venerdì 5 marzo 2021
NON MALTRATTARE I LIMITI
Paolo Cugini
Non è facile diventare
adulti nel contesto in cui viviamo, perché, più che imparare a conoscerci e ad
accettarci così come siamo, veniamo costantemente provocati da messaggi che c’invitano
a desiderare di essere qualcosa d’altro. Spostando l’attenzione fuori dal nostro
orizzonte, rischiamo da una parte di perdere il contatto con la nostra realtà
e, soprattutto, di massacrare quella parte di noi che non riesce a raggiungere
obiettivi che non rispettano la propria identità. È con i limiti che dobbiamo
fare i conti, i nostri limiti che, in questo contesto rischiano di essere
considerati un intoppo, un ostacolo. Al contrario, sono proprio i nostri limiti
a rivelarci chi siamo, dove possiamo andare, che percorso intraprendere.
E allora, se vuoi essere te
stesso, se vuoi imparare ad accettarti così come sei, non maltrattare i tuoi
limiti, ma assumili come parte integrante della tua personalità. Il pericolo di
maltrattare il limite può avvenire anche nel cammino spirituale quando la
persona, perdendo di vista i propri limiti, sacrifica la propria realtà per
raggiungere i propri obiettivi, o gli obiettivi che la cultura gli propone, senza
tener conto e senza mettersi in ascolto di se stesso, di quello che costituisce
la verità di se stesso. Senza dubbio, viviamo in un contesto culturale che
stimola l’ambizione, a raggiungere obiettivi, quasi tutti di spessore
materiale, per mostrare qualcosa di noi al mondo, anche se questo qualcosa
corrisponde pochissimo a quello che noi realmente siamo. Quante sofferenze
interiori vengono causate dal costante schiacciare la nostra coscienza che ci
grida di smetterla, d’interrompere il cammino che porterà al fallimento. Quanti
sotterfugi impariamo ad utilizzare per non permettere alla coscienza di
rimproverarci, fino al giorno in cui tutto il mondo ci cade addosso
rovinosamente.
Prima d’iniziare dei
percorsi di recupero della personalità, andando alla ricerca del tempo perduto,
sarebbe più importante farci aiutare per discernere le scelte giuste da fare
nella vita. Tra i segnali più significativi che dobbiamo apprendere ad
ascoltare sono proprio i nostri limiti, che ci segnalano le reali condizioni di
possibilità della nostra esistenza, dei possibili percorsi che possiamo
intraprendere. Per imparare a considerare il limite come qualcosa di positivo,
facente parte della nostra struttura umana, un importante indicatore delle
nostre reali condizioni di possibilità, occorre imparare ad ascoltarsi, a
dedicare tempo alla nostra vita spirituale, ad apprendere a fare silenzio. Ogni
tanto, decidere di ritirarsi in disparte per pensare alla propria vita, alle
proprie scelte fatte, per verificare il cammino intrapreso, non è tempo perso,
ma va tutto a nostro beneficio.
venerdì 26 febbraio 2021
PROSPETTIVA

Paolo Cugini
Carissima
amica,
tutto dipende dalla prospettiva in cui guardi le cose: è questo che ci frega. Passiamo la vita a piangerci addosso per i presunti errori commessi, al punto da far diventare il senso di colpa qualcosa di così ingombrante da non riuscire più a nasconderlo. C’è tutto un dolore che da interiore diventa esteriore, che assume anche delle forme fisiche da come è ingombrante. Basta, invece, guardarlo da un altro punto di vista, per accorgerci che si tratta semplicemente di un problema di prospettiva, di punti di vista, di sguardi diversi. Detta così, sembra così banale da far sorgere un leggero sorriso.
Eppure, ci sono persone che stanno male perché hanno imparato a guardare alcuni eventi della propria vita da un unico punto
di vista, un punto che provoca dolore, lacerazioni profonde nell’anima, sino a giugere al momento che non ce la fanno più a resistere e, con il tempo,
diventano il loro dolore.
E
invece, all’improvviso, senza nemmeno pensarci, per caso, proprio per caso,
trovandoci su di un altro spazio, casualmente, ci accorgiamo che quella cosa
che noi giudicavamo negativa, che quella situazione valutata da sempre come terribile,
abominevole, tanto brutta da nasconderla ai nostri occhi, in realtà non era
altro che un errore di prospettiva, vale a dire, piccola mia, una storia
raccontata male, guardata male. Bastava, infatti, spingersi altrove per capire
che non si trattava di errore o, per dirla con le parole delle persone
religiose, di peccato, ma semplicemente di un punto di vista diverso, di un
modo diverso, potremmo dire nuovo, di guardare le cose, così nuovo da considerare
quello che prima era considerato negativo, come positivo, qualcosa di cui non c’è
bisogno di vergognarsi, ma come un dono. Addirittura! Visto, carissima amica,
com’è importante la prospettiva? Hai visto come è importante non stare fermi,
ma muoversi, cercare orizzonti nuovi, spazi diversi, sguardi nuovi che
permettono una visuale nuova sul mondo, sul nostro mondo?
E allora amica mia, zaino in spalla e via, alla ricerca della prospettiva che ci rende felici, che asciuga le nostre lacrime e ci fa stare nel mondo con tutta la ricchezza della nostra umanità, perché non c’è nulla di cui dobbiamo vergognarci, ma ci sono tante situazioni che dobbiamo iniziare a vedere e contemplare in un modo nuovo.
martedì 23 febbraio 2021
IL TUTTO NEL FRAMMENTO
Paolo
Cugini
Non avere paura di ciò che è piccolo, di ciò che sembra
minore, perché la grandezza non s’identifica con la qualità.
Non avere vergogna dell’umiltà della tua casa, perché
la bellezza è nelle persone con cui vivi.
Non pensare di essere sfortunato, perché la massima
fortuna è nel tuo respiro.
Non cercare altrove ciò che hai vicino a te.
Non disprezzare i frammenti che incontri nella vita,
perché in ognuno di loro c’è il tutto che vai cercando.
Tutto
l’amore nel frammento della mia casa, del mio paesello, della mia famiglia,
della mia comunità. Per questo, non ha senso cercare altrove ciò che si trova
sotto il naso. Occorre solo porre un po' più di attenzione, per accorgersi che
il dono è esattamente lì dove vivo.
Vincere,
allora, la tentazione di credere che la felicità sia lontana da dove viviamo,
che occorre cercarla altrove, mentre, in realtà, l’altrove è proprio dove si
vive, dove s’intessono le relazioni quotidiane, che esigono tempo, pazienza,
dedicazione.
Il
tutto dell’amore in quelle persone che incontri ogni giorno.
Il
tutto dell’amore nel frammento di un fiore.
Il
tutto della vita nel frammento di un passero che vola.
Il
tutto della gioia del mondo, nel frammento del suolo che calpesti ogni giorno.
Il
tutto della gioia di vivere è nel frammento del tuo cortile.
E
allora, se vuoi gustare il tutto, osserva i frammenti.
giovedì 11 febbraio 2021
INTUIZIONE CREATRICE
Paolo Cugini
E ti siedi sul ciglio della
strada, senza un motivo, senza aspettare nessuno. Seduto e basta. Guardi l’acqua
che scorre con il pensiero perso nel nulla, nel senso che non pensi proprio a
nulla. E, all’improvviso, dal vuoto più totale, appare lei, un’intuizione, che
ti rigenera, perché ti fa cogliere il nesso di quelle cose di cui cercavi da
tempo il senso.
È strano, ma è così. L’intuizione
viene all’improvviso e non aspetta nessuno: appare e basta. La si può ignorare,
ma è lo stesso. Si può far finta di nulla, ma viene verso di noi senza chiedere
il permesso. E poi sparisce. Per questo occorre fare in fretta, coglierla al
volo, così come lei è venuta: al volo. Coglierla per lasciarsi guidare da lei,
dalla novità di cui è portatrice. L’intuizione è, infatti, il nuovo che non
percepisco, la strada che non vedo, il cammino che non trovo.
È la partecipazione alla forza
creatrice, a quell’energia che ha contribuito a creare il mondo e continua
creando. L’intuizione è la prova più evidente che c’è qualcosa che va al di là
del mondo materiale. Arriva dal nulla. Giunge all’improvviso e nessuno sa da
dove. Chi la riceve la sente come qualcosa di intimo, un dono che rigenera, la
fiamma che incendia la mente, la goccia che fa traboccare il vaso della vita.
L’intuizione ha poi una
dimensione escatologica. Arriva nel momento in cui non si riesce ad andare da
nessuna parte e la vita sembra ferma, perché viene meno l’anello che congiunge
i pensieri per proseguire verso le scelte che conducono ad un’azione. L’intuizione
arriva come una fiamma di fuoco improvvisa e accende il pensiero, infiamma la
vita. E arriva per farci proseguire il cammino quando penavamo di rimanere
fermi. Arriva per spingerci in avanti, oltre le nostre deboli possibilità.
giovedì 28 gennaio 2021
A PIEDI NUDI SULLA NUDA TERRA
Paolo Cugini
I piedi per terra che camminano sulla nuda terra,
per sentire la vita che scorre, per sentire la vita così com’è nella realtà e
non come la raccontano. Sentire il freddo d’inverno salire dai piedi, camminando
sulla terra nuda. Non ci sono filtri, scarpe, sandali: solo i piedi sulla nuda
terra, che sentono il fastidio dei grumi di terra. Senza filtri, appunto, si
percepiscono le cose così come sono e non come te le raccontano. Mantenere un
contatto nudo e crudo con la realtà aiuta a coglierla così com’è, nella sua
verità, nella sua immediatezza, nella sua genuinità, per avere un’esperienza
diretta, così diretta che nessuno te la può scalfire, perché nessuno potrà
mettere in discussione ciò che avrai sentito quando avevi i piedi nudi sulla
nuda terra.
Qualcuno che ha fatto la stessa esperienza potrà
dire che ha avuto sensazioni diverse. Già questa è un’indicazione importante
sulla realtà che si manifesta attraverso le sensazioni nel tempo diverso: è
molteplice, viva, creativa, plurale. E così, ponendo i piedi nudi sulla nuda
terra potrai scoprire, carissima amica, che non c’è un’unica narrazione su ciò
che vedi dinanzi a te, ma tante narrazioni quante sono le persone che la guardano,
e nessuna contraddice l’altra, perché la molteplicità è l’essenza della vita
reale.
Forse
è questo il problema, che non tocchiamo più per terra. Siamo sui social, ma non
nel sociale. Cerchiamo le notizie su internet e non siamo più capaci di fare
due passi per la strada. Sappiamo tutto, ma non capiamo più nulla e ci sfugge
il senso profondo delle cose. Tornare a mettere i piedi nudi sulla nuda terra:
è questo il cammino.
giovedì 21 gennaio 2021
LA FERITA NON E' IL TUTTO
Paolo
Cugini
È già il segno di un grande cammino spirituale ed umano
riuscire a guardare senza paura la ferita che ci brucia dentro l’anima, senza
cercare di nasconderla, come di solito facciamo. Quando poi impariamo a non
identificare la ferita con il tutto della nostra identità vuole dire che di
strada dentro di noi ne abbiamo fatta e tanta. La ferita, infatti, non è il
tuto dell’esistenza, ma un aspetto del cammino. Vincere la tentazione di
lasciare che il sangue della ferita ci devasti di paura richiede molta energia
spirituale. Occorre avere chiaro l’orizzonte della propria esistenza per non
farsi sorprendere dai sentimenti negativi del momento. Ed è proprio in questi
attimi di possibile disperazione che emerge con forza il cammino fatto o non
compiuto. Prendersi tempo per curare la ferita, per lasciarsela curare, per
permettere all’amore di entrare là dove la paura ha preso il sopravvento. Tempo
e amore vanno sempre in compagnia, perché non si ama davvero se non ci si dà il
tempo di amare e lasciarsi amare. Ed è nel tempo che la ferita lentamente si
chiude, lasciando probabilmente una lieve cicatrice, necessaria per ricordarci
chi siamo e da dove veniamo.
La ferita dell’anima è anche sintomo della vita che ci
richiama ad un’armonia infranta. Nel vortice degli eventi della vita quotidiana
a volte ci dimentichiamo di noi stessi. Un giorno, una ferita, ci obbliga a
fermarci, a guardarla e, tanto più è profonda, tanto più necessita di cura.
Benvenute le ferite profonde che ci obbligano a sederci, a piangere dal dolore,
a pensare alle cause, a come è potuto succedere, infine, a pensare un po' a sé
stessi. È curando le ferite che scopriamo che il tempo dedicato a noi stessi,
non è un lusso che ci concediamo, ma un dono che tonifica l’esistenza. E
allora, lentamente, le lacrime si trasformano in sorrisi, il pianto in
allegria, il dolore in amore. Perché, come diceva Gesù, non possiamo amare gli
altri se prima non amiamo noi stessi. Non possiamo chinarci sulle ferite degli
altri, se non abbiamo imparato a curare le nostre.
Grazie, Signore, del dono della ferita. E della gioia della
cura, che riempie il cuore e dona la forza di continuare il cammino con una
maggiore consapevolezza di sé.






