sabato 15 settembre 2018

FESTIVAL DELLA FILOSOFIA - ALETHEIA (VERITA')







MODENA 15 SETTEMBRE 2018



Relatore: Massimo Cacciari
Sintesi: Paolo Cugini

Platone: il bene fornisce verità alla cose conosciute. La verità appartiene alla cosa.

L’oggetto è conoscibile nella misura che è secondo verità. La cosa è conoscibile in verità perché sta in verità. L’ente è conoscibile. Se non fosse vero in sé, non ci sarebbe nessuna verità. Sia nel mito, che nella Repubblica di Platone, sia nel mito della Caverna, s’insiste sull’idea di verità come carattere della cosa. E’ la cosa che è reale
E’ inconcepibile un discorso vero senza nessun rapporto con le cose in quanto disvelano la verità. Io so veramente perché vedo la cosa e, quindi, colgo la verità.
Per dire con autorevolezza devo dire le cose come stanno, secondo ciò che si manifestano. Allora il dire è autorevole, in ordine con dike, quando dico le cose come stanno, e le cose come stanno sono la verità.
Non solo il bene fornisce verità alle cose, ma anche la facoltà di conoscere. Il discorso deve avere un suo ordine per essere autorevole, ma il dire ciò che è essenziale secondo verità, è vero solo in questo senso grazie alla sua aderenza all’ente. La logica è tale solo in riferimento al vero che appare, è rivelata nella cosa. E’ questo il tema ella metafisica classica.

Hegel recupera continuamente l’ontologia classica, contro la logica formale kantiana. Il concetto di Hegel è chiamato a interpretare l’intera realtà.

Che cosa ci appare manifesto? Enti finiti. Sono percepibili solo nella loro relazione. Ogni ente ha il suo confine. Non posso mai esprimere l’ente secondo se stesso, in sé e per sé. Quando determino un ente lo determino mettendolo in relazione all’altro. Lo dice Spinoza e poi lo riprende Hegel. Per determinare qualcosa lo devo porre in relazione con una cosa che quella cosa non è. Aristotele: l’ente non è mai definibile nella sua irriducibile sostanzialità.
Ogni ente è sostanzialmente se stesso? Per definire un ente devo porlo in relazione ad un altro e, quindi, devo negarlo. Ogni essente è un singolo. Se dico di conoscere l’ente come singolo, però, so anche che l’ente nella sua sostanzialità è infinito, opera un’opposizione tra finito e infinito. A questo punto l’infinito rimane relativo e quindi devo cambiare strada.

Perché porre la differenza? Perché quando penso devo dire che lo vedo concatenato con il tutto? Perché devo supporre una differenza tra enti? Perché devo scindere l’ente dalle sue connessioni con il tutto?

E’ il terzo grado di conoscenza spinoziana è vedere l’essenza finito nella causa. Che cosa sono le relazioni dell’ente? Perché il finito non può essere colto in se stesso? Ogni finito manifesta un’infinita connessione.

Altra differenza. Se vedendo questo finito vedo la sua relazione al tutto, allora anche le conoscenze finite vanno collocato in questo sapere vedere di finito e infinito. La verità abbraccia anche l’apparire, il finito. Parmenide dice cose diverse. Io penso che non ci sia un solo modo di leggere Parmenide. La verità dice delle cose come realmente appaiono.
Platone si allontana dalla prospettiva di Parmenide.

La verità infinita ha in sé il finito. Sono dimensioni diverse, ma non sono astrattamente separate. Il percorso platonico segue questo cammino. Tutto è collegato armonicamente, matematicamente secondo la numerologia pitagorica. Occorre superare il discorso della differenza. Il finito è manifestazione dell’infinito, della connessione di tutti gli essenti nel tutto.

Questa connessione non risulta evidente. Ogni apparente incertezza ha un dominatore comune. La differenza di opinione esprime la certezza che la cosa sia probabilmente come si dice. Quando diciamo “io so”, molte volte sappiamo che il nostro dire non corrisponde allo stato di cose, ma cerchiamo di dire. Chiediamo la fiducia dell’altro sulle nostre affermazioni veritative. Tutto sta connesso nel momento in cui provo a dire le cose.
Anche quando esprimo il termine verità nel modo più debole, che può essere un’opinione, è connessa a tutto il ragionamento ontologico. Ogni nostra forma di dire vuole corrispondere alla cosa, è una prospettiva sulla verità, che cerca di vedere l’ente nella misura della sua rivelazione.
Ci sono prospettive diverse, ma rivelano tutte la verità.

Platone non disprezza l’opinione. Partiamo tutti come prigionieri dal fondo della caverna. A partire da Pitagora e da Platone, il numero elabora la costruzione dell’essente. La natura parla un linguaggio matematico. La matematica è lo strumento fondamentale per comprendere gli enti secondo la sostanzialità.

La connessione tra l’aspetto formale e scientifico è fondamentale. Connettere la realtà. Veniamo da una stagione filosofica che ha diviso: è giunto il momento di connettere. Oggi è possibile riconnettere i diversi campi della verità, in cui cerchiamo di dire la verità delle cose.
Come si può arrivare a ciò? Non possiamo non indagare secondo questa prospettiva ultima. Le diverse prospettive debbono essere distinte, ma non separate.
Come pretendere che vi sia un pensiero nostro che non sia aspetto in tutti i modi, che escluda la passione, l’affetto? Posiamo avere nello stesso momento passioni opposte.
La fede regge il principio di non contraddizione, che la cosa rimanga una, se stessa. Nega la ricerca plurale di una verità una, non delle molte verità, ma delle molte vie.
L’uomo non può vivere senza una costante fiducia di qualcosa d’indistruttibile dentro di lui. Come faccio a vivere senza infinito?
Il finito nel suo manifestarsi è vero.



mercoledì 12 settembre 2018

GRAZIE



Grazie a tutti e tutte coloro che hanno partecipato alla veglia di preghiera con cui ho salutato l'Unità Pastorale Santa Maria degli Angeli e amici e amiche di questi anni. Vi porto nel cuore. d. Paolo

giovedì 6 settembre 2018

UN MODO DIVERSO DI VIVERE LA MISSIONE: DON FERNANDO CASTRIOTTI



Don FerdinandoCastriotti assieme a Maria Soave Buscemi



Paolo Cugini
Che cosa significa essere missionario e che cosa comporta la missione? Solitamente la missione si realizza in contesti di povertà, in cui l’annuncio del Vangelo esige anche lavorare pastoralmente per la promozione umana delle persone che s’incontrano. Luoghi di povertà significa muoversi in territori in cui il potere politico locale è corrotto e, di conseguenza, diviene difficile un lavoro di sensibilizzazione e il coinvolgimento delle persone nei processi di liberazione che s’intendono mettere in atto. don Ferdinando Castriotti, classe 1969 della Diocesi di Melfi, lavora da circa otto anni (in due momenti diversi) nella città di El Paraiso, in Honduras, a 8 Km dal confine con il Nicaragua. Non è la sua prima esperienza missionaria visto che ha già lavorato anche nel Ciad, in Africa, oltre ad aver insegnato all’Università a Gerusalemme. Nei primi cinque anni della sua attività missionaria padre Fernando ha messo in piedi più di 100 comunità ecclesiali di base, costruendo assieme alla gente, uno spazio per celebrare il culto e realizzare gli incontri, ma soprattutto, accompagnando la formazione dei laici affinché potessero riuscire a portare avanti la vita della comunità. In questo percorso, momento fondamentale è stato l’incontro mensile di formazione biblica e religiosa al quale partecipavano più di mille persone. Il percorso formativo teologico-pastorale durava tre anni e terminava con un esame. In questo modo, lentamente la vita delle comunità si è strutturata e stabilizzata.

Alcuni amici in visita alla missione di don Ferdinando

La cosa più sorprendente e originale di don Ferdinando è la serie di progetti messi in piedi in pochi anni per rispondere alle esigenze caritative che incontrava. A El Paraiso ha realizzato:

·         Casa di recupero per persone tossicodipendenti
·         Casa di riposo per anziani
·         Scuola materna e elementare
·         Ospedale (il più importante della regione)
·         Casa accoglienza per donne vittime di violenza
·         Casa accoglienza per persone speciali con sindrome di down
·         Acquedotto
·         Gruppo di 18 case nel quartiere più povero della città per i senza tetto
·         Centro di prima accoglienza Madre Teresa
·         Città dei giovani (anfiteatro e centro sportivo)
·         Centro di formazione umana e sociale
·         Città della misericordia ( in Danli e in collaborazione con la università cattolica)

Di solito, quando il missionario straniero mette in piedi delle opere, il grande problema diviene la possibilità di portarle avanti. Nella grande maggioranza dei casi si tratta di opere destinate a chiudere, anche perché, essendo opere costruite con soldi del paese di origine del missionario, terminano con la chiusura dei fondi. L’originalità del lavoro di don Ferdinando sta nel fatto che, oltre alle opere, ha pensato di articolare una serie dei progetti capaci di produrre fondi in modo da sostenere le opere caritative realizzate. Questa seconda parte di progetti è raccolta dalla Fondazione Alivio Del Sufrimiento. La Fondazione sorta nel 2010, gestisce piantagione di caffè, mais, raccoglie fondi da benefattori sia dell’Italia che dell’Honduras. Il gruppo della Fondazione conta con quattordici persone che gestiscono il capitale e il funzionamento delle opere.


Casa in cui vengono accolte le persone speciali con sindrome di down e in cui vive don Ferdinando

La sua capacità imprenditoriale è nata negli anni ’90 in Italia, con la strutturazione del progetto Policoro, che cercava di rispondere alla domanda dei giovani disoccupati del Sud Italia. “In quel tempo ci domandavamo: noi come chiesa come possiamo rispondere a questa domanda dei giovani che sono disoccupati e che spesso devono emigrare? La risposta è stata quella di mettere insieme ciò che la Chiesa e lo Stato avevano, e cioè di mettere in piedi delle cooperative (più di trecento) che gestivano il patrimonio della Chiesa (vecchi seminari trasformati in Hotel, terreni, miele, ecc). Era la prima volta che la chiesa si metteva a lavorare ad un progetto con tre pastorali riunite: Caritas, Pastorale Giovanile e Pastorale del Lavoro”. Altra parola importante di quel periodo è stata: reciprocità. Infatti, grazie ad un lavoro di sensibilizzazione, “abbiamo fatto in modo che nascesse un rapporto di reciprocità tra Diocesi del Sud con Diocesi del Nord Italia”.
Nel lavoro pastorale di don Ferdinando c’è stata la continua attenzione di legare insieme la fede con la vita, la liturgia con la carità. “Quando ero parroco, su due cose abbiamo lavorato in Parrocchia: la formazione e i frutti dell’evangelizzazione, che sono la carità e le sue opere. La vita religiosa non è una cosa legata alle celebrazioni, ma a consolidare una formazione e a dare delle risposte sui problemi che incontri”.

Incontro con un ministro della Parola in una delle 102 comunità della parrocchia di El Paraiso

Secondo Don Ferdinando questo stile, che potremmo chiamare imprenditoriale, è possibile e necessario insegnarlo ai missionari. “Ci vogliono gli strumenti minimi per formare una cooperativa, per imparare come si forma una fondazione, a cosa serve e come. E’ importante che il missionario, che sa di essere destinato a territori di grandi povertà, cerchi competenze specifiche. Deve, cioè, avere gli strumenti per poter agire in un territorio e trasformare il processo di evangelizzazione in un paese povero, con strumenti caritativi che rispondano al problema”.
Altro punto importante che don Ferdinando sottolinea, consiste nella capacità di dialogo con l’apparato amministrativo di una città, per coinvolgere i politici locali nella costruzione delle opere. “Senza l’appoggio dei politici locali non sarei riuscito a costruire nulla. Per mettere in piedi delle opere caritative ci vogliono dei permessi che solo i politici locali ti possono dare. Come si fa a lavorare con politici corrotti? Il politico corrotto cerca di stare alla larga, o si muove per promuoversi sfruttando l’immagine. Occorre tenere le mani libere ma poi è il popolo che giudica l’operato dei politici locali. Tutto nasce da un rapporto di amicizia normale. Ci beviamo un caffè insieme e poi gli faccio la proposta. E’ la gente poi che parla. Dicono che ha fatto di più il padre in cinque anni che i politici in tutta la vita”.

Interno della  Casa di recupero per persone tossicodipendenti

C’è stata una capacità di coinvolgimento dei politici locali, che ha permesso la realizzazione delle opere caritative e il loro accompagnamento.  Un missionario, ricorda don Ferdinando, oltre alla Bibbia e ai libri di teologia, deve leggere la costituzione e i documenti che regolano la vita economica e politica della città in cui andrà ad attuare. Senza dubbio, in Italia le cose sono differenti, ma in terra di missione non possiamo permetterci di arrivare sprovveduti o pensare che il processo di evangelizzazione termini con l’amen finale di una messa.

 Le idee nascono ascoltando la realtà. Se mi fermo ad ascoltare un povero – continua don Ferdinando- che chiede l’elemosina, poi cerco di rispondere al problema. I poveri spesso non li conosciamo effettivamente. I progetti che ho messo insieme sono tutti nati da risposte a problemi ascoltati sul territorio”.

Attualmente don Ferdinando vive a El Paraiso, ma è cappellano e professore di bioetica nell’Università Cattolica di Danli, che dista 16 Km da El Paraiso.


sabato 1 settembre 2018

L’EVENTO DI MEDELLIN IN UNA PROSPETTIVA STORICA






III CONGRESSO CONTINENTALE DI TEOLOGIA LATINOAMERICANA E CARAIBICA

I CLAMORI DEI POVERI E DELLA TERRA C’INTERPELLANO. A 50 ANNI DA MEDELLIN
SAN SALVADOR 30 AGOSTO- 2 SETTEMBRE 2018




Relatrice: Silvia Scatena
Sintesi: Paolo Cugini

Punti di riflessione dai diversi partecipanti dalla Conferenza di Medellin.
Medellin è stato il punto di arrivo di un lavoro collegiale di un gruppo di vescovi coordinati da Helder Camara. L’obiettivo era quello di traghettare le intuizione conciliari nell’esperienza ecclesiale AL. Tra il ’66 e ’68 furono organizzati alcuni incontri dal CELAM per preparare Medellin. Se questa esperienza collegiale è stata fondamentale occorre segnalare il contributo di altri due fattori.

1.      Una meccanica di lavoro che ha permesso di lavorare assieme in un clima di libertà uomini, donne, vescovi, persone di altre religioni.

2.      Liturgia quotidiana, vero nervo spiritale della conferenza.

A Medellin parteciparono circa 250 persone condividendo tutto, anche perché fu realizzato nel seminario maggiore di Medellin, che dispone di 300 stanze con bagno personale. Per molti vescovi il Congresso fu l’occasione di rinsaldare amicizie e cercare alleati per le lotte che i singoli vescovi affrontavano nei loro paesi. Per Proanio, ad esempio, è stato un balsamo importante, come lui stesso ha detto in una lettera. Dalla fraternità si è passati rapidamente nella comunione di idee. Molti vescovi si conoscevano già, perché parteciparono al Concilio Vaticano II a Roma. Questo aiutò a creare un clima di comunione.

 L’obiettivo delle sei relazioni iniziali non era quella di arrivare a delle conclusioni, ma a stimolare la discussione. Ciò ha permesso di superare in poco tempo molti pregiudizi, soprattutto per quelli che erano giunti a Medellin senza troppe aspettative. Helder Camara scrisse: la conferenza farà bene a tutti, perché spinge a studiare e a riattivare lo stile del concilio fatto di relazioni tra tutti. Nella liturgia del primo giorno viene letto il brano dell’Esodo che racconta il cammino del Popolo dietro a Mosè. Il parallelismo con il popolo latinoamericano fu colta immediatamente. Dio desidera essere amato nel fratello povero. Il cammino pastorale deve lavorare per costruire il Regno di Dio. Lavorare per la promozione umana significa lavorare per il Regno di Dio.

La liturgia del 29 agosto venne commentata come la distanza tra gli apostoli e la forza della Parola che attua in modo segreto ma in modo efficace. Viene chiesta la forza dei profeti. L’assemblea si interrogò sul profetismo dei pastori presenti, per riuscire a lavorare con profezia in mezzo al popolo di Dio.

Il 30 di agosto la liturgia come sempre guida i lavori del giorno. L’Eucarestia ricordava santa Rosa di Lima. Il tema affrontato fu l’impegno dei cristiani. La chiesa dev’essere fermento di giustizia. Come Mosè era aspettato dal popolo, così i pastori riuniti nel seminario maggiore di Medellin erano aspettati dal popolo latinoamericano. I pastori dovevano essere all’altezza, lavorando per la realizzazione di un ordine nuovo, per aiutare il popolo a raggiungere condizioni di vita più umana, così come aveva indicato Paolo VI nella Populorum Progressio.

Nella domenica i vescovi che partecipavano al Congresso si divisero per andare a celebrare la messa nelle comunità e parlare con il popolo. Ci sono molte testimonianze di questa domenica nei diari dei vescovi che hanno partecipato al congresso di Medellin.

Si è discusso molto sulla possibilità di realizzare un unico documento finale. Poi Pironio indicò la possibilità di un testo unico che raccogliesse i lavori delle 16 commissioni. Si percepì che quello che stava avvenendo era sulla linea dei grandi concili della Chiesa.

La fase più critica della Conferenza è stata la riflessione sul tema della povertà della Chiesa. Essere sacramento di salvezza in una situazione sociale massacrata dalla povertà.

Significativa è stata l’ultima eucarestia del Congresso di Medellin in cui parteciparono i cinque osservatori non cattolici.  Chiesero di essere ammessi alla comunione, visto che avevano condiviso per diversi giorni nei lavori congressuali. In modo insperato la presidenza appoggiò la sollecitudine. La sorpresa fu grande per tutti.


venerdì 31 agosto 2018

I CLAMORI DEI POVERI E DELLA TERRA C’INTERPELLANO. A 50 ANNI DA MEDELLIN






III CONGRESSO CONTINENTALE DI TEOLOGIA LATINOAMERICANA E CARAIBICA


SAN SALVADOR 30 AGOSTO- 2 SETTEMBRE 2018


MEMORIA GENERATIVA DI MEDELLIN
[I congressi continentali di teologia, giunti alla terza edizione (2012, 2015 i precedenti) sono un’iniziativa di Amerindia, la rete continentale dei teologi della liberazione]

Relatore: Pe  Pablo Bonavia (Uruguay)
Sintesi: Paolo Cugini

Stiamo parlando del presente e non del passato. Occorre andare alla radice di Medellin perché è parte di una comunità narrativa. Solo nella chiesa cattolica succede che cisi trova a discutere un documento dopo 50 anni. Ciò che importa è che quando facciamo memoria stiamo cercando le linee fondamentali della nostra identità. La nostra identità di cristiani è inseparabile dalla memoria del Gesù storico. Nessuno ha cambiato così tanto la vita della terra come Gesù. La nostra memoria è pericolosa perché mostra la debolezza di ciò che noi stiamo idolatrando. La prima comunità si è trovata nella narrazione del Vangelo. Dopo che questa memoria ha perso forza, il nostro cammino si è indebolito. Medellin si è innestata in questa storia messa in atto da Gesù ed è stata capace di riprendere la positività della sua memoria storica. Medellin è un documento di fondazione. Con Medellin nasce la chiesa con il volto latinoamericano e caraibico. Ha un volto proprio. Non è uno dei tanti documenti della chiesa, perché ha il carattere di fondamento, di matrice. La sua originalità è nel modo di essere prodotto, nel cammino che c’è stato per produrlo, per farlo diventare qualcosa di unico. Il documento di Medellin cerca di riprodurre la pratica pastorale e sociale che già era presente nel continente. Medellin ha raccolto ciò che lo Spirito Santo stava elaborando nelle CEBs, nella Teologia della Liberazione, nell’educazione popolare. Medellin ha raccolto ciò che di buono c’era. Non è stata un’illuminazione improvvisa di qualcuno, ma ha raccolto ciò che di buono c’era e stava crescendo in America Latina.

La fedeltà di Medellin al Concilio. Medellin non termina in un programma, ma ci dà la possibilità di un nuovo volto di Chiesa. In AL si lavora non con programmi, ma con processi. Processo che consiste in apprendere da tutti e da tutto. E’ stato detto che Medellin ha riprodotto la novità del Concilio, ma Medellin è andato oltre. Dobbiamo riprendere Medellin, non il programma, ma il processo che lo ha prodotto. La prima cosa che Medellin ha ripreso dal Concilio è quello di superare il narcisismo della Chiesa, per decentrarsi da se stessa e non sentire la responsabilità di costruire il nuovo mondo, perché chi lo sta costruendo è Dio. I vescovi a Medellin si sono considerati non autorità, ma parte di un problema, del processo. A Medellin è chiaro questo aspetto. Siamo parte di un mondo che deve cambiare. Per questo Medellin era credibile, perché gli attori si mettevano in discussione, si sentivano parte del problema. Non erano analisi settiche, ma che coinvolgevano le persone. I vescovi si sentivano parte del cammino, tanto nei processi postivi che negativi. Medellin riprende anche l’immagine di una chiesa locale e il suo valore teologico. Ogni chiesa locale è la chiesa intera funzionando in un luogo. Medellin devolve creatività e iniziativa. In Medellin la chiesa latinoamericana diventa una chiesa di fuoco. Tutta la chiesa in un luogo. In Medellin i vescovi riconoscono che la povertà ha una ricchezza maggiore di tutte, per poter dare al mondo ciò che il mondo ha bisogno. Ernesto Balducci diceva che con Medellin assistiamo al ritorno delle Caravelle. Perdere l’abitudine di desiderare di essere come gli altri: è questa libertà che la Chiesa di Medellin ha esercitato sulla chiesa LA, e cioè ha smesso di desiderare di essere qualcosa d’altro ed si è concentrata sulla propria identità, la propria specificità.

C’è poi il tema dei poveri. La solidarietà con i poveri accompagna tutta la storia della chiesa. In Medellin questo aspetto si colloca nel centro del cammino, della sequela a Gesù. Porre il povero al centro non solo come vittima, ma come forza storica, per scoprire i suoi valori culturali, la sapienza del povero. Centro del Regno di Dio è il povero. E’ il primo documento della chiesa universale che pone al centro il povero, che è visto come soggetto, capace di portare luce, forza e progetto. Nessuno è un soggetto solo, ma siamo insieme. Questa aspetto è uno di quelli che attraversano i capitoli del documento di Medellin.
Riscoprire nella categoria della colonizzazione ciò che avviene nelle relazioni. Occorre riscoprire la sapienza occulta del nostro popolo.

Aula dell'Università dell'America Centrale (UCA) dove si sta svolgendo il Congresso

La UCA è un'università in mezzo al verde


Congiuntura politico-economica latinoamericana e caribica
Relatore: Pe Elio Gasda (Brasile)
Sintesi: Paolo Cugini

Analisi sistemica e macro. Il sistema è il capitalismo neo-liberale. L’AL è in una crisi permanente, una catastrofe, annichilamento della sostanza umana e naturale della società. Non possiamo esigere da questo sistema quello che non può dare.

Tesi: siamo all’inizio del consolidamento della forma mai pura del capitalismo. Il capitalismo si basa sull’individualismo quindi non ha società, né giustizia, ma la logica del capitalismo. Attività economica: massimizzare il beneficio. Legittimità dell’avarizia. Abbiamo i quartieri ricchi nelle città circondati da muri. Il capitalismo è cambiato, è peggiorato. Negli anni ’80: logica degli opposti, logia di minimo e di massimo. Minimizzare beneficio sociali, educazione, salute. Massimizzare l’accumulo di ricchezza, militare. La categoria forte: il capitalismo estremo.
Perché questo sistema si mantiene? Perché il popolo non si oppone?

W. Benjamin: il sistema non morirà di morte naturale, ma rinasce, e si rinnova adattandosi incorporando la critica per non perdere la seduzione e la fiducia della società. Il capitalismo è molto vivo negli stili di vita, nel comportamento del popolo. Le persone pensano con la logica capitalista. Consumo, tecnologia e carta di credito: capitalismo infiltrato nella vita quotidiana del cittadino. Qual è la forma di persuasione più attuale? Il sistema ha incorporato la critica dell’ambiente. Il nuovo concetto seduttore è lo sviluppo sostenibile. Tutti credono che il sistema sia sostenibile. La società ci crede. Il neoliberalismo non è solo un’ideologia: è una nuova ragione della civiltà.
M. Thacher: l’economia è il metodo. L’obiettivo è l’anima.

Il sistema non funziona senza raggiungere gli affetti degli individui. E’ un sistema che crea soggetti neo liberali: meritocrazia. Se si ha il neoliberalismo si ha un nuovo soggetto che pensa come neoliberali. Questo è stato l’ultimo trionfo del neoliberalismo: conquistare le persone, sedurle.  Le imprese non producono solo prodotti, ma idee, modi di comportarsi. Il soggetto neoliberale è depoliticizzato.

La società mercato: Evangelii Gaudium 54. Siamo nella società mercato, regola assoluta. I mercati sono una somma d’interessi che regge il potere sulla società, sui governi. Il neoliberalismo ha trasformato tutto in mercato. E’ un estremo. Questo sistema è un modello di civiltà, con un ordine, una cultura, un’antropologia. Il capitalismo si è convertito in un fenomeno naturale.

Il capitale finanziario controlla la politica. La disputa politica ha cambiato di luogo. Ci sono grandi corporazione che sono classificate sistematicamente significative. Ci sono 20 corporazioni che lavorano con un capitale enorme. Miliardi di dollari in mani di pochi che decidono il destino di milioni di persone. Sono capaci di provocare rotture nei paesi solo per controllare la politica.
Entriamo in una nuova fase delle politica LA. I voti non sono più decisivi per il potere legislativo e giudiziario.

Essere progressista non significa più essere di sinistra. Governi progressisti possono essere funzionali al sistema. La sinistra va al potere e governa come se fosse la destra. Non si cambia la struttura sociale. C’è stato un aumento della disuguaglianza. Grande impresari continuano a guadagnare soldi come mai è successo.

Mito della crescita economica: il consumo è la soluzione della promozione dei poveri. Molti governi progressisti hanno finanziato l’invasione e la distruzione dell’Amazzonia da parte delle multinazionali. Con i denaro si compra tutto. La povertà si risolve con il progresso: è quello che si è sostenuto. Si sono visti pochi progetti di sinistra nei governi progressisti. I ricchi hanno un metodo, valori. Questo sistema ha ridotto lo spazio politico delle nazioni. Influenza delle corporazioni. Ci sono avversari politici forti fuori dai partiti.

C’è un neo-Stato. Privatizzazione della democrazia. Non ci possono essere rivendicazioni di giustizia. E’ il mercato che decide. La violenza è stata istituzionalizzata dallo stato. Il capitalismo è incompatibile con la democrazia. Le istituzioni sono regolate dalla privatizzazione. La politica è del capitale. Francesco: non c’è futuro in questa sottile dittatura. Tutti i politici sono milionari.
La disuguaglianza estrema. l'economista Thomas Piketty ha sostenuto che la concentrazione della ricchezza è l’origine della disuguaglianza.

Tecnologia: serve per i ricchi che non sono interessati al benessere della natura.

Sfruttamento del lavoro. E’ una delle cause della disuguaglianza. Ci sono sempre meno condizioni umane nel lavoro. E’ una delle conseguenze del neoliberalismo. C’è uno sfruttamento dei lavoratori affinché il capitale possa crescere in modo illimitato. Non c’è la preoccupazione con la situazione di disuguaglianza.

La corruzione. Papa Francesco: chi vive nella ricchezza non vede l’essere umano e il povero. Il tema della corruzione apre le porte a tutti i tipi di delitti. Il neo-stato punta al sistema corrotto. Banchieri comprano accordi e politici per assicurare il loro potere. Lo stesso vale per le grandi corporazioni. Paradisi fiscali: sono elementi centrali dell’attività del lavoro finanziario. C’è una corruzione radicata dentro il sistema. Buona parte dei soldi dei paradisi fiscali servono alla distruzione dell’Amazzonia. La corruzione sostiene il sistema iniquo, come dice Francesco. La corruzione si sviluppa con la concentrazione del potere. La corruzione è funzionale al potere.

La peggior dittatura è quella del potere giudiziario. La dittatura dei soldi ha bisogno della dittatura della giustizia. Chi impone le leggi è chi impone il potere. Diritto e politica sono forme uniche. La presenza degli interessi delle corporazioni controlla il diritto. La profondità di questo potere è arrivato a livelli estremi. Il diritto è strumento del potere. In questo modo il sistema si mantiene. Il diritto è sempre stato a servizio dei ricchi. Il neo- Stato nega il diritto e non è soggetto a democrazia. E’ il diritto della destra. L’élite del denaro crea un sistema che coinvolge anche il diritto. Questa dimensione del potere aiuta a capire che cosa sta succedendo nel continente. Siamo dinanzi ad una nuova realtà.

Ci sono due stati paralleli: quello dei grandi e quello dei piccoli. Lo stato ha carta bianca per praticare violenza e torture sui poveri. C’è la criminalizzazione dei poveri ed è un’eredità che viene da lontano. Siamo in una nuova fase della guerra contro i poveri. Ciò che interessa è una vita produttiva. Le vite scartate sono vulnerabili. Manca tutto per i poveri: salute, educazione, ecc. I poveri son invisibili al diritto. A Rio de Janeiro, ad esempio, la violenza è arrivata a dei livelli spaventosi. Si accusano i poveri di violenza, ma lo stato non garantisce nulla. Non possiamo sperare in un futuro migliore.

La Cina. Non si può parlare di AL senza parlare di Cina, che è presente in molti progetti imprenditoriali, grandi opere di infrastrutture. Le dighe, le strade, i metrò, i ponti, i porti, il canale di Nicaragua. Progetti finanziati dai banchi cinesi. La Cina ha aumentato le spese militari di molto. Ha aperto una base in Patagonia. La Cina ha aumentato il mercato in modo impressionante ed è il più grande alleato commerciale in AL: supererà gli USA.

Domande:
Il capitalismo è un modello superabile? Cosa ci sarà dopo il capitalismo? Le proteste sono sufficienti? Qual è la grande sfide?

Medellin- Salvador 2018
Che cosa significa ritornare alle origini? Abbiamo bisogno di un nuovo Medellin? Abbiamo bisogno di un altro concetto di liberazione?




giovedì 30 agosto 2018

UNA CHIESA BAGNATA DAL SANGUE DEI MARTIRI

Immagine che si trova nella cappella della UCA




Paolo Cugini

Il nostro viaggio continua visitando i luoghi del martirio di una chiesa che ha pagato un prezzo durissimo per aver abbracciato la croce di Cristo e vissuto fin in fondo il Vangelo.

Abbiamo visitato la parrocchia in cui il 20 gennaio 1979 padre Octavio Ortiz, un giovane prete di 34 anni e quattro giovani che partecipavano ad un ritiro spirituale, furono barbaramente uccisi da un grande contingente della forza di sicurezza nazionale. Il costante lavoro nelle Comunità Ecclesiali di base di padre Octavio è stato il motivo per accusarlo di sovversivo e comunista. I regimi dittatoriali non tollerano qualsiasi tipo di pensiero contrario e, di conseguenza, colpiscono ogni forma che possa indurre il popolo a pensare e cioè ad aprire loro gli occhi. Ebbene, i quadri del potere politico e militare, interpretarono le giornate di ritiro spiritale, che padre Octavio stava realizzando con un gruppo di quaranta giovani dai 13 ai vent’anni, come un momento di riunione sovversiva, comunista e, quindi, anti-governativa. Nella sala parrocchiale sono affissi i quadri di padre Ottavio e dei quattro giovani uccisi. L’obiettivo è mantenere viva la memoria, anche perché, uno degli strumenti più forti della dittatura è la menzogna, il fare di tutto per eliminare le prove dei loro misfatti. I tanti morti che il popolo salvadoregno ha sofferto negli anni della guerra civile (1980-1992) sono dovuti anche al tentativo costante di eliminare qualsiasi testimone.

Immagine di padre Octavio Ortiz nella parete del salone parrocchiale

Poema in memoria di pe Octavio

Pomeriggio alla UCA (Università del Centro America, fondata dai gesuiti nel 1965) teatro di uno dei più violenti e impressionanti massacri da parte della forza di sicurezza nazionale. Come ci ha spiegato la prof.ssa Suyapa si è trattato di un vero e proprio agguato studiato a tavolino e organizzato, affinché non fuggisse nessuno di quelli che il potere aveva deciso di uccidere, di togliere di mezzo. Da un settore ultra-conservatore dei comandanti militari dell’esercito salvadoregno, i padri gesuiti, che detenevano l’alta direzione e la cattedra all’interno dell’università, erano considerati sospetti di appoggiare la Teologia della Liberazione e, di conseguenza, di appoggiare i guerriglieri del FMNL (Fronte per la liberazione della Nazione) e per questo sovversivi. Il 16 novembre del 1989 in un attacco ben orchestrato dalle forze dell’esercito, vengono uccisi sei sacerdoti della Compagnia di Gesù (gesuiti), assieme a due impiegate domestiche. Gli autori del crimine, oltre ad aver bruciato il Centro Oscar Romero, lasciarono prove false per accusare la guerriglia del misfatto. Le vittime furono:

·         Ignacio Ellacuria (spagnolo, rettore dell’Università)
·         Ignacio Martin Barò (spagnolo, vicerettore accademico)
·         Segundo Montes (spagnolo, direttore dell’istituto dei Diritti Umani dell’UCA)
·         Juan Ramon Moreno (spagnolo, direttore della biblioteca di teologia)
·         Armando Lopez (spagnolo, professore di filosofia)
·         Joaquin Lopez y Lopez (salvadoregno, fondatore dell’università e stretto collaboratore)
·         Elba Ramos (Salvadoregna, impiegata domestica)
·         Celina Ramos (salvadoregna, impiegata domestica)

Entrando nella cappella dell’università sono ben visibili sulle pareti pitture raffiguranti persone torturate. Sempre all’interno dell’UCA è stato riservato uno spazio che mantiene viva la memoria del martirio dei gesuiti, dei massacri e delle torture realizzate in quegli anni. C’è, infatti, un museo, non solo con gli oggetti personali dei gesuiti, ma anche un archivio di foto terrificanti delle persone uccise e torturate. E’ la testimonianza di una violenza spaventosa con l’obiettivo unico di far tacere per sempre i testimoni della verità, facendo di tutto per cancellare le prove. C’è un canto della liturgia brasiliana che dice: “se fate tacere la voce dei profeti, le pietre parleranno”. E’ proprio questo che è successo a San Salvador. Il potere politico- militare non sopportava le accuse dei gesuiti, che costantemente lo accusavano delle ingiustizie nei confronti dei poveri e dei contadini.

La prof.ssa Puyapa ci spiega gli eventi avvenuti nella UCA

Immagini che ritraggono i sei gesuiti e le due domestiche morte nell'agguato del novembre 1989

Cappella della UCA

Diceva Ignacio Ellacuria, considerato la mente del gruppo dell’UCA: “Occorre fare tutto il possibile affinché la libertà sia vincente sull’oppressione, la giustizia sull’ingiustizia, e l’amore sull’odio”. Parole che sanno di Vangelo e che, per questo, davano fastidio a chi aveva la coscienza sporca, per chi sfruttava i poveri contadini per il proprio profitto. La prof.ssa Suyapa ci ricordava che Ignacio Ellacuria: “era uno stretto collaboratore di Monsignor Oscar Romero; e quando fu assassinato, la sua voce di denuncia, la radicalizzazione del suo impegno verso i più poveri, la critica dell'oligarchia, del potere politico e militare, crebbero così tanto da divenire scomodi allo Stato e alla classe dirigente che lo uccisero assieme ai suoi compagni di lotta. La sua morte, lungi dall'affogare il suo pensiero, è diventata un'eco che ha risuonato, non solo nel popolo salvadoregno, che non lo dimenticherà mai, ma in tutto il mondo, diffondendo e studiando il suo lavoro, acquisendo nuove dimensioni di rilevanza sociale, significato intellettuale e influenza religiosa”.

Parete centrale della cappella della UCA

Ascoltando le testimonianze di questa chiesa martirizzata del Centro America, testimonianze che fanno eco ai martiri della chiesa sudamericana, fa molto pensare la piega carismatica che ha preso il cammino ecclesiale di questa regione. Mi chiedo: com’è stato possibile? Com’è possibile passare da un cammino di chiesa che si fa povera per camminare assieme ai poveri al punto di rischiare la propria vita, cammino che incarna il Vangelo, denunciando senza paura le ingiustizie dei potenti, ad una cammino ripiegato nel tempio, riducendo il rapporto con Dio alla sfera intimistica, senza alcun rapporto con la realtà circostante, anzi infischiandosene proprio? Per non parlare, poi, dello stile ecclesiale che troviamo a casa nostra in Italia, che per esprime la relazione con Dio abbiamo bisogno di liturgie sfarzose, i famosi pontificali. Eppure, i martiri salvadoregni, c’insegnano che il cammino tracciato da Gesù e da loro fedelmente incarnato e contestualizzato, si realizza non nel tempio, ma sulla strada, non con liturgie e canti che parlano di un divino tutto schiacciato sullo spirituale, ma di un Dio incarnato nella vita dei poveri. Il sangue dei martiri salvadoregni ci richiama al Vangelo di Gesù, al suo amore per noi, all’amore di Gesù per il Padre, un amore che, facendosi carne, diviene denuncia contro le forme di oppressione e di sopruso. E’ di questo Vangelo che abbiamo bisogno. E’ la fede nel Dio che si è manifestato in Gesù Cristo che deve alimentare la nostra anima, e non la religione alienante, che ci distoglie dai problemi che esigono, invece tutta la nostra attenzione e la nostra capacità di discernimento. E’ il sangue dei martiri che da sempre fa la chiesa, perché la riporta alla sua origine, l’amore crocefisso di Cristo, alimento della nostra vita che dà significato ai nostri giorni.