Paolo Cugini
Uno
dei principali contributi delle teologie marginali alla teologia sistematica
tradizionale è il ritorno al Dio dell'Esodo e al Gesù storico. La teologia
accademica aveva talvolta ridotto Dio a un concetto filosofico: l’Essere
Supremo, l’Onnipotente. Jon Sobrino chiarisce come questo sguardo dal
basso recuperi l'essenza del divino: "Il margine non è solo un luogo
sociale, ma un luogo teologico. È lì che Dio si rivela come colui che prende
parte alla storia. Senza i poveri, la teologia rischia di diventare
un'ideologia su Dio, piuttosto che un incontro". Il guadagno sta nel fatto
che la teologia tradizionale riscopre la propria natura profetica e
meno statica, comprendendo che la rivelazione non è solo un deposito di verità
passate, ma un evento vivo che accade nel grido degli oppressi.
Recuperare
la dimensione storica significa spostare l'accento dal chi è Dio al cosa
fa Dio. Nel margine, Dio non è un'entità che osserva il mondo, ma un
soggetto che interviene, come nel caso dell’Esodo. Questo trasforma la
teologia da una serie di definizioni a una narrazione di liberazione. Il
recupero del Gesù storico serve a spogliare il Cristo da certe
incrostazioni dogmatiche che lo hanno reso distante. Sottolineare che Gesù è
morto come un emarginato politico, restituisce alla sistematica la consapevolezza
che la salvezza passa attraverso la carne e il conflitto sociale, non solo
attraverso astrazioni spirituali. Sobrino suggerisce che il margine non è
solo un oggetto di studio, ma una prospettiva gnoseologica. Guardare la
rivelazione dal basso corregge le distorsioni del potere. Se la teologia
accademica rischia di giustificare lo status quo, diventando una
ideologia, la teologia del margine la costringe a tornare discontinua e
scomoda, recuperando la funzione critica della profezia. Questo significa che
la teologia sistematica deve rimanere aperta: non può mai dirsi conclusa finché
esiste un grido di oppressione che interpella la comprensione del Mistero.
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