martedì 6 settembre 2016

COME UN SOLO UOMO




LA PAROLA DI DIO NELLA VITA DELLA COMUNITÀ
RONCINA 6 SETTEMBRE 2016

(Neemia 8,1s)
Giovanna Bondavalli
Sintesi: Paolo Cugini
Obiettivo è che le comunità dell’unità pastorale apprendano a camminare con la Parola di Dio. Che cosa significa incontrare la Parola di Dio come comunità? Ci facciamo aiutare da un testo: Neemia 8. Come fino adesso abbiamo vissuto il nostro rapporto con la Parola di Dio.
Il testo racconta una realtà che accade spesso anche in mezzo a noi. Ci troviamo spesso ad ascoltare la Parola e qualcuno ce la spiega.
Ci sono anche delle cose nuove.
Il popolo si raduna alle porte delle acque: non siamo in chiesa, ma all’aperto. C’è stato un momento difficile in cui Gerusalemme è stata attaccata e molte persone sono andate all’esilio. Alcune tornano e trovano Gerusalemme trasformata. Questa scena si svolge quando le persone che erano in Esilio tornano e cominciano a pensare alla ricostruzione. Occorre ripartire e ricostruire. Il problema non è solo rimettere le cose come erano prima, ma il perché ricominciare. Esdra e Neemia incitano a ripartire e lo fanno a partire dall’ascolto della Scrittura. Prima di tutto ascoltiamo la scrittura insieme. Una delle espressioni che torna di più nel brano è la seguente: tutto il popolo. Sono gli ebrei insieme che trova la Parola: tutti insieme. Quelli che leggono lo fanno ad alta voce affinché tutti possano capire. Tutti capiscono. E’ una comunità che si raccoglie intorno alla Parola dove tutti hanno un ruolo. E tutta la comunità chiede allo scriva di portare il libro. Qui non è il prete che decide, ma la comunità. La comunità nasce attorno ad un libro. E’ la comunità che ha bisogno del libro.

C’è un’altra cosa importante che accade nella narrazione. Il libro è uno, ma il lettore non è unico: ce ne sono diversi. Le persone che leggono vengono nominate per nome. Dio parla alla comunità attraverso persone della comunità. I lettori leggono e spiegano la Parola di Dio. Leggevano in ebraico e spiegano in aramaico. Negli Atti degli Apostoli c’ una narrazione in cui Filippo spiega la Parola ad un Etiope. Importante è leggere la Bibbia, ma è molto importante trovare qualcuno che ce la spieghi. Come faceva Gesù quando raccontava le parabole e poi le spiegava agli apostoli. La Parola di Dio ci viene sempre incontro attraverso qualcuno.

La lettura è integrale dall’inizio alla fine: dall’alba fino a mezzogiorno. Quel giorno non c’erano altre cose da fare. La festa continua per alcuni giorni e si continua a rileggere tutto il libro della legge. Non si trascura niente della Bibbia e non si legge a caso: dall’inizio alla fine e si legge così com’è. Si legge anche secondo alcuni criteri.
La lettura non si ferma solo a leggere un libro, ma che va oltre il libro e tocca la vita della comunità ed è capace di cambiarla. Il primo segno che ci viene incontro come reazione alla lettura è il versetto 9: tutto il popolo piangeva mentre ascoltava la lettura della legge. Perché questa Parola è una Parola che brucia, che tocca il cuore, perché fa ricordare il legame del popolo con il Signore. È una Parola che tocca il cuore perché ci fa capire dove siamo, che cosa è successo; ci fa capire le nostre perdizioni. Soprattutto però leggendo la Parola capiscono chi è il Signore. È una Parola che ci prepara ad una conversione. La questione centrale è che bisogna lasciarsi commuovere.

L’altra reazione è quella della gioia, della festa: si riscopre la bellezza dello stare insieme. Scopriamo che il Signore è la nostra forza. Ascoltando insieme avevano capito.
10-12: mandate porzioni a quelli che non hanno niente di preparato. La festa diventa condivisione. La festa dev’essere allargata a tutti, soprattutto a quelli che non ne hanno.

Considerazioni
L’incontro con la Parola di Dio è sempre l’incontro con la vita di noi e come chiesa, come comunità. La scrittura ci dice chi siamo, a fare memoria e a fare un progetto. Nel testo letto tutto parte da un fallimento. Si riparte da ciò che non ha funzionato. Come ripartiamo dai nostri fallimenti? Chi ci aiuta ad uscirne? Il tempo del fallimento è il tempo in cui si riparte meglio.

Questa comunità che si costruisce attorno al libro è variegata con persone diverse che incontrano la Scrittura in modi diversi. È una comunità in cui c’è qualcuno che aiuta gli altri a comprendere la Parola. Ci sono i nomi. Ci sono dei testi che leggiamo con la nostra vita.
Neemia ci ricorda che di scrittura bisogna masticarne tanta. Occorre provare a fare un po' fatica sui testi. Occorre apprendere a leggere in modo integrale la Scrittura.

La Parola di Dio ci viene incontro per commuoverci, per bruciarci dentro il cuore. È una Parola che fa muovere perché fa commuovere e chiede sempre di continuare a metterci in relazione, ad andare fuori di noi verso gli altri. È una Parola che fa il suo lavoro fino in fondo quando la facciamo diventare festa e condivisione. È una Parola che aiuta a capirci e diventa testimonianza: non tiene ferma la gente.






venerdì 5 agosto 2016

LA LEZIONE DI FRANCESCO AI GIOVANI DELLA GMG 2016





Riflessioni dalla GMG di Cracovia 2016
Paolo Cugini
Sono ancora vive nelle menti dei giovani, che hanno partecipato alla Giornata Mondiale della Gioventù svoltasi a Cracovia dal 25 al 31 luglio 2016, le tante situazioni forti vissute sia nella settimana di gemellaggio, che nelle giornate specifiche della GMG. Vedere così tanti giovani provenienti da tanti paesi e continenti per trascorrere alcuni giorni per pregare assieme al Papa, fa senza dubbio riflettere. La presenza di così tanti giovani dice di un tessuto ecclesiale vivo, che riesce ancora ad accompagnare i giovani in un cammino spirituale, fatto di esperienze comunitarie, di momenti forti, di approfondimenti su temi significativi dell’esistenza. La maggior parte dei giovani presenti alla GMG provenivano da un lungo cammino di preparazione durato mesi. Questo aspetto va sottolineato per togliere terreno a discorsi ambigui, alle facili battute sui papa boys, e altro. I giovani che erano presenti alla GMG sapevano che non si trattava di una scampagnata e che avrebbero dovuto affrontare tante difficoltà: dalle code ai bagni, alle file per il cibo, al dormire per terra e altro. Sapevano inoltre molto bene di che cosa avrebbe parlato il Papa. Tutte le diocesi attraverso gli uffici di pastorale giovanile, si sono organizzate già dallo scorso anno per fornire sussidi e percorsi specifici per arrivare alla GMG sul pezzo, per così dire. Che cosa, allora, i giovani hanno ascoltato da Papa Francesco? Qual è stato il fulcro del suo insegnamento durante le giornate di Cracovia?

Innanzi tutto, ha colpito la continua provocazione che Papa Francesco ha rivolto ai giovani. Nei primi interventi il Papa si è diretto ai giovani con delle domande che esigevano delle risposte. Ha cercato il dialogo, ha messo alla prova la reattività dei giovani presenti, la loro disponibilità ad un cammino di fede attivo e non passivo.  “Io vi domando, voi rispondete: le cose si possono cambiare?... Siete capaci di sognare? Volete voi una vita piena?”. Le domande provocatorie che Francesco ha rivolto ai giovani erano in linea con uno dei temi centrali ei suoi interventi, vale a dire l’invito costante di uscire dai binari della vita comoda. Per approfondire il tema papa Francesco ha fatto riferimento ad una serie d’immagini prese dalla vita quotidiana. Il Papa prende di mira i giovani che gettano la spugna, che conducono una vita da pensionati, sdraiati sul divano, giovani dalla faccia triste perché si sono sdraiati sul divano della vita permettendo così che gli eventi decidano per loro. Vite di giovani paralizzati che “confondono la felicità con il divano: sì, credete che per essere felici abbiamo bisogno di un buon divano, un divano che ci aiuti a stare comodi, tranquilli, ben sicuri… Un divano che ci faccia stare chiusi in casa, senza affaticarci, né preoccuparci”. Francesco parla di giovani imbambolati, intontiti che vanno in pensione a vent’anni. In realtà, Francesco pende di mira il modello sociale ed economico che produce questo stile di vita, che annienta le giovani generazioni, le addormenta, le anestetizza. Le sue parole sono così, in linea con le analisi che troviamo sia nell’Evangeli Gaudium, che nella Laudato Sii, che pongono l’accento su quella economia che uccide non solo perché crea masse di poveri, ma anche perché immerge nell’opulenza e nell’inerzia le nuove generazioni. La vita tranquilla, sdraiata sul divano, è la negazione del Vangelo, che invece esige prontezza e disponibilità alla risposta. Per questo Francesco consiglia di vendere il divano e di comprarsi un paio di scarpe per camminare nelle strade della vita e realizzare, così, il Regno di Dio.

Uno degli aspetti di questo Regno che Gesù è venuto ad inaugurare è senza dubbio la misericordia, che è anche il tema centrale della GMG. Non a caso papa Francesco nella cerimonia di accoglienza dei giovani avvenuta al Parco Jordan a Blonia, nei pressi di Cracovia ha sin da subito mostrato come il tema della misericordia sia in contraddizione con la pigrizia e la vita tranquilla che la società capitalista propone. “Un cuore misericordioso ha il coraggio di lasciare la comodità; un cuore misericordioso sa andare incontro agli altri, riesce ad abbracciare tutti... Un cuore misericordioso sa condividere il pane con chi ha fame”.  È impossibile divenire costruttori di ponti se si rimane sdraiati nel divano, se si accetta di rimanere avvolti nelle comodità della vita. Papa Francesco chiama i giovani alle loro responsabilità, facendo perno su ciò che è caratteristica della giovinezza, vale a dire la prontezza nella risposta, la creatività, la presa di posizione. E allora, sono proprio i giovani coloro che sono chiamati oggi a costruire ponti e abbattere i muri dell’odio, che politiche negligenti stanno costruendo nel nostro mondo, avvolto dalla paura dell’altro che genera odio e diffidenza. “Le 14 opere di misericordia – ha ricordato Francesco durante la via Crucis di venerdì 29 luglio – ci aiutino ad aprirci alla misericordia di Dio, a chiedere la grazia di capire che, senza la misericordia la persona non può fare niente, senza la misericordia io, tu, noi tutti non possiamo fare niente”. Lo stesso concetto il Papa l’ha ribadito il giorno dopo, nella veglia di preghiera al Campus Misericordiae di Cracovia, quando invitava i giovani a rispondere all’odio del mondo con l’amore, a non contrapporre violenza a violenza, ma a rispondere a questo mondo in guerra con la fratellanza, la comunione, la misericordia.

C’è stato anche lo spazio per un annuncio esplicito, per invitare i giovani a riflettere sulla figura di Gesù Cristo. Anzi, nelle parole del primo discorso ufficiale del Papa ai giovani riuniti a Cracovia c’è stato il richiamo alla presa di coscienza che la presenza di tutti era dovuta all’invito di Gesù, che è vivo in mezzo a noi. “Gesù Cristo è colui che sa dare vera passione alla vita, Gesù Cristo è colui ci porta a non accontentarci di poco e ci porta a dare il meglio di noi stessi; è Gesù Cristo che c’interpella, ci invita e ci aiuta ad alzarci ogni volta che ci diamo per vinti”. Gesù, quindi, non come figura del passato, ma come presenza viva nelle persone che accolgono il suo Spirito e che accettano di collaborare alla costruzione del suo Regno di misericordia. Per questo, per Francesco, dire Gesù significa indicare uno stile di vita, che è la via della croce che sfocia nella luce della risurrezione. È proprio questo cammino che apre orizzonti nuovi, che offrono speranza al mondo chiuso nel proprio egoismo e nelle proprie paure. “E io vorrei che voi foste seminatori di speranza”.


Rileggendo con attenzione i discorsi che Papa Francesco ha pronunciato nelle giornate di Cracovia si percepisce la ricchezza del suo messaggio, la carica di speranza che trasmette ma, soprattutto, la grande fiducia che manifesta avere nei giovani. Rimane, allora, alle diocesi e alle comunità parrocchiali il compito di dare continuità ad un messaggio così profondo ma, allo stesso tempo, così esigente ed autentico. 

martedì 2 agosto 2016

LA GMG NON FINISCE QUI







Pubblico l'articolo di un nostro carissimo amico sull'espereinza della Giornata Mondiale della Gioventù appena terminata. 
Luca Bigi

Durante il viaggio di ritorno da Cracovia, mentre quasi tutti dormono, esausti per questi giorni intensissimi e in particolare per la bellissima veglia di ieri sera che ci ha visti dormire sotto il cielo stellato di Campus Misericordiae insieme ad altri due milioni e mezzo di giovani, penso che la GMG è già finita. Si, anche se sembra passato solo qualche giorno da quando siamo partiti da piazzale Europa con gli altri ragazzi reggiani, anche se sembra sia ieri che siamo stati accolti nella parrocchia dei Santi Pietro e Paolo ad Opole, anche se da quando ci ha raggiunto il gruppo del "pacchetto B"- cioè quelli della seconda settimana - sembra passata solo qualche ora, adesso, che da poco ci siamo lasciati alle spalle la Polonia, questi giorni appaiono ormai come inevitabilmente passati. Sono davvero volate via queste giornate, vissute davvero intensamente dall'alba fino a ben oltre il tramonto, eppure ora riemergono chiaramente ricordi - a confermare che tutto è passato - fatti di volti, di luoghi, di parole. In particolare, mi torna alla mente una frase pronunciata da don Marek, sacerdote della parrocchia che ci ha accolti ad Opole, durante l'omelia della Messa di addio per la nostra partenza alla volta di Cracovia. 
Tra la commozione generale, vera, dettata da un sentimento irrazionalmente e inconcepibilmente intenso, che nonostante i pochi giorni ci ha fatto stringere legami forti e - speriamo duraturi con i giovani polacchi, don Marek ci mostrava che Nazareth, nido della giovinezza di Gesù, non avrebbe alcun senso senza la sua negazione, ovvero senza la partenza, l'addio dalla città materna tanto amata, che ha decretato l'inizio della missione salvifica di Gesù nel mondo. In quella giornata che come questa era stata caratterizzata da un sofferto addio, o meglio da un arrivederci, don Marek ci ricordava che partire significa tornare ad essere cristiani laddove abitiamo, prolungando e non facendo cadere nel vuoto l'esperienza di questo giorni. Ci invitava a non piangere per qualcosa che era inevitabilmente finito, ma a rimboccarci le maniche per far sì che ciò continuasse, per fare in modo che l'esperienza della GMG non fosse una felice frase chiusa tra parentesi ma piuttosto un due punti che cominciasse una lunga proposizione. Due giorni dopo, ricongiunti con i ragazzi del "pacchetto B", siamo andati a visitare il campo di concentramento e sterminio di Auschwitz-Birkenau. Nonostante la visita "toccata e fuga" abbia sinceramente lasciato a desiderare, il momento vissuto alla chiesa degli Italiani insieme agli altri 1600 giovani reggiani, con i ragazzi delle diocesi delle missioni in Albania e Brasile, presieduto dal vescovo Massimo Camisasca, è stato molto interessante e ricco di stimoli. Oltre alla preghiera c'è stato un momento dedicato alla testimonianza di uomini e donne che a loro modo si sono opposto alle barbarie naziste. Padre Kolbe, Oscar Schindler, e anche il nostro Gino Bartali tra gli altri, cinque storie affidate ad altrettanti narratori scelti tra i giovani della Diocesi, cinque vite che parlavano di coraggio, di eroismo, di libertà, ma anche e soprattutto di normalità. Si, perché questi eroi altri non erano che persone normalissime, e anzi talvolta addirittura "cattive" come il pubblicano Zaccheo protagonista del vangelo della Santa Messa di stamattina. Leopold Socha, per esempio, altri non era che uno sciacallo che tirava avanti rivendendo la refurtiva che sistemava in segreto nelle fogne di Leopoli, salvo poi nascondervi anche decine di ebrei, salvandogli cosi la vita. "L'eroismo non è sovraumano" diceva una poesia di Calvino. Si potrebbe aggiungere che anche la santità non è per supereroi. Come ci ha detto in questi giorni Papa Francesco, e come abbiamo potuto vedere nella vita di Santa Faustina, nel suo gracile corpo malato e nei sentimenti incredibilmente umani messi a dura prova dalle chiacchere e dalle gelosie delle consorelle,
Dio non sceglie come suoi soldati stinchi di santo, né guarda ai nostri vestiti, ai nostri telefoni, né alle nostre abilità particolari. Dio ci ama nella nostra normalità, Lui che ci conosce nella nostra più intima essenza, e altro non ci chiede che un sì. Così santità ed eroismo possono essere profondamente umani, normali, e tuttavia bisogna fare attenzione, perché anche il male può esserlo. Quello che spesso la storia scolastica e il cinema hollywoodiano, preso dai suoi stereotipi e dalle caricature, non ci mostrano, è che anche la visita ad Auschwitz non chiarisce del tutto è la natura del male nazista, una terribile barbarie portata a termine con inquietante lucidità che, se è presumibile abbia avuto origine nelle menti malate dei gerarchi, poi ha trovato compimento nelle mani di tanti soldati e nella volontà di tanti civili. Non è questa l'occasione per aprire un dibattito che interessa i più importanti storici ormai da decenni, né ne ho l'autorità. Ma è manifesto che, indottrinato o meno, il popolo tedesco e tutti quelli coscienti della situazione in corso non erano composti da milioni di folli, ma al contrario, da persone banalmente normali, esattamente come noi. Non siate scandalizzati, se paragono noi, docili reggiani del terzo millennio, ai "malvagi" nazisti: la nostra Shoah si consuma poco lontano dalle porte d'Europa, in Siria, e dentro il nostro salotto, nelle spiagge meridionali d'Italia così come nelle nostre città. É un olocausto che ha il volto di profughi, emigrati, emarginati, anziani, disabili, disperati, giovani dal cuore vuoto, bambini abusati o abbandonati a loro stessi. E questo non lo dico io, ma il Santo Padre, che ha ripetuto con insistenza l'importanza di questi conflitti dai quali distogliamo costantemente gli occhi per guardare talk show televisivi sul terrorismo o sul calcio. 
Epoche diverse, stessa indifferenza. Non possiamo sapere se questa nostra ignavia possa essere imputata come colpa, ma certamente a Gesù l'indifferenza del sacerdote che passa davanti al viandante malmenato e derubato della parabola del buon samaritano non andava a genio. C'è da dire, grazie a Dio, che oltre a vivere la normalità dei nazisti possiamo però potenzialmente vivere anche la stessa normalità di santi ed eroi. Qual è la differenza tra le due? Qual è la quotidianità che uccide e quale quella che crea? Semplice, quando accettiamo il mondo così com'è, quando ci facciamo travolgere inermi dalla quotidianità diventando parte di questo melma informe, quando facciamo di noi solo un altro anello della catena di causalità, siamo complici, siamo nazisti. Quando inserendoci tra i suoi anelli spezziamo con un atto di libertà questa catena di schiavitù viscida e nascosta, cioè quando facciamo scelte e le portiamo avanti, con il coraggio della normalità, siamo eroi. Per farlo ci vuole però uno sforzo, e questo piccolo ma enorme scarto ci distingue dai malvagi, che ripeto, non hanno l'aspetto dei cattivi delle fiabe, ma la faccia di chi non fa scelte. Questo scarto è l'atto di libertà che ci fa uscire da questo fiume assassino che troppo spesso ci travolge, questa scelta è il si, e quando diciamo quel sì che Dio ci chiede, allora siamo santi. È solo con questo sì che le catene possono essere spezzate, il mondo può essere cambiato, ripercorrendo à rebours la corrente di quotidianità anonima e straniante che il mondo ci impone. 
"Vedi io faccio nuove tutte le cose" ci dice Gesù, e per rinnovare il mondo conta sulle scelte quotidiane del suo popolo, non ci chiede di essere grandi rivoluzionari, ne profeti. La vera rivoluzione sta nel cambiare il mondo a partire da ciò che sta fisicamente e spiritualmente intorno, senza distogliere la vista dai grandi problemi dell'attualità, ma prendendoli come stimolo per risolverli dal basso. In particolare, alla gioventù che ha già dimostrato di essere speciale aderendo a questa GMG, il Papa ha chiesto di avere il coraggio di scegliere, di staccarsi da quel divano a cui troppo spesso è incollata e di prendere decisioni. É questa la vera rivoluzione a cui i giovani sono chiamati, è questo il vero andare controcorrente. Tornando a noi, cosa può fare questo manipolo di giovani dell'Unità Pastorale che ora dormono su questo pullman stanco che ritorna dalla Polonia? "Vedi io faccio nuove tutte le cose". A noi, ragazzi, è richiesto il compito di rinnovare la Chiesa. Non bisogna spaventarsi, come ho detto prima a noi sono richieste piccole cose. E tuttavia non è un lavoro facile, e forse proprio perché ci vengono domandate piccole cose il compito è più arduo. Quant'è facile che la fiamma dell'entusiasmo si spenga poco a poco se non è costantemente ravvivata? Quante volte siamo tornati da campeggi euforici per vedere poi questa magia scomparire nel giro di qualche settimana? 
Essere stati in GMG non è solo un privilegio, ma anche una responsabilità. Avere ascoltato le parole di Papa Francesco, aver partecipato alle catechesi dei vescovi italiani, aver incontrato migliaia di giovani provenienti da tutto il mondo e soprattutto aver condiviso un'incredibile esperienza di comunità con i giovani di Opole, è un fortuna ricevuta che non possiamo permetterci di non ricambiare, portandone testimonianza ai nostri amici rimasti a casa, non con le parole, ma con l'esempio delle nostre vite. "Gratuitamente avete ricevuto, gratuitamente date" è quello che ci ha invitato a fare Sua Santità nella messa conclusiva a Campus Misericordiae, e quante cose abbiamo ricevuto in queste due settimane? Tutto ciò dobbiamo portarlo a casa, ai nostri cari e ai nostri amici, con il fervore e l'entusiasmo che ci ha accompagnati in questa GMG, con la forza che ci faceva alzare prestissimo la mattina senza lamentele, nonostante le faticose giornate e le nottatacce, con la disinvoltura che ci accompagnava nel fare la conoscenza di giovani di altri paesi, con la gioia che ci faceva cantare senza vergogna con i nostri amici polacchi durante quelle bellissime messe che dovremo impegnarci a portare nelle nostre parrocchie. Ma, poiché come ci ricorda la saggezza popolare "Par fer un fós ag volen do rivi", anche a voi giovani e adulti delle nostre comunità che non avete potuto partecipare a questo viaggio è richiesto qualcosa: non spegnete l'entusiasmo di chi ha vissuto questa esperienza, ma anzi aiutateli affinché questa non si spenga. 
Accogliete la gioia di chi ha vissuto la GMG non con la sospettosa incredulità di Tommaso, ma con la fede degli Apostoli che ricevono la notizia della Resurrezione di Cristo. Cominciamo a dimenticare ciò che è stato fin ora, e abbiamo il coraggio di cambiare, come hanno fatto i nostri giovani di Cracovia che hanno scordato ben presto le dinamiche parrocchiali e si sono immersi nella nuova dimensione dell'Unità Pastorale con spensieratezza e gioia. Sarà un compito difficile, per tutti, sia quelli di ritorno che per quelli rimasti a casa. Ma se i primi sapranno continuare con lo spirito che li ha guidati in questi ultimi giorni, e i secondi avranno l'umiltà di farsi contagiare da esso, insieme, con la bellissima forza che ci può infondere tra fratelli, essenza del Cristianesimo, potremo camminare verso un futuro reso migliore dai nostri piccoli sì quotidiani. Come Nazareth non ha avuto fine, ma compimento, nella vita di Cristo dopo la sua partenza da essa, così la GMG non finisce oggi, ma deve continuare e trovare compimento nei giorni che verranno, a casa nostra.


giovedì 28 luglio 2016

LE CATECHESI DELLA GMG 2016




Una delle caratteristiche della GMG sono le catechesi, che vengono realizzate in luoghi differenti, tenendo anche in considerazione l'idioma. Alcune delle diocesi dell'Emilia-Romagna hanno realizzato le catechesi nei pressi del Santuario di San Stanislao a circa 60 Km da Cracovia.

La catechesi di giovedì 28 luglio é stata realizzata da mons. Francesco Beschi di Bergamo.  La modalità scelta per questa catechesi è stata quella del dialogo e risposta con i giovani.
Dopo due video significativi sono stati concessi vari minuti per la riflessione personale. In seguito il vescovo si è reso disponibile a rispondere alle domande dei giovani.
La prima domanda è  stata sulla confessione. Nella confessione c'è un gesto e la possibilità di poter incontrare il dono di Dio della Misericordia. È dalla Croce che viene il perdono. Ci sono altri gesti di misericordia. Gesù ci narra la misericordia che avviene attraverso gesti umani. La confessione non è l'unico strumento per ricevere la misericordia di Dio. La riceviamo anche dalla pazienza dei genitori su di noi. La pazienza manifesta una grande misericordia.

Seconda domanda. Nonostante i nostri peccati Dio continua a perdonarci? Mi sono accorto tante volte che il giudice più implacabili siamo noi stessi. Molti hanno ancora paura di Dio. C'è l'impressione di un Dio che ci aspetta dietro l'angolo. Perché Dio è così misericordioso? Dio non si misura, Dio è una meraviglia.

Terza domanda.  Siamo insicuri. Come Dio può liberarci dalle paure?
Noi siamo parte dell'universo, uniti a tutti, ma allo stesso tempo differenti. L'inadeguatezza è il segno della differenza.  Anch'io non mi sento adeguato a fare quello che mi è  stato chiesto. Dio è il Signore della vita e noi siamo suoi amici e starre con Lui ci rende liberi.

Domanda: C'è un equilibrio nel cammino personale tra donazione agli altri e ricerca interiore?
Il Vangelo è chiaro: ama il prossino tuo come te stesso. L'amore per sé stesso è diventata la regola e si è lasciato in secondo luogo l'amore al prossimo. C'èuna cultura del ripiegamento su di sé. Noi ci realizziamo donandoci. Chi pensa solo a se stesso non è capace di amare, che poi è la più grande disgrazia.





domenica 24 luglio 2016

PRIMA SETTIMANA DI GMG: IL GEMELLAGGIO CON LA DIOCESI DI OPOLE




La prima settimana della GMG 2016 è ormai conclusa e vale allora la pena condividere alcune impressioni.
In primo luogo ci ha colpito l'accoglienza. Le persone della parrocchia San Pietro e San Paolo hanno fatto di tutto per farci sentire a nostro agio, come se fossimo a casa. Siamo stati accolti da una comunità che per mesi si è preparata a questo incontro sia con la preghiera che con l'organizzazione.
 I giovani della parrocchia sono splendidi. Sin dall'inizio si sono messi a nostra disposizione, per tradurre dall'inglese e per condividere la loro gioia. Bella a questo punto è stata l'integrazione tra noi è loro perché da entrambe le parti si percepiva la voglia di conoscersi. Canti, balli , preghiere si sono mescolati per manifestare la gioia di un incontro.
Abbiamo trovato una chiesa molto devota, dove il processo di secolarizzazione che sta colpendo la società Occidentale, sembra non aver lasciato il segno. Ci ha impressionato non solo il numero di persone presenti alla messa quotidiana, ma la compostezza, il sentimento profondamente religioso che si respira entrando in chiesa.
Molti sino ad ora sono stati i momenti significativi. La giornata di sabato è senza dubbio stata la più importante. Nella prima parte della giornata abbiamo realizzato un pellegrinaggio al monte di Santa Anna: la prima parte in treno e poi a piedi. Al santuario abbiamo celebrato la Santa messa. È stato un primo assaggio della pluralità della Chiesa, che respireremo a pieni polmoni la prossima settimana. Siamo poi ritornati ad OPOLE per formare un corteo di 7000 giovani circa, verso un parco di un quartiere della città per pranzare e assistere a numerosi spettacoli, canti e concludere con l"adorazione eucaristica all''aperto.
Due parole vale la pena spendere anche sui nostri giovani che stanno partecipando con grande entusiasmo alla GMG. Bisogna proprio dire che ce la stanno mettendo tutta. Se siamo stati accolti molto bene e se l'integrazione è avvenuta sin da subito è anche perché i nostri giovani erano predisposti all'incontro.  È senza dubbio una GMG preparata e non improvvisata. Lo spirito di adattamento alla novità, la voglia di conoscere e farsi conoscere, il desiderio di apprendere musiche e canti polacchi e fare conoscere il nostro repertorio, sono a mio avviso segno di un cammino. È in questi frangenti che si colgono sia il lavoro degli educatori, che le tante esperienze fatte negli anni. I Grest, i campeggini, i campeggi e le tante esperienze realizzate in questi anni, hanno certamente contribuito a creare un gruppo di giovani amici che sa lavorare assieme a che sa camminare verso l'altro.
Oggi Messa alle 12.30 e poi è previsto il pomeriggio con le famiglie ospitanti. Ringraziamo il Signore di questa bella e intensa settimana.

lunedì 18 luglio 2016

UNA MESSA BRASILIANA A REGINA PACIS









È stata una bella messa, partecipata e colorata. I venti giovani brasiliani provenienti dalla diocesi di Ruy Barbosa nella quale siamo presenti da più di 50 anni, e di passaggio per partecipare alla GMG a Cracovia, ci hanno regalato un bel momento ecclesiale e di preghiera. Del resto questi giovani sono abituati ad animare le celebrazioni domenicali nelle loro comunità. No c’è stato bisogno di pregarli per animare i canti e accompagnare qualche momento liturgico con la danza: è qualcosa che gli viene abbastanza naturale. Nelle piccole comunità dell’interno dello Stato della Bahia, dove si trova la diocesi di Ruy Barbosa, la presenza dei giovani è significativa. Anche durante i grandi periodi di siccità, che castiga duramente il territorio nel quale loro vivono costringendoli ad emigrare al Sud in cerca di lavoro e studio, portano questa allegria nei luoghi in cui arrivano. Anche domenica questi giovani ci hanno dato un saggio di cosa significhi celebrare una messa, facendo di tutto per portare dentro la liturgia il vissuto quotidiano, fatto spesso e volentieri di lotte per la sopravvivenza, per avere un pezzo di terra da coltivare, o un luogo dove poter raccogliere l’acqua. In questo sforzo per resistere dinanzi alle varie situazioni della vita che vengono sia dalla natura che, soprattutto, dalla grande corruzione politica che devasta non solo il paese, ma in modo particolare le piccole cittadine dell’interno del Semiarido brasiliano, la fede in Dio manifestata nel Figlio Gesù povero tra i poveri, ha contribuito a mantenere viva la speranza in un mondo migliore, più giusto e fraterno. Ecco perché le celebrazioni domenicali e le messe sono così importanti per questo popolo: rafforzano la fede nel Signore della giustizia, che si è fatto povero con i poveri, ed è venuto ad abitare in mezzo a noi, scegliendo come culla una mangiatoia. È in mezzo ai poveri che il Vangelo si apre ad una conoscenza impossibile da percepire agli esperti della legge. 

giovedì 14 luglio 2016

LO SLANCIO MISSIONARIO DELL'UNITA' PASTORALE: PROPOSTA DI AZIONE

UNITA’ PASTORALE SANTA MARIA DEGLI ANGELI-RE
CONSIGLIO PASTORALE 13 LUGLIO 2016




PROPOSTA DI UNA NUOVA RIORGANIZZAZIONE DEL TERRITORIO PASTORALE



A.     In Ascolto del Papa

(Dall’Evangeli Gaudium di Papa Francesco)
Nella Parola di Dio appare costantemente questo dinamismo di “uscita” che Dio vuole provocare nei credenti.

Oggi, in questo “andate” di Gesù, sono presenti gli scenari e le sfide sempre nuovi della missione evangelizzatrice della Chiesa, e tutti siamo chiamati a questa nuova “uscita” missionaria. Ogni cristiano e ogni comunità discernerà quale sia il cammino che il Signore chiede, però tutti siamo invitati ad accettare questa chiamata: uscire dalla propria comodità e avere il coraggio di raggiungere tutte le periferie che hanno bisogno della luce del Vangelo.
La Chiesa “in uscita” è la comunità di discepoli missionari che prendono l’iniziativa, che si coinvolgono, che accompagnano, che fruttificano e festeggiano.
La riforma delle strutture, che esige la conversione pastorale, si può intendere solo in questo senso: fare in modo che esse diventino tutte più missionarie, che la pastorale ordinaria in tutte le sue istanze sia più espansiva e aperta, che ponga gli agenti pastorali in costante atteggiamento di “uscita” e favorisca così la risposta positiva di tutti coloro ai quali Gesù offre la sua amicizia.
Una pastorale in chiave missionaria non è ossessionata dalla trasmissione disarticolata di una moltitudine di dottrine che si tenta di imporre a forza di insistere. Quando si assume un obiettivo pastorale e uno stile missionario, che realmente arrivi a tutti senza eccezioni né esclusioni, l’annuncio si concentra sull’essenziale, su ciò che è più bello, più grande, più attraente e allo stesso tempo più necessario. La proposta si semplifica, senza perdere per questo profondità e verità, e così diventa più convincente e radiosa.
Se la Chiesa intera assume questo dinamismo missionario deve arrivare a tutti, senza eccezioni. Però chi dovrebbe privilegiare? Quando uno legge il Vangelo incontra un orientamento molto chiaro: non tanto gli amici e vicini ricchi bensì soprattutto i poveri e gli infermi, coloro che spesso sono disprezzati e dimenticati, «coloro che non hanno da ricambiarti» (Lc 14,14). Non devono restare dubbi né sussistono spiegazioni che indeboliscano questo messaggio tanto chiaro. Oggi e sempre, «i poveri sono i destinatari privilegiati del Vangelo», e l’evangelizzazione rivolta gratuitamente ad essi è segno del Regno che Gesù è venuto a portare. Occorre affermare senza giri di parole che esiste un vincolo inseparabile tra la nostra fede e i poveri. Non lasciamoli mai soli.
Preferisco una Chiesa accidentata, ferita e sporca per essere uscita per le strade, piuttosto che una Chiesa malata per la chiusura e la comodità di aggrapparsi alle proprie sicurezze. Non voglio una Chiesa preoccupata di essere il centro e che finisce rinchiusa in un groviglio di ossessioni e procedimenti. Se qualcosa deve santamente inquietarci e preoccupare la nostra coscienza è che tanti nostri fratelli vivono senza la forza, la luce e la consolazione dell’amicizia con Gesù Cristo, senza una comunità di fede che li accolga, senza un orizzonte di senso e di vita. Più della paura di sbagliare spero che ci muova la paura di rinchiuderci nelle strutture che ci danno una falsa protezione, nelle norme che ci trasformano in giudici implacabili, nelle abitudini in cui ci sentiamo tranquilli, mentre fuori c’è una moltitudine affamata e Gesù ci ripete senza sosta:
« Voi stessi date loro da mangiare » (Mc 6,37).

B.      LA PROPOSTA
[Per questa parte mi rifaccio alla proposta di don Davide Poletti presentata all'Unità Pastorale Padre Misericordioso]

La Chiesa in uscita non è una novità:
      Padre Leone Dehon: uscire dalle sagrestie (1870)
      congresso ATI : nuova coscienza della missione (1977)
      Dianich: chiesa estroversa (1978)
      Uscire dal tempio (Mons. Caprioli 1998)

Oggi ci troviamo dinanzi ad una società che presenta fenomeni nuovi:
·         presenza crescente di cittadini di altre religioni
·         presenza di cittadini di nessuna religione
·         crescita numerica di abbandono della fede nei paesi cristiani
·         scollamento tra costume e morale cattolica
·         matrimoni religiosi dimezzati
·         battesimi scesi al 70%
·         Appartenenze parziali
E’ il frutto del cammino di secolarizzazione e di scristianizzazione della società Occidentale.

Che cosa significa evangelizzare in Italia?
·         Situazione di staticità della chiesa istituzionale
·         Scollamento tra gerarchia e Popolo di Dio
·         Liturgie che fanno fatica a rappresentare la vita dei fedeli

Problemi aperti
·         Le Unità Pastorali di recente formazione possono offrire una possibilità concreta per le comunità di aprirsi alle altre comunità e di aprirsi sul territorio.
·         Le unità pastorali costituite nella nostra diocesi propongono un metodo di pastorale che viene generalmente applicato a più parrocchie in modo fisso e sempre uguale.  La spiritualità che nasce dal modello classico e dalla formazione del prete e del laico non è missionaria.  Tutto ciò non aiuta la Chiesa ad esprimersi nella sua missione in uscita sul territorio: il modello assunto finora è centralizzante e campanilistico, legato a strutture e territori.  Questo modello tradizionale non ci stimola neppure ad essere una chiesa comunione perché troppo incentrata sul prete.

Passaggi necessari:
·         Uscire dall’individualismo spirituale e pastorale
·         Uscire dal pretocentrismo pastorale
·         Elaborare cammini per una pastorale che sgorghi sempre di più dalla Parola di Dio
·         Essenzializzare il lavoro pastorale (lasciare indietro ciò che non serve)
·         Percepire sempre più la corresponsabilità nel processo di elaborazione dei cammini di evangelizzazione
·         Studiare modalità differenti per evangelizzare il territorio
·         Non una chiesa a servizio di sé stessa (strutture), ma una chiesa a servizio del Regno

Occorre un cammino di chiesa che:
·         Si decentri sempre di più
·         Senta il mandato missionario sulle persone che vivono sul territorio
·         Propone cammini di fede e di liberazione (corruzione, mafia, attenzione al creato, stili di vita, ecc.);
·         Attenta ai poveri (uscire dall’assistenzialismo)
·         Cammini con le famiglie (Parola e sacramenti)
·         Attenta ai giovani (a tutti, non solo quelli che bazzicano nelle nostre strutture. Elaborare una pastorale giovanile attenta al territorio, che nel lungo termine possa creare una rete per intercettare il grido dei giovani)
·         Cammini con le tante solitudini presenti sul territorio (anziani, vedove/i, singles, etc.)
·         Costruisce piccole comunità a misura d’uomo e donna

PROPOSTA (cfr. UP Baragalla, Cesare Annamaria,Villa Sesso, Castellarano,  CEBs, ecc.)

·         Suddividere le cinque parrocchie dell’UP in zone, o comunità di base, o diaconie,
·         I laici dovrebbero assumere la responsabilità della vita della Chiesa nel quartiere.

·         Assieme ai ministri ordinati, ai catechisti e ai ministri straordinari dell’eucaristia potrebbero iniziare a preparare i battesimi dei bimbi e degli adulti, accompagnare i malati e i morenti, sostenere il cammino dei poveri, animare gli incontri della Parola di Dio, visitare le famiglie (benedizioni, ecc.) e le persone sole, preparare e svolgere una parte della catechesi dei bimbi.

·         Le comunità di quartiere dovranno avere una propria coscienza autonoma senza dimenticare l’unità pastorale in cui sono inserite.

·         Al fine di mantenere una comunione più efficace (intra ed extra) e nello stesso tempo raggiungere una buona autonomia ogni chiesa di quartiere potrebbe scegliere una presidenta o un presidente. Una laica o un laico capace, per carattere, esperienza e doti di coordinare, facilitare, accompagnare, ascoltare, far crescere, appianare, dare spazio, ecc.

·         Il sacerdote dovrà reinventare la sua funzione in modo itinerante, pur vivendo in comunità con altri sacerdoti/laici, Il suo compito sarà principalmente quello di amministrare i sacramenti, ma dovrà anche visitare le comunità nei quartieri, crearne eventualmente di nuove, formare i laici, mantenere la comunione fra le comunità.
·         La DOMENICA diventerà il giorno in cui le comunità di quartiere si ritrovano per celebrare la messa insieme , per portare le gioie, le fatiche e le istanze della gente nell’eucaristia.

COSA FARE? COME FARE?
·         Ascoltare il proprio territorio e riflettere sul cammino da compiere
·         scegliere  la strategia del positivo
·         valorizzare l’esistente in modo particolare partendo dai cristiani che abitano già quel territorio
·         sentirsi servitori del Regno di Dio che è già presente
·         intervenire con umiltà
·         essere una Chiesa che non si difende, ma che aiuta a crescere e raccoglie le domande dell’umanità
·         dialogare

PUNTI DA DEFINIRE
      come leggere la Bibbia in questo nuovo contesto di costruzione del Regno e di cammini di liberazione
      quale tipo di formazione? Non solo teologica e Biblica, ma anche umana (incontro, dialogo, facilitare…)
      quale cammino di iniziazione cristiana per i bimbi
       messe in famiglia/quartiere
      cammini dei ragazzi e dei giovani
      rapporti tra commissioni e comunità di quartiere
      rapporti tra centro di ascolto e comunità di quartiere
      nuovi ministeri: presidente, mediatore di conflittI
      Comunità cristiana / chiesa di quartiere e rapporto con le istituzioni
      cammini dei fidanzati
      ………