venerdì 25 agosto 2017

ESSERE FIGLI NELLA SOCIETÀ POST CRISTIANA



RIFLESSIONI A PARTIRE DALL'ULTIMO LIBRO DI MASSIMO RECALCATI

Paolo Cugini

Con Il segreto del figlio[1], lo psicoterapeuta Massimo Recalcati porta a compimento una sorta di trilogia dedicata alle figure del padre[2]e della madre[3], nello sforzo di ripensare i ruoli del tessuto familiare alla prova dei nuovi paradigmi che la società post moderna sta imponendo. Ci sono dei cambiamenti in atto che non solo sono epocali, ma che stanno producendo dei cambiamenti così rapidi che esigono la necessità di essere compresi per non correre il rischio, come spesso accade, di trasferire nel presente modelli educativi ormai obsoleti.
Secondo Massimo Recalcati “mai nessun tempo come il nostro ha dedicato tanta attenzione premurosa al rapporto fra genitori e figli. Il figlio assomiglia sempre di più a un principe al quale la famiglia offre i suoi innumerevoli servizi”. Nell’epoca in cui si è sgretolata la figura del padre e la presenza della madre è sempre più ambigua, si cerca sempre di più, sino al parossismo, il dialogo con i figli, l’empatia. Questo sforzo ha prodotto con il tempo un’alterazione della differenza simbolica che distingue i figli dai genitori, al punto che i figli rivendicano la stessa dignità simbolica dei loro genitori, gli stessi diritti, le stesse opportunità. La perdita di significanza del fine, tipico della società post cristiana, assume i contorni della formazione di un nuovo paradigma culturale che sta contaminando tutti i settori della vita, compreso quello famigliare. È vero che oggi non esiste più lo sguardo severo e punitivo della Legge del padre, che per secoli ha schiacciato la vita del figlio sotto il peso della colpa. È vero anche che, in un certo senso, è alle spalle quel tempo in cui la società religiosa rivelava il volto repressivo esigendo il sacrificio morale del desiderio. È altrettanto vero, però, che sembriamo vivere il paradossale capovolgimento di questa situazione. “L’assenza della Legge e del senso di colpa – sostiene Recalcati – hanno generato una nuova forma di umanità insensibile alla vita dell’altro e alla sua differenza, capace d’interpretare la vita in una modalità esclusivamente predatoria”.
Il rischio di questa nuovo prospettiva è l’azzeramento di ogni senso di responsabilità. La vita del figlio sembra dover prodursi nel cammino di una realizzazione di sé che esclude il tempo necessario della fatica e della sconfitta. “La cultura oggi dominante dell’empatia e del dialogo incessante vorrebbe smussare gli spigoli duri della vita, consentendo ai nostri figli un cammino privo d’inciampi e di ostacoli”. Non si percepisce più che la vita per evolversi e svilupparsi ha bisogno d’incontrare ostacoli e che questi sono parte essenziale del cammino della crescita. Proteggere i figli dagli ostacoli significa non permettere loro di crescere, di misurarsi con la realtà, di attivare la propria capacità di adattamento alle situazioni. L’intelligenza, infatti, più che identificarsi con un voto scolastico, si manifesta nelle modalità messe in atto per adattarsi ai diversi ambienti e alle difficoltà incontrate. La cosa peggiore che può avvenire a dei genitori è pensare che comprendere i propri figli significhi fare di tutto per rendere loro facile la vita, sempre in discesa, priva di pericoli e di ostacoli. Sono, invece, proprio gli ostacoli, le difficoltà che permettono ai figli di crescere, di divenire, in altre parole, loro stessi. In un certo senso, è proprio affrontando i pericoli della vita che un figlio scopre la propria differenza, il proprio essere diverso dai genitori. È quello che Recalcati chiama il segreto del figlio, vale a dire il suo essere altro dai genitori, che l’illusione dell’empatia, dello sforzo d’immedesimazione messo in atto dai genitori verso i figli, vuole cancellare. Il figlio, per sua natura, si ribella all’eredità che gli altri gli hanno preparato.
Questa dinamica è ben visibile nella parabola del figliol prodigo raccontata nel Vangelo di Luca. “Dammi la parte che mi spetta”. Nella parabola di Luca il viaggio del figlio nasce con una falsa partenza, quella della proclamazione di una libertà che respinge il debito simbolico. “È il velleitarismo di molti adolescenti ribelli che fondano la loro libertà sul consumo di sostanze più che sull’interpretazione dell’eredità come compito, come riconquista soggettiva”. Il destino del figlio sembra sprofondare in un godimento dissociato dal desiderio. Nel suo viaggio non c’è amore, né conoscenza, né realizzazione professionale o umana. In ogni modo il viaggio del figlio esprime un dato incontrovertibile, vale a dire il fatto che la famiglia non può mai esaurire l’orizzonte del figlio. Appartenere ad una famiglia non significa e, soprattutto, non comporta l’identificazione. Recalcati, commentando il brano di Luca, sostiene che “appartenenza ed erranza sono due poli egualmente fondamentali del processo di umanizzazione della vita […] I figli necessitano di trovare nei propri genitori degli ostacoli anche quando questi non lo sono perché il conflitto custodisce la differenza simbolica tra le generazioni ed è dunque un passaggio indispensabile alla formazione della vita”.
Che cosa dice di significativo la figura del padre protagonista nella parabola del figliol prodigo? In primo luogo, che la Legge che lui incarna è a servizio della vita e non il contrario. Per questo lascia andare il figlio e lo asseconda nelle sue esigenze. È un padre che sa stare al proprio posto, che accetta la differenza del figlio, permettendogli, in questo modo, di realizzare il suo desiderio. Non lo condanna a morte, ma lo lascia andare; non gli chiude la porta di casa, ma lo avvolge nel silenzio che dice del rispetto di un’alterità che deve rimanere tale. 
Il viaggio ha cambiato il figlio, lo ha reso profondamente diverso da quello che era quando è partito. Possiamo dire che senza la rottura iniziale, senza il viaggio il figlio non avrebbe mai scoperto se stesso. Il viaggio ha trasformato il suo essere. “Solo l’erranza, non l’identità chiusa su se stessa, può generare conoscenza”. È lo scontrarsi con le situazioni della vita che permette al figlio di divenire altro, di scoprire se stesso, di capire chi è. Se fosse rimasto nella casa del padre – com’è successo all’altro figlio -, se fosse rimasto intrappolato dalla paura della Legge, non avrebbe mai avuto la possibilità di sapere chi era, nel bene e nel male. Il figlio che torna è molto diverso dal figlio che era partito: è un’altra persona. Recalcati sottolinea che, quando il figlio decide di ritornare a casa, l’incontro con il padre si rivela un’autentica sorpresa. Infatti, mentre il figlio si attendeva la punizione della Legge, riceve dal padre un’accoglienza carica d’affetto e d’amore. Da parte del padre non c’è nessuna applicazione inesorabile della Legge, ma un movimento, un correre che dice della logica dell’amore. Il perdono implicito del padre nell’abbraccio al figlio, rende possibile il pentimento come trasformazione autentica. Il perdono dona la possibilità di un’altra occasione, di un’altra possibilità. Il figlio ha potuto ritrovarsi perché si è perduto e perdendosi ha avuto la possibilità di conoscere la verità del padre. Non solo, ma perdendosi ha potuto vivere fino in fondo le asperità del reale. Al contrario, il figlio che rimane all’ombra del padre, non può fare la festa del ritrovamento. “Il padre di cui parla la parabola di Gesù – conclude Recalcati – è il padre che sa amare il segreto del figlio, che lo sa lasciare andare verso la sua strada e che lo sa anche attendere, amare, perdonare […] Il Padre che sa perdonare è il padre che sa amare, che sa esporsi senza riserve all’incognita del figlio, che sa tramontare”.
Il perdono non nasconde le crepe di una relazione interrotta, ma le valorizza, anche perché il figlio ritornato non è più lo stesso e il perdono non riporta alla situazione iniziale, ma sancisce la realtà di una presenza diversa del figlio. Il perdono del padre verso il viglio dice della sua libertà nei confronti del figlio, dice che in lui non è avvenuto un processo d’identificazione, ma che l’essere padre comporta che il figlio compi il suo cammino. Il perdono del padre non significa quindi, la ricostruzione del punto di partenza, ma l’accettazione delle rotture avvenute, nella consapevolezza che le lacerazioni e le rotture sono parte costitutiva del cammino.
Che cosa dice questa parabola ai genitori che vivono nell’epoca della post cristianità? Secondo Recalcati nel tempo in cui tramonta la Legge che punisce e castiga “il compito primo dei genitori è quello di aver fede nel segreto incomprensibile del figlio e nel suo splendore. Non esigere che la sua vita ripercorra le nostre orme, che condivida i nostri interessi, che ripeta la nostra vita. Lasciare invece che il figlio nel suo viaggio possa perdersi e smarrirsi, che possa conoscere la sconfitta e la ferita per trovare il proprio passo”.
È certamente questa di Recalcati un’affermazione in controtendenza, ma che mi trova d’accordo. Il figlio è un dono di Dio e, proprio per essere un dono, mantiene in sé non solo un aspetto di gratuità, ma anche di mistero. Il mistero del figlio racchiuso nel dono è un invito ai genitori per realizzare un cammino alla ricerca di sé stessi, delle proprie motivazioni, di ciò che nell’infanzia o nella giovinezza è stato represso o nascosto a se stessi. Il figlio come dice di una diversità che deve rimanere tale e che non può essere fagocitata e schiacciata nelle proiezioni affettive di paternità e maternità non risolte e insoddisfatte. Il mistero del figlio è un’occasione occasione donata da Dio ai genitori per riprendere il viaggio della conoscenza di se stessi, per riprendere in mano un cammino a volte interrotto a causa del vortice dei ritmi impressi dalla società nella quale ci si trova inseriti.




[1] RECALCATI, M., Il segreto del figlio. Da Edipo al figlio ritrovato, Feltrinelli, Milano 2017
[2] ID., Che cosa resta del padre? La paternità nell’epoca ipermoderna, Raffaello Cortina ceditore, Milano 2011
[3] ID, Le mani della madre. Desiderio, fantasmi ed eredità del materno, Feltrinelli, Milano 2015

sabato 19 agosto 2017

LA CONTAMINAZIONE ERMENEUTICA




La comunità dei fedeli dinanzi alla Scrittura
Paolo Cugini


Ci sono voluti parecchi secoli per giungere a leggere la Bibbia in modo tale da poterne comprendere il senso. Ci sono voluti secoli per fare in modo che la Bibbia diventasse Parola di Dio per gli uomini e le donne, che potesse dire qualcosa per loro, per il loro vissuto, per aiutarli a vivere in modo autentico la loro umanità, a partire dalla loro realtà. Ci sono voluti millenni per uscire dall’idolatria della lettera per entrare, finalmente, nel mondo dello Spirito. Era impossibile, infatti, che parole scritte alcuni millenni fa, potessero dire qualcosa di sensato per l’uomo e la donna di oggi. Era impossibile che un testo così vecchio potesse essere attuale, vivo. Nessuna parola è, infatti, pura. Anche i discorsi riportati nella Bibbia sono intrisi di cultura, di tradizioni locali, di modi di dire legati ad una particolare regione, di visioni del mondo inerenti ad un particolare periodo storico. Ce lo hanno insegnato Heidegger e soprattutto Gadamer, come vedremo, che qualsiasi linguaggio non è mai puro, ma è portatore di tradizione che vanno comprese, interpretate. Com’era possibile pensare che la lettera così intrisa di terra e di storia potesse rimanere attuale per tutti i secoli e per tutte le culture di ogni tempo e latitudine? Eppure è avvenuto così. Nonostante san Paolo avesse allertato che la lettera uccide e che è lo spirito a dar vita, per molti secoli si è imprigionata la Parola viva nella lettera morta. Senza dubbio esiste un senso letterale che va ascoltato e rispettato. Già i Padri della chiesa, però, sollecitavano i fedeli a cercare il senso spirituale. Per aiutare in questa ricerca avevano messo a punto il metodo tipologico, ponendo in parallelo i testi del Nuovo Testamento con il Primo Testamento. In questo modo, si metteva in risalto il carattere di compimento della presenza di Gesù nella storia, oltre a porre in rilievo la continuità della storia della salvezza. Il metodo tipologico permetteva, poi, di comprendere come nella prospettiva della salvezza, la venuta di Gesù Cristo fosse il punto culminante del processo storico-salvifico. Anche il metodo allegorico, messo a punto da Filone Alessandrino qualche decennio prima della venuta di Gesù, aveva offerto qualche spunto importante per uscire dalle paludi della lettera. Ci sono voluti parecchi secoli per arrivare con Schleiermacher a prendere sul serio la questione dell’interpretazione del testo sacro. In mezzo c’è stata la diatriba di Lutero con la Chiesa che ha ritardato i tempi. Perché tanta resistenza a comprendere che la lettera ha bisogno di essere approfondita per liberare il contenuto che porta? Un testo come la Bibbia che viene da molto lontano ed è portatrice di tante tradizioni, di tante mani, che emana il fragore proveniente da tante culture, da tante storie, non può essere preso con superficialità, non può essere letto solamente sul piano letterale. Come si può pensare che basta leggere un testo così per capirne subito il senso? Com’è possibile identificare la Parola di Dio con la lettera? Quante persone sono state distrutte, nel senso letterale del termine, perché si è identificato il significato con la pura lettera. Galileo è l’esempio più eclatante. Ma non c’è bisogno di scomodare Galileo. Basta osservare quello che avviene anche oggi in tante comunità cristiane, non solo cattoliche. Nell’introduzione della Bibbia delle comunità neo-pentecostali c’è scritto a chiare lettere che, pur riconoscendone il valore, loro rifiutano l’apporto del metodo storico-critico applicato alla Bibbia. È meglio vivere con la testa sotto la sabbia che guardare in faccia la realtà. Se nonostante tutti gli sforzi sia della scienza che della filosofia ermeneutica per comprendere meglio il senso del testo, c’è chi li rifiuta e si nasconde dietro alla lettera, significa che, a questo punto, Dio e la religione non c’entrano più. Entriamo a questo punto nell’ambito delicato della psicanalisi, che non è quello che ci riguarda.
Se osserviamo in modo sincronico il percorso della storia notiamo che quando più il dibattito nella Chiesa si concentra sul problema del ruolo del papato, tanto più il dibattito sulla Parola di Dio perde d’interesse. Questa distonia la si percepisce leggendo i documenti ufficiali della Chiesa nei quali, ad un certo punto, perdono sempre più peso le citazioni della Scrittura a favore delle citazioni delle encicliche dei papi. La scarsa attenzione alla Scrittura è senza dubbio uno dei motivi fondamentali che ha fatto slittare in avanti il problema della sua interpretazione. L’attenzione all’ascolto della Parola veniva sostituito con la formulazione dei dogmi e della dottrina. Essere cattolico ha voluto dire, ad un certo punto del percorso storico, conoscere la dottrina. Non ci si è resi conto che, in questo modo, si cadeva in una sorta di gnosticismo volgare, a basso costo. In questo clima teologico e spirituale il devozionismo moderno ha trovato spazio nel cuore del cattolicesimo. Se non era più la Parola di Dio a guidare la comunità cristiana, ma un insieme di precetti che venivano memorizzati assieme alla partecipazione di alcuni riti, allora la dimensione individuale della vita spirituale slegata dal piano sociale, veniva facilitata. In un certo senso potremmo dire che ad un certo punto del cammino della Chiesa non interessava più e non serviva interpretare la Sacra Scrittura. La vita spirituale era già piena di devozioni e di precetti che assolvevano il compito di alimentare la fede dei fedeli. Oltre a ciò, la Scrittura dall’epoca dei Padri non era più il riferimento principale che alimentava la vita della comunità. Persino nella liturgia la Parola di Dio non aveva un ruolo centrale, ma secondario, anche perché nella liturgia, a partire dal secolo VII, avviene un processo di progressiva ritualizzazione. Non è più importante la Parola di Dio che provoca la conversione dei cuori, ma il poter vedere il corpo di Cristo sacramentalizzato. Alla fede non ci si arriva attraverso una presa di coscienza che coinvolge tutto l’essere personale e dove, perlomeno in Occidente, la ragione ha un peso fondamentale, ma per via sentimentale. Le grandi predicazioni degli ordini mendicanti, preoccupate a stimolare i sensi di colpa degli ascoltatori, più che un’autentica conversione del cuore, che muove ad una scelta consapevole e ad un impegno comunitario, toccavano soprattutto il sentimento, più che della ragione. Il cristianesimo, oltre a divenire la religione dell’impero, diviene un fattore sociale e politico. Il distacco tra scienza e fede, tra religione e ragione, avvenuto nell’epoca moderna, ha trovato il terreno favorevole nel cambiamento che lo stesso cristianesimo ha subito a partire da Costantino nel IV secolo. Allo stesso, tempo, però, è giusto sottolineare che anche nell’epoca moderna fede e scienza non si sono totalmente ignorati. Diversi, scienziati, infatti, non hanno mai nascosto sia la propria fede che il proprio interesse per il mondo religioso. Su tutti vale la pena citare Isac Newton che, tra i suoi numerosi scritti scientifici, annovera anche dei commentari biblici.
La necessità di porsi in modo critico dinanzi alla Parola di Dio avviene in Occidente sia come conseguenza dell’importanza che le chiese protestanti attribuivano alla Bibbia, sia a causa del cambiamento del contesto sociale e culturale. Da una parte l’illuminismo, dall’altra il crescere dell’approccio scientifico alla realtà dovuto alle scoperte e alle invenzioni dell’epoca moderna hanno aperto lo spazio per una contaminazione positiva anche nel tessuto religioso ed ecclesiale. Sempre di più la ragione si separa dalla fede, relegandola nella sfera del magico. D’altronde la Chiesa, dopo l’epoca d’ora dei Padri, immersa nella difesa del potere temporale e degli intrighi politici, aveva abbandonato l’interesse per le disquisizioni sofisticate, relegandole al dibattito universitario tra francescani e domenicani. Il problema ermeneutico nasce dall’impulso delle scienze moderne che iniziano ad approcciare un testo antico in modo nuovo. Si percepisce che un testo non è solo l’espressione del pensiero di un autore, ma lo stesso porta con sé residui culturali del suo tempo, opinioni, modi di essere e di dire. Per cogliere l’oggettività del testo o per giungervi vicino, occorre uno sforzo scientifico di rilievo. È con la Nouvelle Histoire che sviluppa il suo progetto scientifico attorno alla rivista Les Annales fondata nel 1924, che viene messa in mostra tutta l’efficacia dell’armamentario scientifico per analizzare un periodo storico a partire dai suoi documenti. Psicanalisi, antropologia, etologia, geografia, archeologia: tutto ciò che può aiutare ad intervenire per comprendere meglio un periodo storico, un documento, è il benvenuto. C’è una prima osservazione che mi sembra necessaria: d’ora innanzi risulta chiaro che nessuno testo può essere osservato da una sola prospettiva. Il testo è portatore di una pluralità di contenuti che esigono una pluralità di strumenti per essere compreso. Se ciò è vero in linea generale, tanto più per i testi antichi come, per l’appunto, i testi della Bibbia. Finalmente si esce dall’infantilismo idolatrico del primato della lettera. Pluralità di espressione che del resto troviamo espressa già dal testo biblico, che è tutto fuorché un testo univoco e uniforme.
La Chiesa ufficiale si è difesa all’estremo dinanzi all’approccio scientifico dei testi Sacri. Il problema dal suo punto di vista non consisteva tanto nel comprendere meglio un testo, ma di perdere l’unicità d’interpretazione sullo stesso. Ammettere il metodo storico-critico, avrebbe voluto dire permettere a qualcun altro di mettere il naso in qualcosa che da sempre era stata priorità esclusiva del magistero ecclesiale. Il problema non era la comprensione, ma l’autorità sul testo. La polemica modernista, che ha avuto nell’enciclica Pascendi di Pio X nel 1907 l’apice estremo, è stato il terreno culturale sul quale si combattuto una guerra persa in partenza. La Divino afflante Spiritu di Pio XII del 1943, infatti, riapriva le porte agli studi biblici, mostrando che era ormai impossibile resistere all’evidenza ermeneutica della necessità di un approccio nuovo ai testi Sacri. Non era, infatti, solamente la pressione che veniva dal mondo scientifico in generale, ma anche dalle nuove correnti teologiche, come la Nouvelle Théologie, che spingevano la Chiesa ad aprirsi al nuovo. Viene da chiedersi: come mai queste resistenze? Sarebbero tante le risposte che si potrebbero dare e che in parte abbiamo abbozzato poco sopra. Ciò che è importante è che la contaminazione scientifica avvenuta nell’epoca moderna e che non permette alla religione d’isolarsi e di chiudersi in se stessa, apre le porte ad un’altra più profonda contaminazione, quella ermeneutica. In fin dei conti il rapporto tra un testo ed un lettore non chiama in causa solamente tradizioni culturali, aspetti antropologici e geografici, ma anche e soprattutto il linguaggio. Se Dio Parla all’uomo utilizzando il suo piano di comunicazione e di comprensione, significa che è proprio questo livello che è necessario approfondire.
In Lettera sull’umanismo (1946) Heidegger sosteneva che il linguaggio è la casa dell’essere. Il linguaggio è ciò che l’uomo dispone per conoscere il mondo. La nostra esperienza del mondo è condizionata dal fatto che abbiamo un linguaggio che ereditiamo. Il disporre di un linguaggio significa che l’uomo è dialogico. L’ermeneutica è una parola inconsueta. Ermeneutica deriva dal dio Ermes (Mercurio) è il dio che porta i messaggi agli dei.  Ermeneutica, in questa prospettiva, è l’arte dell’interpretazione dei messaggi che non sono evidenti. È un insieme di regole dirette a interpretare dei testi. Nel ‘900 si parla di ermeneutica come di una filosofia. È una filosofia che pensa che il fenomeno dell’interpretazione non riguarda solo il rapporto con testi difficili, ma è un fenomeno che riguarda tutta l’esistenza. Quando guardiamo il mondo lo interpretiamo, disponiamo degli schemi che ereditiamo con la lingua materna. “Non c’è esperienza del mondo – sostiene Gianni Vattimo - se non attraverso un linguaggio che abbiamo ereditato, la conoscenza è allora interpretazione piuttosto che riconoscimento di qualcosa di oggettivo. Questo non è un difetto. Qualunque rapporto con il mondo è interpretazione: questo non è un limite ma è un patrimonio”. Questo vale anche per il testo biblico. Gli autori, mentre scrivono un testo ispirato, trasmettono anche, attraverso il linguaggio, ciò che hanno ereditato dalla cultura in cui vivono, dalle idee che si sono fatte sul mondo, dalle motivazioni che lo hanno spinto a scrivere. C’è, allora un’intenzionalità nel linguaggio, che è interpretazione e che, dunque, va approfondita e colta. Cogliere questo aspetto è comprendere il senso profondo del mistero dell’incarnazione, il paradosso dell’eterno che entra nel tempo. In fin dei conti il testo sacro è la manifestazione di questo mistero. Credere nella Parola di Dio significa credere nell’incarnazione del Verbo e della possibilità d’incontrare Dio nella carne umana, nella lettera scritta. Per questo motivo, il comprendere esige uno sforzo, una fatica che dice di un desiderio d’incontrare Dio. L’ermeneutica ha fornito uno strumento importante per aiutare chiunque a comprendere il testo. Possiamo tranquillamente sostenere che l’ermeneutica ha cambiato il cammino della Chiesa, l’ha per così dire liberata dalla sua gabbia dorata, l’ha costretta al confronto con il mondo. Abitare il linguaggio biblico con un’attenzione ermeneutica, dovrebbe produrre da parte dei suoi lettori e delle comunità che hanno come riferimento la Bibbia, un atteggiamento dialogico e tollerante. Se la Parola di Dio ha bisogno per essere meglio compresa di una diversità di strumenti ermeneutici ed euristici, lo stesso dovrebbe fare la comunità che si raccoglie attorno al testo, vale a dire non chiudersi, ma mantenersi aperta ai vari significati di cui il testo è portatore. 
La contaminazione ermeneutica ha permesso alla comunità cristiana di togliere il velo sul significato autentico della verità che la Bibbia intende comunicare. Lungi, infatti, dall’essere una verità di tipo assiomatico e matematico, che esige un’assimilazione fredda e asettica dei contenuti, la rivelazione della verità di Dio in Gesù Cristo avviene sul piano della storia ed è su questo piano che va incontrata. Se questo è vero, allora l’interpretazione del testo si fa aiutare sia dal metodo storico-critico che dall’ermeneutica per comprenderne a fondo il significato. È, però, la comunità riunita che può cogliere il senso profondo della Parola rivelata. La Parola di Dio è, infatti, una parola contestualizzata che parla ad una comunità specifica che vive in uno specifico contesto. È la comunità che diviene il luogo privilegiato per comprendere la Parola. La comunità usufruisce degli strumenti che il metodo storico-critico ha elaborato per sviscerare il testo e poi si pone in ascolto per comprendere il cammino che la Parola indica. La comunità dei fedeli diviene quindi, lo spazio privilegiato per l’interpretazione della Scrittura. La contaminazione ermeneutica, oltre ad aiutare nella comprensione del testo, ha contribuito a riportare la Parola di Dio nel suo luogo spirituale originario, vale a dire la comunità dei fedeli riuniti. In questo modo, i danni causati dal devozionismo moderno che aveva provocato la chiusura della dimensione religiosa nella sfera individuale, vengono attenuati e indirizzati verso la dimensione comunitaria della religione. Scrivo attenuati perché il devozionismo con la tendenza alla chiusura nella sfera individuale è ancora, non solo molto viva e presente nel panorama religioso attuale, ma anche incentivata. Uscire dalla palude individualista per riscoprire la dimensione comunitaria del cristianesimo è uno dei contributi più significativi dell’approccio ermeneutico alla Sacra Scrittura.


sabato 8 luglio 2017

IL CONTESTO: CONDIZIONE POST-CRISTIANA, RIEVANGELIZZAZIONE, NUOVE FORME DEL BISOGNO RELIGIOSO





VERONA, 6 LUGLIO 2017
Relatore: Carmelo Dotolo
Sintesi: Paolo Cugini

Qual è lo spirito dei nostri tempi? Rischio di forzature interpretative.
Il contesto appartiene a quella azione dello Spirito che ci fa leggere il contesto come partner del processo di comprensione dell’evangelizzazione. Il contesto non è opzionale, non è aggiuntivo. Il contesto non è l’etichetta che attraverso un termine nuovo ci permette di fare un frullato migliore. Il contesto deve entrare NEL PROCESSO DI RICOMPRENSIONE DELL’Identità CRISTIANA. Scegliere un’analisi del contesto significa operare una selezione interpretativa. Il contesto è oggetto ambivalenza d’interpretazione.
Occorre cogliere alcuni elementi che possono diventare decisivi perché il contesto ci aiuta a cambiare paradigma interpretativo.

La riforma implica un cambiamento del paradigma. Se non ho la chiarezza e non condivido il paradigma lo sforzo diventa impossibile. Come si fa una riforma? Il LG troviamo una serie di modelli ecclesiologici che sono contraddittorie e spesso conflittuali. Ogni modello può giustificare qualsiasi lettura contestuale.
La condizione post cristiana la interpreto come paradigma dei nostri giorni, l’architettura del nostro tempo entro la quale dobbiamo rileggere la possibilità di suggerire percorsi itinerari e percorsi di evangelizzazione. La prima preoccupazione è quello di comprendere la concezione post cristiana non è indifferente ai processi di evangelizzazione al nostro modo di credere, di pregare. Le nuove forme del desiderio religioso sono una sorta di banco di prova rispetto a come una lettura del paradigma funziona su eventuali modelli di evangelizzazione. Non è semplicemente una lettura di sociologia.

Esigenza di un cambiamento preme all’interno della nostra società e cultura. Se riteniamo che la cosa vanno cambiate senza cambiarle è probabile che facciamo scelte che vanno in un’ottica che non è il Vangelo.
Quando si va verso un cambiamento che la storia, le culture provoca, nella storia del cristianesimo si pone sempre una domanda: che cos'è il cristianesimo? Qual è l’essenza del cristianesimo? Dopo Costantino s’inizia quella che alcuni chiamano la fine del cristianesimo delle origini. C’è la crisi di un’identità Cristian. Attorno all'anno mille c’è la crisi della forma del cristianesimo. Modernità scopri che c’è un’alterità. Questa domanda mostra come una forma di cristianità sembra avere una sorta di conclusione nel momento in cui il movimento culturale pone questioni nuove al cristianesimo. La forma non funzione più perché non corrisponde più all'orizzonte, alle attese dell’uomo. La domanda è: qual è il cristianesimo?
Nel ‘900 nasce la provocazione maggiore. Harnack disse che l’essenza è il Vangelo di Gesù Cristo. Nella logica della storia sembrava essere un’eresia a partire dalle forme giuridiche, istituzionali. A partire da questo momento si capisce che si doveva ritornare alle origini, allo stile di Gesù di Nazareth, quasi ad indicare che la storia delle forme che hanno dato un volto al Vangelo hanno dimenticato la freschezza delle origini.

Vaticano II: finalmente è finita l’epoca costantiniana del cristianesimo in cui la religione cristiana non è più il collante sociale della nostra identità, dei valori. Per la prima volta il Vaticano II ha sigillato l’idea che il cristianesimo deve giocare le proprie credenziali nella logica della proposta qualitativa della sua identità. La presenza del cristianesimo dentro la realtà culturale in Italia è un dato di fatto. C’è un’idea che ritiene il cristianesimo una presenza ovvia, scontata che determina il nostro modo di fare. Perché andare a preoccuparci di evangelizzare? Che cosa dobbiamo evangelizzare?

C’è un sottofondo patrimoniale culturale che si ritiene cristiano. Questo sistema è andato in crisi. Il cristianesimo è diventato sempre di più un’esperienza da museo. È un’esperienza che ci appartiene: nascita, matrimonio, morte. In alcuni tessuti regionali c’è un’iniziazione cristiana. Se questo non fosse un problema, perché evangelizzare? E c’interroghiamo vuole dire che c’è qualcosa che non funziona?
Nessuno più oggi discute animatamente o si contrappone al cristianesimo. È la logica dell’indifferenza, accettazione della differenza quando questa non calpesta il mio orto. Nei confronti del cristianesimo c’è una sorta d’indifferenza. È il cristianesimo della lepre, quella che rincorre il mondo, per questo c’è bisogno degli eventi per riaffermare il nostro modo di essere.

Post cristianesimo è quella condizione in cui il cristianesimo è sullo sfondo, utile ai buoni sentimenti, che non producono modifiche strutturali. È il cristianesimo delle feste, dove si sta assieme. E’ il cristianesimo che non deve disturbare lo spazio pubblico e che quindi non deve avere una forza profetica. È una sorta di elegante reindividualizzazione privatistica dell’esperienza cristiana. E’ il cristianesimo che ha rinunciato d’incidere. Quando parliamo di cristianesimo allora a che cosa ci riferiamo?

La forma che il cristianesimo deve assumere oggi non può più essere quello di una volta. Deve diventare un cristianesimo alter-nativo. Diverso volto dell’essere cristiano.
La condizione post cristiana non vuole dire che dobbiamo svendere la nostra identità, ma che dobbiamo reinventarla, ritradurre la nostra identità. Dobbiamo chiederci qual è oggi la forma dell’identità cristiana al punto che produce un’interpretazione liberante.

Il paradigma che vuole corrispondere ad una condizione post cristiana sta nel recuperare la centralità di Gesù di Nazareth. È un conosciuto ignoto. Gesù è conosciuto, ma ignoto rispetto alla nostra identità. Le sue parole, il suo stile, i suoi segni sembrano essere nel dimenticatoio.

Stiamo vivendo una nuova forma di positivismo. Tutto ciò che funziona è nella logica dei benefici. Si sta verificando una forma di neo ateismo naturalistico per cui funziona solo ciò che dà risposta immediata. Ciò che conta, conta immediatamente perché mi dà benefici. È la logica della religione via internet.
Anche il bisogno religioso che è una delle forme più importanti sta entrando nella logica della funzionalità.
Recuperare l’identità del cristianesimo. Gesù opera tre spostamenti.
-          Spostamento antropologico: tenerezza, attenzione
-          Spostamento interpretativo dell’esperienza religiosa. Provoca uno spostamento in ordine al desiderio di spiritualità.

-          Spostamento sull’immaginario di Dio. La provocazione di Gesù modifica l’immaginario teologico. Rompe quella che è una familiarità psicologica con l’idea. La porta oltre. Non è stato semplice questo spostamento. Dio è l’itinerario, l’orizzonte, il senso. Gesù traduce l’orizzonte del senso. È un’interpretazione che sposta una logica, per cui Dio va al di là delle logiche.
Gesù realizza questi spostamenti attraverso una dimensione profetica e messianica che decostruisce e ricostruisce. L’epoca post cristiana è favorevole per recuperare quel volto del cristianesimo ed evangelico che va a intercettare questi spostamenti che Gesù ha operato.
Nuove forme del bisogno religioso. Gesù fa emergere il potenziale dell’umano e lo lascia emergere nella logica del triplice cambiamento. Affinché questo si possa realizzare è necessario cogliere il contesto. Il lavoro dell’evangelizzazione deve cogliere i segni dei tempi. Oggi lo stare assieme è un segno.
Alcuni aspetti importanti per rileggere un cristianesimo che sappia essere protagonista:

-          Bisogno di autenticità. Desiderio di autenticità nelle relazioni, nella propria vita, nelle scelte discriminanti. Bisogno di liberarsi da abitudini vuote.

-          Recupero del mondo egli affetti e delle emozioni. Il mondo degli affetti si supera il criterio utilitaristico. È un mondo che non può sopportare razionalità a tavolino. Gioca sull’importanza del desiderio. Il desiderio a differenza del bisogno è qualcosa che non puoi appagare e ti permette sempre di andare oltre, e di non fermarti dinazi a nulla. Il desiderio è sempre rivolto all’altro, mentre il bisogno rivolto a me. Il bisogno vivnee sodisfatto, il desiderio nutrito nella crelazione con l’altro. Il bisogno è possessivo, il desiderio spinge ad andare oltre. Il recupero del mondo degli affetti, delle emozioni, del desiderio, è un aspetto importante nei processi di organizzazione dei percorsi pastorali.

-          Le relazioni. L’esercizio della relazione è fondamentale. La relazione mi pone nelle condizioni dell’incontro con l’altro non solo come utile e funzionale, ma come compagno di viaggio di un cammino di ricerca di senso, di libertà e di salvezza. È il paradigma del samaritano.
Cosa significa per una nuova forma di esperienza religiosa? Se il paradigma è Gesù e incontra alcuni segni dei tempi a tutti i livelli, quale può essere una forma di cristianesimo che risponda a questa idea?

-          Lavorare a delle identità progettuali, nelle quali divenire se stessi si giochi nella relazione con gli altri, con l’ambiente, con Dio. Dobbiamo aiutare le persone a crearsi una visione del mondo che sia aperta a progetti che siano capaci di creare quei tre elementi, quei tre cambiamenti che si diceva sopra. Identità consapevoli dell’originalità della proposta.

-          Lavorare ad un’esperienza credente empatica, capace di vivere l’incontro come risorsa di una differente convivialità. La stessa organizzazione pastorale deve portare a questo. Occorre pensare forme ministeriali che aiutino queste esperienze di convivialità


-          Esperienza di liberazione e riconciliazione. Recuperare qualcosa che stiamo smarrendo e cioè quella forza che ci fa essere fermi, accoglienti, e capaci di operare una decostruzione. Religione che sia contro culturale, capace di creare una cultura nella quale gli obiettivi del regno siano prioritari. Cristianesimo che lotti contro la disumanizzazione, il dissesto ecologico. Di fronte ai fenomeni attuali, chi è che sta criticando il sistema? Il cristianesimo che scomoda viene messo in un angolo. Occorre intervenire nella critica del sistema. Lavorare ad un cristianesimo che non disturba, è un cammino non evangelico. Gesù ha pagato perché ha destrutturato, altrimenti non si spiegherebbe la croce. Dobbiamo recuperare la profezia critica (Metz). 

giovedì 6 luglio 2017

EVANGELIZZARE: COMPITO E COMPITI DELLA CHIESA



CUM VERONA 6 LUGLIO 2017


Relatore: don Luciano Meddi (Università Urbaniana)
Sintesi: Paolo Cugini

Alcuni nodi sono a livello d’interpretazione delle parole fondative. SI deve ritornare a discutere sulla realtà che è alla base dell’evangelizzare.
Evangelizzazione:
·         un termine in discussione
·         questione teologica
Un termine in discussione. Nella chiesa post conciliare abbiamo utilizzato diverse espressioni significa che non c’è un consenso su questo termine. Evangelizzazione:
·         predicare, evangelizzare
·         annunciare
·         proporre
·         comunicare
·         trasmettere
·         nuova evangelizzazione
Il sinodo del 2012 è per la trasmissione della fede nonostante i teologi sostengono che si tratti invece di testimonianza.
Alcune polarizzazioni:
-          Rinnovamento del messaggio: Parola di Dio
-          Rinnovo delle azioni

La nuova evangelizzazione si dice che non è nuova per il contenuto, ma per le strutture, i modi. Forse questa analisi dice della morte dell’evangelizzazione. Il grande problema è il rinnovamento del messaggio. Ci siamo dimenticati di altre due indagini importanti:
-          Chi è il soggetto dell’evangelizzazione? Non è la Chiesa, che ha un compito.
-          Il dinamismo. Come funziona l’evangelizzazione? Non in senso pratico, ma il dinamismo teologico.
Disambiguare la tradizione? C’è tutto il peso dell’interpretazione mandato missionario.
Chi sono i soggetti: Dio e l’uomo. L’evangelizzazione è il percorso che va dall’uno all’altro e quindi è un processo.
Qual è la dinamica? Illuminazione (cultura) ed esperienza salvifica. Dinamica di comprensione e illuminazione. L’evangelizzazione è una proposta culturale. Il contenuto è la storia personale e del mondo.

Il processo è ermeneutico. C’è evangelizzazione quando le persone interpretano se stessi e la storia in modo salvifico.
Il Contenuto è il Vangelo.
Riportare l’Evangelizzazione al Vangelo (EG).
Chi evangelizza è la trinità e non la Chiesa. Propone buone soluzioni. Questa attività di Dio sta dentro alla libertà della persona. È la logica del: se vuoi. La chiesa ha un ruolo di mediazione.
Il problema è capire quale idea di Trinità ho.

Come Evangelizza il Padre? Ponendo se stesso come fondamento, come termine della storia del cosmo. L’uomo se vuole ha un punto di riferimento per la sua realizzazione. Le tracce di questa evangelizzazione le trovo nel cosmo e nei processi di liberazione umana.

Come evangelizza lo Spirito? In quanto energia presente nel cosmo e nella storia. Ci sono delle tracce:
-          Le forme di coscienza in evoluzione
-          Le conversioni interiori
-          Le guarigioni interiori
-          I processi di unificazione e donazione
Come evangelizza Gesù?
Attraverso la sua testimonianza e la sua collaborazione al Padre
Tracce:
-          Nel Vangelo vissuto
-          Le sue azioni
-          Segno di liberazioni inaugurati
Gesù si è lasciato evangelizzare dallo Spirito: mosso dallo Spirito…
Evangelizzazione come azione trinitaria.

Il contenuto dell’evangelizzazione: Dio è nella storia degli uomini. La buona notizia è che Dio è presente nella storia.
Parlando dell’evangelizzare della Trinità a livello di significato si utilizza il significato al termine rivelazione. Il Vaticano II non ha dato un testo fondativo sull’evangelizzazione, in realtà il fondamento dell’evangelizzazione si trova in Dei Verbum. L’evangelizzazione nel suo mostrarsi diventa rivelazione e la rivelazione è un’evangelizzazione. Attraverso l’approfondimento della rivelazione possiamo comprendere ancora di più. Rivelazione non è un sostantivo ma un verbo: l’agire di Dio. È un dinamismo. Dei Verbum ci ha fornito alcune indicazioni: manifestazione, comunicazione di energia. L’evangelizzazione letta come rivelazione: applichiamo gli stessi criteri che applichiamo alla rivelazione. Entra nei processi umani e poi diventa contenuto, ma anzitutto è un processo.

La rivelazione è comunicazione ma soprattutto interpretazione. È la comunità che rilegge e interpreta. L’evangelizzazione è un’interpretazione: è la capacità di leggere la realtà in un determinato modo.
L’evangelizzazione è un’ermeneutica.
L’evangelizzazione diventa scrittura attraverso l’intervento di una comunità. Questo in Gesù è presente.
Paolo: ora possediamo il modo di pensare.

L’uomo uditore della Parola. Il processo di evangelizzazione come rivelazione dio senso è già scritto nel cuore dell’uomo.
-          Il soffio
-          La struttura conoscitiva
-          La struttura spirituale
-          Le religioni da millenni stanno cercando di comprendere Dio
-          La fede

L’uomo come essere bisognoso di Dio. Abbiamo bisogno del Vangelo. Il Concilio (GS, AG) riconosce che nella struttura umana c’è una serie di aspirazioni. È lo Spirito che ci mette dentro alcuni desideri. C’è rivelazione perché ne ho bisogno e me ne accorgo perché dentro di me ci sono delle inquietudini. La crescita umana si distingue da quella animale perché c’è bisogno di orientamento.

L’evangelizzazione funziona se lo metto dentro il progetto della persona. L’evangelizzazione funziona all’inizio come intuizione: vivere così mi fa bene.
Poi c’è l’abilitazione. Mi abilito a. Se capisco che i soldi possono rovinarmi mi abilito a.
Poi tutto ciò diventa scoperta come continua presenza di Dio nella vita della persona. Qui c’è la penetrazione del dibattito culturale.

Dio è fondamento, orizzonte, senso della vita. Ho intuito che lì c’è il mio bene.
Pericolo: cercare lo slogan che cattura di più.

Processo dell’evangelizzazione non è separabile dal processo d’interpretazione. Negli ultimi trent’anni è stato bloccato questo processo.
L’evangelizzazione è servizio all’auto comunicazione di Dio. È un dato precedente alla chiesa
L’evangelizzazione è realtà spirituale. È dinamica. È orientamento, è il dono di capire la realtà. È promessa e impegno. 

lunedì 3 luglio 2017

QUALE CONTRIBUTO DEI MISSIONARI RIENTRATI?




INCONTRO CON I COMBONIANI
PESARO 27 GIUGNO 2017
Paolo Cugini
Domande preliminari:
a.      Quali spazi e quale pastorale per i missionari rientrati?
b.      Che contributo possono offrire nel contesto della pastorale italiana?

Alcune indicazioni pastorali
Il primo importante contributo è l’attenzione alla singola comunità. C’è in atto in Italia un nuovo disegno della mappa pastorale. La maggior parte delle diocesi stanno ristrutturando la presenza pastorale attraverso le Unità pastorali, accorpando diverse parrocchie di un territorio. Spesso questo accorpamento porta con sé la crisi delle comunità locali. Il motivo di questa crisi è dovuto alla modalità del parroco dell’UP di gestire questa nuova configurazione pastorale. Occorrono alcuni passaggi che siano segno di un cambiamento di mentalità.

a.      Passaggio dalla centralità del prete alla centralità della comunità
b.      Dalla centralità dell’Eucarestia alla centralità del Battesimo

Mi sono chiesto: quali sono gli aspetti della pastorale e delle scelte pastorali realizzate in Brasile che mi stanno aiutando nel lavoro pastorale a Reggio Emilia? La scelta pastorale della diocesi è quella delle unità pastorali (60). Presento alcuni nodi che stanno orientando le nostre scelte pastorali.

1.      Rapporto comunità e Unità pastorale: da come s’imposta il rapporto nasce l’indicazione del tipo di Ministerialità e di modo di vivere il ministero. Valorizzare la comunità, fare in modo che la comunità possa vivere di forze proprie. Questo comporta la possibilità di celebrare il giorno del Signore e di avere laici che svolgano ministerialità all’interno delle comunità. Per questo occorrono anche pastori con sensibilità pastorali, che non facciano precedere le idee dalla realtà, ma che si pongano in ascolto della situazione concrete e attivino modalità di accompagnamento e discernimento per giungere ad orientamenti comuni. Difficoltà di aiutare le persone a sentire la comunità come propria e quindi sentire il desiderio di prendere posizione, prendere l’iniziativa. Nel primo consiglio pastorale dell’Unità Pastorale le persone presenti hanno scelto di mantenere vivi i consigli pastorali locali per mantenere vive le comunità. Accanto al consiglio pastorale mensile delle comunità, c’è un consiglio pastorale trimestrale al quale partecipano i consigli pastorali delle cinque parrocchie. La risposta al problema del rapporto parrocchia Unità Pastorale indica anche la modalità di come s’intenda vivere il proprio ministero nelle comunità. Se la priorità è la vita della comunità per aiutarle a vivere uno stile missionario, allora in un qualche modo occorre stare nella comunità. Ho, così, organizzato la settimana trascorrendo una giornata in ogni comunità, pranzando ogni giorno in una casa diversa. L’obiettivo è quello di conoscere lentamente le famiglie delle parrocchie, per fare in modo che l’eucarestia celebrata alla domenica sappia un po' della gente della comunità.  Problema generale: come aiutare le comunità a passare da un’idea statica del presbitero ad una presenza dinamica (uscire dal lamento: non c’è mai).

2.      Sinodalità: creare spazi a diversi livelli in cui sono le comunità a riflettere sui cammini da compiere per prendere le decisioni. Consigli pastorali, coordinamenti (della catechesi, della pastorale giovanile, famigliare, ecc.). Secoli in cui il parroco ha sempre deciso tutto da solo porta con sé la fatica di pensare insieme e di scegliere insieme. Aiutare le comunità a prendere l’iniziativa, a creare dei momenti assembleari senza la necessità che il parroco sia presente. Aiutare i fedeli ad assumersi le loro responsabilità anche nella comunità ecclesiale così come fanno negli ambiti della vita quotidiana, è una delle grandi sfide della pastorale dei prossimi anni. Per attivare una sinodalità a tutti i livelli nella comunità è necessario un tipo di formazione che permetta ai presbiteri di decentrare sempre di più il loro potere pastorale, per vivere con maggiore serenità il loro ministero. Accompagnare questo cambiamento in atto, che prevede la trasformazione dei due attori in gioco, non sarà facile. La tentazione più immediata, che è già visibile in alcune diocesi italiane, è quella di ritornare al passato, importando preti dal sud del mondo, più come tappabuchi, che come progetto pastorale pensato e attuato. Sinodalità significa apprendere a pensare assieme alle persone, stare attenti ai processi che s’intende porre in atto e, così, uscire dai personalismi pastorali incentrati sui carismi del sacerdote, o sui suoi limiti.

3.      Ministerialità: per permettere alla comunità di vivere in assenza di presbitero diviene fondamentale la formazione dei laici. C’è un primo livello della formazione che consiste nel porre un laico nella situazione di esercitare un servizio con una responsabilità effettiva. È brutto quando il laico si sente dire dal prete di turno che gli organismi ecclesiali sono solo consultivi. Il primo livello di formazione per aiutare i laici ad esercitare un ministero consiste nel metterlo nelle condizioni di assumersi delle responsabilità effettive. Altro aspetto della formazione è il cammino biblico. Abbiamo iniziato un’esperienza di preparazione insieme delle letture della domenica. Sono attivi sul territorio diversi centri d’ascolto della Parola a dimensione famigliare. Abbiamo attivato momenti specifici della formazione, tenendo conto di quello che la diocesi offre e di quello che c’è sul territorio. In questo cammino è molto importante la presenza dei diaconi. Attualmente sono tre nell'unità pastorale. Abbiamo realizzato un percorso di sensibilizzazione al diaconato in tutte le cinque parrocchie che ha condotto all'indicazione di altri tre candidati che hanno già iniziato il cammino formativo. La ministerialità va di pari passo con la sinodalità. Quanto più i laici saranno responsabilizzati, tanto più entreranno negli organismi sinodali in modo attivo e costruttivo.

4.      Missionarietà: siamo alla prima fase, vale a dire, la valorizzazione di quello che già avviene sul territorio che stimola la presenza missionaria della parrocchia: ministri del battesimo e del matrimonio, catechesi nelle case. Abbiamo avviato anche una fase di studio per comprendere in che modo è possibile essere presenti sul territorio a partire dalla situazione attuale in cui il parroco non è in condizione di realizzare le famose benedizioni pasquali. Problema: come passare dalla presenza del parroco sul territorio alla presenza della comunità. Riuscire a contaminare positivamente tutta la pastorale sullo stile missionario. Pensare ad una pastorale in uscita come modalità normale di evangelizzazione. Difficoltà di pensare a chi è fuori dal tempio. Siamo così abituati ad evangelizzare chi entra nelle nostre strutture, che non riusciamo a pensare alle persone che non entrano. Il discorso non vale solo per gli adulti, ma anche per i giovani. Come pensare una pastorale giovanile animata dallo spirito missionario? Giovani che evangelizzano giovani. Ci stiamo pensando, ma ancora non è partito nulla di concreto.

5.      Comunità accoglienti. Accompagnamento spirituale dei gruppi di africani presenti sul territorio: famiglie della Burkina Faso, donne nigeriane, studenti del Camerun, Togo e Congo. Oratorio con il cortile aperto al territorio. Attualmente il 90% dei bambini e ragazzi che frequentano durante la settimana l’oratorio provengono da tante nazioni (circa una ventina). È iniziato un progetto che si è poi trasformato in associazione nella quale opera un gruppo di persone con una proposta di sport educativo, rivolta ai bambini che frequentano il cortile degli oratori. L’Unità Pastorale ha deciso di investire su un educatore professionale indicato dalla Pastorale Giovanile Diocesana, che coordina i progetti sui cinque oratori. Chiesa che accoglie i cristiani omosessuali, lesbiche, bisessuali, transessuali. Chiesa che allarga la tenda per accogliere divorziati, separati. Sono esperienze in atto.